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Fulmini e Saette. PDF Stampa E-mail
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Fulmini e Saette.
Alexandra
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Fulmini e Saette
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Irriverenza
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Relativismo
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La crema della rubrica mensile che tengo su Alias - supplemento culturale de il manifesto.

 

 


 

Planare lo sguardo - Αιωρείται το βλέμμα

Oggi farò l’esegesi di un libro di poesie. Bilingue – testi a fronte. Poesie scritte originariamente in italiano e poi tradotte, dall’autrice stessa, in greco. Planare lo sguardo - Αιωρείται το βλέμμα è un libro di Alexandra Zambà, pubblicato dalla casa editrice La Vita Felice.

L’autrice è per avventura la donna della mia vita. Ma non mi farà velo il legame familiare, neppure in un paese come l’Italia, devastato dal familismo amorale. Mi sono dedicato all’arte e alla scienza, e non alla politica dei partiti e alla religione delle chiese, proprio per vivere in piena moralità. E fare esegesi, esporre filologicamente e analizzare criticamente un testo, è svolgere una attività morale – consistente nel mettere in contatto i lettori con gli autori, insomma nel farsi i fatti degli altri, e non i propri.

Alexandra scrive. Di origine è cipriota, greco-cipriota. Vive in Italia, ed ha adottato la lingua italiana come lingua comunicativa ed espressiva. Scrive poesie, tra le altre cose, e ve ne trascrivo una.

-senti
resta sui miei battiti
-melodie aritmie memorie-
cucite sulla pelle tua bianca e morbida
di sogni miei liquidi
sperduti nei pochi attimi della vita
non tua non mia…

L’inizio non ha la maiuscola, e la poesia finisce con tre puntini. Come un brano di dialogo. Ecco: è immediatamente evidente che la natura profonda, delle poesie, di questa poesia di Alexandra, è il dialogo. È il tu e l’io. Non l’io.

Solitamente i poeti sono concentrati sull’io. Hanno la forma della circonferenza, che ha un centro. Alexandra invece ha la forma di un’ellisse, che ha due fuochi.

È una forma poetica rara, questa, e tanto più necessaria oggi, in un mondo pieno di circonferenze. Di io, che non ascoltano, non dialogano, non mettono l’altro nella condizione dell’interlocuzione. L’altro è considerato spesso come un pubblico, un astante delle proprie gesta, qualcosa da conquistare, qualcuno da sedurre, di cui godere e approfittare.

-ακου
μείνε στους παλμούς μου
-μελωδίες αρρυθμίες αναμνήσεις-
ραμμένες στο λευκό και απαλό δέρμα σου
των ρευστών μου ονείρων
χαμένων στις λίγες στιγμέςτης ζωής
μη δικής σου δικής μου...

La poesia ellittica. La poesia dell’altro in relazione all’io. Un mondo ulteriore, possibile, del noi, ma non del noi in forma di massa, di folla, di aggruppamento, in forma indistinta. Un mondo fatto di io e di tu, anzi: di tu ed io.


(Alias, sabato 6 agosto 2016)

 

 


 

 

Riflettendo sugli amori che muoiono per eccesso d’amore, forse ho trovato il bandolo del mito di Ciparisso e il Cervo.

 

Entra in campo per primo l’amato, il Cervo. “Sacro alle ninfe che abitano i campi di Cartea, vi era un gigantesco cervo; con le corna ampiamente ramificate, esso da sé porgeva folta ombra alla sua testa. D’oro splendevano le corna e al ben tornito collo stavano appesi, scendendo sulle spalle, monili ornati di gemme. Gli balzava sulla fronte, legata da catenelle, una borchia d’argento, dal tempo della nascita; da ambe le orecchie, intorno alle tempie incavate, fulgevano perle. Senza paura esso era solito visitare volentieri le case e porgere per le carezze il collo a mani sconosciute.” (Ovidio, Metamorfosi)

 

Entra ora in campo Ciparisso, l’amante. “Ma più che ad altri, esso era caro a te, o bellissimo tra gli abitanti di Ceo. Tu conducevi il cervo a pascoli intatti, allo specchio di fonti limpide; tu, a volte, fra le sue corna intrecciavi fiori infiniti; a volte, standogli sul dorso a guisa di cavaliere, lieto vagavi per ogni dove, frenando la sua arrendevole bocca con guinzagli di porpora.” (O, M)

 

Col trascorrere della felicità dei giorni e delle notti cresce l’affezione d’amore, che inebria e trascina e scuote l’amante nel vortice d’una insostenibile eccitazione, d’una incomportabile esaltazione. Finché un giorno - afferma la tradizione - l’amante uccide involontariamente l’amato. “Involontariamente” ripete – certificando la tradizione – Károly Kerényi, autore del gran libro di mitologia greca “destinato agli adulti” Gli dèi e gli eroi della Grecia. “Involontariamente, scambiandolo per un cervo qualunque.” Ma può – io che scrivo mi domando e domando a te che leggi - l’amante scambiare l’amato con qualunque? E come poteva Ciparisso confondere con altri il suo Cervo dalle corna d’oro, la borchia d’argento, i monili ornati di gemme, le perle fulgenti?

 

Ovidio da parte sua non accoglie e non rifiuta la tradizione, dice solo, a mezza bocca, cautamente e prudentemente, che l’amante è stato avventato e imprudente: puer imprudens. Parla per esperienza diretta d'amante imprudente, e coglie nel segno: possiamo sopravvivere al difetto d’amore, non sopportiamo l’eccesso d’amore.

 

Quel giorno, nell’ora meridiana, esausto di cavalcate infinite, il Cervo si era adagiato all’ombra di un albero, a godersi la frescura. Ciparisso, poco discosto, alle sue spalle, stringeva in pugno l’affilato giavellotto. Non riusciva a staccare gli occhi dal collo del Cervo, tremava tutto per la vertiginosa agitazione d’amore, finché sbarrando le pupille e prima che la vista lo annebbiasse nello spasimo, l’amante scagliò il giavellotto e trafisse l’amato. “E quando lo vide morire per la profonda ferita, decise di lasciarsi morire. E’ tutto un gemito e questo invoca, come supremo dono, dagli dèi: piangere in ogni tempo. E ormai, effuso il suo sangue in un profluvio di lacrime, le membra cominciano a prendere color verde; i capelli, che prima scendevano dalla candida fronte si mutano in irta chioma e, fattisi rigidi, contemplano, con l’affusolata cima, il cielo gremito di stelle.” (O, M)

 

Ciparisso si trasforma così nell’albero triste sempreverde, il Cipresso.

 

(Alias, 3 luglio 2010)

 


 

 

Chi sono gli angeli?

 

Secondo i religiosi sono proiezioni, messaggeri di esseri divini. Secondo Caravaggio e Rembrandt sono proiezioni, messaggeri di esseri umani. La penso come i pittori.

 

Calma. Facciamo un passo indietro e studiamo gli angeli delle religioni del Libro. Giorgio Agamben (introducendo Angeli. Ebraismo Cristianesimo Islam, Neri Pozza editore, 2009), fa propria la linea conoscitiva Rousseau-Kafka-Schmitt-Foucault, e sostiene che gli angeli sono la burocrazia celeste – “i funzionari alati che eseguono sulla terra i decreti ‘storici’ della provvidenza”.

 

Concordo – questo sono gli angeli in quelle tradizioni. Dopodiché Agamben (“per sorprendere i benpensanti”) afferma: “La provvidenza, con i suoi angeli-burocrati, è il paradigma non del potere assoluto, ma di quello democratico.” Qui discordo, considerando gli esiti di una linea conoscitiva che Agamben ignora, quella Hegel-Marx-Weber-Gramsci, secondo la quale la burocrazia organizza tanto il potere assoluto quanto il potere democratico nel governo del mondo umano. “È certo che ogni forma sociale e statale ha avuto un suo problema dei funzionari, un suo modo di impostarlo e risolverlo, un suo sistema di selezione, un suo tipo di funzionario da educare.” (Gramsci, Quaderni) Laddove la provvidenza divina, il governo divino del mondo, a ben pensare, è sempre il paradigma del potere assoluto.

 

Veniamo alla terza linea conoscitiva intorno all’angelologia e la burocrazia, la linea Rembrandt – Caravaggio, la quale mostra che gli angeli sono una proiezione. Umana, non divina. Un grido dal basso, non un ordine dall’alto.

 

Apriamo l’Antico Testamento. Abramo stava per scannare il figlio Isacco secondo l’ordine ricevuto da Dio («Prendi tuo figlio Isacco, il tuo unico figlio che ami, e offrilo in olocausto.») , quando intervenne “un angelo” che “lo chiamò dal cielo” e gli disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male!” Chi è in verità questo “angelo”, di chi è messaggero? - si è chiesto Rembrandt dipingendo il Sacrificio di Isacco nel 1635. Ecco l’angelo – una rappresentazione speculare di Isacco! Infatti di Isacco non vediamo il volto le mani il petto le spalle le gambe – e dell'Angelo vediamo proprio il volto, le mani, il petto, le spalle, le gambe. Un padre sta per scannare suo figlio, blocca la sua mano un giovane che somiglia come una goccia d’acqua a suo figlio: ha il volto suo, le mani sue, il petto suo, le spalle sue, le gambe sue. È dunque la proiezione, con il linguaggio della pittura è la rappresentazione speculare, del figlio. È Isacco stesso che ha fermato col suo grido la mano di Abramo. È il figlio che ha fermato e disarmato il padre, contraddicendo Dio.

 

Questa intuizione, questa verità – l’angelo è una proiezione umana, non una manifestazione divina – è la chiave di lettura anche del Sacrificio di Isacco dipinto da Caravaggio nel 1603. Il modello che posò per la figura di Isacco fu Cecco Boneri, garzone di Caravaggio. E il modello per la figura dell’Angelo? Recenti analisi riflettografiche hanno mostrato e dimostrato che Caravaggio usò lo stesso Cecco come modello per l'Angelo

 

In somma: la ‘provvidenza’ è burocratica e assoluta, e gli angeli, se abbiamo fiato in corpo, siamo noi.

 

(Alias, sabato 3 aprile 2010)

 

 


 

 

Lo Stato è infetto, ma non basta disinfettarlo


I politici e i burocrati parlano sempre a favore delle istituzioni esistenti. E intanto le usano per farsi i fatti propri e della propria ‘famiglia’, e non i fatti degli altri, dei cittadini e dei campagnoli.


Attilio Bolzoni ha pubblicato un “libro maleducato” a proposito del comportamento dei politici e dei burocrati che agiscono nelle istituzioni coltivando il potere infetto. “Maleducato”? – gli chiedo mentre mi dedica una delle sue copie.  “Con gli amanti del  potere infetto bisogna usare un linguaggio maleducato”, mi risponde col suo sorriso greco e arabo.


A me, leggendo Il Padrino dell’Antimafia, sarcasticamente appassionato com’è, m’è venuto in mente Gramsci in carcere, un autore tanto noto quanto sconosciuto.


Il paragone non ti sembri eccessivo, lettore che mi stai leggendo: rispettando tutte le proporzioni, Attilio appartiene al suo stesso tipo intellettuale e morale – quello che svela la corruzione organica del potere e persegue con la sua imperterrita attività la possibilità del Regno dei Cieli qui e ora.


Il libro è la cronaca della persecuzione subita da Bolzoni giornalista esperto di tragedie civili e mafie mascherate, dal 2015 fino ad oggi , da parte dei politici e burocrati siciliani e italiani, e dai loro complici e servi, per aver rivelato che l’Apostolo dell’Antimafia, Calogero Antonio Montante, era un ossimoro vivente: il Padrino dell’Antimafia.


Non ti anticipo i particolari. È un libro trascinante e ricco, di particolari e circostanze, di nomi inattesi e situazioni tragicomiche.


Una sola critica devo muovere a questo memorabile libro civile in soggettiva.

Attilio giornalista e annalista pensa, come Nicola Gratteri magistrato e sociologo (il suo omologo calabrese) che si tratti di ‘disinfettare’ il potere, di estirpare la ‘malapianta’ delle mafie. Non basta. Bisogna fare qualcosa di più radicale.

 

Mentre disinfettiamo lo Stato, bisogna costruire una nuova e superiore struttura del governo politico nazionale e internazionale. La crisi che stiamo vivendo si risolverà alla radice col lavoro convergente di giornalisti e magistrati e scienziati della storia e della politica, e di cittadini e campagnoli, usando bene i Quaderni di Gramsci – quel libro che negli anni Trenta del Novecento ha mostrato e dimostrato che questa crisi è la “crisi organica” dell’intera civiltà moderna.


(Alias, 6 aprile 2019)

 


 

 

Nell’omelia del 6 gennaio, Joseph Ratzinger papa della Chiesa Cattolica con il nuovo nome Benedetto XVI, ha osservato (1): “i credenti in Gesù Cristo sembrano essere sempre pochi”; si è domandato (2): “ qual è la ragione per cui alcuni vedono e trovano e altri no? Che cosa apre gli occhi e il cuore? Che cosa manca a coloro che restano indifferenti, a coloro che indicano la strada ma non si muovono?”; si è risposto (3): “la troppa sicurezza in se stessi, la pretesa di conoscere perfettamente la realtà, la presunzione di avere già formulato un giudizio definitivo sulle cose rendono chiusi ed insensibili i loro cuori alla novità di Dio.”

A mio modo di pensare, Ratzinger ha in parte ragione e in parte torto:


(1) su questo punto ha ragione: sono pochi i credenti cristiani, e molti meno dei due miliardi che si dichiarano tali – per ipocrisia o conformismo nei confronti degli altri e persino di se stessi;


(2) su questo punto ha torto: gli atei, gli agnostici, gli areligiosi, non hanno gli occhi e i cuori chiusi, non “mancano” di qualcosa di essenziale, non indicano agli altri un percorso e loro invece restano fermi sulla strada della vita e della morte – no. Quanto alla credenza in Gesù il Cristo: non è un “dono” del quale essi sono disgraziatamente privi, è una possibilità tra altre possibilità, tutte egualmente degne di essere colte entusiasticamente e vissute allegramente;


(3) su questo punto ha torto: i non cristiani non sono necessariamente “troppo” sicuri, e non tutti fra loro “pretendono” di conoscere “perfettamente” la realtà, né “presumono” di avere già formulato un giudizio “definitivo” sulle cose del mondo. Ce ne sono di questo genere, lo so, ma... “Chi è senza peccato scagli la prima pietra contro di loro.” (Gv 8,7)

Le virtù proprie del laico – insegnava Norberto Bobbio - sono il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il rispetto delle idee altrui. Prova all’incontrario: sono proprio i peccatori lanciatori di pietre, sono i cristiani alla Ratzinger, ad essere troppo sicuri, e pretensiosi, e presuntuosi. Alla Ratzinger ed alla Savonarola. Che c’entra Girolamo Savonarola? Che c'entra il riformatore sconfitto con il controriformatore trionfante? Che c’entra il frate scomunicato, processato, torturato, lapidato, impiccato e arso a 46 anni col sacerdote che a 82 anni è vescovo di Roma, primate d’Italia, capo del collegio episcopale e sovrano dello Stato del vaticano? C’entra, ed è il problema dei religiosi nel loro insieme.

Rendo testimonianza. La stessa sera dell’Epifania di quest’anno ho scelto di non vedere la televisione, di non sentire la radio, niente DVD, niente Internet eccetera: ho scelto di leggere un libro. L’ho aperto e mi sono trovato di fronte ad una predica di Girolamo Savonarola, quella tenuta il 6 novembre 1494, nella quale il domenicano afferma: “E filosofi cercorno solo col lume naturale le cose che loro andarono meditando; al vero cristiano appartiene cercare di empiersi del lume sopranaturale, e della grazia di Dio.” (Traduzione: I filosofi antichi cercarono soltanto con la ragione la verità; ma la ragione umana è imperfetta se non è illuminata dalla rivelazione e dalla grazia.)

