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Indice
Franca antropologa delle possedute
Il problema e l'idea
Le critiche di Lorenzo
Prime risposte alle critiche di Lorenzo
Affondo critico di Lorenzo
Il momento dell'autocritica
Il momento della contraddizione
Appunti per un Seminario
Tutte le pagine

Anno di realizzazione: 2007. Durata: 54 minuti.

 

 

 

FRANCA ANTROPOLOGA DELLE POSSEDUTE

 

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Cosa vuol dire concretamente fare l’antropologo di professione? Cosa è, cosa fa un antropologo, una antropologa? Qualche anno fa, nei mesi in cui mia figlia Sofia decideva a quale facoltà universitaria iscriversi – per formarsi ad una professione che le consentisse di “diminuire anche di un grammo il dolore del mondo”, mi venne in mente di realizzare, pensando specialmente ai giovani diplomati, una serie di documentari sulle varie professioni intellettuali possibili.

 

Una delle mie migliori amiche, Franca Romano, è antropologa per professione (e vocazione, aggiungerebbe Max Weber), insegna alla Sapienza di Roma, svolge ricerche sul campo, scrive libri che io leggo con grande godimento uno dopo l’altro. Fra questi mi aveva colpito particolarmente Donne passioni possessioni’ (Meltemi, 2004). Detto, fatto.

 

 


 

 

Inviato: martedì 2 gennaio 2007 20.14

 

Caro Pasquale,

 

(...) Volevo scriverti i miei pensieri su "Franca antropologa delle possedute", che ho visto ieri sera. (...)

 

Parliamo un'attimo della scelta dei mezzi. Ci sono le scelte non-artistiche, come quella di girare in miniDV invece di pellicola o HD, determinate dai mezzi che si hanno a disposizione, e quelle artistiche, come quella di non usare un cavalletto per un'inquadratura statica a lunga durata. In questo lavoro prendi varie decisioni artistiche per quanto riguarda i mezzi, che 'degradano' la qualita' tecnica del materiale (fatto apposta, non lo metto in dubbio. Per questo dico 'artistiche'). Questo si va a mescolare con la degradazione della tecnica stessa, per esempio quando fai un taglio netto in mezzo a un respiro o a una nota di pianoforte o introduci delle piccole zoomate veloci durante l'inquadratura della documentata, e crea un'impressione di scarsita' tecnica e di non-professionalita' che ai miei occhi e' chiaramente intenzionale e artistica, ma agli occhi del giovane comune non lo e'. (...)

 

Quindi se ho capito bene, e uno degli obbiettivi principali di questo documentario e' di dare un idea della professione di antropologo/a a un pubblico non-specialista e soprattutto giovane, c'e' un'incoerenza tra la tua scelta di stile e la raison d'etre del tuo documentario. Come opinione artistica completamente personale aggiungero' che ho gia’ visto il tuo modo di degradare la qualita' tecnica a scopo artistico, anche in lavori di altri, e secondo me funziona solo su sistemi piu' professionali - su videocamera da consumatore tende a non raggiungeroe il suo scopo. Di nuovo, questa come opinione - il fatto dell'incoerenza e' piu' imparaziale, mentre questa e' soltanto prodotto di gusto.

 

Poi, sono curioso del perche' scegli di inserire in mezzo a tutto questo degli estrattini di qualita' molto piu' alta, della serie: zoomate in fuori in post sui quadri degne di superquark / titoli che beneficiano di un rendering di qualita' di radiodiffusione.

 

Un'ultima domanda: anche gli artefatti digitali presenti sulla colonna sonora fanno parte del detrimento intenzionale di cui parlavo o si tratta di un clash audio all'interno dell'applicazione di post?

 

Ovviamente queste non sono critiche, ma un invito alla conversazione filmica, un ricordo che anche se non faccio video da qualche tempo sono ancora aperto e interessato alla teoria e visione filmica, anzi di piu' di prima. Saro' piu' che offeso se assorbi senza rispondere ai miei commenti! Comunque anche se tutto quello che riporto di sopra va, a mia opinione, a detrimento dello scopo del documentario, questo scopo viene comunque assolto - sia io che Virginia sappiamo di piu' sull'antropolgia di prima. (...)

 

Lorenzo Levrini

 

 


 

 

 

Sent: venerdì 5 gennaio 2007 0.53

 

Carissimo Lorenzo,

 

(...) Le tue osservazioni su "Franca antropologa delle possedute" sono molto acute, e interessanti per me che rifletto sempre prima, durante, e dopo il lavoro compiuto.

