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Caro Albrecht... Caro Margite... PDF Stampa E-mail

Libro email di Alberto Terrile (Albrecht) e Pasquale Misuraca (Margite)

 

Introduzione, ovvero Chi, Cosa, Come mai


Eleonora Terrile amica FB, mi fa conoscere sulla Rete suo fratello Alberto. Nel corso di un viaggio a Genova con la complice, lo incontro. Diventiamo amici. Due giorni dopo mi propone via email di scrivere un libro fatto di email. Accetto, partiamo. Ci scriviamo per tre anni, senza rivederci – nel frattempo siamo forse diventati puri spiriti. (Margite)


La mia idea era di scrivere un libro a 4 mani che riguardasse la Visione. In mezzo a tutto cominciarono strane avventure di vita, la malattia di un amico e la sua morte, un mio periodo chemioterapico, i contrasti con la scuola dove insegnavo e tante fotografie per sopportare i momenti difficili della vita. La forma che si voleva dare sfuggì a noi e s'impose. Nel rispetto suo (la forma) e a dispetto nostro (gli autori) lo licenziamo così, gratuitamente e in Rete. (Albrecht)

 

 

(1) Prologo

 

Scena 1

Sotto un pergolato siedono due figure. La prima è padrona di una grande ombra rivolta verso il mare. La seconda, più minuta, sembra attendere l'autunno con la stessa impazienza di chi aspetta un cenno d'assenso dall'amata.

Su un tavolo di legno sono appoggiati due bicchieri e la caraffa dell'acqua che all'improvviso, deviando il cammino di un raggio di luce bianca, dispiega magicamente un ventaglio di colori.

 

Albrecht

 

...Margite non prendermi per folle ma stavo provando a mettere in relazione due pensieri poco fa: la fotografia e la seconda settimana della Quaresima.

La fotografia è la scrittura della/con luce. La seconda settimana della Quaresima è conosciuta come “la settimana della luce”...pensa che il celebrante pronuncia queste parole:- "fa' risplendere il tuo volto su quelli che si preparano alla santa illuminazione, rischiara il loro spirito". Nei primi tempi della Chiesa il battesimo si chiamava “sacramento dell'illuminazione” e chi si avvicinava alla fede prendeva il nome di “illuminato” termine estremamente diffuso anche in ambito non Cristiano.

Il fotografo chi è se non un attento lettore del libro del mondo? Egli osserva la luce  del sole (nel contempo rivolge lo sguardo alla caraffa d'acqua) deviandone a suo piacere il corso. Il fotografo custodisce frammenti di cosmo in quella cassettina di luce comunemente chiamata fotocamera. Senza la luce potrebbe esistere il mondo?

 

 

(2) Margite

 

Albrecht ti prenderò per folle… della luce, come Francesco era pazzo... di Dio.

Sì, la fotografia e la seconda settimana di Quaresima hanno molto da compartire, e da moltiplicare – non ci avevo pensato – grazie, ci sto pensando, non smetterò più di pensarci.

No, senza la luce non potrebbe esistere il mondo. Né la Terra (tutti i suoi volti, le sue ombre, le sue caraffe) senza il Sole. Ecco perché Dio, dopo aver creato il primo giorno le stelle, nel quarto giorno creò il Sole.

Sì, la fotografia è  scrittura della/con la luce, come tu dici come tu fai, Albrecht. Io, certe volte, esco di casa con la digitale attratto, sospinto, tirato fuori da una certa luce, per fotografare proprio quella luce, e vado in cerca di qualcuno, qualcosa, capace di rifrangerla e accoglierla.

 

 

(3) Albrecht

 

Nell’oscurità, nel buio ci si muove inquieti, è il regno dell’indistinto. La luce porta l’ordine alle cose e le definisce. Il passaggio dal buio alla Luce è il cammino che si “compie”  il viaggio che a partire dal caos giunge all’ordine. La luce, non chiede permesso, entra nella nostra pupilla carica delle immagini del mondo, offrendole allo spirito vitale, al cuore, all’Anima.

Dove è che si vede? Nell’occhio, nel cervello o nell’Anima?

Un tempo, la camera oscura era l’atto finale del processo fotografico, il trionfo del processo alchemico, la trasmutazione dell’idea di mondo su un cartoncino ricco d’argento.

La fotografia, per come mi è dato comprendere è “la tridimensionalità del mondo che mostrandosi in un suo frammento abbandona una dimensione senza perderla, mantenendola comunque visibile” , quindi vera e propria chimica ermetica.

“La chimica volgare è l’arte di distruggere i composti che la natura ha formato, mentre la chimica ermetica è l’arte di lavorare con la natura per perfezionarli” (dom Pernety, Favole egizie e greche, Ecig, Genova 1985)

 

 

(4) Margite

 

Condivido una per una e tutte insieme le parole luminose che scrivi, Albrecht. Sono mie. Le faccio mie. Lasciandole tue. Come farle mie conservandole tue? Come condividerle moltiplicandole? Ecco, le porto nella mia casa non come fiori recisi, comprati, recisi, da un fioraio di nome, bensì come fiori invasati, raccolti con tutte le radici e tutta la terra, invasati di terra, pazzi di... terra - e di luce, naturalmente.

Vorrei a questo punto introdurre (per associazione? in controcanto? – ah, beata semplicità quando amica della complessità...) la questione della misura, della proporzione, della discrezione... della luce. Ecco, il Sole, proprio lui - fratello Sole, dalla mattina avanzata alla prima sera (quando esagera, quando non gioca con le nuvole leggere, con gli alberi fogliuti, con i cappelli di paglia a larghe tese (*), con le tende di lenzuolo) mi dà ai nervi. Non la mattina, non la sera – Albrecht -, dico: tra, tra la mattina e la sera, beninteso ‘quando fa tutto lui’, quando ‘s’accompagna da sé’. Esagera, da solo. Compromette l’equilibrio dei rapporti tra colori e volumi.

Tanto mi inquieta il buio della vuota notte, quanto m’innervosisce il Sole solitario del pieno giorno. Così aspetto la luce senz’ombra, quella luce che abbiamo tutti prima che i raggi del Sole giungano direttamente sulla terra e appena dopo che i raggi diretti del Sole sono scomparsi.

‘Luce senz’ombra’ la chiamava Leonardo, questo perfetto equilibrio di colori e luce, questo miracolo che tacita gli uccelli e tutti gli esseri che hanno occhi per vedere.

 

 

(5) Albrecht

 

Il mattino presto è per me il momento più bello. Ogni giorno, la vita ha un nuovo inizio, ogni giorno il mondo è nuovo, diverso da quello che credevamo di conoscere.

 

 

(6) Albrecht

 

Seduto con una tazza di  caffè tra le mani lascio vagare lo sguardo fuori della finestra. Tuoni lontani annunciano il temporale mentre le” bocche di leone” assecondano il vento accompagnate dalla danza delle api. Più in là, disteso, c’è il campo del grano.

L’acacia situata al limitare del confine smuove con le radici i sassi del sentiero.

La natura tutta, respira la tua presenza.

La natura sorride e noi, spesso gravati da fascine di pensieri non ne cogliamo l’infinita grandezza . L’uomo tende verso l’assoluto ma si sente esistere soltanto nei suoi confini.

L’ora priva dell’ombra è prerogativa si dice, degli spiriti  ed io,  ne ho rappresentati alcuni ( gli Angeli),  facendo mio, senza saperlo, il pensiero di Gregorio Magno  che scriveva "Non si fa alcun male nel voler rappresentare l’invisibile per mezzo del visibile" (Lib IX , Epistola LII Ad secundinum)

Il creatore ci ha donato la natura, medicina per il corpo e per l’anima, infermiera per le anime affannate, maestra nel suggerire o celare volumi e linee create per il nostro sguardo. Leonardo della luce fece attraverso la parola un meraviglioso quadro: “ L’aria è piena di infinite rette e radiose insieme intersegate e intessute senza ochupatione l’una dell’altra” .La luce che tu ami, so essere “essenza della stessa”, sublime distillato contrapposto al mare radiante delle restanti ore del giorno.

 

 

(7) Margite

 

Sì, Albrecht.    

Sì come l’altro giorno sono rimasto senza parole, ed ho fatto una foto, oggi te la mando – senza parole dopo le tue incantate.    

Era la mattina del 19 agosto, mi trovavo a Liray, un borgo a nord di Santiago de Chile, nella parcela di Luis e la sua famiglia italiana e nordeuropea e cilena, sono uscito all’aria dalla casa di legno dove alloggiavo, il Sole avrebbe dovuto esserci ma c’era e non c’era, e sono andato dritto alle stalle, ho liberato come in trance le capre le pecore la cavalla ed ho respirato. Le ho osservato a lungo pascolare. Ad un incerto punto, mosso non so da cosa, forse da una email che ti ho scritto o mi hai scritto, ho visto e sentito la luce, quella luce, e le creature, quelle creature. Sono rimasto senza parole. Ho cercato a tentoni nella tasca del giaccone la digitale, c’era, ho inquadrato ed ho fatto questa foto.