 

(Alias, 6 febbraio 2010)

 


 

 

Lasciamo stare i sordi e i ciechi, quelli che possiedono la certezza (religiosa) o la certificazione (ideologica) delle proprie credenze e idee, e quelli che erano incerti ma ora non ne sono più tanto sicuri. Con coloro che hanno orecchie per sentire e occhi per vedere, potremmo discutere (scuoterci reciprocamente le radici) e conversare (cambiare verso l’uno con l’altro), cioè svolgere quelle pratiche espressive-comunicative-trasformative che rendono la vita umana plastica e leggera.

 

Potremmo ascoltare e parlare. Di che cosa? Calma. Non mettiamo il carro davanti ai buoi. Non è questione “di che cosa” discutere e conversare. Così come non ci sono forme più nobili di altre in natura – come spiegava Galilei e mostrava Caravaggio - non ci sono argomenti più vitali di altri in cultura. “Con chi”, questo è il problema. Infatti le persone che amano discutere e conversare sono poche e sparse, e non da oggi: “Oh! Non c’è sventura più grande di questa antipatia per ogni discussione.” (Socrate secondo Platone).

 

Ma perché sono pochi questi orgogliosi di scuotere e trasformare le proprie credenze e idee, e molti quelli che le recintano e se ne vantano? Per superbia, per modestia, per viltà, per temerità. La maggioranza degli esseri umani preferisce chiacchierare (parlare in modo futile e inconcludente) e discorrere (correre qui e là). E così, nella nostra rigida e greve vita, rare avventure con rare persone. Il resto, il più, è un orrendo ammasso di preghiere, esibizioni, pettegolezzi, abiure: insomma chiacchiere.

 

(Alias, 27 maggio 2006)

 

 


 

 

Che diavolo succede nella Chiesa cattolica italiana? Grosso modo, ciò che accade nella Società politica italiana: timide riforme, sfacciate controriforme, divisione, declino.

 

Raffaele A. mi racconta la cresima della figlia in San Marcellino e Pietro a Roma (la chiesa della statua della Madonna fatta a pezzi dai Black Bloc sabato 15 ottobre 2011). Ha letto da poco Il progetto di Gesù, il libro che ho scritto con Luis Razeto, ed è rimasto estasiato dal vescovo - che di Gesù ha dato un’immagine umanissima, apparentemente vicina a quella colta nel nostro libro.

 

Il parroco di San Marcellino e Pietro, ricordato con veemenza l’atto sacrilego, ha rivelato che lascerà la statua rotta, perché un giorno quei ragazzi possano rivederla e pentirsene. “È uno che bacchetta.”

 

Il vescovo ha parlato, invece, di misericordia, di partecipazione, di festa, di gioia. Affetto dal morbo di Parkinson, gli tremavano le mani, ma nel momento rituale cruciale compiva un gesto fermo e sorridente. “È uno che abbraccia.”

 

“Mi pare si chiami Brandolini” aveva concluso Raffaele. Ascoltato il suo racconto, tornato a casa, navigo su Wikipedia e leggo: Luca Brandolini di Montecompatri, nato nel 1933, “nel 2007 criticò il motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI”. Cerco e trovo un articolo di Sandro Magister: “16 luglio 2007. (…) Tra i liturgisti, il più accorato nel contestare il motu proprio papale è stato Luca Brandolini, vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo e membro della commissione liturgica della conferenza episcopale italiana, in un'intervista al quotidiano la Repubblica: "Non riesco a trattenere le lacrime, sto vivendo il momento più triste della mia vita di vescovo e di uomo. È un giorno di lutto non solo per me, ma per i tanti che hanno vissuto e lavorato per il Concilio Vaticano II. È stata cancellata una riforma.”

 

Il parroco e il papa da una parte, il vescovo e Raffaele dall’altra. E Gesù?

 

Gesù ne ha per gli uni e per gli altri, e nel nostro libro parla ai ‘discepoli’ (agli amici) così: “Noi siamo un movimento itinerante, che non ha un posto fisso, che non s’arrocca su una montagna dalla quale guardare il mondo dall’alto in basso. (…) E in quanto all’identità, questa non si costruisce attorno a un centro, a una istituzione, ma si distende e articola come una rete nella quale ogni partecipante è un centro, ogni piccolo gruppo è un nodo. (…) Vi state immaginando la comunità nostra come esemplata sull’Impero, o improntata su un esercito, uno Stato, un partito, una mafia, con delle strutture burocratiche e gerarchiche. Strutture di potere che tendono a conformare le persone a un ordine costituito. Di questo ordine vi auto-eleggete capi e, per assicurarvi che nessuno metta in discussione l’organizzazione, ne sacralizzate le strutture e le procedure. Ma come? Invece di costruire qualcosa che ci avvicini tutti un po’ di più al nostro Padre celeste, una religione della conoscenza, della fraternità e della libertà, nella quale fioriscano e crescano donne e uomini creativi, autonomi e solidali, vi inventate una religione di credenze, di norme e di rituali che produce adepti, docili e praticanti?”

 

(Alias, novembre 2011)

 

 


 

 

Roma sud, nel quartiere di Centocelle. Incontrandoci per la prima e l’ultima volta, il gigante nero col berretto magenta che mi vende tre paia di calze si racconta. Vive a Roma da poco e viene da Lagos: “Roma città capitale Italia, Lagos – prima Lagos, ora Abuja – città capitale Nigeria”. Ci guardiamo negli occhi, ubriachi degli istanti irripetibili della prima conoscenza. Meglio qui o in Nigeria? – gli domando, per non perderci subito. Vorrebbe spiegarsi bene, senza semplificare, ma non conosce ancora le parole giuste. Socchiude la grande bocca scolpita, inclina al rallentatore il collo, accende gli immensi occhi lucenti e dentro ci vedo scorrere – come in un film muto - una tragedia di ombre spezzate. “No - qui… meglio Italia... sì, meglio…”

 

(Alias, 17 febbraio 2006)

 



 

 

Heidegger fu affascinato dal nazismo per pochi mesi, e dalle donne per tutta la vita. Cose note. Ignoto era fino a ieri ciò che risulta oggi dalla pubblicazione (in Germania) delle sue mille lettere alla moglie Elfride, e cioè il notevole numero delle donne amate dal filosofo: “Quando la mia esistenza è priva di passione, ammutolisco e la fonte non zampilla.” – scrive il 23.VI.1956. Secondo un progetto (passionale) dunque agiva Heidegger, dispiegato il quale alla moglie ogni volta inevitabilmente ritornava.

 

Cosa muoveva quest’uomo a vivere avanti-indietro, appassionandosi ad un’altra donna-amante e ritornando alla donna-moglie di sempre? La filosofia. Martin Heidegger era un uomo guidato dalla propria filosofia.

 

Sento crepitare sulla mia testa fulmini e saette: “Heidegger è un grande filosofo, Martin è un gran maiale.” “Il filosofo era ossessionato dalla ricerca dell’autenticità, l’uomo dalla ricerca del piacere.”

 

Macchè. Questo essere umano era coerente, e intero: pensava teoricamente e agiva praticamente guidato dal suo esistenzialismo negativo. Lo riassumo con le parole di Nicola Abbagnano, “L’esistenza è un essere possibile, cioè un progettarsi in avanti; ma questo progettarsi in avanti non fa che cadere all’indietro, su ciò che l’esistenza è di fatto. (…) L’esistenza è trascendenza: procede continuamente al di là della realtà esistente, progettando. Ma trascendere e progettare fanno ricadere l’uomo nella realtà di fatto, e lo rinsaldano in essa.”

 

(Alias, 21 gennaio 2006)

 


 

 

In questo mondo diviso tra chi coltiva il proprio orto e non guarda al di là del proprio naso e chi fa l’amore con le nuvole e insegue il paradiso nel futuro o nel passato, con questo io diviso tra i piccoli piaceri e le grandi fughe, che ogni giorno e ogni notte fatica a tenere insieme particolare e universale, concreto e astratto, in un fine settimana che inizia la primavera, andiamo in pellegrinaggio, Alexandra ed io, da Piero della Francesca.

 

 

Il Sogno di Costantino sta ad Arezzo. Piero lo ha affrescato coi colori riflessi negli occhi degli aretini del suo tempo, e quel gran giallo che irrompe dall’alto e domina la scena è il colore della pietra a vista colorante l’intera città. Quel giallo particolare (arenaria-paglierino) si sposa con la geometria universale (della tenda conica) e produce concerto di cielo e terra, convergenza di luce e prospettiva, consonanza di uomini e cose, sintesi di forma e colore, identità di esperienza e idea.

 


 

La Madonna del parto sta nei dintorni d’Arezzo, a Monterchi. Piero ha usato qui il verde dei prati, il blu delle colline, il viola degli appennini, i colori fondamentali che vedevano i suoi familiari quando raccoglievano i fiori di lavanda per venderli, e vediamo noi oggi uscendo dal museo. Quei colori, organati nella “media proporzionale”, tingono gli angeli reggicortina, fratelli gemelli originati dall’inversione dello spolvero, e la Madonna, contadina incinta di una nuova vita e colonna rigonfia di un’antica entasi, quella vestita di doghe incurve e questa di sciolte scanalature.

 

(Alias, 8 maggio 2006)

 

 


 

 

Kafka e la crisi

Questo è il sesto anno della mia collaborazione ad Alias con la rubrica del primo sabato di ogni mese. Lo dedicherò agli autori che secondo me hanno meglio sentito-compreso-capito la crisi che stiamo vivendo. Cominciamo con Kafka.

Nato nell’anno in cui è morto Marx, era il 1883, se n’è andato a 41 anni, dopo aver scritto poco e pubblicato meno. In quel meno, il racconto In loggione.

Tutti i personaggi di tutte le opere di Kafka sono fatti della stessa materia di cui sono fatti i nostri vicini di casa, i nostri lontani di casa, tu e io, qui e ora.

Vabbene, starai pensando, ma su questa ‘materia’ si sono rotti la testa generazioni di critici, ognuno la pensa a modo suo e ancora oggi se ne discute.

Già: per alcuni Kafka è “eroe di un’etica laica”, per altri “il precursore spirituale della controrivoluzione”, altri lo vogliono “testimone della morte di Dio”, e senti questa: “la carica profetica dell’angoscia kafkiana nasce dalla riduzione alla sua nuda struttura di una esperienza storica determinata: l’esperienza della disumanità del capitalismo, della condizione operaia nella fabbrica capitalistica” (Lucio Lombardo Radice, Gli accusati, De Donato 1972).

Ha ragione Lucio. Lo mostra l’inizio del Loggione: “Se un’acrobata a cavallo, fragile, tisica venisse spinta per mesi interi senza interruzione in giro nel maneggio sopra un cavallo vacillante dinanzi a un pubblico instancabile da un direttore di circo spietato sempre colla frusta in mano...”

Ha torto Lucio. Lo mostra, seguitando, il racconto: “…Ma non è così: una bella dama bianca e rossa entra lieve dal velario che due orgogliosi servitori in livrea sollevano per lei; il direttore, cercando ossequioso i suoi occhi, le sospira incontro con devozione bestiale, la solleva cauto sul cavallo pomellato, come se fosse la sua nipote preferita che parte per un viaggio pericoloso...”

Cosa vuol dire? Vuol dire che Kafka è, nello-stesso-tempo, il poeta di un “mondo finito” (la civiltà liberale-borghese) e il poeta di un “mondo disgregatore” (le società burocratiche di massa), dell’enigma e del disincanto, dell’uomo-massa “condannato non solo senza colpa ma anche senza cognizione” e dell’intellettuale-creativo “che ha poco suolo sotto i piedi”.

Insomma Kafka è il poeta della complessità. Ecco perché l’opera sua non solo sopporta, ma fomenta tante singole interpretazioni. Spingendoci delicatamente a costruire interpretazioni sempre più comprensive, quindi sempre più creative, di questa vita, di questa crisi. Invece noi la semplifichiamo, questa crisi, incastellandoci a ogni passo nelle ideologie della vecchia civiltà moderna (il liberismo, il marxismo, la social-democrazia, il cristianesimo sociale), come fragili spettatori di galleria.

Come termina difatti In loggione? Mentre lei, acrobata e dama, una e bina, “correndo alta sulle punte dei piedi entro un nembo di polvere, a braccia aperte e arrovesciando la piccola testa, vorrebbe far partecipe tutto il circo della sua felicità, lo spettatore di galleria appoggia il viso al parapetto e, sprofondando nella marcia di chiusura come in un triste sogno, piange di un pianto inconsapevole.”

 

(Alias, gennaio 2012)

 

 


 

 

Il meglio della democrazia non sta nell’essere il governo della maggioranza, ma nel suo essere “isonomia” (dicevano i Greci), cioè rendere tutti uguali di fronte alla legge. In concreto: formare tutti e selezionare i migliori. In democrazia tutti sono possibili dirigenti, e i posti di direzione li conquistano i migliori, a qualunque classe sociale appartengano. La democrazia è cioè il migliore governo della minoranza: il governo dei pochi migliori tra tutti.

 

Per ciò il problema della democrazia è fare in modo che tutti si possano formare secondo le potenzialità e siano selezionati secondo le capacità (e non in quanto complici dei dirigenti al potere).

 

Per esempio. Se un numero aperto di studenti italiani maturati aspirano a entrare nella Facoltà di Medicina - e questa è a numero chiuso - si tratta di selezionare i migliori tra loro, per la salute della democratica società che li ha formati come tali. Perché questo in Italia oggi non avviene? Perché i test d’ingresso a Medicina, in quanto incongrui alla reale preparazione degli studenti, non selezionano i migliori aspiranti? Perché i professori si rivolgono alle matricole vittoriose con “Voi che siete figli di medici…”? “Perché quando la capacità di saper governare arriva alle masse, vengono a mancare le grandi intelligenze alla guida della società?” (Alexis de Tocqueville, Viaggio negli Stati Uniti, 1831)

 

Perché George W. Bush? Perché Francesco Storace? Perché gli Stati Uniti sono una società ademocratica mossa dal denaro, e l’Italia è una società ademocratica acquietata dalla complicità.

 

(Alias, 11 febbraio 2006)

 

 


 

 

Due o tre cose che so del comunismo


Abiezione

Nella notte dei tempi la terra emersa dalle acque era una cosa sola (che i geologi di poi chiamarono Pangea), amministrata in due parti distinte dall’Impero del Bene e dall’Impero del Male. A seguito di una secolare lotta pacifica (che gli storici odierni chiamano infatti Guerra Fredda) prevalse infine l’Impero del Bene. I vincitori non devastarono militarmente i territori sottomessi, preferendo favorire la deriva morale dei vinti. I capi delle regioni e degli stati, dei governi e delle opposizioni, dei partiti e dei sindacati dell’Impero del Male si ridussero allegramente alla amministrazione del potere secondo le regole dei vincitori. E fiumi di sudditi vinti, avviliti dalla viltà dei capi, si ridussero tristemente in schiavitù dei vincitori, gli uomini coltivando i loro campi, costruendo le loro città, lavando le loro macchine, le donne pulendo le loro case, assistendo i loro vecchi, prostituendosi nelle loro strade. Finché, perdurando insostenibilmente l’abiezione dell’intera progenie umana, il cuore della terra si spezzò ed ebbe inizio la deriva materiale dei continenti, che dura tuttora.

 

Apparenza

Era un uomo cauto, insicuro, crudele, nottambulo, alto un metro e sessanta, Stalin. La misura geometrica getta una luce sinistra sui fotografi e sui cineasti, che ritraendolo inginocchiati lo facevano apparire come un padre appare ai bambini.

 

Mao Tse-tung

Mao Tse-tung in gioventù guidò le operazioni di guerriglia al modo degli eroi di Sul bordo dell’acqua, il classico romanzo del banditismo sociale cinese. In vecchiaia istigò la guerrigliera e banditesca Grande Rivoluzione Culturale.