 

La ragione della macchina a mano, mi domandi. Io tengo solitamente la macchina a mano perché voglio far sentire allo spettatore che il protagonista dell'opera - ma anche gli altri che vi compaiono e agiscono variamente - sono visti e ascoltati da una persona umana reale, e non da un ente astratto, da una specie di fantasma divino che li osserva immobile come un punto esclamativo. Il cavalletto rende tutto oggettivo, cioè religioso, come del resto la panoramica su cavalletto, il dolly saliscendi, il carrello sui binari, eccetera: gli esseri umani non vedono così le cose del mondo, ed io il mondo lo vedo come essere umano tra altri esseri umani.

 

I mezzi audiovisivi di solito li uso come una persona normale usa il suo corpo, i suoi sensi della visione e dell'ascolto - di solito, dico, perché se devo mostrare lo sguardo di un fantasma, per esempio in "Amorosa Caterina", allora uso panoramiche su cavalletto...

 

Ti dici che voglio degradare intenzionalmente la qualità tecnica del materiale. No, piuttosto non voglio esaltare la qualità tecnica. Il cinema oggi vuole lasciare a bocca aperta per gli effetti speciali. Io faccio un cinema degli affetti speciali. Affetti, con la A. Voglio aprire gli occhi e il cuore insieme, la bocca può restare chiusa, eventualmente.

 

Certo i giovani abituati alla "qualità tecnica" possono essere irritati da questa apparente sciatteria. Da questa apparente mancanza di "professionalità". Non so che farci. Certo è una debolezza della mia strategia comunicativa, ma non voglio provocarli apposta. Nemmeno però voglio adeguarmi alle loro abitudini. Io sono un artista, un poeta, non un maggiordomo, non un tecnico.

 

Quanto alle "zoomate in fuori in post sui quadri degne di superquark", quelle, Lorenzo, devono essere perfette, divinamente perfette, anzi per la precisione diabolicamente perfette, dal momento che riguardano il Diavolo in persona...

 

L'ultima domanda poi non l'ho capita. Per questo non ti rispondo. Spiegamela meglio e ci provo.

 

Questo per inaugurare il nostro nuovo scambio dialogico. Aspetto le tue parole per continuare. Ma prima di lasciarti, vorrei dirti che ti sei dimenticato dell'insieme, del documentario come opera, come insieme. Non hai detto una parola sul tutto, se è commovente, se non è riuscito, se è originale, se è povero, insomma sul tutto hai taciuto, come se non fosse importante. Invece secondo me è la cosa più importante, il tutto, e le parti hanno senso e proporzione in relazione a questo tutto. Non lo pensi anche tu?

 

Ebbene, questo tutto che ho cercato di fare è il racconto di un essere umano non straordinario quanto a intelligenza o sensibilità, ma ordinario, comune, normale, solo che questo essere umano è sensibile, è attento, è concentrato, è aperto ed ecco che allora produce conoscenza rigorosa, affettività partecipata, commozione e allegria dell'anima. Volevo mostrare agli spettatori, e soprattutto ai giovani spettatori persone così, per convincerli che se non hanno talenti straordinari, possono comunque diventare eroi. Normali eroi.

 

Buona notte, Lorenzo, grazie della email e continua a scrivermi, voglio conversare con te, eventualmente cambiare idee e metodi e tecniche, se riesco a riconoscerli come più adatti ai miei progetti intellettuali e artistici, insomma non ho paura a "cambiare verso con" (questo vuol dire "conversare": "cambiare verso con") te. (...)

 

Pasquale

 

 


 

 

 

Inviato: venerdì 5 gennaio 2007 18.55

 

Caro Pasquale,

 

Grazie della tua risposta, e di aver preso seriamente i miei commenti. Il giudizio complessivo, anche se in corto, te l'avevo dato, e sono d'accordo che e' la cosa piu' importante. Forse dovevo scriverne di piu'. Anche se non mi ha commosso, e' sicuramente riuscito. Forse mi avrebbe commosso se il discorso dell'inquadrata fosse stato piu' appassionato e meno 'freddo': pero' e' una persona normale, come mi scrivi tu, e in un certo senso la connessione emotiva, anche se non teatralmente commovomente, lo e' nella sua semplicita'. Ma quest'idea mi giunge dopo il fatto. Come ti ho detto, l'opera ha raggiunto il suo scopo e, fatto anche piu' importante, e' riuscita. Se devo parlare della mia esperienza personale tutto quel discorso tecnico-artistico importa di meno, perche' riesco benissimo a sintonizzarmi con le tue intenzione artistiche. Credo che il tagliare fra 'l'intervista' e dei

pezzettini della sua vita personale funziona, anche se a volte quello che sceglieva di dire e il modo in cui sceglieva di comunicare non si prestava al 100% a questo trattamento.