 

 

 

 

(8) Albrecht

 

C’è un bellissimo ritratto fotografico realizzato da Juliet Margareth Cameron nel 1867 che ci mostra il volto di Sir John Herschel che istruì la fotografa sui processi di stampa al collodio.

 

 

Pensa quale rivelazione fu per l’occhio dell’uomo, il passaggio da un volto disegnato, sebbene con gran perizia, allo stesso volto riprodotto attraverso la camera fotografica. Dinanzi alla nuova scoperta della Fotografia, si provò una vera e propria folgorazione. La scossa fu talmente forte che non ci si preoccupò inizialmente quanto potesse incidere l’abilità del fotografo ritrattista. Ciò che ora avevamo sotto i nostri occhi, rappresentava, per la prima  volta, l’immagine più fedele di ciò che i nostri occhi vedevano da sempre.

 

 

(9) Margite

 

Grazie stragrazie, Albrecht: non lo conoscevo il ritratto fotografico di Sir John Herschel realizzato da Juliet Margareth Cameron nel 1867. L’ho visto ed anche per me che sono nato dentro l’epoca della fotografia è stato una rivelazione: ho pensato vedendolo che nell’arte figurativa si è passati dal mondo del pressappoco all’universo della precisione soltanto attraverso la fotografia.

Questa volontà di superamento del pressappoco è stata una delle molle che mi hanno spinto a diventare cineasta. Il cinema è un’arte che – per dirla con Pasolini – descrive la realtà attraverso la realtà. Io direi, più precisamente, attraverso l’ombra della realtà: con la fotografia e il cinema la realtà compie l’impensabile: salta dentro la propria ombra.

Dopodiché ho cercato di introdurre l’astratto nelle immagini – ho coltivato cioè lo stesso sogno del mio maestro di cinema: Carl Theodor Dreyer. Ho cercato di costruire l’immagine più fedele di ciò che i nostri occhi vedono e di ciò che i nostri occhi sognano.

 

 

(10) Albrecht

 

Quando dicevo che inizialmente non si è dato peso a quanto incida la visione dell’autore in rapporto al soggetto fotografato pensavo esattamente a “ciò che i nostri occhi vedono e ciò che i nostri occhi sognano”.

W. Shakespeare dice che " Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni".

Il sogno, nel mio caso, ha tinte oscure e neri fondi come se fossero sporcati col grasso di un  motore. La notte non spegne il sole.

Voglio ora raccontarti una breve storia.

Alcuni mesi fa mi trovavo in campagna assieme ad alcuni studenti. L’atmosfera era serena  e la luce morbida. Tutto profumava di soavità.

In quei giorni, vivevo l’afflizione per una malattia e le conseguenti terapie che avrei dovuto affrontare a breve. Provavo intimamente paura.

Le albe, come i tramonti, erano livide. Questa era la luce del mio nuovo paesaggio personale.

La sofferenza così come il male, non sono fatti per farci soccombere ma per essere attraversati e superati. La cosa più pericolosa da fare è restare immobili.

Non amo investire le persone con un dolore che non le appartiene, ma  non posso sottrarmi all’esigenza di dirne.

Presi allora la fotocamera con un gesto naturale e mi avvicinai a Matteo.

Stavo in  piedi di fronte a lui, feci scorrere sul suo volto il rettangolo che è distinguibile attraverso il mirino e  finalmente “vidi”. Mi fermai lì, trattenendo il respiro feci scattare l’otturatore. Nell’istante dello scatto divengo un‘unica cosa con l’apparecchio che utilizzo.

Il risultato finale non è altro che la costruzione dell’immagine più fedele di ciò che i miei occhi hanno visto e di ciò che i miei occhi hanno sognato.

Quando Matteo vide l’immagine che avevo realizzato provò immediatamente sgomento. Trascorsero alcuni giorni nei quali, ciò che io avevo sognato andò a depositarsi nel fondo della sua Anima cancellando ogni possibile vanità.

Matteo arrivò a riconoscere quel volto.

Riuscì a sentirlo smettendo di guardarlo.

Il suo ringraziamento, la migliore moneta con cui ricompensarmi  per quanto avevo realizzato.

 

 

 

(11) Margite

 

Ciò che si vede e ciò che si sogna. Ciò che vediamo e sogniamo noi fotoGrafi. Ciò che vedono e sognano le persone fotoGrafate. Ciò che registra di questo specchiato vedere e sognare la scatola con l’occhio rettangolo.

Albrecht, rivelami la tua foto di Matteo come io ti rivelo la foto di Zaxaroulla – che in greco vuol dire ‘zuccherina’ -: scattata il 20 settembre 2009 alle ore e minuti 15:04 (anche io come te non posso sottrarmi all’esigenza di testimoniare) a Derinia, paese dell’isola di Cipro. Ci sono capitato al seguito di Alexandra, per collaborare alla messa in scena del suo dramma teatrale polifonico e danzerino ‘La Vita della Morte’: Zaxaroulla è oggi una donna di settantacinque anni, profuga da trentacinque anni da una zona della Cipro Nord occupata dai turchi (dal luglio 1974, appunto) - suonatrice autodidatta di ‘laouto’.

Allego la foto. Ti rivelerò la reazione di Zaxaroulla di fronte alla sua immagine quando la vedrà in mia presenza.

 

 

 

 

(12) Albrecht

 

Mi chiedi di rivelare... Non oso dirmi da quando lessi Max Picard che si occupò di antropologia e spiritualità. Lui è per me la risposta definitiva sulla rivelazione di un volto.

“Il volto è una rivelazione, incompleta e passeggera, della persona.

Nessuno ha mai visto direttamente il proprio volto; lo si può conoscere soltanto riflesso nello specchio o per mezzo di una fotografia. Il volto non è dunque fatto per sé stessi, ma per l’altro o per Dio: è un silenzioso linguaggio ; è la parte più viva e più sensibile (sede degli organi dei sensi) che, nel bene e nel male, presentiamo agli altri. E’ l’Io intimo, parzialmente denudato, infinitamente più rivelatore di tutto il resto del corpo.”

Il volto ha una sua geografia, una sua storia.

Posso non curarmi del Risorgimento o dei moti mazziniani ma non me la sento di volgere le spalle alla storia dell'uomo a ciò che il suo volto trattiene giorno per giorno, dalle gioie alle preoccupazioni.

Esistono delle piccole storie  che si consumano sull’uscio di case,  tra cortili assolati e trecce di parenti.

Vincenzo ha la schiena spezzata da un albero che stava tagliando. I suoi occhi hanno visto la guerra, la fame e oggi vedono la crisi, il figlio che ha perduto il lavoro.  
Le preoccupazioni sono quelle di sempre: riuscire a tirare avanti con i pochi denari.   
“La terra che possediamo è un debito ma... come si faceva una volta... così ce la faremo anche adesso. La crisi, la disoccupazione sono dati reali, ma un tempo... con la guerra era anche peggio".

“Il problema oggi sono  cervi e  caprioli, mangiano i germogli delle piante, rosicchiano tutto”.

Le mani stringono la “cannella”, disegnano strani ghirigori sull’aia.   
Sono dei gesti semplici ma per me, racchiudono lo stesso  mistero delle “sacre scritture” o delle profezie Maya.  

Il contadino non ha fatto studi scolastici. La vita non lo ha permesso.  
Da giorni, scruta l’ombra di un aereo che traversa il suo campo.    
Si guarda dentro, effettua un complicato calcolo e borbotta in dialetto :-  Lo vedi quell’ aeroplano? Per me, sta volando a 1200 Km all’ora!

 

 

(13) Margite

 

Sì, Albrecht, ri-velare, ecco cosa fa per professione e vocazione il fotoGrafo: scoprire ciò che era... velato, fuori vista, segreto. (Cogliendo ed elaborando il disegno della luce sulle cose, certo, ma anche – quando si è grammaticati come te – scrivendo le parole, anch’esse, a loro modo, ri-velatrici.) “Rendere visibile l’invisibile” ha detto Paul Klee. L’anima è velata, fuori vista, segreta, l’anima è invisile, e tuttavia l’anima – grazie agli artisti – diviene evidente, diventa visibile.

Nel volto, certo. Il volto elemento più ri-velatore del “resto del corpo”, e dell’anima. Ma anche, Albrecht, concorderai lo so, meno ri-velatore: “I punti culminanti del dramma sono spesso momenti di silenzio. Gli uomini nascondono le emozioni e cercano di impedire che il volto tradisca le tempeste che infuriano nel loro animo.” Carl Theodor Dreyer

Dreyer: il mio maestro di cinema, proprio lui che ha realizzato il più bel film con un solo volto, quello della Falconetti nella ‘Passione di Giovanna D’Arco’.

