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Vita breve di Eftimios
Il testo
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Mozart K 183 (incipit) 45”


 

 

Camici bianchi, cieli di tutti i colori.


 

 

Quando adolescente, Eftimios era di tutti i colori.


 

Parlare, parlava poco, preferiva ascoltare. I cani, che si rimbeccavano di notte nella valle. Gli aerei, che atterravano e rivolavano da una striscia di terra dietro il lago, davanti al mare. I ragazzi e le ragazze in festa nei boschi e nei paesi circostanti. Facevamo a gara, lui ed io, a chi li sentiva per primo, e la prova della vittoria certa l’avevamo soltanto se il rombo o i canti si avvicinavano, l’automobile sempre prima dagli occhi di civetta, dietro alberi o curve. Non vinceva sempre lui, ma ci provava sempre.


 

Parlava poco, bastano poche parole, no? Ascoltava sempre. Si possono serrare gli occhi, ma le orecchie? Abbassi le palpebre, a secondo della luce presente nella stanza nel corridoio sulle scale cala un velo arancione, rosso, viola, marrone, blu, nero, ma continui a sentire, anzi meglio, i sussurri, le mezze parole, i rumori dei passi per non farti sentire, gli scambi di sguardi per non farti sapere quanto stai male.


 

Erano ormai tre settimane. In una clinica ormeggiata a Roma, di fianco alla Nomentana, entravano e uscivano frusciando dalla camera singola camici bianchi di dottoresse e dottori. Aggiungi al bianco delle lenzuola, dei cuscini, dei muri, del comodino, dell’armadietto, dei fili lattiginosi delle flebo, delle tende, delle imposte delle finestre, delle angoliere, dei battiscopa, dei pavimenti, delle porte, aggiungi i bianchi dei camici ed è più del necessario, no? “Andiamo a casa, papà?” “Andiamo.” Ciao dottori.


 

Sulla Cassia, [DISEGNO DEL NUMERO 6 COME COMETA] un pomeriggio dell’ottantasei, corre la familiare verso la casa tra gli alberi al lago, io alla guida lei sorreggendo in aria la flebo che finisce nello sterno ancora tenero, ancora sterno di Eftimios, lui al mio fianco. Guarda davanti a sé. Per distrarlo scherzo, lo faccio ridere e lui con la mano destra sul petto la sinistra a pregarmi ridendo piano di non farlo che gli salta la farfallina. Taccio. Volge gli occhi in alto a sinistra per un lungo tratto, poi con un filo stupefatto di voce: “Guarda papà, guarda tutti i colori del cielo…”


 

 

Gli uomini si sparano, fanno la guerra.


 

 

In un giorno di sole Eftimios iniziò a zoppicare.


 

Era il settantaquattro ed era luglio. Ci trovavamo a Limassol, il porto dell’isola di Cipro in faccia al Libano, e scoppiò la guerra tra i turco-ciprioti e i greco-ciprioti. “Gli uomini si sparano, fanno la guerra.” - disse Eftimios. Raffiche di mitragliatrice, colpi secchi isolati, qualche aereo che sorvolava le case basse. La notte uscivamo dalla villetta dei genitori di lei che ci ospitavano, lei era ed è cipriota di lingua greca, e ci mettevamo nella profonda fossa pronta lungo il viale per gli alberi futuri e buona come trincea.


 

Come era cominciata finì, la guerra. Una mattina uscimmo, nella cittadina assolata, verso lo zoo, che i ragazzi non avevano ancora visto. Camminando, una palazzina bucherellata di colpi. Poi, lungo i viali dello zoo, all’ombra di un sicomoro, [IMPRONTE DELLE MANI COME MACCHIE DI SANGUE] una larga macchia di sangue rappreso. E gli animali esotici? Ricordo soltanto la macchia, il sicomoro, noi quattro che passeggiamo, all’ombra. Poi, tornando indietro, lungo un marciapiede grigio, Eftimios iniziò a zoppicare. E mi chiese, strano - pensai, non chiede mai niente, di essere preso in braccio.


 

“Eh no, - gli dissi, sei un ometto.” Non replicò. Continuò a camminare, zoppicando meno. Lei mi chiamò poco dopo il rientro, mi portò a lui e mi mostrò due macchie sulle sue gambe. Aveva tre anni. “Non ricordo che sia caduto, - disse pensando lei, avrà sbattuto da qualche parte?” Ma la mattina dopo zoppicava ancora, e le macchie erano diventate quattro. Lo portammo da un medico, visita, prelievo del sangue. Saluti. Attesa.


 

L’indomani abbiamo saputo che Eftimios aveva la leucemia. Riuscimmo a prendere solo dopo due giorni una nave per Atene, Atene-Roma in aereo, il policlinico Gemelli. Cominciarono le cure. Un bombardamento, un bombardamento dentro un bambino questo. Ho pensato spesso in questi anni a come e perché sia insorta la leucemia dentro Eftimios. Alla macchia di sangue rappreso all’ombra del sicomoro, alla sua frase iniziale: “Gli uomini si sparano, fanno la guerra.” Perché Eftimios si è fatto prendere dal cancro del sangue?


 

 

La leucemia non c’è più. Abbiamo vinto.


 

 

Ci vedremo ogni sei mesi, - disse la dottoressa. Per controllare.


 

Dieci anni erano durate le cure della leucemia di Eftimios… Lo sai, lo sapete cos’è la leucemia e cos’erano le sue cure?