 

Louis Althusser

L’ultima volta che venne in Italia, Louis Althusser, fu per partecipare ad un seminario sulla Comune di Parigi che avevo organizzato nella città di Terni. In pubblico affermò: “Il comunismo è già qui e adesso. Quei ragazzi che giocano al sole (e puntò l'indice oltre la finestra) e noi che discutiamo all’ombra (e ci raccolse in un cerchio), allegramente in assenza di rapporti mercantili, non siamo già isole di comunismo?” In privato sussurrò: “Machiavelli era così (e sollevò la mano piegata a tettuccio finché poteva), Marx così… (e l’abbassò sotto il tavolo, invertendone l’angolo con l’avambraccio)". Un pugno di giorni dopo soffocò distrattamente la moglie comunista. Morì prima d’invecchiare Louis, finito di scrivere L’avenir dure longtemps, quel libro che inizia con la parola “Probabilmente” e finisce con la parola “vivere.”

 

(Alias, sabato 14 maggio 2011)

 

 


 

 

Edipo eroe vittorioso

 

Due primavere fa, in un giorno di buonumore (1 marzo 2008) ho lanciato un fulmine su Sigmund Freud costruttore del complesso di Edipo. Il fondatore della psicoanalisi ha sostenuto che quanto accadde miticamente al personaggio sofocleo accade fantasmaticamente ad ogni bambino: uccidere il padre e amoreggiare con la madre. Macché. Il senso iscritto nelle strutture di Edipo Tiranno, il senso che rende pienamente intelligibile il suo ordinamento drammatico e interamente decifrabile il suo testo, è la contraddizione, la contrapposizione, l’inconciliabilità tra l’amore della conoscenza e l’amore del potere.

 

Dice Sofocle: gli esseri umani, e in special modo gli intellettuali di professione (Edipo è un intellettuale di professione, un ‘tiranno’) vivono la contraddizione tragica tra il voler conquistare (e mantenere) il potere e il voler conquistare (e rinnovare) la conoscenza. Ma questi due voleri, questi due desideri, questi due amori sono radicalmente incompatibili e reciprocamente escludenti: la realizzazione dell’uno comporta la perdita dell’altro. Il responso oracolare che impronta tutta la vita di Edipo, minaccia la sua nascita, appende a un filo la sua infanzia, turba la sua giovinezza, compromette la sua maturità: “ amerai tua madre e ucciderai tuo padre” significa “amerai la conoscenza (la terra, la verità – ‘tua madre’) e conquisterai il potere (strappandolo a ‘tuo padre’)”.

 

Oggi, sempre di buonumore e sempre riflessivo sui tiranni passati presenti futuri, vorrei prendere di mira Károly Kerényi, grande studioso critico della mitologia greca, reo di aver definito conformisticamente Edipo “disgraziato” (Gli dei e gli eroi della Grecia, Garzanti). Disgraziato? Macché. Vittorioso.


Intanto non doveva nascere, ed è nato. Doveva restare nel mondo dei desideri ed è comparso. Suo padre Laio rapitore di Crisippo era condannato a non avere figli...
Secondo poi non doveva vivere, ed è vissuto. Laio decide di esporlo, farlo uccidere – niente. Anche la madre ci prova, assecondando il padre, niente di niente.
Sopravvissuto a padre e madre, diventa figlio amato del re e della regina di Corinto, e conduce vita principesca.
Fino a che, spinto dalla diceria d’essere bastardo, interroga i genitori adottivi, i quali negano di essere adottivi, ma Edipo va sempre fino in fondo, va dall’oracolo, scopre che diventerà assassino del padre e amante della madre, evita per ciò di tornare a Corinto, devia il suo cammino, incontra nello stretto passo fatale il padre, è provocato, lo uccide, procede verso Tebe, incontra la Sfinge, risolve l’enigma, - vittoria! -, sposa la regina di Tebe – vittoria! -, comincia la nuova vita di re di Tebe, una vita regale – vittoria! – ha quattro figli – quattro vittorie!
Dopo diversi anni di sua grande e bella e comoda vita ecco la peste, a Tebe. Edipo affronta la questione e vince di nuovo, scopre chi è l’assassino. Edipo “eroe della scoperta metodica che muove da un principio e segue un percorso” [Mario Vegetti]. Un intellettuale vittorioso dall’inizio alla fine.


D’accordo: diventa cieco, lascia la città di Tebe, va ramingo – ma ricordate anche la conclusione della sua vita nell’Edipo a Colono? Un’apoteosi. Diventa infatti un eroe eponimo.

 

(Alias, 8 maggio 2010)

 

 


 

 

Gramsci e la crisi

 

Gli autori che più ci fanno comprendere la crisi che stiamo vivendo – ecco il mio programma Alias 2012. Ho detto di Kafka e Buster Keaton (gennaio e febbraio), è venuto il momento di Gramsci.

 

Tra il 1929 e il 1935, scrivendo i Quaderni, Gramsci mostra e dimostra che la civiltà moderna è entrata in “crisi organica” agli inizi del Novecento.

 

Crisi “organica” vuol dire – estremamente semplificando: 1. di lunga durata, 2. di carattere mondiale, 3. che riguarda tutti gli Stati, 4. che è economica-sociale-politica-culturale, 5. che nasce dalla rottura degli automatismi economici-sociali-politici-culturali dati e dall’emergenza di nuovi modi di sentire-comprendere-capire-agire, che però non arrivano a espandersi fino a sostituire i precedenti.

 

Ecco perché Gramsci è attuale oggi: perché ha analizzato lo stato nascente di questa crisi. La crisi finanziaria dei subprime, scoppiata alla fine del 2006 negli Stati Uniti, dunque, non è l’inizio della crisi che stiamo vivendo, bensì l’inizio della fase terminale della ‘crisi organica’.

 

La prima guerra mondiale è “la prima risposta” alla crisi organica. Un primo tentativo, da parte delle classi dirigenti, di massificare e standardizzare le classi dirette – che iniziavano a sviluppare pericolosamente la loro creatività, autonomia, solidarietà.

 

Sulla scia della prima guerra mondiale, si elaborano, teoricamente e praticamente, tre grandi risposte regionali alla crisi organica mondiale. Il fascismo, lo stalinismo, l’americanismo. Tre risposte che non risolvono la crisi, solo la prolungano, e sfumano una dopo l’altra. Sconfitta del fascismo, crollo sovietico, declino americano.

 

Gramsci scrive i Quaderni quando queste risposte sono in costruzione, e fa una critica scientifica delle loro basi economiche, sociali, politiche, culturali – incentrata nella critica del marxismo e della sociologia, architravi teoriche delle tre risposte.

 

Gramsci oltre il marxismo? Sì, Gramsci, con i Quaderni, supera il marxismo dei marxisti e di Marx stesso – e lo sa: “Perché gli Epigoni dovrebbero essere inferiori ai progenitori? Nella tragedia greca, gli ‘Epigoni’ realmente portano a compimento l’impresa che i ‘Sette a Tebe’ non erano riusciti a compiere.” Quaderno 8 – 1931-32.

 

A partire da questa doppia critica Gramsci fonda una nuova scienza, la “scienza della storia e della politica”, e individua alcuni elementi fondamentali per una concatenazione di teorie scientifiche: la teoria della crisi organica prima fra queste.

 

Per risolvere questa crisi occorre sviluppare una nuova scienza. Le vecchie scienze economiche-sociali-politiche, da decenni, non comprendono la realtà, non prevedono i processi, non progettano il futuro.

 

Da anni (dalla scrittura del libro Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci, De Donato, 1978) Luis Razeto e io stiamo lavorando alla costruzione della scienza della storia e della politica, partendo dal Gramsci dei Quaderni. Il primo passo è stato precisamente la teoria della crisi organica. Il passo più recente è La Vita Nuova

 

(Alias, 3 marzo 2012)

 


 

 

Apologia dei blog e dei social network

 

Perché tutti si confessano con tutti, sui blog e sui social network? Per amore della verità, dice Maurizio Ferraris. Per amore della deità, aggiungerei io.

 

Il filosofo-giornalista torinese ha scritto recentemente sulla rivista ‘Wired’: “A un certo punto delle Confessioni Agostino si pone una domanda semplice e cruciale: ‘Perché mi confesso a Dio, che sa tutto?’ Ed ha una risposta bellissima: si confessa per fare la verità non solo nel suo cuore, ma anche con la penna, e di fronte a molti testimoni. Come se la verità non esistesse se non viene esposta e scritta, messa in piazza o almeno su una piazza virtuale. È questa la ragione profonda di tutte le confessioni sul web che ingorgano i social network e i blog? A mio parere, sì.”

 

Se le cose stanno così, i fedeli che si confessano ai sacerdoti e gli autori che si confessano ai lettori di blog e gli amici agli amici di Facebook, lo fanno, sulle orme di Agostino, “per fare la verità”. Ciò che li muove è il desiderio di verità. Idea magnanima, questa di Ferraris, e tanto interessante quanto nobilmente controcorrente. La condivido in buona misura. Senza per ciò attribuire ad Agostino il pensiero (secondo Ferraris) implicito ‘la verità non esiste se non viene detta e scritta’. Anche perché il filosofo-telogo ipponense, ne La vera religione, esplicitamente ha scritto: “Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell'uomo interiore abita la verità.” Piuttosto, pensando “la verità”, metterei l’accento filologico e filosofico sul “fare” la verità. La verità non solo come scoperta ma anche come costruzione.

 

Veniamo ora alla ragione profonda delle confessioni di tutti con tutti sui blog e sui social network secondo me. Per amore di deità, dicevo, e mi dispiego: per regalarsi reciprocamente un’esperienza propriamente divina nel nostro mondo secolarizzato e disincantato dalla morte degli dèi. Mondo moderno in cui gli immortali più non giocano, non guerreggiano, non parlano con noi mortali - come invece amavano fare nel mondo antico: “Detto cosí, se ne andò Atena occhio azzurro, / simile a un’aquila: e tutti, a vederla, prese stupore.” (Odissea, Libro Terzo, 371-2)

 

Se le cose stanno così, confessandosi nei blog e nei social network gli umani moderni restaurano e recuperano l’esperienza della deità, fanno l’uno dell’altro, per il tempo della comunicazione, come diceva e faceva Hitchcock, “divinità in grado di vedere ogni cosa”. (Alfred Hitchcoch, Io confesso. Conversazioni sul cinema allo stato puro - a cura di S. Gottlieb, Minimum Fax 2008.)

 

Lo fanno emulando l’antico Sofocle, il quale nell’Edipo Re, partendo da un mito condiviso, offre agli spettatori della tragedia più di quanto essi ricavino dai protagonisti dell’opera. Ma anche, appunto, emulando il moderno Hitchcock, il quale nel Delitto perfetto parimenti regala agli spettatori le informazioni cruciali illuminanti in anticipo sui protagonisti del film. Insomma,  confessandoci nei blog e nei social network, magnanimamente produciamo gli uni negli altri quella conoscenza trasparente e immediata di cui sono capaci, o per meglio dire erano capaci al tempo del “mare colore del vino”, gli dèi.

 

(Alias, 2 ottobre 2010 - ripubblicato sul sito-rivista 'Fulmini e Saette' il 17 ottobre 2010)

 

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Commenti suscitati dal post su Facebook (17 ottobre 2010):

 

Galatea Vaglio Più che dei, in fondo è un modo inoffensivo per sentirsi solo un po' divi.

 

Pasquale Misuraca La tua battuta, Galatea, condensa spiritosamente il pensiero comune. Che coglie un lato della realtà. Cercavo di cogliere l'altro lato, con la mia saetta. (La mia rubrica su Alias si intitola 'Fulmini e Saette' in onore di Zeus "pensiero complesso")

 

Galatea Vaglio Io sono una donna molto comune.

 

Pasquale Misuraca Adesso non esageriamo, Galatea. Diciamo che a volte l'ansia della battuta a tutti i costi ti vela lo sguardo, e non vedi ciò che non prevedevi.

 

Galatea Vaglio Pasquale, mi spiace: il guaio è che non era affatto una battuta. Sono davvero convinta che sui social ci si voglia solo sentire un pochino divi e basta. Per capire le cose, molto spesso, non serve poi andare in profondità. Le cose sono banali.

 

Pasquale Misuraca Capire le cose è difficile, Galatea, se si pensa in anticipo che sono banali. Invece di ricondurre, ridurre a noi, al nostro sguardo, ai nostri interessi, le 'cose', cerchiamo di salire a loro, alla loro complessità. Ma per salire occorre prima scendere, in profondità, dentro di noi e dentro di loro.

 

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Commenti sul sito-rivista:


Inviato: 17/10/2010 14:14

Una lettura che riveste di nobiltà l'ansia di comunicazione che muove verso i blog e i social network. In generale io ne ho sempre dato (riferendomi sia a me stessa che agli altri) spiegazioni più "terrene", ma in fondo sostenendo la stessa cosa: ogni nostra pagina o lavagna leggibile sul web è come un palcoscenico: abbiamo bisogno di spettatori per le nostre confessioni, di sostenitori e di detrattori; di fare tragedia e commedia della nostra quotidianità. La verità poi...quella risiede nel profondo, certo. Ma come dimostrano le pratiche di confessione devozionale e quelle psicanalitiche, deve talvolta necessariamente "uscire" da noi per diventare leggibile e comprensibile per noi stessi.
Tania
http://pioggiadinote.com


Inviato: 18/10/2010 8:17

Concordo, Tania. Con te e con Shakespeare: “Ogni uomo è un attore e tutto il mondo è un palcoscenico” (La Tempesta). Ma questo, a mio modo di vedere-e-pensare, non è effettivamente un male, qualcosa di cui giustificarsi o vergognarsi, è invece potenzialmente un bene, qualcosa di cui prendere coscienza e cercare di vivere nel migliore dei modi possibili. Mostrarsi (entro un limite certo: con tatto, misura e senso delle circostanze), è un atto di superba generosità. Nascondersi, celarsi, negarsi, (oltre un certo limite) è un atto di meschina avarizia.
Sai, in questi ultimi tempi, ti parlo di mesi, di anni, ho riflettuto e lavorato intorno al narcisismo ed all’esibizionismo, cercando di cogliere ed elaborare il positivo che si esprime in questi atteggiamenti così male considerati oggi soprattutto all’interno della cultura cristiana.
Narcisismo. Nel documentario Francesco psichiatra a domicilio, Francesco Porseo psichiatra, interrogato da me testimone del suo peregrinare, risponde: “Il narcisista è un essere umano che tende a spettacolarizzare la propria vita.” Risposta che dà molto da riflettere, non è vero? Quanti di noi troppo spesso dimenticano che mostrarsi agli altri è un atto di generosità, e infine d’amore?
Esibizionismo. Lascio la parola a James Hillman, un filosofo-psicologo che molto ha creativamente recuperato della cultura greca antica, (Forme del potere): “Fondamentale per la vita animale è il manifestarsi in sé. Ciascuna specie mette in mostra il proprio stile senza alcuno scopo che non sia il manifestarsi. Per noi, animali umani, questo implica che l’esibizionismo non sia soltanto un atto sessuale, ma una manifestazione della nostra natura innata.”
Pasquale

 


 

 

Giuseppe Vacca ha fatto a Gramsci di Ales con questo suo libro – e di Angelo Rossi - Gramsci tra Mussolini e Togliatti (Fazi editore, 2007 d.C.) ció che Matteo ha fatto a Gesú di Nazareth col suo Vangelo (80 d.C.)

 

Matteo, per farsi comprendere e accettare dagli ebrei, ha insistito ideologicamente sugli elementi di continuitá tra Gesú giovane - Gesú ebreo - e Gesú maturo - Gesú fondatore di una nuova religione (storicamente superiore alle ‘Religioni del Sacrificio’ - compresa per ció la religione ebraica), la ‘Religione della Fraternitá’. Ma si é contraddetto, Matteo, e in maniera decisiva, quando ha testimoniato che il leit-motiv di Gesú era “E’ scritto... ma io vi dico…” (Mt, 5, 20-48). E’ scritto nei Libri Sacri, ma io vi dico che bisogna andare oltre i Libri Sacri, oltre la visione intellettuale e morale ebraica. L’esito del Vangelo di Matteo (e prima di Marco, e poi di Luca e di Giovanni) é stato la riduzione tradizionale del disegno riformatore di Gesú: il Gesú dei Vangeli é infatti ancora (per quanto?) Gesú Cristo, il Gesú del Sacrificio.