Ora, Albrecht, io Margite in quanto cineasta ho cercato di usare tutto, tutto, il corpo nel cinema, per ri-velare un’anima. Per esempio, l’anima di Pier Paolo Pasolini – in Angelus Novus. Film nel quale, cedendo in parte alla pressione del montatore, Roberto Perpignani, ho dovuto, finito di girare il film, girare ancora certi primi piani del volto dell’attore che lo impersonava (Mimmo Pesce). Secondo lui, lui Roberto Perpignani, era un rischio troppo alto, di fronte al pubblico della metà degli anni Ottanta, la soggettiva quasi assoluta che io avevo concepito, e in un primo tempo realizzato – girando cioè semplicemente ciò che il personaggio vedeva: dunque quasi mai il volto del personaggio ritrattato in movimento, il quale volto del personaggio, come memorabilmente dice Max Picard da te ripreso, “non è fatto per sé stessi, ma per l’altro o per Dio”. Ed io in quel film non volevo essere l’altro e non volevo essere Dio, volevo essere Pier Paolo Pasolini – cioè volevo fare un film completamente autonomo, completamente ateo.

Ora, oggi, in questi giorni e queste notti, mentre preparo la messa in scena teatrale di “Edipo re” di Sofocle, predispongo... maschere da apporre sui volti degli attori. Per farli agire con tutto il corpo appunto. Per impedire loro di nascondere nel volto le emozioni che infuriano nel loro animo. Ci riprovo. Sono ostinato.

 

 

(14) Albrecht

 

Esther mi diceva sempre:- ... tu sei come un termometro, entri in un ambiente dove ci sono delle persone e immediatamente percepiamo dal tuo volto che genere di aria si respira.

L'apparecchio fotografico mi ha a lungo protetto. Lo tenevo stretto al volto, sono sempre stato timido, vergognoso. Da piccolo amavo cantare, si diceva avessi una bella voce, ma lo facevo da sotto il tavolo. Non volevo essere visto. Quando sul tuo volto ogni emozione si disegna arrivi persino a vergognarti delle tue sembianze che senti si stanno modificando. Il volto si tinge nel rossore di capillari, le vene pompano il sangue e gli occhi si stringono per focheggiare. Le narici si dilatano, i denti sembra debbano stringere un morso e un piccolo cosmo esplode: nascita, morte e resurrezione dell'espressione.

Quando stai ritraendo una persona sgarbata, l'apparecchio copre lo sguardo pietoso col quale la giudichi e l'otturatore si fa ghigliottina. Lo strumento per giustiziare la mancanza di rispetto in una frazione di secondo. Il fotografo ritrattista ha un incredibile potere nei confronti dell'altro, ma di questo, t'assicuro esiste scarsa coscienza.

Ho lavorato molto come ritrattista: attori e registi, artisti e danzatori, scrittori, fanciulli e alcolisti, armatori e puttane, preti e drogati... tutti, dico tutti gli esseri umani mi incuriosiscono.

 

 

(15) Margite

 

Anch’io sono timido, Albrecht, e mi nascondo dietro l’apparecchio fotografico – o dietro la cinepresa, quando faccio il regista. Già... fotografo, regista... Margite, in somma: l’eroe omerico che fa tante cose, e tutte male. E adopero tanti sensi, anche questi mediocremente. (Non è modestia, bada, non sono modesto.) A volte, per dirne una più precisamente, la foto nasce non dagli occhi, ma dal naso, dalle orecchie...

Del naso, della nascita di una fotografia attraverso il senso dell’olfatto, ti scriverò un’altra volta, Albrecht. Oggi, essendomi venuta in mente, nell’occhio della mente, mentre rispondevo a questa tua epistola telematica, ti dirò di una foto nata attraverso il senso dell’udito. Te la allego.

Questa foto, dicevo, è cominciata a formarsi attraverso le orecchie.

 

Abito in via Labicana, a Roma - tra Piazza San Giovanni in Laterano, il Parco del Celio, il Colosseo, e Colle Oppio. Quando esco per mettere il cielo sopra la mia testa inizio la passeggiata scegliendo una direzione tra le quattro possibili: a sud mi aspetta la pineta del Borromini, a ovest il limone di Madre Teresa di Calcutta, a nord l’albero di Giuda, a est la pineta di Apollodoro. Domenica 7 dicembre del 2008... oggi è l’1 dicembre 2009, quasi un anno fa, è già passato un anno?... avevo scelto l’albero di Giuda, per rivederlo coricato certo nudo sulle pendici del Palatino, forse ancora stecchito dal nostro reale inverno o da quel suo immaginario peccato originale. E camminavo nella sua direzione quando, giunto ai piedi della scalinata travertina di Colle Oppio, sento voci, dall’alto a destra, da dentro la pineta, fuori campo, voci allegre di ragazze eppure spezzate, no non di ragazze, di donne sincopate, voci provenienti non dal presente adolescente, dal passato remoto, forse, o dal futuro anteriore.

Resto incerto per un lungo momento, tra l’andare subito a rivedere un vecchio fratello albero e subito andare alla fonte dell’allegro strazio, infine mi lascio trascinare all’insù dalle voci di dentro e di fuori lungo la scalinata, infilando le mani nelle tasche, una delle quali trova e inforca gli occhiali, l’altra intanto trova e accende la digitale, le voci s’interrompono, mi fermo, come un gatto nell’erba, riprendono, avanzo ancora, piano ma non troppo, la vipera si può rintanare, ancora, faccio capoccetta, vedo, scatto.

 

 

 


(16) Albrecht

 

Le immagini prodotte nella storia dell'iconografia si pensa abbiano come madre l’acuta osservazione. Al fotografo viene offerta la cattedra della visione. Lui è il signore attraverso il quale lo sguardo si accorda nella deposizione dei segni.

Ma il fotografo è una persona e come tale, un essere dotato certamente di occhi e di un sistema di visione, ma soprattutto di un corpo e di uno spirito.

Dobbiamo provvedere quindi saggiamente, affinchè il nostro spirito stimoli costantemente il nostro fisico. Se la mente ci dice:- "muoviti e vai fuori" il nostro corpo dovrà assecondarla, guai se ci rispondesse "Non ora, sono stanco", perché a quel punto non ci muoveremmo più.

La fotografia è una azione che si compie, non è solamente pensiero.

Il pittore potrà stare nello studio al caldo sorseggiando the o un brandy innanzi alla sua tela bianca, il luogo dove andrà a raccontarsi. Al contrario, il fotografo dovrà uscire nel mondo, lo stesso, dove s'è trovato più volte a guardare.

La fotografia non può prescindere dalla realtà. Il fotografo è da sempre nella scena intento a misurarsi con l'enigma della cornice e della continuità del visivo.

Se ripenso a un bel romanzo di Manuel Pirsig “Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta” mi accorgo che il pittore è sempre più spesso colui che viaggia in auto così come il fotografo per certi aspetti possiamo sentirlo più vicino alla figura del  motociclista”.

 

Se fai le vacanze in motocicletta le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina sei sempre in abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice. In moto la cornice non c'è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. È incredibile quel cemento che sibila a dieci centimetri dal tuo piede, lo stesso su cui cammini, ed è proprio lì, così sfuocato eppure così vicino che col piede puoi toccarlo quando vuoi – un'esperienza che non si allontana mai dalla coscienza immediata. (Manuel Pirsig “Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta”pag. 14-15)

 

 

(17) Margite

 

Siamo alle solite, Albrecht: compari con un canestro ricolmo di frutta molteplice, con l’aria fintamente estenuata in realtà malandrina del ragazzo della bella gioventù del Merisi, con l’aggiunta di quei “geniali baffi alla Menjou” che mandavano ai pazzi don Luis Buñuel, ed io, che sto invecchiando, finalmente, e mi basta sempre meno, mi appago di un frutto solo, questo: “Il pittore potrà stare nello studio al caldo... Al contrario, il fotografo dovrà uscire nel mondo...”

 

Sì, uscire, sì, guardare il mondo così com’è, e col mondo, nel mondo, costruire, o almeno ritagliare, comporre, dare ritmo, forma, senso...

 

(Guardare il mondo, questo fa il fotografo. Guardare nel senso di vedere e nel senso di salvaguardare, conservare – ‘guardare’ insomma alla spagnola. Guardare. Come il cacciatore, che ferma il tempo - come il fotografo, come l’aspide di Cleopatra, come l’addio di due giovani in Kavafis “prima che il tempo li guastasse”.)