 

“Malattia sistematica degli organi emopoietici, caratterizzata da aumentata e anomala produzione di globuli bianchi.” La leucemia. Sulla pagina del dizionario. E sul corpo di un ragazzo degli anni settanta? Un campo di battaglia. Una battaglia al buio, alla cieca. Non sapevano bene chi era l’avversario, i dottori e le dottoresse, come era schierato, e sparavano, con tutto quello che avevano. Aghi, siringhe, pillole, liquidi, e raggi, raggi invisibili che sfarinavano silenziosi i suoi capelli biondo cenere.


 

Gli altri bambini, le altre bambine piangevano, frignavano, facevano i capricci, a casa, nell’ambulatorio, con i genitori, con gli amichetti, a scuola, per le strade. Piangevano. Lui no. Non l’ho mai visto piangere. Il colore delle sue lacrime è rimasto sconosciuto. Non gli servivano, le lacrime, né ad esprimere i suoi sentimenti né a lubrificare le sue cornee. Tanto aveva sempre gli occhi lucenti. Ecco una cosa che manca, al mondo, e non lo sa: la luce imperterrita dei suoi occhi lucenti.


 

E facemmo festa, finita la leucemia. Al modo dei ragazzi, con le pastarelle. Lo portai al centro del centro di Roma, era il giorno del suo compleanno, dodici anni, l’ottantatré. Una pasticceria, una pastarella. Usciamo, una piazza, una strada, altra pasticceria altra pastarella. Dodici anni, dodici pastarelle. Gli ridevano tutti i pori della pelle. Pelle profumata di campi, di piume, di fiori, di boschi, di mari, di sole e di luna. Pelle profumata di pastarelle.


 

[DANZA DELLA PITTURA E DELLE PASTARELLE sulla musica di Mozart K 183 (incipit) 45”]

 

 

 

Sto dipingendo un muro esterno della casa tra gli alberi al lago.


 

 

Arriva di corsa Nefeli. Come una nuvola, nefele in greco vuol dire nuvola bianca, ma non è bianca, è annuvolata. Cerca le parole, senza fiato, senza capire. E poi: “Papà, Eftimios si muove davanti allo specchio…"


 

È davanti allo specchio grande. Si osserva muoversi. Non vuole muoversi e si muove, piccoli movimenti del capo, come torcimenti di un serpentello spezzato da un colpo caduto non sa da dove. Vuole sorridermi, non può. Mi guarda. “Hai battuto da qualche parte? “No… Sì, ieri a scuola.” “Dove?” “Alla porta del campetto di calcio, nell’ora di Educazione Fisica…” “Ah…”


 

Scendiamo di sotto. Lei non c’è, è a Roma. Ci prepariamo, dico che tanto il lavoro è finito, saliamo in auto e torniamo in città, scivolando lungo i sentieri sterrati, dentro le gallerie di alberi del bosco, la Cassia, la Storta, le teorie di palazzine ignare nel sole che cala. Lo guardo, mi guarda. Le altre auto ci sfrecciano intorno, ci superano. “Dove corrono, Eftimios?” Senza guardarmi: “Verso la morte, papà.” “Esatto.” Sorrido e: “Stiamo arrivando.”


 

“Contro la porta del campetto? E il professore che ha fatto?” - domanda lei. “Niente. Mi ha chiesto se avevo battuto la testa.” “Dove?” “Qui”, e si tocca la tempia destra. “E senti male, ora?” “No.” Lei ed io ci guardiamo, in silenzio. La sera, Eftimios è a letto, anche Nefeli è a letto. Abbiamo ospiti a cena. Vado a dare ad entrambi il bacio della buonanotte. Carezzo la fronte di lui. Dopo. Siamo nella sala, chiacchieriamo con gli amici. Si apre piano la porta in fondo. Fanno capolino lui e lei, in pigiama. “Ma… voi vi state divertendo…” Tutti ridono. “E va bene, ma cinque minuti, eh?”


 

 

Sentiamo gridare Eftimios, corriamo.


 

 

Mattina del settantotto. Sette otto metri non di più, quattro cinque secondi in tutto. L’avevamo lasciato un momento nella cameretta ambulatoriale, per scambiare due parole con la dottoressa che lo seguiva in particolare, Luciana, un vulcano mediterraneo. Steso sul lettino, una flebo agganciata ad un trespolo grigio, un tubo che fiorisce in una farfallina che s’infila in una delle sue invisibili vene. Era caduto? Aveva sbattuto? Aveva paura?


 

“Che succede?” “Mi si sono intrecciate le ciglia.” Gli occhi chiusi, le braccia alzate. Verso dove? Le ciglia, Pasquale, le ciglia, Alexandra. Si chiamava la chiamavo la chiamo Alexandra, lei. Le ciglia, lunghe, incurvate, ragnatele, si erano intrecciate, e lo sotterravano. Come siamo riusciti a liberare i suoi occhi quella volta? [DANZA DELLO STRECCIARSI] Lo sai, lo sapete, come si strecciano le ciglia di un ragazzo, e i capelli di una ragazza, e i pensieri di un uomo e una donna che prima si attorcigliavano?


 

Quante volte, quante volte di pomeriggio e quante di notte mi sono avvicinato a lui piano, senza respirare, per sentire se respirava? Da lontano, tutti sono morti, solo da vicino alcuni sono vivi. Socchiudo la porta, [IMPRONTE DEI PIEDI] varco la soglia, un passo, due, non decido ancora, ancora un passo, il suo corpo, il suo petto, il suo volto, la sua bocca. Mi chino, il suo respiro. Ah!… Anche l’ultima volta, dopo diecimila volte, ho cercato di sentire il suo respiro. Dov’era finito il suo respiro?