 

Per quanto riguarda la tua risposta ai miei commenti, mi ha soddisfatto piu' di quanto ritenevo possibile. E' verissimo che gli esseri umani non vedono in carrellata o con il cavalletto, e anche se mantengo la mia opinione che se usassi un formato diverso da MiniDV la comunicazione di quest'idea riuscirebbe meglio, sono d'accordo con quello che dici, e non pensare neanche un'attimo che sono un fan dell'esaltazione...

 

Non sono invece tanto d'accordo sull'idea di non essere un maggiordomo o un tecnico. E' vero che non lo sei, e che sei un'artista, ma parte dell'arte sta nello scegliere i mezzi adeguati per quello che vuoi fare. Quest'opera e' su quanto e' essere umana Franca o su che cos'e' l'antropologia? La tua idea di non adeguarti, anche se di certo non devi 'servire', non mi sembra sia adatta se e' vero che il documentario e' un po del primo e un po' del secondo. Stai facendo un documentario, non un corto completamente astratto dedicato a esprimere la normalita' di Franca. Una delle funzioni dell'artista tecnico (E non mi dire che non lo sei almeno un po', perche' e' una funzione necessaria... come un'artista secondario di traduzione sonora, un regista e' un poeta ma uno consapevole della tecnica e sciolto nell'uso di questa tecnica per comunicare la sua poesia) e' di fare uscire i pensieri dalla testa sua o di qualcun'altro e comunicarla a un pubblico di qualche tipo.

 

Secondo me e' sbagliata la distinzione che fai fra la comunicazione dell'idea di umanita' che esprimi nella tua email e uso dei mezzi adeguati per comunicare meglio con il tuo pubblico. Tratti una come necessaria, positiva, e l'altra come una cosa negativa a cui si puo' scegliere o no di 'adeguarsi'. Sono la stessa cosa, comunicazione, una la scelta della tecnica e i mezzi per la comunicazione DI QUALCOSA, e l'altra la scelta della tecnica e i mezzi per la comunicazione CON QUALCUNO. Quindi scegli benissimo una combinazione tecnica/mezzi per l'idea, ma non pensi molto a scegliere una combinazione che comunichi con qualcuno... dici che e' una 'debolezza della strategia comunicativa' e ti accontenti di aver azzeccato l'idea ma non ti proccupi di questa debolezza. Secondo me puo' esistere una singola combinazione che va bene per tutte e due le cose.. una combinazione che non ti fa' sentire che devi 'adeguarti' e abbandonare la tua integrita' artistica, una combinazione che ti permette di dire: "Sono contento di come ho fatto il poeta, non mi sono adeguato a un bel niente, ma non c'e' neanche una debolezza di strategia comunicativa". Se trovare questa combinazione vuol dire cambiare mezzi (Formato, per esempio) o tecnica non ho idea, e francamente non ho abbastanza esperienza nel campo per dirlo, anche se possiedo opinioni - ammazza se ne possiedo!

 

Comunque le mie domande curiose sono state trasformate in opinioni (E anche accordi). Quindi la tua email ha anche lei assolto il suo scopo di dissetarmi. Aspetta pero' che veda l'altro lavoro e magari saro' di nuovo davanti a te con cento domande...

 

Ti ringrazio per aver risposto - son contento di aver riaperto questa rotta, e se e' vero che ti e' sempre piacuto dialogare con me, sarai contento che ora riesco veramente a capire quello che dici... avere qualche conflitto artistico e' normale quando c'e' comunicazione da tutte e due le parti invece che soltanto da una... e quello che posso imparare da questi conflitti e i discorsi che ne escono e' bellissimo e anche utile. Forse tu imparerai qualche cosa prima o poi... Quindi grazie di nuovo, e a presto.

 

Lorenzo Levrini

 

 


 

 

 

Sent: sabato 6 gennaio 2007 10.33

 

Subject: Sono completamente d'accordo

 

con quello che scrivi, Lorenzo, e anche con il modo, lo stile, la forma con cui lo scrivi. Penso di essere l'artista dei capolavori imperfetti. Nello stesso tempo, se consideri i mezzi che utilizzo (che posso utilizzare nelle condizioni economiche in cui agisco) e il talento così così che possiedo naturalmente (e che ho affinato senza sosta ogni giorno ed ogni notte della mia vita), sono in pace con me stesso: ho dato tutto quello che potevo dare.