 

Sì, vado. Di solito senza un disegno. Senza una meta. Cammino a piedi. L’automobile mi lega le mani – come la malattia ad Alberto Sordi-, anche la bici mi blocca - la moto non l’ho mai guidata. Le mani libere desidero avere.

 

Vado, e nel punto dove combaciano la luce interna e la luce esterna, tiro fuori la macchina fotografica e schiaccio il pulsante. Come nel tennis, così nella fotografia faccio, vado nel punto dove combaciano questo che succede dentro e quello che succede fuori e colpisco la palla. Come nell’amore faccio, vado a baciare e farmi baciare.

 

Ma, in quanto Margite, sapendo fare tante cose e tutte male, come dice il sommo poeta, a volte faccio una foto, a volte invece tiro fuori il coltellino che mi porto dietro da quando ero un ragazzo e intaglio un ramo fino a farlo diventare un bastone, o una falsa fionda, o una fiocina ridicola, o tiro fuori il foglietto delle ordinazioni e la matitella rubati all’IKEA e annoto un verso che forse diventerà da grande un haiku, disegno un paesaggio che forse diventerà scenario di un film, tratteggio un comportamento che forse diventerà parte di un libro di scienza della storia e della politica... come... Ero su Via Machiavelli, a Roma, due giorni fa, il 10 gennaio 2010, la via che scende da Piazza Vittorio a via Merulana (sì, quella del Pasticciaccio di Gadda), scendevo anch’io, come un tronco nel fiume, e davanti a me, a venti passi un omone, tra lui e me una donna velata – la sua donna, penso, che ad un certo punto rallenta dolcemente, si china e prende dal marciapiede una mezza buccia di banana, si guarda intorno a cercare un bidone della spazzatura, incrocia i miei occhi, vorrebbe sorridere ma non può: ha “le mani legate”.

 

 

(18) Albrecht

 

Una buona foto resta nel tempo. Potrai ristamparla, in camera oscura, rivederla in camera chiara, ma la sua sostanza resiste sulla durata.
Potrai renderla più dolce o dura nei contrasti a seconda dell’umore quando la riprendi in mano, ma non ne cambi l’impianto, lo scheletro. Quello che hai visto e quindi “ciò che hai provato” è lì in quel rettangolo che “racchiude” il tuo piccolo mondo di rappresentazione.
Le persone trascorrono, le idee fissate attraverso l’immagine restano.
L’immagine ha la specificità di “fermare” una porzione di tempo e compito di un autore coscienzioso, moderno cantastorie o se volete possiamo usare l’anglofono “storyteller” è quello di raccontarsi attraverso quanto ha veduto.
Le mie immagini sono delle piccole semplici storie.

 

 

(19) Margite

 

Passano i mesi, sono passati molti mesi, Albrecht, oggi è il 23 novembre 2010, e tu ed io riprendiamo il dialogo come l’avessimo sospeso da pochi giorni. Emuli di Concetto Marchesi gran letterato italiano: aveva abbandonato la cattedra universitaria all’avvento del fascismo – rifiutando di giurargli fedeltà - e l’aveva risalita alla sua caduta, e le prime parole della sua prima nuova lezione suonarono: “Come dicevamo l’altro giorno...”

Esperando (aspettando, sperando) la ripresa, la risalita, mi ero detto: rileggi quello che avete scritto fin qui, Margite, rileggi prima di continuare, per evitare tue ripetizioni, lo sai che ti ripeti, vero? - stai invecchiando. E invece no, non rileggo, preferisco ripetermi se mai - desidero di più che questo nostro dialogo continui ad avere il sentore del parlato improvvisato, del colloquio vitale, con i suoi zig zag e le sue ripetizioni, con tutto il profumo fruttato dell’olio nuovo non filtrato.

(Continuo a scriverti al suono della mia playlist, che incipia con 'Al chiaro di luna' di Beethoven suonata prima da Kempff e poi da Barenboim – Daniel è l’unico da affiancare a Wilhelm in faccende del genere...)

“Le persone trascorrono, le idee fissate attraverso l’immagine restano.” – scrivi. Persone e Idee. Figure e Immagini. Pensiamo all’unisono. “Le immagini / resistono, più dure / delle figure.” – ho scritto, in forma di haiku, una mattina dolorosa d’uno degli ultimi anni difficili. Difficili proprio per via della scomparizione delle figure amate, figure da toccare, da baciare, da carezzare – con un lieve tocco sui capelli biondo cenere... Figure che resistono, certo, le vedo bene alzando gli occhi dalla tastiera e dallo schermo del computer, come ferme immagini, immagini che hanno “fermato” il tempo mentre raccontavo quel che vedevo e sentivo – una fotografia, una piccola semplice storia, di un padre e un figlio.

Fotografie... Scene... Ecco – finalmente mi viene in mente chiaro e tondo come realizzare attraverso te, con te, tu fotografo ed io cineasta, un mio vecchio sogno velato e sbozzato: la fotografia e il cinema insieme, insieme due forme della durata, due modi di fermare, racchiudere in un pugno, e di muovere, disseminare in un gesto... Le figure in movimento rallentano, si articolano a passi sempre più larghi e lenti fino al fermo fotogramma, e le fotografie si sdoppiano variando, si spostano a scatti, fino alla fluidità delle azioni continue, del piano sequenza.

 


(20) Albrecht

 

Amo il cinema e la sua fotografia mi incuriosisce la sua sintassi. Mi è stato chiesto più volte di curare la fotografia di un cortometraggio o di uno spot. Non ho mai accettato. In fondo, racconto piccole storie, minute poesie, riversandole in un unico fotogramma : lo stato dell’animo. Quando lavoro, tutto ciò che ho intorno sfuma , resta solo l’immagine:, un’unica immagine, sottile distillato di un anima disorientata . E’ la storia dello sguardo che vaga sino a disporsi, richiamato a sé da una corrente magnetica.

 

 

(21) Margite

 

Albrecht, da qualche tempo un pensiero mi occupa (proprio come un esercito occupa un territorio): sentiamo-e-vediamo per assenza o per presenza? Registriamo-costruiamo per mezzo della macchina cinematografica e della macchina fotografica ciò che vedono i nostri occhi o ciò che manca al nostro cuore?

Sentiamo per assenza È vero. È per me esperienza quotidiana. Ogni giorno sento la mancanza di Eftimios. Ma è anche vero che sentiamo per presenza. Ogni giorno mi sveglio e mi addormento come Francesco d’Assisi mentre vive e pensa e scrive il Cantico delle Creature. Ogni giorno sento la presenza di Eftimios.

Io direi perciò che quel che noi sentiamo-e-vediamo - scattando una fotografia o inanellando una serie di fotogrammi - è ciò-che-nello-stesso-tempo-abbiamo-e-non abbiamo, la luce che ci illumina e il buio dentro.

C’è un personaggio di ‘Pulp Fiction’ di Tarantino (per me l’unico film buono del manierista italoamericano) che si presenta dicendo “Sono il signor Wolf, risolvo problemi.” Credo che noi, tutti noi esseri umani e disumani, e fra questi tutti anche tu ed io nella maniera capitale in cui è capitale l’attività artistica fra tutte le attività umane, dovremmo presentarci dicendo: “Sono Albrecht, sono Margite, e facciamo-nello-stesso-tempo-presentazioni-e-rappresentazioni.”

 

Presentare significa “portare, introdurre dinanzi a una persona, mettere sotto i suoi occhi” cose presenti e vicine. Rappresentare significa “rendere presente cose passate o lontane”, “richiamare alla presenza”, “evocare” quel che è assente.

 

 

(22) Albrecht

 

Nell’ introdurre “il presente, il vicino” c’è una modalità che se è propria dell’uomo, voglio dire che a questa dovrebbe adoprarsi, a maggior ragione sarà dell’Artista. Dico del porsi “in ascolto”, chiedo di farlo attraverso lo sguardo, lo stesso che se puro, innocente e nuovo avvicinerà la rivelazione. Guardare: rilevare per rivelare.

Normalmente impieghiamo male le nostre vite, le impegniamo al desiderio che spesso si traduce in possesso. Il possesso degli oggetti come delle persone. Guardare l’universo e imparare a comprenderlo attraverso lo sguardo è un gesto d’amore. Inutile sprecare la realtà cercando di svelare i segreti della vita. Accontentati di osservare la realtà per coglierne gli infiniti segni.

Rappresentare significa “rendere presente cose passate o lontane”, “richiamare alla presenza”, “evocare” quel che è assente.

In questa evocazione c’è il passato ma anche un’impressione che sembra provenga dal futuro. L’evocazione è fatta nel presente attraverso il tempo passato e il tempo futuro. Credo nellimportanza del sentirmi una minuscola parte, una molecola dell’Universo.

All’universo mi intono, nell’universo trovo l’armonia.