 

E ora, dove è finito lui? Tutti pensano che stia lì, nella tomba stretta. Qualcuno va a trovarlo, alza gli occhi, verso dove? e prega. Non io. Non sta nella tomba stretta. E’ accanto a te. Di fronte a me. Vedo dondolare questa pianta fiorita da cento boccheleoni rosa e amaranto a testa in giù, piano, cullata dal vento (o è lei che muove il vento fino a te? a voi?), la vedo e so che è qui. Da dove altrimenti questa luce leggera, questo silenzio in punta di piedi, questa calma profonda? Blocco il respiro, ascolto, sento respirare. Ecco.


 

 

Perché scriviamo un film di fronte a tanta bellezza?


 

 

Nella casa tra gli alberi al lago scrivevamo “Luce senz’ombra”.


 

Al piano di sopra, nello studio, cioè la stanza dove lavoravo seduto, era venuto più volte, Eftimios. Si sedeva nella poltrona di legno e cuscini davanti alla scrivania e mi guardava lavorare. Pensavo, scrivevo, ripensavo, correggevo. Lo guardavo, ogni tanto, lui imparava. Poi un giorno ho capito che aveva imparato tutto, e ci siamo messi a scrivere un film insieme. Già avevamo lavorato a un altro film, “Angelus Novus”, lui si era occupato della musica. Aveva scelto certi brani di Mozart e poi li aveva lavorati Vittorio Gelmetti, dall’altra parte del lago.


 

Il titolo, “Luce senz’ombra”, l’avevo tratto da Leonardo, a indicare quella certa luce della prima mattina e dell’ultimo pomeriggio quando i raggi del sole non sono ancora arrivati o se ne sono appena andati, e le cose del mondo raggiungono un equilibrio perfetto di volumi e colori, e tutti tacciono, gli uccelli, gli alberi, persino certe persone-che-non-la-smettono-più. Volevo dire “Eftimios” ed ho scritto “Luce senz’ombra”.


 

Scrivevamo, con metodo. Fino alla sera in cui arriviamo alla scena in cui un giovane terrorista si fa il bagno di notte in un antico lavatoio di paese etrusco. E’ solo e si fa il bagno, come Sant’Agostino, per liberarsi dal dolore. Scriviamo la scena e poi, nei giorni che seguono non scriviamo più, ma ogni tanto gli ricordo che dobbiamo continuare, perché lo abbiamo lasciato a mollo, quel giovane. Lui mi guarda e sorride, piano, a modo suo, come Mozart, che non sai mai bene se ride o pensa o tutti e due assieme.


 

E un pomeriggio mi chiede: “Papà, perché scriviamo ancora un’opera, quando il mondo è pieno di grandi opere, e ci sono gli alberi, i mari, le persone, meravigliose anche quando non lo sanno?” E si pone l’indice orizzontalmente sulle labbra, e pensa con me. Mi fermo, e penso con lui. Lo guardo bene e in fine gli dico: “Perché stiamo insieme, costruiamo inventando altre opere, altri alberi, altri mari, altre persone, e intanto la vita passa.” Non risponde. Gli basta. Gli bastava poco per vivere.


 

 

Mozart K 183 (epilogo) 1’ 16”


 

 

Cercavamo una terra per una casa.


 

 

Era il millenovecentosettantasei. Avevamo già perlustrato i dintorni di Roma verso est, la Salaria, la Nomentana, ricordo una casetta vuota a due passi dai binari della ferrovia, poi verso sud, poco - i latini sono chiassosi, e verso ovest, l’Aurelia fino a Cerveteri, che fichi quell’anno! Restava il nord, l’Etruria meridionale. Ci arrivammo con un’amica di lei. Lasciamo la Cassia prima di Sutri, a sinistra, poi a destra, una strada sterrata che sale sale s’imbuca dentro un bosco e poi, di colpo, secondo la lezione dei barocchi, esplode di lato a noi il lago di Bracciano, una striscia di terra, il mare!


 

Sotto una quercia generosa, traspirante, mangiamo la sugla di Mìmis alla cipriota, sfiorati dalla brezza che sale allegra dal Tirreno. Siamo sulla cima dei Sabatini, a sinistra guardando il lago un bosco, a destra, più lontano, un crinale di alberi alti, dietro, la vallata cimina distesa fino ai piedi dell’Appennino, sopra, il cielo. Fiori, sterpi, uccelli, mucche al pascolo brado, e greggi completi di sardi. C’è poco distante una quercetta, Nefeli ed Eftimios vi si arrampicano. Lei grida tutto il pomeriggio, lui osserva tutto. Due ragazzini su un albero.


 

Ci guardiamo più volte in silenzio, Alexandra ed io. È il posto per piantarci una casa e viverci, dentro, intorno. Assemblea. “Che ve ne pare?” “Una casa qui? Sì!” Passeggiamo, prima di tornare in città. Una fonte zampilla ai piedi del bosco, le impronte dei cinghiali nel fango, e nel prato dell’altopiano un serpentello mummificato da un incendio.[DISEGNO del SERPENTELLO COME NUMERO 8 E INFINITO] Un corbettino, lo riconosco dalle quattro minuscole zampette. Incurvato fino a formare un numero arabo otto, ma se si sdraia il numero otto diventa il numero dell’infinito, ci hai, ci avete mai pensato?


 

Quella quercetta ora è una quercia, i boschi sono cambiati poco, il lago ancora meno, il mare niente visto da lontano, non parliamo del cielo. Eh sì, il tempo passa, ma non per tutti nello stesso modo con la medesima velocità. Se capiti, se capitate da quelle parti, e sentite gridare una ragazzina, e al suo fianco vedete un ragazzino che osserva tutto e finge di non vedervi, ecco il posto. C’è anche una casa, grande, ora mai troppo grande. A vederla bene si capisce che è vuota. I ragazzini e le ragazzine preferiscono le querce, meglio se piccole.