 

Vediti quando hai necessità e tempo anche "Francesco psichiatra a domicilio", e soprattutto "Vita breve di Eftimios", e continua a scrivermi: io imparo sempre da tutti ma specialmente dai simpatici che crescono meravigliosamente come te.

 

Pasquale

 

 


 

 

 

Sent: domenica 7 gennaio 2007 1.18

 

Subject: Lorenzo, prima di andare a dormire

 

questa mattina voglio regalarti lo svelamento di un mistero. Tu ti sarai chiesto come mai Pasquale, che è così rigoroso fino alla rigidezza nella costruzione logica, grammaticale, linguistica, dei suoi lavori, dico come mai si è lasciato sfuggire una sgrammaticatura, una eccezione, una contraddizione in “Franca antropologa delle possedute”.

 

Sì, lo so che sei rimasto basito (= sorpreso, stupito) appena ti è passata sotto gli occhi e risuonata dentro le orecchie la scena in cui Franca mentre parla sente un rumore, forte, improvviso, fuori campo, alla sua destra, si volta, e… vediamo ciò che lei vede: uno studente che passa, preso nei suoi pensieri, tra le statue del Museo dei Gessi.

 

Ma come, ti sarai chiesto tu, tutto il documentario è basato sulla soggettiva dell’autore, il quale autore registra Franca che parla, e associa al suo parlato i documenti del suo vissuto (le foto personali) o le illustrazioni del suo discorso (i disegni e le musiche diaboliche), ma insomma tutto è visto, montato, immaginato da lui, l’autore, che ci tiene a far sentire costantemente la sua presenza con quella benedetta macchina a mano che si muove come ubriaca… L’autore. Tutto è visto dallo spettatore come visto dall’autore-astante, come in Caravaggio. E allora, che c’entra quella inquadratura dello studente vagolante tra le statue – come visto da Franca?

 

Ecco lo svelamento del mistero: non contento di tutte le imperfezioni involontarie, ho voluto inserire a bella posta una contraddizione. Per dirgli, allo spettatore, che un’opera, se è buona, sopporta anche le imperfezioni, anche le contraddizioni. Anche per scherzo l’ho fatto, però, per scherzare con lo spettatore. Anche per non privarlo di tutto quello che avevo visto e sentito io, il famoso autore che vede tutto lui e decide tutto lui. Anche per vedere se era attento lui nel vederlo quanto ero stato attento io nel farlo, il documentario. Documentario… con questa inquadratura però, il documentario, diventava un film… un documento dell’anima dell’autore…

 

Pasquale

 

 

 


 

 

 

Mercoledì 9 aprile 2008, dalle ore 10.00 alle ore 12.00, nell’Aula V della Facoltà di Lettere dell’Università di Roma ‘La Sapienza’, all’interno del corso di ‘Storia delle Tradizioni Popolari’ tenuto dalla antropologa Franca Romano: "Linguaggi del corpo. Stati alterati di coscienza."

 

Appunti per l’introduzione, seguita da proiezione e messa in discussione di sequenze dei film digitali: Vissi d’Arte (Festival di Pesaro 2004) e VideoDiario di un Re prigioniero (Festival di Rotterdam 2006) - centrati sulla rappresentazione del lavoro creativo come lavoro caratterizzato da ‘stati alterati di coscienza’.

"Il pericolo insito nel mettere tutto in discussione" (Karl Jaspers, Nietzsche) e la gioia insita nel mettere tutto in formazione - caratteristici entrambi del lavoro creativo al massimo grado - in quanto "esperienza del mondo e nel mondo che modifica radicalmente chi la fa". (Georg Gadamer, Verità e Metodo)

a...Stati alterati di coscienza e cinema digitale

‘L’uomo’ è un processo, e precisamente è il processo dei suoi atti. (Gramsci, Quaderni del carcere)

L’insieme degli atti consapevoli è ‘la coscienza’. La coscienza dunque è un processo.

La coscienza in quanto processo è caratterizzata da diversi stati: ‘normali’ e ‘alterati’.

Farò qui ed ora l’apologia degli stati alterati di coscienza. Ma... si può fare l’apologia di qualcosa di ‘alterato’, cioè di falsificato, contraffatto, sciupato, rovinato, guasto, decomposto?