 

 

(23) Margite

 

Sì, Albrecht (ti scrivo accompagnato al piano da Ashkenazy – Chopin, Mazurka Op.33): porsi in ascolto avvicina la rivelazione.

 

Ogni mattina mi dico: stai attento, mettiti in ascolto, del vento, degli uccelli, dei cani, degli umani, del traffico irrequieto... e poi, mi raccomando, leggerezza, Margite...

 

Leggerezza anche di ascolto, prima che di azione, di parola. Leggerezza e profondità. Sì, perché io cerco fin da ragazzino di diventare leggero e profondo, capace di volare e capace di cogliere-ascoltare-penetrare-intelligere il mondo intorno a me. Cerco di assorbire, apprendere, imparare, affilare i miei occhi, aprire le mie orecchie, articolare la mia mente. Perché per ascoltare, mi sono sempre detto da quando avevo sei anni, bisogna essere-diventare capaci di sentire-comprendere-capire la realtà, le montagne, gli esseri, i fenomeni, i gesti, i colori, le ombre... E allora, e ora, studio, studio, i libri, i paesaggi, i quadri, le città, le musiche, i volti...

 

Ascoltare, in somma, per me non è solo questione di disposizione d’animo ma anche di formazione del corpo, e il mio occhio deve protendersi fino a diventare tagliente come una spada di samurai, il mio orecchio deve protendersi fino a diventare sensibile come l’orecchio di una lepre che bruca dintornata da volpi.

 

Mi viene in mente ora che ti scrivo un mio scatto d’ira del 1988 (sono un iracondo relativamente educato - ma non fino al silenzio conveniente). Mi trovavo a Berlino, invitato a quel festival di cinema col mio primo film, Angelus Novus, e dialogavo con due cineasti giovani ed eccitati intorno a certe loro riprese di architetture. A un certo punto mi appare chiaro che questi due antepongono la propria persona, il proprio punto di vista, il proprio bisogno di esibizione e di affermazione, alla rilevazione dell’opera da documentare, da rappresentare, e lo dico. Replica: il testo è un pretesto, importante è solo l’interpretazione...

 

Eh no! (sbotto) Se non sapete distinguere il Partenone dal Tempio della Concordia di Agrigento il problema è vostro. (pausa) Non avete palato sufficiente. Ve lo dico con Arthur Schopenhauer – che voi certamente conoscerete (sarcasmo confinante con l’irrisione): “Con i capolavori dell’arte dovremmo comportarci come con augusti personaggi: stare quieti accanto a loro e aspettare che ci rivolgano la parola.”

 

Li pianto in asso e vado via.

 

Cinque anni dopo uno dei due si vendicò delle mie parole come membro della Commissione di Censura del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, dichiarando indegno tecnicamente, artisticamente, culturalmente, il mio secondo film, Non ho parole. Il suo palato non era migliorato.

 

 

(24) Albrecht

 

Qualsiasi lavoro necessita di umiltà.

Gandhi diceva:- Non può esservi conoscenza senza umiltà e volontà di apprendere.

Cos’ è in definitiva gran parte della nostra conoscenza spesso scioccamente ostentata se non la presunzione di sapere?

La nostra vita è una continua ri-creazione. I cambiamenti sono talmente sottili al punto da non sembrarci tali.

Qualsiasi nostro atteggiamento all’interno dell’universo necessita di umiltà.

Isacco, nato nel Qatar e vissuto in regioni oggi parte di Iraq e Iran, era un semplice monaco che testimoniò una grande verità : “l'umile non è disprezzato da nessuno”.

 

 

(25) Margite

 

Mi sveglio presto, sono le cinque e mezzo di mattina del 12 dicembre 2010, trovo la tua email veloce e sapida. Non prendo nemmeno il caffè prima di risponderti: ogni avventura umana necessita di concentrazione.

 

Sì, il processo di conoscenza come anche io lo intendo implica l’amore della conoscenza, la filosofia, mentre il processo di affermazione implica l’amore del potere, la filocratia. La lotta interna tra filosofia e filocratia ha dannato Edipo. Per fortuna, cioè per ragioni nel loro insieme a me sconosciute, vivo dal principio della mia vita di un amore solo. L’amore del potere mi fa ridere. La passione del rendere schiavi gli altri della nostra volontà e noi stessi schiavi dei potenti più potenti di noi produce in me conati di riso – amaro o dolce secondo le circostanze.

 

E nello stesso tempo, in me il processo di conoscenza implica attivamente l’amore della perfezione – che non è una malattia, come pensano i cattivi seguaci di Freud, e non è un vizio, come pensano i cattivi seguaci di Gesù. Infatti Gesù dice (ed i Vangeli in questo caso correttamente riportano): “Siate perfetti come è perfetto il Padre nostro celeste.” Io desidero conoscere per umiltà e per superbia. Desidero essere umile come Montaigne e superbo come Gumucio.

 

Ha scritto Montaigne: “Consideriamo l’uomo solo, senza aiuti dal di fuori, armato soltanto delle proprie armi. Egli mi faccia capire con la forza del suo ragionamento su quali basi ha fondato quelle grandi superiorità che pensa di avere sulle altre creature. Chi lo ha convinto che questo meraviglioso movimento della volta celeste, la luce eterna di queste fiaccole rotanti così vivacemente sul suo capo, i movimenti spaventosi di questo mare infinito. siano predestinati e continuino per tanti secoli per la sua utilità e per il suo servizio? E’ possibile immaginare niente di così ridicolo che questa miserabile e debole creatura, la quale non è neppure padrona di sé, esposta alle ingiurie di tutte le cose, si dica padrona e dominatrice dell’universo, di cui non è in suo potere conoscere la minima parte, tanto meno comandarla?”

 

Ha scritto uno dei buoni seguaci di Gesù, il religioso e poeta Esteban Gumucio cileno: “No quiero ser copia de nadie / pues soy imagen de Dios.” – Non voglio essere copia di nessuno / poiché sono immagine di Dio.

 

 

(26) Albrecht

 

Mi alzo presto. Forse non ho neppure dormito. Non dormire si dice sia un buon modo per non avere incubi. Attraverso i sogni l’inconscio libera le briglie. Io apro le chiuse dell’inconscio durante le ore diurne servendomi della fotografia che è ben più di un gesto a lungo praticato.

Per me, la veglia in notturna coincide con il pensare.

Si può pensare in tutti i tempi: passato, presente e futuro.

Penso e rivedo il passato, compongo nel presente per costruire “il mio piccolo Universo” affinché questo, possa essere il mio come l’altrui futuro.

Scrive Enzo Bianchi :- Quest’anno ho piantato un viale di tigli, li ho piantati per rendere più bella la terra che lascerò, li ho piantati perché si sentano inebriati del loro profumo, come lo sono stato io da quello degli alberi piantati da chi mi ha preceduto.

La vita continua e sono gli uomini e le donne che si susseguono nelle generazioni, pur con tutti i loro errori, a dar senso alla terra, a dar senso alle nostre vite, a renderle degne di essere vissute fino in fondo.

 

 

(27) Margite

 

Piantare tigli. Sì. Rendere più bella e sensata e degna di essere abitata la Terra. Ho piantato parecchi alberi nella mia parecchia vita, sai? Anche e proprio un tiglio, saranno trent’anni fa, nella terra che dintornava la casa tra gli alberi al lago, fra i laghi di Anguillara e Vico e le vie Cassia e Braccianese.

 

Era il mio regalo di compleanno della donna della mia vita, Alexandra, il tiglio era già grandicello, raggiungeva già i tre metri sopra la sua zolla di vivaio. In pochi anni raddoppiò l’altezza e moltiplicò la base – divenne un grande ombrello di foglie fruscianti e fiori odorosissimi, contento di vivere in alto di fronte al mare: in lontananza certi giorni si vede infatti da quel colle il Tirreno.

 

Ora che ho dovuto vendere quella terra e quella casa gli alberi li pianto nelle terre delle case degli amici. Preferisco le paltas (che in Italia chiamano ‘avocados’). Ogni volta che compro uno di questi meravigliosi frutti da colazione, il nocciolo lo pianto in un vaso e dal vaso dopo qualche mese lo trapianto in un giardino, in un orto, in un campo.

 

Anche le opere che costruisco, a ben vedere, sono una sorta di alberi. Io li affido ancora giovani ai giardini, agli orti, ai campi altrui, sperando che gli amici che li accolgono li amino e li curino. Non che io direttamente dica niente agli amici degli alberi e agli amici delle opere. Certe volte mi faccio sfuggire una parola o due sul fatto che ogni albero ha una sua forma propria, un suo modo d’essere piantato nella terra e nel cielo – niente di più.