 

 

Siamo dispari, e nel banco da solo hanno messo me.


 

 

Quinto Ginnasio, nel quartiere di San Lorenzo a Roma.


 

Era il millenovecentottantacinque. Nel corso di quell’anno insorse dentro Eftimios il tumore al cervello. Come? Non bastava la leucemia? E perché, e da dove? Quante volte ci ho pensato, intorno al perché e al dove? L’idea che mi sono fatta è questa: la cobaltoterapia. Supposizioni dei dottori, ipotesi delle dottoresse, mezze parole dei professori, riflessioni mie. Può essere, deve essere, non oso pensare altro.


 

Eftimios continuò ad andare a scuola, al Ginnasio. Viveva come tutti gli altri ragazzi della sua età, studiava come loro. Certo, più concentrato, più leggero, più… Lo so, state pensando… che esagero, idealizzo...


 

Che dicevo? Sì, la scuola. Una classe dispari. Come suddividere ragazzi e ragazze dispari nei banchi? La natura dei banchi è di essere pari, no? La professoressa di lettere provò diverse soluzioni, fino a quella che ci comunicò un giorno Eftimios, di passaggio: “Siamo dispari, e nel banco da solo hanno messo me.” Andammo a trovarla, per capire, la professoressa, e capimmo. Asettica, sorvegliata, parca, di parole di colori di sensazioni, secca di palestre eppure lubrificata da saponi delicatamente detergenti, atrocemente sana.


 

Franz Kafka mandò all’editore della sua “Metamorfosi” una lettera intorno all’immagine da apporre alla copertina del libro, e scrisse gridando: “L’insetto no!” Non era dunque divenuto insetto Gregori Samsa? Chi in lui gli altri temevano e fuggivano? Di chi si erano liberati alla fine, con un sorriso complice i genitori, con uno stiracchiamento aggraziato la sorella? Di un essere umano dispari, insomma di un malato.


 

 

La sua testa.


 

 

In alto riccioli ionici biondo cenere, la fronte Palazzo Massimo alle Colonne, le tempie d’avorio dei cammei orientali, gli zigomi alti ponti svettanti tra le orecchie di madreperla e il naso veliero leggero… Gli occhi, chiari, limpidi, grandi, lenti, di cento colori, pane per i denti di cento pittori: [DANZA dei CENTO PITTORI] Corot con tutta la sua calma, Matisse con la sua felicità, Manet con la sua facilità, Leonardo e il suo disegno, Klee e la sua libertà, Caravaggio mi basta l’essenziale, Picasso niente è bello da tutti i punti di vista, Masaccio sto come una montagna, Morandi stupefatto nel pomeriggio, Artemisia Gentileschi dormi amato mio mentre ti mando dentro la tempia questo chiodo guardandoti con gli stessi tuoi occhi…


 

La bocca, delicata. E i denti. Come tutti i denti di tutti i ragazzi, belli prima che li cerchiassero, complici le mamme e i dentisti, con questi orrendi apparecchi di metallo. Le carie andavano curate, e le curavamo. Fino al giorno in cui, c’era un appuntamento dal dentista, senza dirci niente, Alexandra ed io decidemmo di non farlo più. Eftimios andava a morire. Lui non disse niente, non chiese niente. Andò al suo pianoforte, suonò.


 

 

Zuchtriegel, Per Vreni (incipit) 52”


 

 

Nella sala di proiezione di Cinecittà vedemmo ‘Angelus Novus’.


 

 

Tra scrittura, produzione, riprese, montaggio, edizione ‘Angelus Novus’ durò due anni. Dall’ottantacinque all’ottantasette. Gli anni del tumore al cervello di Eftimios. La musica del film si deve a lui. Cioè la metà del film si deve a lui… Eftimios aveva studiato pianoforte, ascoltava musica: dei contemporanei preferiva Bob Dylan, degli eterni Vivaldi. Ma per ‘Angelus Novus’ scelse Mozart.


 

Anche io per lui ho scelto Mozart. Un registratore, una cassetta messa al punto giusto, un gruppetto di amici al cimitero di Bassano Romano, quattro parole: “Questa gli sarebbe piaciuta…” Mozart. Perché Eftimios scelse Mozart per un film sulla crisi, sulla disperazione, sulla morte? Perché Mozart non è mai disperato. Piange e ride insieme. Perché io ho scelto Pasolini in quegli anni? Perché ero disperato, vedevo Eftimios morire...


 

La proiezione di ‘Angelus Novus’. Gli occhi di Eftimios nel buio dei quaranta posti, al mio fianco. Tutta d’un fiato. Tutta uno sguardo.


 

Usciti alla luce eccessiva della sera, nei viali di Cinecittà, camminavamo lui ed io. Il film gli girava dentro, ancora. Lo lascio pensare, saliamo in auto, partiamo verso casa. “La parte più bella, Eftimios?” “Il guard-rail di notte.” [DISEGNO del GUARD-RAIL] Il film comincia con Pasolini che gira in auto intorno a Piazza del Popolo a Roma, come una mosca che non sa dove andare a morire. Grigio fuori, grigio dentro. Gira, gira, poi di colpo prende Via del Muro Torto, curve, gallerie, le periferie, la tangenziale, il raccordo, si diradano sempre di più le case, le auto, le luci, tutto diventa sempre più nero, le lucette rade sempre più bianche, i paesi sono lontani e

commoventi come presepi. Ed a questo punto, tra il nero del cielo e della terra, il guard-rail, una striscia di mille sfumature sfreccia ci accompagna ci segue non ci lascia più. Eftimios.


 

 

Zuchtriegel, Per Vreni (incipit) 52”


 

 

Nella casa tra gli alberi al lago c’erano due tavoli.