 

E Beppe che ha fatto con questo libro? Volendo farsi comprendere e accettare dai marxisti, ha insistito ideologicamente sugli elementi di continuitá tra Gramsci giovane - il Gramsci fondatore del PCd’I - e il Gramsci maturo - il Gramsci scrittore dei ‘Quaderni del carcere’, il fondatore della ‘scienza della storia e della politica’. Ora, é vero che tra il Gramsci giovane e il Gramsci maturo ci siano elementi di continuità, ma questi elementi sono secondari rispetto agli elementi di rottura del pensiero marxista e della pratica comunista.

 

La prova di quanto vado dicendo la porta proprio Beppe, onesto intellettualmente e moralmente com’é: nei ‘Quaderni del carcere’ Gramsci realizza “un vero e proprio mutamento di paradigma (...) una rottura epistemologica rispetto alla prima metá degli anni Venti”. Lo dice, Beppe, ma non ne trae tutte le conseguenze teoriche e politiche. E cosí, come Matteo riconduce (riduce) Gesú allo Jahwista, Beppe riconduce (riduce) Gramsci a Togliatti, il massimo interprete della continuitá Gramsci giovane – Gramsci maturo.

 

Il libro inizia per ció, conseguentemente, con una cruciale citazione da Togliatti: “Gramsci fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico...” Ora, é vero che “In ogni personalitá c’é una attivitá dominante e predominante: é in questa che occorre ricercare il suo pensiero, implicito il piú delle volte e talvolta in contraddizione con quello espresso ex professo.” (Quaderno 11) Ma quando Togliatti parla di Gramsci come politico pratico opera una proiezione psicologica e una riduzione culturale. Cosí fa Beppe. Cosí fa Matteo. E Gesú maturo? E Gramsci maturo? Aspettano, pazientemente e impazientemente, che la loro riforma intellettuale e morale sia riconosciuta e sviluppata. Ma questo comporta il superamento teorico e pratico del cristianesimo e del marxismo.

 

(Alias, 26 aprile 2008)

 


 

 

L’uomo è la misura di tutte le cose, vabbene, ma le giurie sono la misura di tutte le opere? Corrisponde alla effettiva consistenza delle opere d’arte in gioco il premio dato dalla giuria del Nobel per la Letteratura 1959 a Salvatore Quasimodo e negato a Giuseppe Ungaretti? E che dire dell’Oscar 1945 per la miglior regia assegnato a Leo McCarey con Going My Way e non a Billy Wilder con Double Indemnity?

 

Su questo rifletto leggendo l’introduzione ad una raccolta di opere sofoclee – Edipo re, Edipo a Colono, Antigone, Einaudi 2009 – tradotte da Vico Faggi e curate da Simone Beta, che a pagina V, perplesso, scrive: “Il numero delle vittorie ottenute da Sofocle è molto alto: ...ventiquattro... molto superiori alle tredici di Eschilo, per non parlare delle vittorie euripidee, che furono solo quattro.”

 

Chiunque abbia letto le superstiti sette (su 120 scritte) tragedie di Sofocle, le sette (su novanta) di Eschilo, le diciannove (su novantadue) di Euripide – converrà che i rapporti di qualità tra Sofocle, Eschilo ed Euripide non corrispondono alla serie numerica 24, 13, 4 – e che questi autori, grosso modo, si equivalgono. E allora? Perché le giurie democratiche falliscono spesso e volentieri nel campo estetico?

 

Il lettore cinico penserà che questo discende dal loro essere da sempre composte ed attive non in vista della maiuscola Bellezza, ma del minuscolo interesse (di parte, di clientela, di famiglia). E sorriderà, confermato nel proprio disperato pensiero, leggendo quanto scrive Beta a pagina X: “La tragedia più celebre di Sofocle è Edipo re, rappresentato intorno al 425 – senza successo, però: la giuria assegnò il primo premio a Filocle, un poeta mediocre il cui maggior titolo di merito era l’essere nipote di Eschilo.”

 

Ma questa, caro cinico lettore, è soltanto la parte minore dell’insipienza dei giudizi democratici sulle opere d’arte. (Parte minore di certo ingrossata e ingrassata nell’Italia degli ultimi anni, segnati dalla “corruzione della repubblica”.) La parte maggiore, il fatto decisivo è che il sistema democratico non è il miglior modo di giudicare nelle questioni un po’ difficili, per risolvere le quali meglio funziona il sistema aristocratico - come bene ha scritto Descartes nel Discorso sul metodo: “...per la scoperta di verità un po' difficili la maggioranza dei consensi vale poco o nulla, perché è piú facile che le scopra un uomo solo che non tutto un popolo...”

 

Una prova pertinente? Le belle tragedie superstiti dei tre grandi tragici greci sono state salvate e tramandate soprattutto grazie al giudizio critico di Aristotele. Pensate quali tragedie di Sofocle ed Eschilo ed Euripide avrebbe selezionato una giuria democratica, per non parlare dei salvataggi che avrebbe operato delle opere di quei tragediografi posteriori che Aristofane definì nelle Rane (per bocca di Dioniso dio del teatro): “vigne piene di pampini secchi”. Faccio notare che aristocrazia, Aristotele e Aristofane condividono la radice etimologica àristos, che vuol dire il più idoneo.

 

(Alias, 14 novembre 2009)

 


 

 

Roma nord, dalle parti del Nuovo Salario. Incontrandoci dopo parecchi anni, Peppina e Bruno, madre e figlio, casalinga del Tiburtino Terzo e docente dell’Università di Tor Vergata, mi raccontano la morte di Otello marito e padre idraulico comunista. Qualche anno fa era arrivato il momento difficile per il burbero omone amico mio, aggredito da un tumore frettoloso. “Era pieno di metastasi ormai, e di macchie, qui, sulle braccia, dappertutto… - ricorda Bruno - La mattina s’è voluto alzare in piedi per fa’ pipì, dignitoso com’era, per non dà fastidio… Ha fatto e m’è morto fra le braccia”. “All’ultimo ci ha fatto ciao, ciao, con la mano, così” – aggiunge Peppina, e imita il suo saluto, contenta di ricordarlo in piedi.

 

(Alias, 17 febbraio 2006)

 


 

 

Negli ospedali pubblici italiani manca il numero sufficiente di posti letto per i malati di tumore che ne hanno bisogno, una parte dei quali è per ciò costretta a curarsi a casa. Questa disparità sociale delle cure mediche tra i cittadini italiani è una disuguaglianza risolvibile: con un governo finalmente democratico, cioè isonomico (tutti uguali di fronte alle leggi, e alle cure).

 

Ma c’è una disparità irrisolvibile: la disparità naturale tra gli esseri umani. Ecco una donna buona, retta, leggera, amabile. Senza che abbia fatto niente di male a sé e agli altri, è colpita da un tumore. Ed ecco un’altra ben diversa donna, cattiva, disonesta, forte con i deboli e debole con i forti. Scoppia di salute. Questo bambino nasce vispo e sano; quello viene alla luce contorto e malato. Nerone muore a 31 anni, Berlusconi ne ha già più del doppio.

 

Da dove origina questa disuguaglianza? Perché questo dolore immeritato? La disparità sociale delle cure invita a riflettere sul tipo di Governo al Potere, la disparità naturale della salute induce a meditare sulla identità del Signore del Mondo. I religiosi adorano un Signore del Mondo capace di questa immedicabile ingiustizia, un Dio preveggente e autocratico. Noi che siamo senza Dio (eppure non ci manca niente) preferiamo immaginare come Nostro Signore il cieco e democratico Caso.

 

(Alias, 18 marzo 2006)

 

 

 

 


 

 

Howard Richards

 

Quest’anno pari scriverò solo saette, appassionate apologie, niente fulmini, niente sarcasmi appassionati – ho deciso di invecchiare col sorriso sulle labbra.

 

Comincio con un saggio di Howard Richards (From Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Howard_Richards_(academic), un gran filosofo che ha operato prima nel Nord America e poi nell’America Latina, ed è ancora poco noto in Europa e in Italia.

 

Il saggio è del maggio 2015 e si intitola La Posibilidad y la Necesidad de la Economia Solidaria (testo completo gratuito: http://repensar.cl/la-posibilidad-y-la-necesidad-de-la-economia-solidaria/)

 

Richards affronta notevoli questioni teoriche e storiche, come quella della caduta di Unidad Popular in Cile nel 1973, una questione connessa alla nascita della nuova forma economica detta “economia di solidarietà”, che nacque appunto praticamente e teoricamente proprio in Cile agli inizi degli anni Ottanta.

 

Richards si domanda: “Perché i cileni persero la democrazia? Perché cadde Allende e si affermò Pinochet?”

 

Prima risposta. “Perché il governo socialista perse la battaglia della produzione.” L’economia capitalista fu paralizzata, ma l’economia socialista non fu costruita. C’era carenza di tutti i beni materiali fondamentali. Certo, gli oppositori di Unidad Popular fecero di tutto per sabotare l’economia cilena durante il governo Allende. “Ma la democrazia si sarebbe potuta mantenere se, nonostante ciò, si fosse vinta la battaglia della produzione, e cioè se si fossero soddisfatti minimamente i bisogni vitali dei cileni.”

 

Seconda risposta, “che circolò molto in quegli anni nei circoli cristiani progressisti cileni: il fattore chiave della sconfitta della democrazia fu la carenza in Cile di una cultura della solidarietà”. Per mancanza di cultura non c’era la possibilità di costruire un’economia più giusta, né la possibilità di far funzionare una economia qualsiasi in forma responsabile. “Non esistevano le basi culturali per una sana convivenza e una sana cooperazione, per rispettare la costituzione e le leggi.”

 

Determinate organizzazioni e persone attive all’interno del cristianesimo progressista promossero per ciò praticamente e teoricamente la cultura della solidarietà. “In questo contesto, in una riunione popolare nel 1980, una donna, pronunciò la formula memorabile “economia solidaria” – economia di solidarietà.”

 

L’economia di solidarietà è possibile – e molto sviluppata in America Latina, e Richards è uno dei suoi maggiori promotori intellettuali. Ed è necessaria - per affrontare e superare la crisi economica e sociale e politica globale. “La solidarietà è necessaria perché il lavoro umano ha un valore mercantile sempre minore, in quanto la tecnologia è sempre più capace di sostituirlo. Se il valore della persona umana è ciò che vale il suo lavoro, siamo perduti.”

 

(Alias, gennaio 2016)

 

 


 

 

Roma centro, quartiere Esquilino. Il greco-cipriota immigrato è un simpatico emulo di Enea troiano-italico esiliato. Come ricorderai, lettore che mi leggi, il principe troiano (in un certo senso turco) fa gli ultimi sforzi per difendere la propria città incendiata dai Greci, poi visto tutto perduto si ritira sul Monte Ida e infine, per mare, a Lavinio - e diviene eroe italico (in un certo senso italiano). Lo salva un cambio di vestiti (scudo e armi troiane con scudo e armi greche) e “un dio tra le fiamme e i nemici” (Eneide, II, 632). Periclis è oggi un maturo architetto, sopravvissuto giovane all’invasione turca di Cipro e approdato trent’anni fa a Roma. Lo ha salvato un cambio di vestiti e la Croce Rossa - mi racconta. Sbandato nei giorni del luglio 1974, consapevole di finire nelle mani delle truppe turche accerchianti, ripara in un villaggio della Mesaorìa, fa a pezzi il fucile e lo getta in un pozzo, cambia la divisa militare con vestiti civili offerti dagli abitanti, viene catturato e trascinato verso i campi di concentramento turchi. Ma una pattuglia della Croce Rossa (“un dio tra le fiamme e i nemici”) fa in tempo e in modo di segnarne il nome. Sarà per ciò restituito ai suoi e infine regalato a noi.

 

(Alias, 17 febbraio 2006)

 


 

 

Questi maestri, professori, docenti (i due terzi della categoria) che torturano ragazzi, adolescenti, giovani, con le loro lezioni che non somigliano all’innaffiamento misericordioso di una pianta di basilico per farla vivere turgida e allegra ma all’ingozzamento forzoso di un’anatra per farla morire col fegato scoppiato, con i loro esami concepiti e praticati come epilogo velenoso di un processo di conformazione al mondo esistente e non esperienza culminante di un processo di formazione per il mondo che verrà, con le loro entrate nei corridoi e nelle classi – col sorrisetto adatto a mostrare i denti - e le loro uscite dalle scuole e dalle università – col passo precipitoso di chi si allontana dalla scena del delitto, questi che non esercitano una professione civile, intellettuale, morale, ma un dovere d’ufficio, un incarico militare, una missione religiosa, questi che non entrano in classe per insegnare e imparare ma per sorvegliare e punire, questi che a parole proclamano di voler ‘conservare la tradizione’ o ‘cambiare il mondo’ e nei comportamenti mostrano di volere che la tradizione sia messa in salamoia e che il mondo non cambi loro, mi ricordano l’incipit della terza ‘Tesi su Feuerbach’ di Marx di Treviri: “La dottrina materialistica, secondo la quale gli uomini sono prodotti delle circostanze e dell'educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano le circostanze e che l'educatore stesso deve essere educato.” Sì, Karl, giusto, ma da chi? Chi modificherà queste circostanze? Chi educherà questi educatori?

I filosofi? I rivoluzionari? I dottori della legge? No. La storia del mondo grande e terribile ci ha insegnato di no. Le strategie conoscitive-e-trasformative di Platone di Atene, di Lenin di Simbirsk, di Pietro di Betsaida, e dei loro Diadochi, si sono rivelate irrealistiche, anacronistiche, mitologiche (Quaderno 11, 1488) – e per la precisione “intrinsecamente teologiche” (Quaderno10, 1250), “forme moderne del vecchio meccanicismo” (Quaderno 14, 1730), “religioni di subalterni’ (Quaderno 11, 1389). E allora? Chi educherà questi educatori? Il terzo residuo di maestri-professori-docenti - ecco chi - alleato con il terzo antiautoritario, plastico, autonomo dei ragazzi-adolescenti–giovani: una nuova allenza a ripartire dal buono, dallo “storicamente progressivo”, che c’era nel sessantotto del secolo scorso. Bene. E chi ispirerà questa meravigliosa maggioranza in questa impresa epigonale? Gramsci di Ales, per l’appunto, il quale nei Quaderni ha mostrato e dimostrato (a chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire) che questo problema dei problemi si risolve non con una rivoluzione filosofica, non con una rivoluzione religiosa, e nemmeno con una rivoluzione politica – come sognavano i suoi stessi progenitori ideologici - bensì con “una riforma intellettuale e morale”, e sapendo bene che “il rinnovamento intellettuale e morale non è simultaneo in tutti gli strati sociali, tutt’altro: ancora oggi molti sono tolemaici e non copernicani” (15, 1821). Roba forte, impresa da Epigoni.

Epigoni e Diadochi. “Perché gli Epigoni dovrebbero essere inferiori ai progenitori? Perché dovrebbe essere legato al concetto di Epigono quello di degenerato? Nella tragedia greca, gli ‘Epigoni’ realmente portano a compimento l’impresa che i ‘Sette a Tebe’ non erano riusciti a compiere. Il concetto di degenerazione è invece legato ai Diadochi, i successori di Alessandro.’ (Quaderno 8)

 

(Alias, 24 marzo 2007)

 


 

 

Scienza della storia e della politica (1)

 

Il marxismo e la sociologia sono in crisi, vabbene, ma non è questo il problema. Il problema è che Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, ha criticato il marxismo da Bucharin a Marx e la sociologia da Weber a Comte, e avviato una nuova scienza: la scienza della storia e della politica - ma i marxisti e i sociologi non lo sanno.