 

Come per contraddirmi, gli addetti del Comune di Roma, qualche anno fa hanno piantato in mezzo a via Labicana, su cui si affaccia da un lato la casa tra la macchine in città, al posto delle robinie espiantate per pigrizia, certi alberi che sono allo stesso tempo querce – lo si deduce dalle foglie e dalle ghiande - e cipressi – come sembrerebbe cabrando le loro forme compatte e oblunghe.

 

O forse per ricordarmi che, morto io, tigli, paltas, film, libri, subiranno chissà innaturali potature o mutilazioni. È accaduto ad altri artisti e scienziati prima di me. Anche a Michelangelo, pensa. Quando verrai finalmente a Roma andremo a ridere e piangere dentro Santa Maria degli Angeli, l’opera sua estrema.

 

Per oggi basta. È la prima sera del 23 dicembre 2010. Ti mando appena in tempo gli auguri di Natale. Natale... il compleanno di Gesù. Anche lui, che potature e mutilazioni ha dovuto subire! E proprio dagli amici!

 

 

(28) Albrecht

 

Ho aspettato per continuare il dialogo che questo Natale trascorso nella totale solitudine fosse passato. Il 2010 ha visto andare via tre amici e una importante relazione.

Solo, nudo e scarnificato mi dico e racconto la storia degli alberi e della famiglia, di un padre e di una figlia, racconto cose che conosco perché le ho vissute e anche perché non le ho costruite. Sono però capace di raccontare.

Mi considero un grande ricordatore o quello che in lingua anglofona si definisce “Storyteller” un “cantastorie.

Ecco allora, caro Margite, una storia vera, molla tutto ciò che stai facendo, spegni la musica e ascolta quello che ho da dire, tutto ha inizio con una lettera di Giovanni:

 

“Alberto, è vero non abbiamo molto parlato... mi rendo conto che non sono mai riuscito completamente ad "entrare" nei gruppi in cui mi sono trovato... fa parte del mio carattere, ho bisogno di tempo per sentirmi a mio agio, per sentirmi accettato e non giudicato. Spesso preferisco nascondermi e aspettare di essere "trovato". Solo che purtroppo spesso non c'è il tempo e così perdo delle occasioni. E' un mio difetto. Per questo cmq sento molto più vicino l'Alberto del diario... Ti ringrazio molto per il tuo giudizio sulle foto. Sento l'urgenza profonda di fotografare, in ogni momento. E questo credo sia stato un tuo grande insegnamento. Ora però devo capire cosa voglio veramente dire. Una sera a lezione hai mostrato nuovamente i tuoi angeli. A un certo punto ne hai mostrato uno che non mi ricordavo...la silhouette di un albero come dominante e in basso a sinistra un uomo e un bambino. In quel momento mi è venuto da piangere... il ricordo di mio padre (che purtroppo non c'è più) improvvisamente mi ha riempito gli occhi. Ammiro molto le persone che riescono a far provare sentimenti così intensi agli altri. E' un dono. Grazie. A presto. Gianni”

 

 

COME COMPONGO
La ricetta del mio fare... è molto semplice. Riverso i miei sentimenti nelle immagini e li condivido con gli altri. Oper con delicatezza, grazia e il mio personale concetto di eleganza (semplicità+sobrietà) una "Mitografia del quotidiano".
Nel 2000 vivevo il conflitto tra il mio desiderio di avere una famiglia e una donna con la quale stavo che non voleva neppure ufficializzare la nostra coppia perché stava compiendo un cammino esistenziale molto  complesso che mi portò capo a qualche anno a chiudere quella relazione.
Presi ciò che il mondo ovvero la realtà visibile, mi offriva. Attraverso la conoscenza e senza nulla fare intendere ai soggetti,(perché questo è il mio modo,il riguardo che ho verso gli altri che non desidero caricare delle mie personali angosce),  presi dicevo... un padre che si era appena separato e una figlia.
Scelsi il controluce perché il mio desiderio di famiglia idealizzato era un po’ come una LANTERNA MAGICA, UN SOGNO IDEALE, lo scelsi perché mi permetteva di universalizzare le figure. In realtà la piccola è una bimba, ma la silhouette consegna agli occhi di tutti una fanciullezza non specificatamente connessa ad una sessualità.
Raccontai attraverso la sospensione del padre i due piani differenti. Quel padre racconta "il mio"... che a lungo ho vissuto come figura distante da me in senso etico.
Quel padre  racconta "il suo" ( della bimba) che attraverso la separazione diveniva più lontano.
Quel padre racconta il Padre che  io stesso, come una matriosca contengo attraverso la mia appartenenza al genere maschile, quel padre che  ad oggi  "non  sono". Non ho mai avuto figli, non sono stato mai sposato.
Trasportai tutte queste cose in silenzio ( sono un contenitore immenso di pensieri e stati d'animo) in un'unica fotografia. Negli anni ho messo a punto ciò che per me è LA FOTOGRAFIA, ovvero LA SINTESI DI UN PENSIERO, DI UN RACCONTO IN UN'UNICA IMMAGINE.
Scattai quest'immagine poco prima che quella famiglia si riunisse attorno ad una tavola, perché il cibo e la convenzione di un pranzo  riescono  ancora a mantenere per una serie di momenti unite le persone. Penso a famiglie che si ritrovano "per i figli" riunite in un Natale o per un compleanno dei bambini.
Scattai quell'immagine mentre la luce di una tiepida giornata tramontava.
Sono passato molte volte tra quegli alberi.
Sono passato di là con una nuova compagna che oggi non c'è più.
E continuerò a passare di là, in quel luogo per me "benedetto" ,  luogo per altri, assolutamente comune.
Perché in fondo sono uno dei tanti umani che passano sulla terra,  ma credo nell'importanza di un gesto che si compie col cuore.
Le tue parole, caro Giovanni, confermano solo che ciò che faccio non è vano.
Se questi miei Angeli sono stati in un grande museo francese o in gallerie d'Arte, questo diciamolo sinceramente porta gioia all'Ego dell'artista.
Se questa immagine ti ha commosso così come ha commosso me in quella frazione di secondo in cui ho operato SINTESI... Caro Giovanni, quest'immagine non è stata vana.
Spesso i  pensieri che si fanno manufatti, pensieri consegnati al mondo divengono opere che sposano un cognome più o meno famoso. Penso a PICASSO, MAGRITTE, UNGARETTI, PASOLINI...
Il cuore di tutto invece è solo un nome di Battesimo.
I miei Angeli hanno il cognome puntato da una semplice iniziale e un nome che  invece risuona.
Umilmente come credo sia giusto dire o scrivere che questa immagine l'ha realizzata Alberto.
Alberto e basta.

 

 

(29) Margite

 

La ricetta del tuo fare, Albrecht, libera misericordiosamente la mente di molti lettori, molti spettatori, in quanto aspiranti creatori, dall’illusione della scorciatoia, del colpo di fortuna e di genio. Il processo creativo è un processo costruttivo: ci vuole la stessa attenzione, la stessa immaginazione, la stessa competenza artigianale, per potare una vite, elevare una cattedrale, fare una foto.

 

Ho passato, sto passando la mia vita, specialmente la mia vita di cineasta, raccontando a quanti più possibile, specialmente ai-giovani-e-alle-giovani – che prediligo, quanto è commovente comporre un’opera, e sconvolgente, inebriante, e compromettente – e se l’opera è “d’arte” allora la musica non cambia, solo è più forte e più piano, più uovo di Colombo e più sorpresa dentro l’uovo, nello-stesso-tempo.

 

Di questa tua foto in particolare mi hanno colpito tante frecce che San Sebastiano si stupirebbe ch’io sia ancora vivo – lui che è stato abbandonato ancora vivo dai soldati romani incaricati di saettarlo perché da loro ritenuto morto. Te ne rivelo una: gli alberi sono due e sono e in dialogo amorevole mosso e rapito e trepidante - come padre e figlia al loro fianco.

 

Il tuo scambio con Gianni richiama, forse domanda, uno scambio con un amico di nome Francesco Fanelli che pochi giorni addietro mi ha mandato una email che inizia così:

 

"Ho riaperto il libro degli haiku.

Mi piacerebbe chiederti ragione (poiché, come suggerisce la lingua francese con la locuzione sans rime ni raison, la rima non va senza la ragione) di alcune espressioni, che non mi sembra di capire bene o che, al contrario, mi sembrano troppo gnomiche: a p. 65: in che senso le ‘immagini’ sono contrapposte alle ‘figure’? (...)"

 

Gli ho risposto: Vediamo di ricordare, e riflettere, intorno a questo haiku che recita:

 

Le immagini

resistono, più dure

delle figure.

 

Per ‘figura’ intendevo la forma esteriore di un oggetto, di un essere umano... mi venivano in mente i verbi formare, foggiare, tastare, palpare...