 

 

Il tavolo da pranzo, grande, grandissimo, per gli amici che venivano a trovarci nei loro giorni di festa. E il tavolo da ping pong. Regolare, regolamentare, implacabile nelle sue dimensioni verdi complete di strisce bianche. [DANZA DEL PING-PONG]


Gli avevo insegnato il gioco, i colpi, la posizione, le giocate italiana, cinese, coreana, i trucchi. Aveva imparato presto, non finiva di imparare e già insegnava…


 

All’inizio, qualche volta lo facevo vincere. Non gli piaceva perdere. Non gli piaceva perdere troppe volte di seguito. Come mascheravo la sconfitta? Forzavo i colpi fino a farli diventare troppo difficili per me stesso. Ma lui era troppo intelligente. Mi osservava quando giocavo contro altri e si rendeva conto quando li facevo vincere. E poi sapeva che vincevo, quando volevo. Durante le riprese di ‘Angelus Novus’ avevo invitato la troupe al completo, turbolenta per troppa democrazia e avevo battuto tutti, inequivocabilmente. Il film poteva continuare.


 

Poi mi ha battuto. Non mi piaceva perdere. Tiravo fuori i trucchi per distrarlo (allacciarsi fintamente le scarpe per spezzare il ritmo), parlare d’altro (“L’eroe - gli dissi una volta citando Charles Baudelaire - è colui che è immutabilmente concentrato.”), commentare i colpi... Ma Eftimios era un eroe, era concentrato… Che gioia battermi! Ero il suo idolo! Che gioia essere battuto!


 

Una sera, verso la fine, la pallina di ping pong non si voleva più staccare dalla sua mano sinistra. Tentava di lanciarla in aria per colpirla, e gli rimaneva incollata. La mano sinistra. Il tumore al cervello lo colpiva ai centri motori. Quella sera la lanciò con la destra e la colpì con la destra. Lo dovetti battere, per non farlo arrabbiare. Non giocammo più a ping pong. Le racchette stanno ancora lì, nella sala da ping pong della casa tra gli alberi al lago, e di palline ce ne sono più di una tra l’erba alta, non riescono a staccarsi dall’erba alta.


 

 

[DANZA DELLA CADUTA sulla musica Zuchtriegel, Per Vreni (epilogo) 55“]

 

 

 

Scendendo le scale lo vedo scivolare lentamente a terra.


 

 

Si rialza a fatica, e i suoi occhi mi interrogano. Mi chiedono: “Perché sono caduto papà?” Perplessi scrutano i miei occhi. Avanzo piano, non corro, non lo aiuto. Si siede. “Stavi pensando altro?” Non risponde, mi guarda senza lasciare i miei occhi, né io i suoi. Non dubito. Ha dubitato alla fine, Eftimios?


 

Quella sera mi ha guardato a più riprese, sorvegliando i miei gesti, i miei occhi. Perché non l’ho ucciso uno degli ultimi giorni? Prima che dubitasse. Potevo farlo, e nessuno avrebbe saputo, forse lo avrebbe capito il dottore che lo curava a domicilio, un San Luigi napoletano in forma di dottore. Non l’ho fatto perché era sereno. Tutto era motivo di gioia serena per lui, fino alla fine degli ultimi giorni. Gli bastava poco per vivere, e aveva quella dote propria dei grandi esseri umani di fare di poco tutto.


 

Quella notte era di luna piena. Ci siamo affacciati alla finestra sul lago, la striscia di terra, il mare, più vicino a noi la terra con gli alberi da frutto, da ombra, da arrampicata. Luce azzurro grigia della luna nelle sere d’estate! I contorni delle piante sfumano nella terra, i contorni della terra nel mare e del mare nel cielo. Silenzio stupefatto. Tutti tacciono, le civette, i cani, l’usignolo s’affila piano il becco aspettando l’ora prima dell’alba. Stiamo zitti anche noi. Mi mette una mano sulla spalla.


 

I suoi occhi, quella sera. Come ha fatto Eftimios a resistere tanto, con quella leggerezza tanto dolore? I dottori e le dottoresse non capivano. Pensavano fosse tutto merito nostro, di Nefeli, di Alexandra, mio. Dell’ambiente. Da quando gli esseri umani non credono più in Dio, credono nell’ambiente.


 

 

[DANZA BRECHTIANA ALLEGRA-GROTTESCA]


 

 

Durante una cobaltoterapia ho visto una lacrima.


 

 

Gli avevano detto i dottori e le dottoresse di non muoversi durante la cobaltoterapia. E lui, sdraiato di fianco sul lettino, stava buono, immobile. Si preparava tranquillo, senza fretta, senza parole, saliva sul lettino, lo aggiustavano, prendevano le misure, uscivano e si mettevano al nostro fianco, dietro l’oblò che ci permetteva di controllare l’operazione. Lui ci guardava per tutto il tempo. Quanto dura il tempo di una cobaltoterapia?


 

Un giorno del settantasetteotto, aveva seisette anni, nel mezzo dell’operazione mi pare di vedere una lacrima tracimare dalla sua palpebra, indugiare prima, e poi calare lentamente, lentissimamente dal ciglio alla guancia, tonda, trasparente tanto che non si lasciava distinguere chiaramente. Una sola. Una sola lacrima in tredici anni di cure. Quando lo abbiamo portato fuori, la lacrima non c’era più. Me l’ero inventata io da dietro l’oblò?


 

Perché gli esseri umani piangono? Per comunicarsi, per comunicare uno stato d’animo di sofferenza, per commiserarsi e per farsi commiserare. Perché Eftimios non piangeva? Il dolore fisico lo provava, certo. Ma c’erano dei sentimenti, degli stati d’animo che non conosceva. Non sapeva odiare, non sapeva invidiare, odiare perché? invidiare chi? Non si faceva sovrastare dal dolore, non sovrastava con le parole, non stravinceva, non si abbandonava alla sconfitta prima di perdere, non era modesto, non era superbo, i vizi non lo interessavano, lezioni non ne dava.