 

"Per Gramsci la conoscenza scientifica dei processi storico-politici non prende l’avvio da alcuna concezione generale del mondo e della storia, bensì dall’esperienza. Il contrario, cioè partire da una filosofia, produce necessariamente una subordinazione che impedisce il raggiungimento dell’autonomia della nuova scienza. Come abbiamo visto nella critica delle sociologie, la caduta teorica del marxismo – il suo deterioramento – è contenuta nella assunzione del materialismo filosofico come fondamento dell’analisi ‘scientifica’ dei processi storici e naturali.

Ma cosa è questa ‘esperienza’ che fonda il processo conoscitivo? Non si tratta dei dati empirici, poiché questi sono già ordinamenti della realtà elaborati sulla base di concezioni teoriche determinate esplicite o implicite. Per esperienza Gramsci intende i processi storici concreti, ‘la storia stessa nella sua infinita varietà e molteplicità’; esperienza che ‘non può essere schematizzata’ proprio per il fatto che non è costituita di ‘dati’ (classificabili), ma di azioni, di processi complessi singolari. In tal modo Gramsci si oppone simultaneamente tanto ad una fondazione di carattere speculativo, quanto ad una fondazione di carattere empirista della conoscenza scientifica. (…)

 

Sconfitto politicamente, Gramsci aveva individuato la causa della propria sconfitta (che prevedeva si sarebbe estesa a tutto il movimento comunista) nella mancanza di una cultura scientifica indispensabile per guidare il processo storico-politico di sostituzione del vecchio mondo con uno nuovo (che concepisce come la creazione di una nuova civiltà). Aveva realizzato la critica delle teorie esistenti (il marxismo e la sociologia) e identificato il bisogno di una nuova scienza. Come costruirla? Da dove prendere le mosse?

 

Il punto di partenza non si poteva trovare in nessuna filosofia esistente, e ancor meno la nuova scienza poteva trarsi deduttivamente da una concezione i cui fondamenti teorici e metodologici aveva già criticato. La conclusione a cui giunge è chiara: l’unico punto di partenza possibile è ‘la storia stessa nella sua infinita varietà e molteplicità’.

 

Ma l’esperienza storico-sociale nella sua infinita varietà e molteplicità non è disponibile né raggiungibile – se non in modo frammentario - da alcun individuo o gruppo particolare. Tale esperienza richiede di essere prima elaborata intellettualmente ad un certo livello per poter essere trattata scientificamente, perché si costituisca come oggetto di studio dal quale passare al livello scientifico.”


Pasquale Misuraca – Luis Razeto Migliaro, La Traversata. Libro Primo - Dalla critica del marxismo e della sociologia alla proposta di una nuova scienza della storia e della politica, Parte Seconda - Capitolo V: Dall’esperienza alla filologia e alla scienza.

 

(Alias, 2 luglio 2011)

 

 


 

 

Non è vero che tutto sia già stato scritto, e non rimanga altro che ripetere e manierare. Aspetta “niente di nuovo sotto il Sole” solo chi non sa tenere insieme il prima e il poi (Omero, Iliade), dimentico della lezione eraclitea – “il Sole è nuovo ogni giorno” – e della sua vertiginosa variante aristotelica – “il Sole è continuamente nuovo”.

 

È vero invece che le opere e i giorni, in sensi e modi storicamente determinati, tornano (per essere più precisi: evolvono). Ma occorre essere delicati ed essenziali per rendersene e renderne conto: “Trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione, e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità è la più delicata, incompresa eppure essenziale dote del critico delle idee e dello storico dello sviluppo storico.” (Gramsci, Quaderni)

 

“Non verrà mai scritta – per l’inammissibile vastità delle ricerche che sarebbero necessarie (...) una storia della letteratura definitivamente distante da quelle classiche, nella quale l’unità di misura della riflessione, il denominatore comune dei testi, non sia più l’autore o la lingua, il periodo storico o il genere letterario a cui essi appartengono, ma una storia, una singola storia seguita nel suo mutare attraverso i popoli, i tempi e i libri, attraverso una complicata e maestosa successione di adattamenti e metamorfosi (...) – non verrà mai scritta, ricomponendo e intrecciando tra loro migliaia di queste genealogie narrative, una storia della letteratura che sia la filogenesi di un regno dello spirito sul modello di quelle, sterminate e ancora incompiute, del regno animale e vegetale.” Questo dice Simone Barillari cominciando il suo saggio Una storia vivente (apparso in ‘Panta - Visioni di cinema’, a cura di Elisabetta Sgarbi e Francesco Casetti, Bompiani, nell’ottobre 2008), e poi mostra e dimostra, tanto per cominciare, in che modo “la storia della prostituta e della diligenza” abbia assunto la sua prima forma nella novella Palla di sego (Boule de suif, 1880) di Guy de Maupassant, la seconda nel racconto Diligenza per Lordsburg (Stage to Lordsburg, 1937) di Ernest Haycox, e la terza (per ora la “nuova e più alta sopravvivenza di questa narrazione”) nel film Ombre Rosse (Stagecoach, 1939) di John Ford.

 

Questo saggio, futuribile inveramento-espansione-evoluzione della teoria di Darwin, questo straordinario racconto critico e filosofico, si conclude sottolineando che “soltanto un numero estremamente esiguo di tutte le storie che vengono prodotte nel mondo sopravvive alla selezione naturale del tempo e delle menti degli altri uomini, così come le specie di animali e piante che esistono sono una frazione assolutamente insignificante di tutte quelle che sono vissute.”

 

Se le storie stanno così, incessantemente riscritte dalle menti di tutti noi, che naturalmente “ci arroghiamo il diritto di avere le nostre idee personali intorno al racconto che andiamo svolgendo” (Thomas Mann, La Montagna Incantata), quale posto preciso occupano, nella catena vitale dei riscrittori, gli scrittori con la maiuscola? Il vertice, nella misura in cui sono capaci di scrivere (con le parole, con le ombre, con tutti i linguaggi possibili e immaginabili) in forme tali che “ogni parte della storia mostri il più alto grado di necessità.”

 

(Alias, 4 aprile 2009)

 


 

 

Si parla molto in questi giorni, e nelle prossime settimane si parlerà troppo, in Italia, di “famiglia”. Ecco qui sulla questione quattro parole, rivolte (specialmente, ma non esclusivamente) ai cattolici tradizionalisti che contestano ogni nuovo genere di comunità familiari in nome della “famiglia cristiana”.

Due parole antropologiche: voi dimenticate che la famiglia in cui Gesù è nato era niente affatto tradizionale. I cristiani credono Gesù figlio di Maria e del loro Dio - come i greci antichi credevano Ercole figlio di Alcmena e Zeus, gli antichi caldei Gilgamesh di Sakharo e Shamash… In somma, Gesù non è figlio di una famiglia coniugale convenzionale e il suo concepimento è il prodotto di una inseminazione che più artificiale non si può.

E due parole filologiche: dovete considerare più attentamente la famiglia secondo l’esperienza e il progetto di Gesù. I rapporti di Gesù con la propria famiglia erano tesi fin dalla adolescenza (dodicenne, ai genitori: “Perché mi cercavate?” Lc 2, 49) e con la madre fino alla fine (“Che ho da fare con te, o donna?” Gv 2, 4), era incompreso e offeso dall’insieme dei suoi familiari (“I suoi dicevano: ‘E’ fuori di sé.’” Mc 3, 21), ne aveva dolorosa esperienza e chiara coscienza (“Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua.” Mc 6, 4 – “Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui” Gv 7, 5). Gesù, poi, non costruì una sua famiglia di sangue, gerarchizzata e chiusa, ma famiglie elettive, comunitarie e aperte (“’Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’ Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli!’” Mc 3, 33).

 

(Alias, 6 maggio 2006)

 


 

 

Mi ha intristito questo libro di Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani, Longanesi 2007. Non sono i contenuti che argomenta ad affliggermi, è il tono – sbrigativo e triviale.

Dico ‘il tono’ perché ‘i contenuti’ del libro non sono nuovi, sono farina di sacchi altrui - e se è vero che anche Mozart rubava è anche vero che si giustificava mostrando di saper trattare meglio degli altri i motivi in questione. L’originalità, d’altronde, è come la viltà: se uno non ce l’ha non può darsela.

Leggo pazientemente, resistendo alla tentazione di abbandonarlo questo libro sprezzante fino a richiamare il fatto che ‘cristiano’ e ‘cretino’ condividono la radice linguistica, insisto ostinatamente, per capire qualcosa di più intorno questo ‘Figlio dell’uomo’ che è Gesù di Nazareth, e ad ogni capitolo, ogni paragrafo, ogni pagina mi tornano in mente due figure che fanno capoccetta nei Vangeli, apparentemente antitetiche, in realtà fatte della stessa materia di cui sono fatti gli incubi.

Il fariseo cinico che salta su mentre le discepole e i discepoli raccolgono spighe di grano tenero per ingannare la fame, e rimprovera Gesù perché lascia fare loro un ‘lavoro’ – attività proibita dalla Legge nel giorno del sabato. E Gesù, alzando vertiginosamente il tono del discorso, gli spiega chi e perché dei due, l’uomo o il sabato, sia fatto per l’altro: “Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significa: ‘Misericordia voglio non sacrificio’ non avreste condannato individui senza colpa.”
E il seguace ottuso, che di fronte al commovente “Seguimi” di Gesù oppone un cauteloso “Concedimi di andare a seppellire prima mio padre” - e Gesù, operando un crescendo beethoveniano sul tono del discorso, lo sferza con un: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti.”

Ecco, questi seguaci di Gesù, così prudenti, così vogliosi di sacrificio e non appassionati d’amore – che ti ritrovi sempre intorno, e questi avversari di Gesù, così irridenti, così ‘due più due fa quattro punto e basta’ – che ti ritrovi sempre intorno, mi intristiscono. E il coraggio della verità degli altri? E l’allegria del nostro dubbio? Dove sono finite? Immagino di stare accanto a Gesù, questo fratello senza amici, in uno dei suoi viaggi, in uno dei suoi villaggi. È circondato dai farisei presuntuosi e dagli adepti confusi, e non riesce a parlare con il groppo alla gola che ha. Allora disegna - forse la griglia del gioco della trinca, sognando un ragazzo che si metta a giocare con lui – come lui faceva con suo padre, forse da un lato un’incudine e dall’altro un martello, disegna Gesù, sperando di giocare e disperando di elevare il tono del mondo, con un dito tremante disegna nella polvere.

 

(Alias, 21 aprile 2007)

 

 


 

 

“Gesù non ride mai nei Vangeli” – mi dice, nel corso d’una cena amicale, Noemi Paolini, inquieta credente e finissima letterata, con un trattino d’angoscia sulla fronte e un punto interrogativo nelle pupille. Sa che ho pubblicato da poco un libro su Gesù (Il progetto di Gesù, ilmiolibro.it, giugno 2010), scritto con Luis Razeto amico dell’anima – e mi saggia, mi assaggia. Gesù di Nazaret non è Gesù il Cristo - le sussurro, rinviandola alla lettura del libro: la sua figura reale, storica, non coincide con la figura letteraria, mitologica, creata dagli evangelisti.

La mattina dopo mi trovo alla Feltrinelli Argentina di Roma, scopro il nuovo libro di Gianfranco Ravasi (Questioni di fede. 150 risposte ai perché di chi crede e di chi non crede, Mondadori, settembre 2010), lo apro e leggo il paragrafo Gesù ha mai riso? del capitolo Le domande ‘cristiane’.

Leggo con attenzione: Ravasi è il Grande Comunicatore di Massa del cattolicesimo italiano. “Se ci attestiamo sul verbo rigoroso del ridere, in greco ghelái, dobbiamo riconoscere che esso non ha mai come soggetto Gesù. Tuttavia – prosegue l’arcivescovo cattolico biblista e teologo, e presidente del Pontificio Consiglio della Cultura - si devono fare due osservazioni rilevanti. La prima riguarda i Vangeli che, come è noto, non sono biografie complete e compiute della figura storica di Gesù di Nazaret, ma sono solo dei profili, illuminati dalla luce della fede. Che manchi qualche tratto della fisionomia umana di Cristo non significa automaticamente che esso non sia stato presente durante la sua esistenza terrena. Seconda considerazione. Come si suol dire nel linguaggio ‘tecnico’, un orizzonte semantico può essere coperto da più termini che ne descrivono le varie sfumature. Il ridere fa parte, ed è segnale, dell’orizzonte più vasto della gioia, il cui molteplice significato può essere espresso con più vocaboli.”

Corretto, penso, ma perché, nei Vangeli, Gesù più volte piange e mai ride? Perché gli evangelisti non hanno testimoniato anche il suo riso?

Vediamo. Partiamo proprio da Ravasi. Egli dice che i Vangeli non sono biografie complete della figura storica di Gesù di Nazaret, ma profili illuminati dalla luce della fede. E’ forse la luce della fede cristiana che cancella il riso di Gesù?

Secondo me così è. Gesù aveva il progetto di fondare la religione della fraternità – della fraternità dell’uomo con Dio, dell’uomo con l’uomo, dell’uomo con se stesso. I cristiani, a cominciare dai suoi discepoli, continuando con gli apostoli, gli evangelisti e via via fino a noi, gli hanno attribuito il progetto di una ennesima religione del sacrificio – sacrificio dell’uomo a se stesso, dell’uomo all’uomo, dell’uomo a Dio.

Di ciò si rende conto Gesù stesso mentre muore, e ritenendo inutile gridare ai fratelli che lo sacrificano (la morte è nel non poter più essere compresi) grida a Dio la propria solitudine: “Eloì, Eloì, lemà sabachtàni”- Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Il cristianesimo è il risultato di una triste sovraimpressione: il pianto di Cristo cancella il riso di Gesù: “Molti altri segni fece Gesù – testimonia Giovanni evangelista (20, 30-31) - ma non sono stati scritti. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo”.

 

(Alias, 6 novembre 2010)

 


 

 

Ho ancora tra le mani avendolo appena letto e riletto il nuovo libro di Joseph Ratzinger, Gesù di Nazareth, Rizzoli, 2007. Libro universalistico e partigiano, dovizioso ed elusivo, riuscito come proposta editoriale e fallito come impresa intellettuale - come vorrei mostrare discutendo la questione apparentemente laterale e realmente centrale dei ‘titoli’ di Gesù.

“In tutto il Nuovo Testamento – trileggo a pagina 370 – l’espressione ‘Figlio dell’uomo’ si trova soltanto sulla bocca di Gesù, con l’unica eccezione della visione di Stefano morente che ‘cita’ Gesù” [mentre] “la cristologia degli scrittori del Nuovo Testamento, anche degli stessi evangelisti, non si fonda sul titolo ‘Figlio dell’uomo’ bensì sui titoli ‘Cristo’ (Messia), ‘Kyrios’ (Signore), ‘Figlio di Dio’…” E’ vero. Aggiungo – per amore di precisione e verità - che questo vale anche prima, per i discepoli di Gesù, e poi, per i cristiani nella loro generalità fino ad oggi. In somma Gesù si chiamava in un modo, e i cristiani lo chiamavano e lo chiamano in altri modi, non lo definiscono come lui si autodefiniva.

Una ragione ci sarà, penso io (e pensi tu che mi stai leggendo) se Gesù sceglie di chiamarsi con quel ‘titolo’ che “non era consueto nella speranza messianica” (pagina 373) e che “all’epoca di Gesù non esisteva come titolo” (pagina 374), e un’altra ragione ci sarà se i cristiani hanno imposto, a se stessi e agli altri, altri modi di chiamarlo, altri ‘titoli’. Joseph Ratzinger elude la questione, non coglie queste diverse ragioni, non spiega questa differenza, anzi scrive come se questa differenza non ci fosse, come se i diversi titoli di Gesù, l’autodefinizione gesuana e le definizioni cristiane, siano equivalenti – cadendo in errore capitale. E sì come nella ‘Introduzione’ del 'Gesù di Nazaret' di Joseph Ratzinger è scritto chiaro e tondo che “Questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale. Perciò ognuno è libero di contraddirmi” vorrei svelare la contraddizione e affrontare il problema.