Il fatto è che ci sono tre tipi di stati alterati di coscienza.

1...Stati derivanti dalla assunzione di droghe allucinogene

Non di questi stati alterati di coscienza faremo l’apologia – per il fatto che queste droghe (come l’LSD – utilizzato dai ricercatori scientifici per la sua capacità di produrre effetti simili alle psicosi - e il peyote – utilizzata tradizionalmente nelle cerimonie religiose di alcune culture centro-americane e latino-americane) inducono effetti collaterali negativi.

2... Floating

Il floating è il galleggiamento nell'oscurità di una vasca coperta e contenente acqua salata. Una vasca lunga due metri e mezzo, larga e alta un metro e mezzo, sul fondo della quale stagnano 30 cm di acqua salata, a temperatura corporea, satura di solfato di magnesio.
Testimonia Klaus Wilhelm, autore di un articolo del maggio 2007 su ‘Le Scienze – Edizione italiana di Scientific American’: “Entro nudo come un verme all'interno della vasca. Quando il coperchio si chiude sopra di me tutto diventa buio, silenzioso e stretto. Il senso di questa operazione sta nella totale privazione di tutti gli stimoli esterni: non sentire niente, non vedere niente, fluttuare in assenza di gravità.”

Nemmeno di questo stato alterato di coscienza faremo l’apologia – perchè noi da vivi alle vasche buie, strette, basse, silenziose e umide preferiamo i mari, il laghi, i fiumi, e persino le piscine.

3... Sogno, dormiveglia, meditazione, trance, estasi, lavoro creativo

Non so ciascuno di voi. Io per me (dormo giusto e) sogno molto, sto sempre di più nello stato di dormiveglia (con l’aumentare dell’età, e dell’ammirazione per i racconti di Franz Kafka e le critiche teatrali di Ennio Flaiano), faccio volentieri a meno (nonostante le mode) di meditazione, trance ed estasi, e passo la maggior parte possibile del mio tempo nel lavoro creativo – e nella maggior parte delle mie opere ho cercato di mostrare la sua realtà paradisiaca.

Facendo in questi ultimi anni cinema digitale ho potuto farlo sempre meglio. Vi spiegherò poi perchè dico ‘sempre meglio”. Vediamo intanto, prima di tutto, insieme, due brani di due film digitali che ho realizzato nel 2004 (‘Vissi d’Arte’) e nel 2006 (‘Videodiario di un Re prigioniero’). Poi ne discutiamo.

*


Premessa alla discussione seminariale (dopo la proiezione dei brani dei film digitali)

Stati alterati di coscienza e cinema digitale.

 

Tutte le attività umane sono creative? E, più in particolare, tutti i lavori sono creativi? Sì. Ma ad un estremo della infinita serie possibile di attività umane ci sono (a) le attività scarsamente creative (ripetitive) – caratterizzate da stati normali di coscienza, al centro ci sono (b) le attività moderatamente creative - caratterizzate anche queste da stati normali di coscienza, all’altro estremo ci sono (c) le attività straordinariamente creative - caratterizzate da stati alterati di coscienza (trasgressive).

Le attività straordinariamente creative sono caratterizzate dal mettere nello stesso tempo tutto in discussione e tutto in formazione. Pericolo e gioia insieme, come dicevo nella Introduzione al seminario. Solo in questo caso abbiamo la gioia. Nei casi a e b abbiamo integrazione e soddisfazione.

I massimi creatori (nell’arte, nella scienza, nella filosofia, nella religione) proprio questo sperimentano: il massimo pericolo e la massima gioia, insieme. Scuotimento delle radici, altrui e proprie, e invenzione di nuovi rami e foglie e fiori (per gli altri e per sé).

E facendo questo indicano agli altri la strada della piena e completa umanità, liberandoli della tentazione a ripetersi (della ‘coazione a ripetere’ direbbe Freud) – mostrandone la possibilità teorica e pratica.

La libertà creativa di Michelangelo “ha dato grande animo a quelli che hanno veduto il far suo di mettersi a imitarlo (...) Onde gli artefici gli hanno infinito e perpetuo obbligo, avendo egli rotto i lacci e le catene delle cose, che per via d’una strada comune eglino [loro] di continuo operavano.” (Giorgio Vasari, Le Vite, 1224)

Ma cosa fanno invece la maggior parte dei minimi creatori dei tempi moderni intorno a noi? Invece di imitare i massimi nel metodo, li imitano nelle forme. Il manierismo è la malattia dei tempi moderni.