 

Era scesa quella lacrima, dal ciglio alla guancia? O era salita? Può salire una lacrima? Forse una volta l’ha fatto. Provaci, provatelo. Entrate in una saletta per cobaltoterapia, sdraiatevi, aspettate, guardate gli altri che restano fuori e vi guardano. Sono commoventi, no? O se vuoi, o se volete, andate in giro per il mondo, entrate in un mercato di Tunisi o in una chiesa di Arezzo, guardate gli esseri umani che comprano e vendono, pregano e si fanno pregare. Sono commoventi, no?


 

 

[DANZA DELLO SGUARDO SUGLI SPETTATORI sulla musica Beethoven op. 135 (incipit) 48”]

 

 

 

Vivevamo in un appartamento, ho tentato un bonsai.


 

 

Un amico teneva un nespolino in un vaso sul suo balcone e me lo regalò. Lo portai sul mio di balcone, il vaso era piccolo, il balcone era stretto, e mi venne in mente la pratica orientale del bonsai. Si fa così, mi disse qualcuno o qualcuna, gli tagli torno torno la corteccia, gli incidi l’anima con un punteruolo, poca acqua, niente e di rado, e lui cresce poco, si adatta, sopravvive in minuscolo.


 

Detto, fatto. Taglio, incido, nego, sorveglio, osservo. Cresceva poco, infatti. Se ne stava lì, silenzioso, rattrappito, come un cane che aspetta ad occhi chiusi una bastonata e si fa piccolo piccolo, ma faceva spuntare qualche fogliolina, qualche fiore, l’anno dopo fece persino un nespolo, nespolo giapponese, i nespoli nostri sono in realtà nespoli giapponesi, i nostri, i nespoli italiani, sono più tondi e schiacciati ai poli, più scuri, marrone scuro, lo sapevate, lo sapevi?


 

Ma quando fu pronta la terra per gli alberi, lo trasportammo in campagna, in collina, e lo sistemammo dentro una grande e bella buca. Acqua, luce, sole, aria, gli altri alberi fratelli intorno, gli uccelli, la brezza del mare, la pioggia del cielo. Esplose. In pochi mesi diventò un vero e grande e meraviglioso albero, come gli alberi con le foglie grandi e belle e dure dei quadri di Giotto.

 

Poi, di colpo, morì. Troppa la gioia, credo. Gli altri alberi intorno, tutta quella luce, quell’aria. Troppo. Non immaginava possibile tutto questo. Era il Paradiso, pensò, e morì.


 

 

[DANZA DELLA MORTE DEL NESPOLO sulla musica Beethoven op. 135 (incipit) 48”]

 

 

 

Costruivamo un portico in faccia al lago.


 

 

Il sole batte forte con l’aria pura a cinquecento metri d’altitudine, se la casa è esposta come la casa tra gli alberi al lago a mezzogiorno. Prendemmo in assemblea la decisione di costruire un portico, di legno, di castagno stagionato in mezzo ai boschi di castagni fioriti. Arrivarono i pali grandi colonne quadrate, buone, ma un po’ interstiziate. Sergio, che ho conosciuto meglio dopo, per troppo poco tempo (che fretta c’era di andarsene, anche lui?) si scoprì amico del venditore di pali, gli domandò dei pali imperfetti e l’altro: “A qualcuno dovevo darli, no?”


 

Stefano, l’amico testimone di Geova che non ha mai finito la facoltà di Architettura ma i muratori lo chiamano comunque “Archité”, venne a trovarci (dove ti sei nascosto ora Stefano?), era di pomeriggio, era l’ottantasette. Eftimios era ormai a letto, nella sua camera ombrata tra l’Appennino e il Tirreno. “Mi dai due mani, Stefano?” “Certo. Che facciamo?” - rispose subito Stefano il buono. “Vieni.”


 

Presi una delle sedie svedesi con i braccioli, quelle portate da Cipro, e vi intronammo Eftimios. [DANZA DELLA PROCESSIONE] Lo sollevammo a quattro mani e lo portammo sul monticello accennato davanti alla casa, fra il portico in costruzione e il lago. Eftimios era allegro dentro, allegro fuori, come sempre. Avanzava in cielo, in alto a sinistra, come un principe orientale con occhi grandi e lunghi, protetti da immense ciglia paraboliche. Guardò.


 

“Che te ne pare?” - gli domandai dopo un po’. Eftimios iniziò una lenta panoramica circolare. Il bosco con tutti gli alberi, uno ad uno, Rocca Romana piramide etrusca, il lago da un lato all’altro con tutte le onde crespe e tutti i pesci affioranti, Monte Termine e i suoi alberi d’alto fusto, le ginestre, i cardi, le allodole che salgono salgono quando decidono di morire, guardò me, e disse: “Continuate.”


 

 

[DANZA DELLO SGUARDO IN PANORAMICA sulla musica Beethoven op. 135 (epilogo) 1’ 50”]

 

 

 

Il suo gioco preferito era il gioco degli scacchi.


 

 

Il gioco è il Paradiso. [DANZA DEGLI SCACCHI] Dove tutti sono leggeri come gli uccelli e non come le piume, dove tutte e tutti hanno le medesime possibilità e non le medesime idee. Finalmente. Bianchi e neri, rossi e gialli, uomini e donne, bambini e vecchi, pari e dispari. Tutti e Tutte in Paradiso.