Per farla breve (perché la vita è breve) nell’Antico Testamento l’espressione ‘Figlio dell’uomo’ indica a) un singolo individuo del genere umano, b) l’umanità nel suo complesso (comprendendo indirettamente anche la persona che parla), c) il figlio dell’uomo mortale, d) un uomo comune. In sostanza, ‘Figlio dell’uomo’ vuol dire ‘uomo’. Quando Gesù di Nazareth dice di essere ‘Figlio dell’uomo’ dice di essere ‘uomo’. Gesù non dice di essere “anche” uomo – questo glielo fanno dire i cristiani, che lo chiamano ‘Cristo’ – che vuol dire Messia, ‘Signore’ – che vuol dire ‘signore con la maiuscola’, ‘Figlio di Dio’ – che vuol dire due cose diverse insieme: ‘uomo-e-Dio’ (il titolo fondamentale della religione cristiana, gli altri due – Signore e Messia - essendo residui di religioni precedenti).

Ecco dunque che Ratzinger, il quale con questo libro ha “voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il ‘Gesù storico’ in senso vero e proprio” (pagina 18), non ce l’ha fatta: alla fine del libro, come al principio dei tempi, Gesù di Nazareth (il Gesù storico, il Gesù di tutti) e Gesù Cristo (il Gesù dei cristiani, il Gesù di una parte), restano due figure diverse, non riducibili l’una all’altra. Ma allora, quale era il disegno di Gesù? Ratzinger scrive (pagina 378) che “Gesù parla in una forma che lascia all’ascoltatore l’ultimo passo per la comprensione.” Questa volta ha ragione: l’ultimo passo spetta a te, lettore, lettrice.

 

(Alias, 30 giugno 2007)

 

 


 

 

Scienza della storia e della politica (2)

 

Il marxismo è in crisi, vabbene, ma non è questo il problema. Il problema è che Antonio Gramsci, dal 1929 al 1935, pensando e scrivendo i Quaderni, è andato oltre il marxismo, ma i marxisti non lo sanno. Gramsci critica radicalmente il marxismo da Bucharin a Marx e la sociologia da Comte a Weber, e avvia una nuova scienza: la scienza della storia e della politica.

 

Abbiamo detto - vedi il ‘fulmine’ del 2 luglio 2011 -, con Gramsci, riscoprendo e sviluppando i Quaderni, che la scienza della storia e della politica prende l’avvio dall’ “esperienza”.

 

“Però, nel fare questa affermazione, Gramsci si rende conto che tale esperienza richiede di essere prima elaborata intellettualmente ad un certo livello per poter essere trattata scientificamente, perché si costituisca come oggetto di studio dal quale passare al livello scientifico. Ma Gramsci non è empirista nel senso in cui lo era la sociologia del suo tempo (‘frammento subordinato del positivismo’), di modo che non considera i ‘dati’ empirici processati statisticamente come espressione congrua di quella necessaria esperienza. E tuttavia non può disconoscere che le sociologie abbiano fornito certe conoscenze utili, identificato certe tendenze statistiche, dimostrato una certa capacità di riassumere i criteri di arte politica e anche di prevedere certi fatti a venire in quelle situazioni pratiche in cui predominano i comportamenti indotti dai gruppi dominanti. Queste ‘tendenze’, questi ‘riassunti’, queste ‘previsioni’, sono dunque elementi di conoscenza che – sottoposti alla critica - possono essere impiegati e servire alla costruzione della nuova scienza.

 

Non sono però sufficienti, in quanto lasciano fuori dell’orizzonte di visione ciò che per Gramsci è più importante: le ‘iniziative’, e cioè le esperienze politiche emergenti capaci di alterare lo svolgimento regolare della storia e della politica, e far nascere il nuovo. È questa la ‘esperienza’, nuova e anche espressiva della “infinita varietà e molteplicità” storica e politica, la quale deve essere raccolta e posta alla base della nuova scienza. In questa nuova esperienza Gramsci crede di scoprire ‘la base sociale e politica’ – che non è altro dall’espressione dello ‘spirito popolare creativo’ – di una conoscenza nuova in grado di elaborare scientificamente quella complessa esperienza. La chiama ‘filologia vivente’ e, conforme alla sua esperienza politica particolare e del suo tempo, la identifica nell’azione delle masse, dei partiti e dei gruppi dirigenti.

 

Oggi però (nei primi decenni del Duemila), diversamente che nel tempo di Gramsci (i primi decenni del Novecento), non sono le grandi masse, né i partiti e i loro dirigenti le fonti delle nuove iniziative in grado di creare una ‘nuova situazione pratica’. Sono le associazioni politico-culturali, i gruppi e i movimenti alternativi, le comunità solidali, le reti informatiche, e in generale le persone e le organizzazioni sociali che sperimentano nuovi modi di vivere, relazionarsi, consumare, comunicare ad esprimere il nuovo ‘spirito popolare creativo’, e che possono essere i soggetti della ‘filologia vivente’ attuale.”

 

Brani virgolettati tratti da ‘La Traversata’, di Pasquale Misuraca e Luis Razeto Migliaro.

 

(Alias, settembre 2011)

 


 

 

Pasolini e la crisi

 

Gennaio è stato il mese di Buster Keaton, febbraio di Kafka, marzo di Gramsci, aprile è, naturalmente, il mese di Pasolini: “Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.” Cosa ha da dire, a te, a me, Pasolini - sulla crisi che stiamo vivendo?

 

A chi obietta che, essendo un poeta, Pasolini è uno che fa l’amore con le nuvole, risponderò che i poeti hanno i piedi piantati sulle nuvole e gli occhi puntati sulla realtà. I poeti fanno l’amore con la realtà.

 

A chi obietta che, essendo un profeta, Pasolini ha pre-visto tutto, risponderò che di nessun Dio riferiva la voce: viveva e scriveva “l’orgoglio e il dolore della solitudine”.

 

Ma allora, Pasolini, chi era? Era uno che aveva perso l’ideologia. E siccome era senza paraocchi e senza consolazione, vedeva e sentiva “tutto dall’alto, da lontano, e tutto dal basso, da vicino”. Quale ideologia aveva perso? L’ideologia della sua adolescenza, comunista e marxista, l’ideologia che aveva conosciuto e riconosciuto nei corpi dei suoi amanti adolescenti.

 

Sennonché, verso la fine degli anni Sessanta, continuando, ogni notte, “senza rimedio e senza alternativa”, ad amoreggiare con gli adolescenti, ha notato che gli adolescenti di quegli anni, quei ‘corpi’, non erano più quelli di una volta. Non che fossero un po’ diversi, no: erano radicalmente diversi. “Il mondo ha eterni, inesauribili cambiamenti. Ogni qualche millennio, però, succede la fine del mondo.” “Se io oggi volessi rigirare Accattone, non potrei più farlo. Non troverei più un solo giovane che fosse nel suo ‘corpo’…”

 

“La fine del mondo”. Fuor di metafora, la crisi di una civiltà, la vecchia civiltà moderna. Una crisi che smascherava i potenti, rendendoli ridicoli, e omologava i giovani, rendendoli infelici. “Scomparsa delle lucciole”. “Grande mutazione antropologica”. “Rovesciamento radicale oggettivo del mondo delle classi dominate”. “Vuoto culturale”.

 

Quale è stato il limite di Pasolini? Continuare a cercare nella cultura di sinistra, e soprattutto nel marxismo, la chiave per comprendere scientificamente il fenomeno. Ma il marxismo era in crisi, era ed è parte della crisi organica della vecchia civiltà moderna. “È cambiato il ‘modo di produzione’.” “Oggi pare che solo platonici intellettuali (aggiungo: marxisti) abbiano qualche probabilità di intuire il senso di ciò che sta veramente succedendo”.

 

Ma il problema non sono i limiti scientifici dell’analisi che Pasolini ha fatto della crisi. Il problema siamo noi. Lui ha passato gli ultimi anni della sua vita testimoniando un vuoto culturale che generava “giovani infelici” capaci di uccidere “senza mandanti e senza ragione”. Un gruppetto di questi giovani infelici lo ha ucciso e noi, non riconoscendo questa crisi come crisi di civiltà, dal fondo della prigione dell’ideologia, ci consoliamo con la leggenda della sua morte per ‘complotto’: “Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E’ facile, è semplice…” Ultima intervista di Pasolini, a Furio Colombo, ‘Tuttolibri’, fine ottobre 1975.”

 

(Alias, 12 maggio 2012)

 


 

 

Per commemorare apertamente uno dei miei giovani maestri (anche questo discendente di un lavoratore del legname, come Gesù), Tommaso Cassai detto Masaccio, morto a 27 anni, e festeggiare obliquamente il 27simo pezzo di questa rubrica occhiuta, scelgo il tono semiserio e rivelo le ragioni coscienti del suo titolo bino ‘Fulmini e Saette’. Le Quattro Ragioni.

Primavera. Quando ero ragazzino guardavo e leggevo il giornaletto ‘Capitan Mihi’. Suo protagonista era un giovanissimo pistolero molto simpatico e molto veloce, affiancato e protetto da due uomini molto maturi e molto spiritosi, ‘Salasso’ e ‘Doppio Rhum’. Non ricordo bene più quale dei due esplodesse ogni tanto in un sonoro “Fulmini e Saette!”, ma ricordo benissimo che mi identificavo con tutti e tre.

Estate. Zeus scaglia fulmini, Apollo lancia saette. Quando ero adolescente mi piacevano tutti e due, padre e figlio, e sono cresciuto nel sogno di emularli in forma di Zeus all’incontrario (che lancia fulmini capaci di salire dalla terra al cielo) e d’un Apollo esclusivamente terapeutico.

Autunno. Con la maggiore età ho imparato a non farla lunga. Un fulmine è breve (checché ne pensi Gadda), una saetta è breve (come ben sa Poliziano).

Inverno. Adesso che m’avvio verso il finale, e “diminuiscono le possibilità di diventare immortale” (Flaiano), mi diverto pensando che se talvolta Omero dormiva, talaltra Pasquale può svegliarsi da sogni inquieti (Kafka).

 

(Alias, 14 aprile 2007)

 


 

 

Gesù è noto per aver fondato la religione cristiana. Falso. Questa religione l’hanno fondata i suoi discepoli, male intendendo le sue parole e i suoi atti. È la solita storia: i piccoli amici di un grande uomo lo riducono alla propria misura, e buonanotte.

Gesù nasce 2020 anni fa circa in Palestina, vive lavorando e studiando e insegnando e, a meno di 40 anni, muore crocifisso.
Da ragazzino è talmente intelligente che molti presagiscono in lui il Messia, il mitico salvatore atteso dal popolo ebreo. Questi sguardi lo spingono a studiare. Adolescente, discute nel tempio di Gerusalemme con i dottori della Legge, e comincia a distaccarsi dalla religione ebraica e dalla cornice familiare.

Vive facendo il falegname e studiando, fino ai trent’anni, quando decide di criticare apertamente e superare teoricamente e praticamente la religione ebraica, e proporre una religione non più fondata sul sacrificio – come la religione greca e romana ed ebraica e via elencando - ma sull’amore di tutti verso tutti: “Ama il prossimo tuo come te stesso.”

Fonda una comunità paritetica di uomini e donne e percorre con loro la Palestina, ascoltando e insegnando, e spingendo i discepoli a fondare nuove comunità orientate alla creatività, all’autonomia, alla solidarietà.

La novità delle sue parole e dei suoi atti provoca l’allontanamento di parecchi suoi discepoli, irrita in modo crescente i religiosi ebrei, preoccupa i militari romani che governano la Palestina. Lo catturano, lo giudicano, lo torturano, lo crocifiggono.

I suoi discepoli, dopo la sua morte, raccontano ad altri la sua storia come l’hanno capita e vogliono capirla, scrivono i vangeli (pieni di realtà cronachistica e invenzioni ideologiche), e fondano non una rete di comunità, com’era nel progetto di Gesù, ma una chiesa. Nei vangeli giustificano questa istituzione attribuendogli la frase “Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia chiesa.” Ma questa frase contiene un gioco di parole – Pietro, pietra – che si produce nella lingua greca, non nella lingua aramaica parlata da Gesù. La chiesa aveva problemi di autorità, e integrava i vangeli mettendo sulla bocca di Gesù ciò che le conveniva.

E il sacrificio? Gesù non voleva fondare una religione del sacrificio? La religione cristiana non afferma forse che Gesù si è sacrificato volontariamente per sanare i peccati del mondo? Sì, la religione cristiana afferma questo, ma Gesù è stato ucciso contro la sua volontà. E il sacrificio lo faceva andare in bestia.
Ricordate la cacciata dei mercanti dal tempio di Gerusalemme a suon di frustate? Quell’episodio non si spiega, come ancora ha fatto l’altro giorno Jorge Bergoglio, come conseguenza dell’ira provocata in Gesù dal mercanteggiamento nei pressi del tempio. No. Gesù non era un piccolo moralista. Si spiega come critica pratica di una religione fondata sul sacrificio, l’ebraismo: i mercanti, cambiando la valuta e vendendo gli animali ai fedeli ebrei, rendevano possibile il sacrificio.

La sua morte è stata atroce. Non tanto per la sofferenza fisica. Altri sono morti crocifissi, e comportandosi anche più coraggiosamente di lui. Atroce è stata la sua sofferenza intellettuale e morale: aveva tentato di fondare una religione non sacrificale, e lo sacrificavano. E i suoi discepoli erano pronti ad assumere come simbolo del suo pensiero e dei suoi atti la croce del sacrificio: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno.”

 

(Alias, dicembre 2014)

 

 


 

 

Il comunismo è morto, il marxismo prende lucciole per lanterne, e intanto i sinistri si baloccano con i centri sociali e il neo-neokeynesismo.

E allora, cosa diversamente fare? Vi ho contato e cantato, in questi ultimi otto anni, la mia modesta proposta in molti linguaggi. Oggi vi racconto una favola.

C’era una volta un uomo che da giovane era marxista e aveva fondato un partito comunista. Poi da grande era andato teoricamente oltre i pensamenti del barbuto di Treviri, e criticato spietatamente le azioni del baffuto di Gori e tutta la baracca e i burattini del Paradiso in Terra. E aveva fondato una nuova scienza, la scienza della storia e della politica – quella che oggi ci serve come il pane per spiegare teoricamente e superare praticamente la crisi mondiale, finendola di litigare sull’articolo 18 come i polli di Renzo (Tramaglino).

Piano. Calma e gesso. Siamo più precisi.

Il nostro giovane cent’anni fa aveva trent’anni, fonda un partito comunista, ne diventa segretario, fonda un giornale, è eletto deputato, e scrivendo e parlando e facendo diffonde il marxismo e il comunismo. Per cinque anni. Finché viene arrestato dai fascisti e messo in carcere. E in carcere muore, dopo undici anni.

E che fa, in questi anni di carcere, quest’uomo che non ha avuto il tempo di invecchiare? I primi tre anni pensa e ripensa, in carcere ha molto tempo per pensare. Si fa domande come questa: ma perché i comunisti sono stati sconfitti dai fascisti?

Altri marxisti, altri comunisti, danno la responsabilità di questa sconfitta agli altri, ai fascisti e alla loro violenza, ai padroni e al loro egoismo, alle masse e alla loro ignoranza. Gli altri. Lui no. Lui in carcere riflette sulle responsabilità proprie, alle responsabilità dei marxisti e dei comunisti, responsabilità politiche, responsabilità culturali soprattutto. Comincia a pensare che il mondo nuovo non possa nascere attraverso una rivoluzione, una dittatura, un partito, ma attraverso una cosa che chiama Rinascimento+Riforma, e che richiede tanto per cominciare la fondazione e lo sviluppo di una nuova scienza. E, tenete in mente la data: siamo nel 1929, la fonda e comincia a svilupparla, questa nuova scienza, e la chiama “scienza della storia e della politica”.

E sapete dove e come precisamente la fa questa cosa? Scrivendo i Quaderni del carcere, cari amici vicini e lontani. Questo sono i Quaderni, altro che un raffinamento del marxismo e una apologia del comunismo!