Per ‘immagine’ intendevo la rappresentazione di un oggetto, di un essere umano... e mi veniva incontro il verbo imitare...

 

Rappresentazione. Ho trovato in ‘Kant forever’ , il saggio di Laura {Sturma, la compagna di Francesco – saggio che proprio Francesco ha avuto la bontà di rivelarmi} che “rappresentare significa “rendere presente cose passate o lontane”, “richiamare alla presenza”, “evocare” quel che è assente.”

 

Forma esteriore. Figura in carne e ossa. Mi viene in mente ora la voce ‘Religione e Serenità’ del mio Calepino: “C’è un passo di Benedetto Croce dai Frammenti di etica, “Religione e serenità”, in cui Croce dice che noi non abbiamo bisogno di Dio e della trascendenza, perché desideriamo soltanto le cose che abbiamo conosciuto in vita. Quindi, se subiamo qualche grave lutto e proviamo un dolore pungente, ad esempio, per un bambino o la sposa che abbiamo perduto, in realtà non desideriamo ritrovare il bambino angelicato, o baciare labbra che non baciano. Noi vogliamo il bambino in carne ed ossa, che faceva il birichino con noi; vogliamo la donna che abbiamo amato, ma non la vogliamo trasfigurata. Per questo, secondo Croce, la religione ci dà una serenità di cui non abbiamo affatto bisogno. La vera serenità viene dall’accettare questa vita come catena di affetti, che può rompersi ma che continua a vivere attraverso le nostre opere. La nostra immortalità è costituita dalle opere, dal lasciare agli altri qualcosa di noi che continua a vivere. L’avere vissuto una volta, dice Croce, è vivere sempre. (Remo Bodei, ‘I senza Dio’)”

 

Ecco.

 

 

(30) Albrecht

 

La natura non conosce frontiere politiche. Gli uccelli migrano da uno stato all'altro noncuranti dei confini. Aspiro a quella lievità dell'Anima per proseguire a sognare e tracciare le mie traiettorie.

 

Oggi prossimo alla metà del secolo, caro Margite, mi interrogo sul tempo. Se precedentemente ti dissi del tempo fotografico, della capacità di scegliere quel preciso istante da consegnare all’eterno, oggi ,guardando questo mondo rumoroso come un pollaio, passo al tempo di gestazione dell'opera e del prenderne distanza.

 

Leopardi nei suoi pensieri (Pensiero n.XX) scriveva: “Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perchè rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana.”

 

Quanti oggi fanno un esercizio compulsivo della fotografia  unicamente per "mostrarsi"? Dedico queste righe a quanti non accordano tempo alle immagini scattate per comprenderne il senso e il destino.
L'identità di un'artista non  è determinata  dal suo mostrare ciò che ha fatto.
Sei incapace di essere in solitudine colui che comprende il senso del suo agire?
Perchè ti nascondi dietro al fatto che l'altro (in realtà il tuo potenziale pubblico) possa indicarti la strada e la bontà del tuo "raccontare le cose?
Quanta finta modestia si cela nell'offrire all'altrui sguardo l'operato?
Questa società spettacolarizzata vive di applausi e consensi.
Troppi artisti d'oggi temono il silenzio e l'anonimato.
Prendi distanza dal tuo lavoro,impara a pesare il risultato globale del tuo fare e prova a scoprire lontano dagli altri e NEL SILENZIO cosa realmente sei.
E poi, evita di dirlo a tutti perchè forse "serve a te solo".

 

 

(31) Margite

 

Anche oggi vieni a me decisamente inventivo, Albrecht, come un vulcano appenninico e marino, inatteso e ancora non registrato chiaramente nelle mappe.

 

Il primo pensiero che ho pensato pensando a te, quel pomeriggio genovese del nostro primo incontro, è stato dell’essere tu un ragazzino troppo intento a giocare e troppo preso dal fare per perdere tempo a presentarsi, a fingersi, a esibirsi, a consumare uno dopo l’altro giorno dopo l’altro gli stucchevoli convenevoli della mediocre vita umana. Siamo subito venuti al dunque: guardarsi liberamente negli occhi, ascoltare e osservare religiosamente l’uno l’altro, lanciarsi nell’avventura: vivere-e-scrivere, insieme! (Il sogno di Kafka, che si è privato della vita per non intralciare la scrittura.)

 

E vabbene, oggi il tema sarà: cosa distingue un esibizionista da un demiurgo?

 

Dell’esibizionista avete detto bene, Leopardi e tu. Io dirò del demiurgo. Demiurgo è alla lettera, e nella sostanza, colui che lavora in pubblico. Che lavora senza nascondersi, senza nascondere. Senza paura di essere goffo e quindi ridicolo, senza paura di essere derubato dei segreti del mestiere e quindi superato.

Ma che c’è di male a essere superato? Essere superato vuol dire che un altro, un’altra, fa meglio di te, anche grazie a te, scatta una foto più bella, costruisce un teorema più ampio, gira una scena più lancinante, costruisce un concetto più calamitante. E allora? Questo non ho mai apprezzato da mio padre, don Lucrezio, la sua paura di essere superato dai suoi figli. Ma a che serve allora un padre, un maestro, un inizio?

 

Il padre, il maestro, l’inizio, devono mostrare una possibilità, e se a questa mostrazione segue una fioritura ancora maggiore, ebbene questo rende utile il già fatto e finalmente inutile il vecchio padre e il vecchio maestro e il vecchio inizio – ma tutto questo ha arricchito il mondo, nella misura in cui lo ha arricchito - chiaro, insomma: senza immaginare di aver fatto, maestro e allievo, chissà che cosa invece di quella cosa effettivamente fatta.

 

Ahora bien, ordunque, tanti e tanti anni fa c’era un padre e al suo fianco c’era una figlia, che avrà avuto otto-nove-dieci anni, lei, e il padre mezzo secolo più o meno. Stavano aspettando, insieme, accanto alla propria automobile, non si sa bene più chi o che cosa, e la figlia si era stancata, di aspettare, si annoiava, e s’era fatta sfuggire qualche lamento. Il padre allora, per distrarla, per rallegrarla, per mostrarle che molto si può fare per superare e capovolgere una situazione cieca, bloccata, impedita, un tempo morto, si è guardato – panoramicando e zummando - intorno, ha visto sotto i piedi della figlia e suoi medesimi un pavimento composito, ha cominciato a indicarlo a lei, a osservarlo con i loro occhi, e riflettere a voce alta, ad abbozzare pensieri, e frasi, e frasi con tanto di accapo e, poi, superata l’attesa, e tornati dialogando a casa, e vivendo e facendo, dopo qualche giorno le ha dato da leggere una poesia, questa:

 

Da quali occhi e quali bocche era
ADORATA
non so questa donna finita in lettere
magre maiuscole su un frammento
di marmo grigio murato a pavimento
in un vicolo cieco
affianco l’inverno del Verano
né quale malattia
[lu]NGA E ATROCE
l’ha strappata al sole all’aria forse
a te che sogni invano.
Ma tutto so tutto riconosco
come un amico
[l’i]MMENSO DOLORE
che chiude questo spezzato
conto d’amore del passato.

 

 

(32) Albrecht

 

Tommaso d’Aquino scrive Dio è un artista e l’universo è il capolavoro di Dio.

Tommaso era uso insegnare che l’uomo è Capax Univers , può contenere l’universo. L’uomo vive da millenni e comprende in se un universo che conta quattordici miliardi di anni di vita. Ma il tempo, lo sappiamo dai mistici orientali , attraverso la teologia (l’eterno presente) ma anche grazie a Einstein è un invenzione dell’uomo. Il tempo è l’ossessione dell’uomo e credimi, lo scrivo a pochi giorni dal compiere cinquant’anni. Quel giorno fuggirò con l’auto ascoltando la musica che amo e lascerò un messaggio: "mi allontano da tutto per pensare cose e immagini che abbiano come unico editore il mio cuore".

Non ho pace perché vivo nel tempo? La fotografia è il maestro incontrato sulla strada, mi aiuta a vivere l’attimo, l’hic et nunc, me lo ricorda con ogni scatto attraverso il sussultare dell’otturatore. E’ come se reggessi in mano il mio cuore e non l’apparecchio. La fede lo dicono i mistici è nel cuore.

 

« Tutto ciò che ho veduto mi induce a confidare nel Creatore per tutto ciò che non ho veduto. » Ralph Waldo Emerson)

 

Un mattino d’estate di quasi dieci anni fa, uno spiraglio s’aprì nel mio piccolo mondo facendo entrare un raggio di luce. Riflettevo sulle persone che mi testimoniavano il loro piacere per le immagini che stavo producendo e le elogiavano. Feci una riflessione: se io produco belle immagini è proprio perché la macchina fotografica, lo strumento che utilizzo, si lascia usare permettendomi di raccontare la bellezza del visibile alla mia maniera. Quindi se a mia volta, lascio che Dio mi adoperi, divenendo suo strumento, lasciandomi guidare potrò dare origine a qualcosa.