 

Che partite di scacchi! Lunghe, fulminee, un minuto, un pomeriggio, una settimana. O delizia delle partite con Eftimios figlio mio amico mio padre mio! Murphy. Murphy sopra tutti, secondo lui. Quel giocatore che ti faceva mangiare i suoi pezzi migliori, persino la Regina, e tu rimanevi con tutto, tutto inutile, non sapevi più che farci dei tuoi pezzi, sovrastanti per numero e peso, niente. Lui ti aveva portato all’inferno del troppo.


 

Le nostre partite a volte duravano settimane. Una mossa, la sera. L’altro ci pensava, andava a dormire e la mattina dopo appena alzato il primo pensiero era la mossa. Eftimios tornava da scuola, passava a controllare se avevo fatto la mia mossa nel corso della mattinata, no, veniva al tavolo, mangiavamo. Per provocarlo, qualche volta mi alzavo nel bel mezzo del pranzo, andavo nel salone, dove troneggiava la scacchiera con i pezzi ben disposti alla battaglia, tornavo in silenzio, mi sedevo, continuavo a mangiare. Non passava molto tempo, si alzava, andava a osservare la scacchiera, tornava con un sorriso. La tua prossima mossa, la tua prossima mossa, Eftimios, quale sarà?


 

 

“Andiamo a fare una passeggiata, Eftimios?”


 

 

La prima cosa di cui si provvedeva era una canna o un bastone. Andavamo, lungo i sentieri, sui prati, nei boschi, in silenzio, o scambiavamo una parola due tre. Ragazzo di poche parole, quelle giuste e belle.


 

A che gli servivano la canna o il bastone? A distruggere i cardi che incontrava sul suo cammino. I cardi non li sopportava. Achille in battaglia, il feroce Saladino, Gesù… sì Gesù. Ricordi, ricordate la parabola del fico? Se la prende, il Nazareno, con un fico che non dava fichi. Debole di nervi, Gesù? Un caratteraccio? Perché Gesù di Nazareth inveisce contro il fico sterile e lo maledice?


 

Cosa state facendo in questi giorni, cosa stai facendo in queste notti? Siete alberi di fico e non date ai passanti i fichi per cui siete nati e vissuti? Guai a voi se lo continuerete a fare, peccatori… Avete gli occhi e non vedete? Avete le orecchie e non sentite? Avete il cuore e non amate? Siete alberi? Date fiori e frutti dunque, e fiori e frutti insieme se siete fichi.


 

[DISEGNO DEL CARDO] I cardi hanno e non danno. Dentro si tengono il frutto e la polpa dolcissimi, fuori mostrano i denti, ergono le spine. Non così i carciofi. Foglia dietro foglia si spendono per tutti, fino al cuore, tenero, pulsante, se andate fino in fondo, se vai fino in fondo vedrai che pulsa ancora.


 

 

[DANZA DELL’ABBRACCIARE]


 

 

Sofia abbracciava gli alberi, da piccola.


 

 

Gli stessi alberi che Eftimios ha piantato, dopo, Sofia ha abbracciato. Lui non c’era più. Dov’era? Dentro gli alberi, credo. Per questo lei abbracciava gli alberi, tenendoli stretti, ché non volassero via.


 

Eftimios l’aveva tenuta fra le sue braccia Sofia. Si erano dati presto il cambio, il testimone. Sofia ha lo stesso suo portamento, il suo medesimo odore. Per ciò scrivo questa testimonianza, Sofia, per fartelo conoscere, e per farlo conoscere un po’, soltanto un po’, a voi.


 

Gli alberi. Gli alberi sono diversi. Uno dice “gli alberi”. “Gli alberi” è come dire “i cinesi”, che sembrano tutti uguali e sono tutti diversi...


 

Se potate un pruno come un ulivo, lo uccidete. Il pruno va potato poco, l’ulivo poco o molto non importa. Il pruno vive qualche anno, l’ulivo qualche secolo. E la quercia? E il melo? E il castagno? E il tiglio? A ciascuno il suo taglio. Ma potare bisogna. Tutti gli alberi, come tutti gli uomini e tutte le donne: l’educazione è una potatura. Con una sola eccezione: i fichi. I fichi non hanno bisogno di niente, di concime, di acqua, di niente, tanto meno di potatura. Stanno bene come stanno.


 

 

[DANZA DEL FICO CHE FA IL FICO sulla musica Zuchtriegel, Improvvisazione (incipit) primi 29” ]


 

 

Il pettirosso è un uccello coraggioso.


 

 

[DISEGNO E DANZA DELLA MACCHIA SUL PETTO] Protegge il suo territorio da tutti gli altri pettirossi con una decisione da non crederci. Ce n’era uno che aveva conquistato i dintorni della nostra casa in collina. Due briciole, uno sguardo, ed era contento. Dove riposasse la notte non si sapeva. All’imbrunire scompariva, ciao a domattina, presto, s’intende. L’indomani era lì ad aspettarci, l’occhio girato verso noi, la coda puntata in alto, il petto gonfio.


 

L’ottantuno, o l’ottantadue, la casa non era ancora finita. Mancavano le imposte delle finestre e delle porte, gli intonaci, gli impianti, ma il tetto c’era. Arrivarono le imposte, il giorno dopo i muratori dovevano montarle e decidemmo di restare la notte, Eftimios ed io, per evitare che qualcuno le rubasse. Accendemmo un grande fuoco nel camino, che era grande di suo. I ciocchi di castagno scoppiettavano nella caverna, il fuoco ballava in cima, sulle punte che s’infilavano nella cappa, rosa e rosse, ma al centro bianco, d’un bagliore folgorante.