Insomma, quel giovane, diventando grande, capisce e mostra e dimostra che i suoi sogni di marxista e comunista erano stati sconfitti non dalla violenza del fascismo e l’egoismo dei padroni e l’ignoranza delle masse, ma dalla insufficienza del marxismo come teoria e del comunismo come pratica. E conseguentemente cerca di superare questa doppia insufficienza, fondando questa nuova scienza. E qual è la prima scoperta di questa scienza? Che stiamo vivendo una crisi di civiltà, che lui chiama “crisi organica”.

Crisi di civiltà? Questa che stiamo vivendo è una crisi di civiltà? E lui, negli anni Trenta del Novecento, come faceva a comprendere in anticipo ciò che sta succedendo oggi, ottanta anni dopo? Ma quale anticipo? Ma quale dopo! Allora, quando lui scriveva i Quaderni, era in atto la fase iniziale di questa crisi di civiltà. Oggi ci rotoliamo e balocchiamo nella fase terminale di quella stessa crisi, che è una e una sola crisi, una crisi di civiltà.

Come come? Questa crisi non è nata negli Stati Uniti nel 2006 con la faccenda finanziaria dei subprime? No, cari amici vicini e lontani, fatevene una ragione – scientifica. Non siate disfattisti. “Non è puro disfattismo trovare che tutto va male e non indicare criticamente una via d’uscita da questo male? Un 'intellettuale' ha un modo d’impostare e risolvere il problema: lavorando concretamente a creare quelle opere scientifiche di cui piange amaramente l’assenza, e non limitarsi a esigere che altri (chi?) lavori.” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere – la pagina trovatevela voi)

 

(Alias, ottobre 2014)

 

 


 

 

Da quando collaboro con questa rubrica ad Alias (nove anni), ho descritto e analizzato la crisi economica e sociale e politica e culturale che stiamo vivendo come “crisi di civiltà”.

Ancora pochi sono convinti di questa proposta teorica e politica, ma siccome Gramsci mi ha insegnato che “è meglio avanzare e morire che fermarsi e morire”, ho scritto e pubblicato un ebook – dal titolo La Vita Nuova – sullo stato effettivo e sul futuro possibile del mondo, ponendo l’accento sul fatto che dalle ceneri della civiltà moderna sta crescendo una nuova e superiore civiltà, caratterizzata dalla diffusione di un ‘tipo umano’ che si può definire “creativo, autonomo, solidale”.

Non ho richiamato Gramsci a caso. Proprio Gramsci, nei Quaderni, ha scoperto per primo, negli anni Trenta del Novecento, la dimensione epocale di questa crisi, che chiamava “crisi organica”, e criticato i tre primi tentativi regionali di risposta ad essa, il comunismo, il fascismo, l’americanismo.

Tesi particolarmente impopolare a sinistra, questa di Gramsci critico del comunismo (e del marxismo), ma siccome Pasolini mi ha insegnato che è “meglio essere nemici del popolo che della realtà”, vado approfondendo e arricchendo la ricerca e la proposta (sempre con Luis Razeto, scienziato dell’economia e della politica noto internazionalmente come teorico dell’economia di solidarietà).

Non ho richiamato Pasolini a caso. Proprio Pasolini, negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane degli anni Settanta del Novecento, ha riscoperto la dimensione epocale di questa crisi, che chiamava “fine del mondo”, e individuato l’insorgere di nuove forme di fascismo.

Un brano dell’ebook La Vita Nuova in anteprima? Eccolo. Dalla Parte Prima, Capitolo 6, L’INDEBITAMENTO:

 

“(…) L’industrialismo necessita e fomenta il consumismo, e ambedue conducono e inducono all’indebitamento.

Industrialismo, consumismo e indebitamento si rafforzano reciprocamente e crescono insieme.

Incatenati uno all’altro, ci incatenano al sistema imperante.

L’indebitamento generalizzato e crescente è una componente essenziale dell’economia moderna, contemporaneamente capitalista e statalista.

Un mondo di indebitati, un mondo di dipendenti.

Le persone e le famiglie si indebitano per poter comprare e consumare tutto quello che la pubblicità indica e il mercato offre loro.

Le imprese e le aziende si indebitano per poter crescere e aumentare la produzione, per vincere la concorrenza delle altre imprese e aziende, che fanno la stessa cosa.

Si indebitano gli speculatori che vogliono fare guadagni col denaro che ottengono come credito.

Tutto il mondo indebitato.

Si indebitano anche i governi nazionali, i municipi e i poteri regionali e locali, i partiti politici e tutte le istituzioni, per continuare a offrire ai cittadini consumisti ciò che loro esigono come condizione per concedere il proprio appoggio e i propri voti.

Si indebitano i paesi, si indebitano gli organismi internazionali, si indebitano le organizzazioni dei più svariati tipi, a livelli crescenti che diventano impossibili da saldare. (…) ”

 

(Alias, marzo 2015)

 


 

 

Leggere in un testo di Benedetto XVI la definizione di Dio è come televisionare Emilio Fede che parla di Berlusconi: il Vaticano sta al Regno dei Cieli come il Tg4 alla Villa di Arcore.

 

Ma noi siamo per professione e vocazione curiosi, e leggiamo la prima enciclica del nuovo papa: “Dio è carità, è amore”. Visto? Benedetto – Ratzinger, condizionato dal conflitto di interessi, dice mezza verità. La verità intera è che “Il dio è giorno notte, inverno estate, sazietà fame.” – come ha scritto Eraclito di Efeso, e come ci conferma la diretta esperienza della nostra vita difficile. Dio (se c’è) è ciò che desideriamo e anche il suo contrario. Amore e anche il suo contrario: indifferenza.

 

Infatti. Cosa ha fatto ieri Dio mentre si consumavano i genocidi degli indiani nordamericani, degli armeni, degli zingari, degli ebrei, dei kurdi, degli indios latinoamericani, dei tutsi,? Niente. Indifferenza, silenzio. E cosa ha fatto l’altro ieri di fronte alla terrorizzata preghiera di Gesù di Nazareth (“Babbo, allontana da me questo calice!”) e al suo urlo disperato (“Signore, perché mi hai abbandonato?”)? Niente. Indifferenza, silenzio.

 

Perciò, per amore della verità tutta intera, ci aspettiamo che Joseph Ratzinger, dopo aver pontificato sulla metà benevola, caritatevole ed amorevole di Dio, ne giustifichi la metà malevola, indifferente e silenziosa. Come tocca ogni giorno, ed ogni notte, a tutti gli esseri umani pieni e completi, fedeli o infedeli che siano.

 

(Alias, 4 marzo 2006)

 


 

 

Questa Anna Politkovskaja, stroncata a quarantotto anni da Vladimir Putin e i suoi maggiordomi russi perché criticava l’Esercito e la Burocrazia e il Putin in persona, era ed è uno di quei rari esseri umani che fanno della nostra vita difficile una cosa degna d’essere vissuta.

Verso la fine di Proibito parlare (Mondadori, 2007), una selezione degli ultimi articoli da lei pubblicati sul quotidiano “Novaja Gazeta” - libro che ho letto come da ragazzo mangiavo senza respiro un cestino di ciliegie - dentro un articolo intitolato “Da Kiev si può iniziare la fuga” ho sottolineato la frase: “Se diventi nemico del potere politico […] Kiev è il posto ideale per fuggire dalla Russia”. Ed ho latolineato: ‘Ecco come si documenta una situazione per chi ha desiderio di sapere e si svela l’estrema possibilità a chi si ostina a vivere a testa alta.’ Naturalmente, per fare questo, Anna non doveva fuggire lei stessa, è rimasta a scrivere, e l’hanno sparata, prima al cuore e poi alla testa.

 

Più di una volta, leggendo ammirato questa giornalista capace di guardare pessimisticamente in alto, verso i potenti, e ottimisticamente in basso, verso gli umili - questa donna aristocratica con i forti e democratica con i deboli – ho pensato al programma di Niccolò Machiavelli: “Così come coloro che disegnino e’ paesi si pongano bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi si pongano alto sopra monti, similmente a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna essere principe, et a conoscere bene quella de’ principi bisogna essere populare.” Tutto questo sta accadendo in Russia, un paese “sempre più simile all’URSS” – come titola ‘la Repubblica’ del 21 aprile 2007 un articolo di Sandro Viola. In Russia, cioè in un paese formalmente democratico, ma sostanzialmente autoritario, dal momento che la separazione dei Poteri è formale e non sostanziale.

 

E qui, in Italia, cosa sta accadendo oggi tra giornalisti e Poteri? Cosa accade in un paese come il nostro in cui la separazione dei Poteri è non soltanto formale ma anche (nonostante tutto) sostanziale? Qui da noi accade la stessa cosa, cari amici vicini e lontani, accade cioè che i giornalisti signori-di-se-stessi sono pochi e rischiano, ed i giornalisti servi-del-potere sono molti e raschiano. Perché? Il perché va trovato nella costituzione degli intellettuali dell’intero mondo moderno – autoritario o democratico che sia.

 

Mostra e dimostra infatti Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere che nel mondo moderno i giornalisti (e gli intellettuali di professione) sono fatti – nella stragrande maggioranza - della stessa materia di cui sono fatti i Sacerdoti delle Chiese, i quali subordinano il proprio lavoro agli interessi delle Superstrutture di cui sono Funzionari, essendo una varietà evolutiva del predicatore e dell’oratore e del chierico medievali. Infatti, alle origini del mondo moderno, la figura galileiana dello scienziato-sperimentatore (secondo il quale la verità è sempre rivoluzionaria) è stata sconfitta dalla figura dell’intellettuale-sacerdote. È la tragedia di una civiltà che non è riuscita a diventare compiutamente moderna.

 

(Alias, 9 maggio 2007)

 

 


 

 

Negli ultimi anni, il numero degli scrittori ha superato il numero dei lettori.

È il paradosso finale della civiltà moderna, che non è riuscita a insegnare a tutti a leggere ma a scrivere, e pubblicarsi.


Sia chiaro: a scrivere non c’è niente di male, anzi scrivere fa bene, come bene fanno tutte le attività costruttive. Ma è male pubblicare, se non in casi straordinari.

Mia figlia Nefeli definisce questa patologia della pubblicazione con la formula ‘ipertrofia della volontà di comunicazione’, e la giustifica legandola all’aspirazione degli umani alla vita eterna.

Fino a ieri – aggiungo io - gli umani si contentavano dell’eternità offerta dalle religioni, tutti eterni gratuitamente, all’Inferno o in Paradiso poco importava.

Oggi che la crisi organica della civiltà moderna ha rosicchiato le nostre speranze e accorciato i nostri orizzonti, scettici e miopi l’eternità ce la produciamo da soli, scrivendo e pubblicando.

Per ciò pubblichiamo le nostre facce, i nostri pensieri, le nostre poesie, i nostri saggi, i nostri romanzi, sugli schermi dei computer e sulle pagine dei libri, senza ritegno, senza rimedio, finché la morte non ci separi.

Ma pubblicare è niente se non sei letto. Solo attraverso la lettura puoi diventare eterno. Da qui, l’ipertrofia della volontà di comunicazione, che ti spinge prima a pubblicare, poi a diffondere, divulgare, disseminare, propalare, promuovere, sbandierare. E arrivano offerte, domande, richieste di lettura. Lettura per pubblicazione si capisce, su un inserto settimanale di un giornale per esempio, come Alias de ‘il manifesto’.

Così è arrivato fino a me attraverso la linea facebook – posta il libro di Giuseppe Tripodi, Cola Ierofani. Amori e politica nel Secolo Breve, Città del Sole Edizioni s.a.s. 2014, pagine 437. Un romanzo storico. Andava scritto, questo libro? Certo: ha dato più senso e più forma alla vita di Giuseppe Tripodi. Andava pubblicato? No.

Come non andavano, non vanno pubblicati il novantanove per cento dei libri che circolano sulle Reti, nelle librerie. I classici (gli scrittori straordinari) vanno letti. Tutti devono leggerli. Tutti devono scrivere. Ma non scrivere per pubblicare.

Gli scrittori comuni come Giuseppe Tripodi siano letti soltanto (oltre che dagli amici educati e dai parenti stretti, si capisce) dagli storici, giornalisti, sociologi, antropologi, politici, sindacalisti, amministratori, e via specializzando, per ricavarne materiali di conoscenza del mondo e della vita. Ma per ottenere questo non servono le case editrici e i social network, bastano le macchine da scrivere e le email.

“Bisogna prendere speciali precauzioni contro la malattia dello scrivere, perché è un male pericoloso e contagioso”, ha scritto Pierre Abélard. Scritto e pubblicato, purtroppo.

 

(Alias, gennaio 2015)

 

 


 

 

“Di che segno sei?” – mi domanda ansiosa la compagna di viaggio. “Pesci” – mi tradisco. “Ah, ho capito… un segno doppio - sei doppio...”

 

Siamo pigri. Non abbiamo voglia, ogni mattina, ogni viaggio, di dare senso alla nostra vita producendo un po’ di cultura. “Cultura è una sezione finita dall’infinità priva di senso del divenire del mondo.” (Max Weber) Siamo irresponsabili. Vogliamo credere che un senso il mondo ce l’abbia “a prescindere” da ciò che facciamo e desideriamo.

 

Sennonché. Il mondo è fatto di corrispondenze matematiche e caotici terremoti, siderali geometrie e onde anomale: per ciò serve la meteorologia - non l’astrologia - a dargli senso. Siamo noi esseri umani, ragionevoli desideranti, distinguendo regolarità da ingiustizie, costruendo regole e giustizie - a dare senso alla vita mortale e al mondo universo. Non siamo registi della nostra giornata – come insinuano Marx e Freud? Ne siamo tuttavia attori-coautori: come Benigni, come Totò.

 

Gli astrofili italiani (amanti dell’astronomia) hanno recentemente lanciato gridando fulmini e saette verso i sacerdoti dell’astrologia, in quanto attenuano l’ansia coltivando la credulità. Io concordo epperò, considerata attentamente la questione (considerare vuol dire “osservare gli astri”) e desiderata intensamente la bella (desiderare vuol dire “cessare di contemplare le stelle a scopo augurale”) sussurrerò rasserenante alla compagna di viaggio: “Mi innamorerò solo di te.”

 

(Alias, 21 gennaio 2006)

 


 

 

Un bambino di nome Luciano ieri vedeva e ascoltava al mio fianco il Tg2, quando è comparso sul piccolo schermo il papa – teologo. Di bianco vestito tranquillizzava la massa dei fedeli variopinti dicendo che sì, è vero, sulla faccia della Terra sono spesso i superbi, i potenti ad avere successo, e salute, epperò Dio dall’alto dei Cieli sta dalla parte degli umili e dei sofferenti. Il bambino ha esclamato: “Ma allora Dio non sta dalla sua parte! Il Papa è un potente!”

 

Un fedele (cioè un essere umano che antepone la fede ai fatti) lo avrebbe corretto più o meno così: “Joseph Ratzinger fa il Papa per fare il bene di tutti gli uomini di buona volontà, ed è stato eletto fra tutti i cardinali per volere dello Spirito Santo.” Il fatto è che la sua elezione è il risultato di una calcolata campagna elettorale che egli stesso ha organizzato con l’aiuto dell’Opus Dei. Lo ha rivelato (prima su “O Globo” - quotidiano brasiliano, poi su “Internazionale”) Gerson Camarotti, un giornalista che ha raccolto la testimonianza diretta di uno dei quattro cardinali brasiliani partecipanti al Conclave.

 

Massimo Cacciari, il sindaco – filosofo, parlando in questi giorni di politica e religione su “la Repubblica”, ha ricordato a tutti (quindi anche a se stesso): “Gesù ha detto che il suo regno non è di questo mondo. La grande tentazione demoniaca è quella del potere terreno.”

 

Uno, due, tre. I bambini, i giornalisti, i filosofi, quando sono veri sono irriverenti.

 

(Alias, 18 marzo 2006)

 

 


 



Dicembre 2017. Mi trovo nella libreria Ts360 di Trieste. Si presenta un libro sulla mitologia greca antica come riletta nel mondo moderno e l’autrice dialoga con alcuni letterati scrittori presenti, tra cui spiccano Gabriella Musetti, Alexandra Zambà, Federico Rossignoli, Sandro Pecchiari, e l’editore Alessandro Canzian.

