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Lino Angiuli poeta del vegetalesimo PDF Stampa E-mail

ritratto autoritratto di un poeta della natura

 

Lino Angiuli poeta del vegetalesimo

 

Ho letto e riletto un libro di poesie. Un grande libro di poesie. Un libro di grandi poesie. Se lo leggerete e rileggerete, la vostra vita diventerà più ricca e più leggera. È un libro di Lino Angiuli, OVVERO, Nino Aragno Editore, 2015.

Vi porto una ragione, anzi un esempio casuale – aprendo il libro a caso come si spacca un’arancia, di questa ricchezza leggera:

“Ma specialmente il bianco a noi ci va a pennello
bianco come il ricordo fantasma dell’acqua
bianco come la prima comunione di roccuccio
come il lenzuolo che grida sui terrazzi
o come l’odore del padreterno
appisolato dentro una cappella di campagna
in mezzo ad angeli con le ali di cipria
e appena una punta di rossore in faccia.”

(Dalla sezione QUI ovvero cinque ragioni per stare, dalla poesia 'La masseria festeggia i compleanni della calce'.)

Una ragione ancora?

Poesia viene dal greco póiēsis, derivazione di poiêin, che significa ‘fare, produrre’. E queste di Lino non sono poesie perché scritte in poetese, quel linguaggio artefatto senza essere fatto ad arte che vi assale come vi assale un nugolo di moscerini non appena aprite uno dei mille libri di poesie che intasano le librerie e le portinerie e i social network pieni di carinerie.

Queste sono poesie, sono pagine scritte in una lingua sconosciuta, una lingua nuova come un albero nuovo nato chissà come chissà da quale seme volatile o quale radice sotterranea, in questo nostro mondo di greggi, di foreste, di pappagalli.

La poesia è quell’arte che distrugge, per un momento, il momento della sua scrittura, il momento della sua lettura, il tristo proverbio dei disfattisti e dei rassegnati: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.” Dire e fare sono nella autentica poesia una e medesima cosa. Finalmente. Si fa dicendo. Dicendo poesia si dice il mondo, il mondo di dentro abbraccia il mondo di fuori, l’Io e la Realtà si baciano con la lingua.

Con buona pace di Karl Marx, che da giovane (nelle Tesi su Feuerbach) scriveva: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di mutarlo.” Qui, nel corpo vivo dell’autentica poesia, si interpreta il mondo e il mondo si muta.

E questo vi basti.

“La poesia è più facile farla che riconoscerla. Fino a un certo basso livello, la si può giudicare in base ai precetti e al mestiere. Ma la buona, la somma, la divina, è al di sopra delle regole e della ragione. Chiunque ne discerna la bellezza con sguardo fermo e tranquillo, non la vede più di quanto veda lo splendore di un lampo. Essa non seduce il nostro giudizio; lo rapisce e lo devasta.” (Michel de Montaigne, Saggi)


(Alias, 4 giugno 2016)