 

Di solito tu, io, voi, guardiamo rapiti il fuoco. Sono le fiamme sempre variate che ci attirano, le punte, il movimento, la distruzione. Il centro del fuoco è insostenibile, troppo bianco, troppo fermo, troppo. Eftimios amava il centro. Il centro del fuoco, il centro delle cose, l’essenza, l’anima, il troppo bianco. Stavamo lì, io a guardare le fiamme lui il centro, e penetra dalla finestra il pettirosso. Si mette a due passi da noi, sul tavolo ancora apparecchiato, come non ci fossimo. Cosa guardava? Il fuoco. Le fiamme?


 

Eftimios si girò lentamente verso di lui. Si guardarono in silenzio. Tornarono a guardare all’unisono il fuoco. Il pettirosso strinse gli occhi per vedere meglio, sempre meglio, vide, si gonfiò tutto, spiccò il volo verso il fuoco e s’infilò dritto al suo centro, nel bianco incandescente. Subito divenne un punto nero e subito ridiventò tutto bianco. Eftimios strinse gli occhi.


 

 

Zuchtriegel, Improvvisazione (parte seconda) ancora 11”


 

 

Allevavo colombi, liberi sui Monti Sabatini.


 

 

Al principio erano i colombi che conosci tu, che conoscete voi, grigi e blu e solo una macchia di bianco delle città. Me ne aveva regalato due coppie un ragazzo della scuola media di Settevene, quando insegnavo Educazione Artistica sulla Tiburtina. Li avevo portati sulla terra tra gli alberi al lago, avevo costruito una voliera per fargli fare i primi nidi. Così erano restati di seguito, liberi, nella zona. Dove fai il tuo nido è la tua casa. No?


 

Dopo qualche mese avevo cominciato a incrociarli con colombi bianchi, preferisco i colombi bianchi. Il primo, un maschio, lo avevo trovato ai piedi del mulino di Capranica, dove compravamo la farina fresca di grano. Aspettavo il mio turno, dietro una famigliola orrenda, e lui scende, a cercare qualche chicco di grano disperso. Si poggia a terra, fa due passetti e m’accorgo che è zoppo, no, non zoppo, ha un filo di canna da lenza attorcigliato alla zampa. Sta tra il muro e me. Lo guardo e mi ricordo che da ragazzo sono stato portiere, [DANZA DEL TERMATOFÌLAKAS] portiere di calcio, “termatofìlakas” dicono i parlanti greco, e vuol dire “il difensore dell’ultima linea”. Lo finto, vola, mi tuffo, lo paro.


 

Ad un certo punto, Eftimios non c’era più, i colombi bianchi erano tanti, non tutti, e fra i tanti noto uno, più bello, più aggraziato, più coraggioso: quando capitavo vicino a lui non volava via spaventato come tutti gli altri. Che voli, nel vasto cielo Sabatino! Solo, solitario, grandi giri, lunghe picchiate, arrivava sfrecciando, saliva aquilando. Maestoso come un colombaccio, bianco come un fantasma, leggero come un raggio.


 

Un pomeriggio stavo seduto di fianco al tavolo di marmo piantato sotto la quercia, a pochi passi dalla casa. Brezza dal mare e dal lago, poggio il braccio sul marmo. Arriva lui, il colombo bianco, e si poggia ad un palmo dalla mia mano destra. Mi guarda, fermo, calmo. Poi, stende l’ala destra sul marmo, vi si sdraia sopra, e muore.


 

 

[DANZA DEL VOLARE CIOE’ DEL ROTOLARSI IN CIELO]


 

 

Rotolarsi nell’erba era uno spasso per lui.


 

 

Specie in primavera, con tutte le erbe e tutti i fiori.


 

Eftimios adolescente si metteva in cima alla discesa d’erba verso la quercetta, studiava la traiettoria più lunga, si allungava tutto, corpo, gambe, braccia, testa e si lasciava andare. Uno spasso, lo rifaceva, lo rifaceva di nuovo, inesausto. L’odore dell’erba lo inebriava, i suoi occhi erano fatti d’erba? Il suo cuore era fatto d’erba?


 

Da qualche parte intorno al lago di Bracciano, ci sono delle terme, complete di fanghi curativi. Vera, una conoscente di Alexandra, un giorno l’incontra a Roma, sette anni fa, otto anni dopo, e le dice: “Senti Alexandra, devo dirtela questa cosa…” “Sì…” “Sai che faccio la cura dei fanghi, no? Un giorno compare un giovane massaggiatore, nuovo, non l’avevo mai visto prima, e leggo sulla sua spallina un nome: Eftimios. Rileggo, sì, Eftimios. Gli chiedo perché quel nome e lui: “Così…”.


 

Torno, ritorno, ci conosciamo un po’ e alla fine non ce la faccio più. “Senti - gli dico, devi dirmi perché ti sei scelto quel nome…” Mi guarda. Nota la mia decisione. Si decide. “Sono capitato un mese fa al cimitero di Bassano Romano, ho una cugina e le zie da quelle parti. Cammino, alzo gli occhi e leggo una lapide: “È / finita / nel ricordo / la grazia / infinita / di Eftimios.” E di fianco alla scritta, una pietra vulcanica che ha la forma di un cuore spaccato, o un cuore che sembra una pietra esplosa. Ecco un bel nome, mi sono detto. Ecco.”


 

Eftimios non è più nel cimitero di Bassano Romano, non ci andare, non ci andate. Eftimios è in uno stabilimento termale intorno al lago di Bracciano. E’ giovane, non lo avete mai visto prima. Come riconoscerlo? Dal nome, forse. Ma se vi fate fare un massaggio da un giovane e sentite il pizzicore fresco delle sue mani d’erba sulle tempie sulla fronte sugli occhi siatene certi.