Ho sempre detto che in certi momenti ho l’impressione di essere un’antenna che riceve una frequenza e la trasmette. Questo ha lasciato spesso gli uditori interdetti perché in qualche modo sembrava facessi un passo indietro rinunciando alla supposta genialità che si pensava m’appartenesse.

Una notte, una delle tante in cui non riuscivo ad appartenere al sonno né alla veglia, mi parve d’udire una voce che bisbigliava queste parole: - quando l’ispirazione si palesa, devi lasciare ogni cosa e incamminarti sulla via che ti si apre innanzi. Non chiederti il perché, né cosa significa o potrà significare, accetta che sia una forza superiore a te, non contrastarla. Affidati a lei. Sii umile e abbandona quanto conosci, ciò che ti è stato insegnato e quanto hai appreso da solo. Lascia che sia lei a lavorare in te.

L’immaginazione è una fanciulla bellissima. Sorge sulla soglia della tua vita, desidera incontrarti per intrattenersi un po’ con te. Per lei, la tua porta dovrà essere sempre aperta e la tavola imbandita. Se imparerai a conoscerla, non verserai lacrime quando la vedrai scomparire perché, così com’è giunta, se ne potrà andare.

Ricorda:- quando viene non la si può contenere;quando va, non la si può fermare. Non avere timore, se il tuo cuore è puro e l’anima pulita, lei tornerà da te.

 

Holderlin scrisse “L' uomo è un Dio quando sogna e un mendicante quando pensa.”

 

 

(33) Margite

 

Albrecht, tu scrivi: “Ho sempre detto che in certi momenti ho l’impressione di essere un’antenna che riceve una frequenza e la trasmette”, e più avanti, ricordando una voce nel dormiveglia: “quando l’ispirazione si palesa, devi lasciare ogni cosa e incamminarti sulla via che ti si apre innanzi”.

 

Una antenna che trasmette. Un viandante che si abbandona alla strada. Questo tuo modo di concepire ed esperire l’ispirazione ha molto a che fare con la dimensione religiosa del mondo, e immagino avrebbe fatto di te nella civiltà precedente a questa un frate francescano, e in quella ancora precedente un viaggiatore omerico. Che te ne pare?

Anch’io mi sono interrogato sull’ispirazione, a mio modo, in una dimensione laica del mondo, che forse Antonio Gramsci chiamerebbe ‘dimensione della terrestrità assoluta’. Mi sono posto infatti questa domanda: “Cosa vuol dire che ogni autore di ogni libro, nessuno escluso, è ispirato?” E ho risposto così: “Vuol dire che nessun autore scrive da solo, che ogni autore parla con la voce propria e nello stesso tempo con la voce di qualcosa più grande di lui.

Questo vale per ogni essere umano. “Noi siamo un colloquio” – dice uno psicologo e scrittore italiano, Eugenio Borgna. Nello stesso tempo ogni essere umano è unico. E ogni autore è unico. Ora, come ogni essere umano ha i suoi bisogni, i suoi desideri, ogni autore di ogni libro ha i suoi bisogni, i suoi desideri.

Ogni autore, quando scrive, serve due padroni. Ogni libro è duplice, e in qualche misura contraddittorio. Da un lato tende alla generalità – a dare voce alla realtà effettuale, alla verità assoluta, a tutti, al genere umano nella sua interezza – dall’altro lato tende alla particolarità – a dare voce alla realtà singolare dell’autore, alla sua verità, ai bisogni e desideri suoi individuali e dei vari gruppi particolari dei quali partecipa nella sua vita sociale e intellettuale. Ogni libro oscilla tra la tentazione della parzialità e la elevazione alla generalità.”

Insomma sento sempre questa tensione tra l’io e il tutti, una tensione dialettica e collaborativa, come quella che lega i due fuochi di una ellisse. Anche tra l’io e il tu (una bella forma del ‘tutti’) – questo non è forse un libro ellittico?

(Un giorno, o una notte, magari sta arrivando il momento, lo pubblicheremo, di colpo, sulla Rete immagino, e così i dialoghi continueranno con altri tu, altri tutti, rispetto al quale, ai quali, noi due saremo soltanto uno dei fuochi. Un libro vivo.)

 

 

(34) Albrecht

 

Dal mio piccolo fuoco voglio dire a te come a tutti:

1. Lasciatemi raccontare altre storie e differenti figure femminili. I fatti che narro non sono mai esistiti, per quel luogo, per quella persona, per quei gesti , eppure sono la verità.

2. Spesso nello sfondo troviamo maggiori tracce, segni che non nel primo piano. L’Apparenza inganna, distrae, fa attrazione e ci rapisce al reale senso che non è mai manifesto, evidente. Dietro, fuori, a lato c'è il segreto svelato, il primo piano è sempre di qualcuno, uomo o donna, un mio alter ego , che si sforza di vivere appieno e a tutti i costi.

3. L’atto creativo è un continuum, il tempo inteso come epoche e stili non lo considero.

La tecnica che utilizzo in sede di stampa conferisce un’idea di tempo “sospeso ed indecifrabile”, sono immagini concepite e realizzate nella contemporaneità, portatrici di una temporalità sfuggente, volutamente non definita.

4. Quando ho scritto che “per un Autore la marginalità è da intendersi come solitudine sociale” volevo evidenziare il profondo senso di distacco ed isolamento nei confronti del mondo che procede secondo guerre, differenti livelli e abusi di potere ed altre amenità che condiscono il quotidiano: gli elementi costitutivi della “Storia”. Preferisco stare a lato, al margine, in disparte, più che per paura, per esaurita volontà di coinvolgimento. Orson Welles fornì una esauriente definizione di questo “stato mentale” con le seguenti parole: “Mi sono sempre sentito isolato. Credo che ogni buon artista si senta isolato. Se non lo è vuol dire che qualcosa non và”

5. Attribuisco all’immaginazione un potere salvifico. L’immaginazione è creatrice, quanti vogliono comprendere la natura e gli eventi del mondo devono imparare a sognare prima di imparare a pensare.

6. Quando ritraggo una persona. Tutto o il suo contrario accade solo in quell’istante. Non c’è alcuna messa in scena. Opero sulla realtà. Quanto mi viene offerto è ciò che appartiene a quel luogo e a quella persona in quel preciso istante. Attraverso l’inquadratura conferisco “il mio ordine”. Il risultato sarà la mia idea di quella scena. Sono libero di agire entro dei limiti che scelgo di osservare.

7. I mutamenti interiori di un essere umano, le sue intime scelte, appaiono in maniera spesso impercettibile attraverso il volto. La coscienza è il volto dell’Anima, e il volto dell’uomo non è che un espressione della sua coscienza. "L'occhio è lo specchio dell'anima"

 

 

(35) Margite

 

Ti scrivo da un pomeriggio, Albrecht, il pomeriggio di giovedì 11 agosto 2011. A poche ore dalla caduta di “stelle per l’aria tranquilla”. Stavolta però non le ho viste – solo immaginate, non so perché. Ho letto, ieri notte. E riletto. La tua ultima email aspettata cinque mesi. E finalmente la mia attenzione si è soffermata sul punto numero due:

“2. Spesso nello sfondo troviamo maggiori tracce, segni che non nel primo piano. L’Apparenza inganna, distrae, fa attrazione e ci rapisce al reale senso che non è mai manifesto, evidente. Dietro, fuori, a lato c'è il segreto svelato, il primo piano è sempre di qualcuno, uomo o donna, un mio alter ego , che si sforza di vivere appieno e a tutti i costi.”

Condivido la tua considerazione (in queste ore particolarmente pertinente: alla lettera ‘sidera’ vuol dire ‘stelle’), e ti mando qualcosa di affine: un video di sei minuti, della serie ‘Mercuriale’ che vado pubblicando sul sito-rivista, che tratta lo stesso tema. Come te lo mando? Con il suo indirizzo telematico: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=2063

Come vedi, come senti, sono sicuro che il nostro libro lo pubblicheremo sulla Rete, un libro internet, fatto di parole, di foto, di video. L’idea mi convince e mi commuove per molte ragioni, compresa questa: quando lo presenteremo, i giovani che parteciperanno all’evento, potranno intervenire, dire e disdire con cognizione di causa avendolo prima gratuitamente letto, sentito, visto.

Ho fatto qualche mese fa una esperienza del genere con la presentazione italiana de Il progetto di Gesù, il romanzo filosofico scritto con Luis Razeto, e m’è parsa buona e bella. I giovani e le giovani, più o meno poveri in canna, che hanno partecipato all’evento erano democraticamente contenti, e orgogliosamente sapienti.