Resto colpito dallo spirito colloquiale, e dalla chiarezza espositiva e finezza letteraria dell’autrice, e uscendo al suo fianco le domando dove insegni temi così essenziali all’arte del vivere civile dei nostri giovani contemporanei. Con un leggero imbarazzo mi rivela che insegna soltanto in maniera precaria, priva ancora com’è di una cattedra dalla quale poter esercitare la professione alla quale da sempre si è destinata.

Torno a casa e leggo d’un fiato il libro: Bianca Sorrentino, Sempre verso Itaca. Itinerari tra mito e riletture contemporanee, Stilo editrice, 2017. Memorabile.

Nello spazio di questa saetta posso fare un solo esempio della nitidezza e acutezza di questa letterata mal ripagata dal paese che non sa formare tutti e scegliere i migliori, e tuttavia si vanta d’essere democratico.

Nel capitolo ‘Il Viaggio’, la nostra autrice riflette con precise notazioni e lievi tocchi su Itaca di Constantinos Kavafis, la celebre poesia del 1911 che s’apre così:


Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.

e termina così:

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.


Ed ecco la fulminante conclusione del capitolo: “La pur pregnante e memorabile traduzione italiana a cura di Nelo Risi e Margherita Dalmati non rende lo scarto dell’originale tra l’Ithāki del terzultimo verso, al singolare, e le Ithākes dell’ultimo, al plurale, quasi a voler significare un allargarsi dallo sguardo dell’isola del mito a tutte quelle che ci portiamo dentro.”

 

(Alias, 7 aprile 2018)

 

 


 

 

Una scienza nuova, una vita nuova

Ho iniziato sei anni fa la collaborazione con Alias, invitato da Roberto Silvestri, per entrare in dialogo con i giovani. Poco mi interessavano e meno mi interessano gli intellettuali di professione, amanti delle discipline e non delle scienze, delle tradizioni e non delle conoscenze - se non quelli fra loro che sono stati giovani e se ne ricordano ancora. Desideravo dialogare con esseri umani plastici e leggeri sul mondo grande e terribile, scosso da una crisi di civiltà.

Il principale autore di riferimento, diciamo pure il fratello maggiore dei miei fulmini e delle mie saette è stato Antonio Gramsci, entrato giovane in carcere, a 35 anni, e morto 11 anni dopo, ancora giovane, a 46. Perché il Gramsci dei Quaderni? Perché Gramsci e i suoi Quaderni hanno illuminato la mia giovinezza, e sono qui, alle soglie della vecchiaia, a ringraziarlo ancora.

Nel 1975 avevo 27 anni, e accanto a un altro giovane, Luis Razeto, esule dal Cile di Pinochet, ho riletto i Quaderni del carcere - che avevo già letto nella Edizione Tematica sorvegliata da Togliatti- nella Edizione Critica curata da Gerratana. E ho scoperto, sempre sia beata la spietata filologia ben connessa alla buona filosofia, che Gramsci aveva intrapreso in carcere una profonda autocritica della sua precedente esperienza politica e teorica, segnata dal marxismo e dal comunismo, e aveva avviato la costruzione di una nuova scienza, la “scienza della storia e della politica”.

Il primo elemento di questa scienza, come lui l’aveva impostata e come Luis ed io abbiamo sviluppato e continuato creativamente, era ed è la teoria della “crisi organica”, cioè l’analisi scientifica della natura storica e delle soluzioni possibili di questa crisi di civiltà che oggi viviamo nella sua fase terminale e allora, negli anni Settanta del Secolo Breve, andava globalizzandosi, e ancora prima, negli anni Trenta, Gramsci coglieva nella sua fase iniziale.

Così, abbiamo scritto saggi, e comunicazioni a convegni gramsciani, su tutto questo, e due libri, il primo edito nel 1978 da De Donato, Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci, e il secondo inedito, Politica e partiti nella critica di Gramsci, dei quali poi, negli anni Dieci del Duemila abbiamo elaborato l’Edizione Critica e si trovano ora nei nostri siti.

Ed ecco, la collaborazione con Alias, ha significato anche questo, per me, grazie Roberto: scrivere sempre più decisamente per i giovani, allargando le ricerche avendo in mente come lettori, e lettori potenzialmente attivi grazie alle reti telematiche, non gli ossificati specialisti della sociologia e della politologia bensì gli esseri umani in ebollizione, in formazione, in costruzione – decisi a lasciare i porti più protetti, a stivare le idee più consolatorie, per navigare il futuro. Una scienza nuova per una vita nuova.

E così è nato La Vita Nuova, il nuovo libro scritto con Luis, ancora a partire da Gramsci ma ancora più creativo dei precedenti, che qui ti segnalo, nostro lettore, nostra lettrice: http://www.uvirtual.net/spuv/la-vita-nuova

Facci sapere.

 

(Alias, 3 novembre 2012)

 

 


 

 

Per i cattolici il massimo è l’imitazione di Gesù. Impresa disperata e votata al fallimento, per eccesso o per difetto. Prendiamo ad esempio Karol Wojtila e Joseph Ratzinger.

 

Abbiamo ancora negli occhi l’agonia del vecchio papa, la sua prolungata, insistita, ostinata lotta tra la vita mortale e la vita eterna, da lui stesso svelata al pubblico delle televisioni di tutto il mondo. Una “via crucis” sotto il segno dell’eccesso. Il papa polacco, difatti, non si è attenuto (come Gesù) alla composta sopportazione del dolore e della sofferenza, ma ha ricercato e ostentato la loro esibizione spettacolare.

 

E veniamo al nuovo papa, che sta mancando la giusta misura dell’imitazione per difetto. Mostrare la corona di spine, come ha fatto Wojtila, è stato troppo, ha sfiorato l’osceno, ma pontificare con la mozzetta coronata dal cappelletto di zibellino, come fa Ratzinger, è l’inverso di troppo, sfiora il ridicolo. Si domanda: Gesù riconoscerebbe, involto in quel vestiario, un suo seguace?

 

Ma non è soltanto il modo di vestire del papa tedesco che difetta (riferito al modello): pensate al suo modo di parlare. Il suo linguaggio è guardingo, formale, diplomatico, politico. Dov’è finito il linguaggio immaginifico, parabolico, ispirato, profetico di Gesù? “Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?” (Ger 5,21; Ez 12,2; Mc 8,18) La cultura laica è in crisi, d’accordo, cioè si sta ripensando, ma la cultura cattolica non sta tanto bene, sta invecchiando.

 

(Alias, 4 marzo 2006)

 

 


 

 

Diavoli del Meridione (1)

 

Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli. Il ragazzo che mi porto dentro li ricorda con orrore e nostalgia.

 

Lucrezio

 

Ho visto mio padre sparare a un uomo, e mi è piaciuto il modo.

 

Era una mattina di giugno del millenovecentocinquantasette, avevo meno di dieci anni, lui più di quaranta. Eravamo nella vigna a spollonare, lui ha notato tra gli zappatori del terreno limitrofo qualcuno e si è diretto verso di lui. Arrivato a pochi passi dal confine, costituito soltanto da un salto di terra, lo chiama e gli dice: “Senti, questo legname d’olivo che ti ho regalato, portalo via presto – mi serve la terra libera.” Lo zappatore gli risponde non ricordo cosa ma ricordo la voce troppo alta, e riprende a zappare ignorandolo. Mio padre aggrappandosi a un ramo pendulo di olivo sale destramente sul terreno del vicino.

 

Da questo momento non sento più niente – vedo soltanto.

 

Visti il passo e la faccia di mio padre, altri due zappatori cercano di trattenerlo, ma lui si divincola allargando le braccia, e uno dei due cade a gambe all’aria come una bambola sul letto, si rialza, afferra la zappa e la solleva per dargliela in testa. Mio padre si guarda intorno. Di fronte lo zappatore che gli ha risposto male, di lato gli altri che lo controllano a breve distanza, dietro quello con la zappa in mano. Si fa largo, salta nel nostro terreno e va verso casa a larghi passi. Tutti si guardano in silenzio. Don Lucrezio si è impaurito e scappa?

 

Io resto nella vigna, tra loro perplessi e lui che non vedo più.

 

Ecco che mio padre viene fuori dalla casa. Tiene il fucile con la sinistra. Una cartuccia nella destra. Lo zappatore che ha alzato la voce comincia a scappare. Quello con la zappa la lascia cadere. Gli altri, impietriti. Mio padre apre il fucile, infila la cartuccia, lo chiude, segue con lo sguardo il fuggitivo, e aspetta. Cosa? Intuisco come in sogno che non vuole ucciderlo, solo impallinarlo. Quello continua a correre. Quando non si vede quasi più tra gli alberi, lo mira e lo spara.

 

Il rumore della fucilata ora lo sento, e il grido liberatorio.

 

(Alias, 22 settembre 2012)

 


 

 

Nicola Gratteri ha ragione – lo Stato italiano non vuole estirpare la ‘ndrangheta – ed ha torto – la ‘ndrangheta non è una malapianta (La malapianta, Mondadori 2009).

Cos’è allora? A pagina 134 il grande magistrato italiano dice che “gli Stati non sono attrezzati per combattere un fenomeno transnazionale come quello delle mafie”. Ha ragione: gli Stati non sono attrezzati militarmente e legislativamente. Ed ha torto: se anche lo fossero ciò non basterebbe, a estirpare le mafie. Perché gli Stati non sono attrezzati intellettualmente e moralmente a tale impresa di civiltà. Perché gli Stati nazionali, queste forme storicamente e geograficamente determinate di organizzazione generale delle società umane moderne, sono in crisi organica. E tra i segni di questa crisi storica e strutturale, organica insomma, spiccano il deperimento dei partiti politici – ridotti a organizzazioni di potere - e l’espansione delle mafie – che diventano “braccio armato” di settori statali [Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia] e “tendono a sovrapporsi alle organizzazioni terroristiche” (132).

Gli Stati nazionali sono nati, in Europa, dalla crisi organica della civiltà medioevale, nel quindicesimo secolo, si sono via via sviluppati e diffusi nel mondo intero, e nel ventesimo secolo sono a loro volta entrati in crisi organica – alla quale crisi si stanno dando, in Italia ma non solo, soluzioni regressive.

Certo, fra tutti gli Stati nazionali, l’Italia spicca per mancanza di iniziativa culturale e volontà politica : “più che la patria del diritto siamo diventati quella del rovescio” (150) e in molti commissariati e caserme “manca il gas per la cucina e il riscaldamento” (91).

Certissimo, occorre agire, in Italia, e nel mondo, per capovolgere questa tendenza irrazionale: più denaro, più mezzi, più rispetto, a tutti coloro che lottano contro la criminalità organizzata. Come esemplarmente fa questo Nicola Gratteri, che da ragazzo ogni estate imparava un mestiere, “il calzolaio con mastro Felice, ma anche il meccanico, il panettiere e il manovale” (139) e da grande è diventato il nemico numero 1 della ‘ndrangheta studiando storia e scienza, arte e letteratura, Tönnies e Horkheimer, Brecht e Sciascia, Cordova e Tuccio, Chaplin e Ionesco, Padula e Misasi, Verga e Alvaro, Kelsen e Friedman.

Ma per estirpare la ‘ndrangheta, che non è più (com’era fino a mezzo secolo fa) una mala-pianta bensì ormai un organo vitale della pianta-Stato, non bastano mezzi e uomini e riforme del codice penale e degli ordinamenti penitenziario e giudiziario. Questo servirebbe “a potare solo i rami” (179), non a estirpare le sue radici. Occorre decidersi a costruire teoricamente e praticamente una nuova superiore civiltà umana. Per attrezzare intellettualmente e moralmente la civiltà degli Stati nazionali ci sono voluti il Rinascimento e la Riforma, le scienze della politica, dell’economia, del diritto, delle idee, l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, i partiti politici e lo Stato rappresentativo-burocratico. Oggi “i convegni e le chiacchiere hanno preso il sopravvento” (152).

 

(Alias, 5 giugno 2010)

 

 


 

 

Howard Richards

Nel corso di questo 2016 scriverò solo saette (appassionate apologie), niente fulmini (niente sarcasmi appassionati) – ho deciso di invecchiare col sorriso sulle labbra.

Comincio con un saggio di Howard Richards, un gran filosofo che ha operato prima nel Nord America e poi nell’America Latina, ed è ancora poco noto in Europa e in Italia.

Il saggio è del maggio 2015 e si intitola La Posibilidad y la Necesidad de la Economia Solidaria (testo completo gratuito:
http://repensar.cl/la-posibilidad-y-la-necesidad-de-la-economia-solidaria/)

Richards affronta notevoli questioni teoriche e storiche, come quella della caduta di Unidad Popular in Cile nel 1973, una questione connessa alla nascita della nuova forma economica detta “economia di solidarietà”, che nacque appunto praticamente e teoricamente proprio in Cile agli inizi degli anni Ottanta.

Richards si domanda: “Perché i cileni persero la democrazia? Perché cadde Allende e si affermò Pinochet?”

Prima risposta. “Perché il governo socialista perse la battaglia della produzione.” L’economia capitalista fu paralizzata, ma l’economia socialista non fu costruita. C’era carenza di tutti i beni materiali fondamentali. Certo, gli oppositori di Unidad Popular fecero di tutto per sabotare l’economia cilena durante il governo Allende. “Ma la democrazia si sarebbe potuta mantenere se, nonostante ciò, si fosse vinta la battaglia della produzione, e cioè se si fossero soddisfatti minimamente i bisogni vitali dei cileni.”

Seconda risposta, “che circolò molto in quegli anni nei circoli cristiani progressisti cileni: il fattore chiave della sconfitta della democrazia fu la carenza in Cile di una cultura della solidarietà”. Per mancanza di cultura non c’era la possibilità di costruire un’economia più giusta, né la possibilità di far funzionare una economia qualsiasi in forma responsabile. “Non esistevano le basi culturali per una sana convivenza e una sana cooperazione, per rispettare la costituzione e le leggi.”

Determinate organizzazioni e persone attive all’interno del cristianesimo progressista promossero per ciò praticamente e teoricamente la cultura della solidarietà. “In questo contesto, in una riunione popolare nel 1980, una donna, pronunciò la formula memorabile “economia solidaria” – economia di solidarietà.”

L’economia di solidarietà è possibile – e molto sviluppata in America Latina, e Richards è uno dei suoi maggiori promotori intellettuali. Ed è necessaria - per affrontare e superare la crisi economica e sociale e politica globale. “La solidarietà è necessaria perché il lavoro umano ha un valore mercantile sempre minore, in quanto la tecnologia è sempre più capace di sostituirlo. Se il valore della persona umana è ciò che vale il suo lavoro, siamo perduti.”

 

(Alias, gennaio 2016)

 

 

 


 

 

È uscito un libro di storia dei saperi e delle ricerche sociali che getta una nuova luce sul Novecento, e particolarmente sulla crisi dei marxismi e delle sociologie che ne hanno segnato il trentennio finale. Lo ha scritto Orlando Lentini e si intitola La sinistra americana pensa il mondo (Franco Angeli 2008).

 

A cinque anni dalla pubblicazione di Saperi sociali, ricerca sociale 1500-2000 (Franco Angeli 2003), nel quale ha ricostruito l’intero arco dei saperi e delle ricerche sociali moderne (dall’arte del vivere civile di Machiavelli all’analisi dei sistemi-mondo di Wallerstein), Lentini ricostruisce in una grande narrazione storico-teorica ‘le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese’ della sinistra americana nel secolo scorso. I maggiori scienziati storico-sociali del novecento americano, tra i quali giganteggiano Immanuel Wallerstein e Gabriel Kolko, e le loro imprese intellettuali e morali, vengono qui per la prima volta spiegate e illustrate come autori e opere costituenti la nuova realtà virtuale del mondo globalizzato.

 

Le notevoli acquisizioni della nuova ricerca storiografica di Lentini sono tre. Prima acquisizione: il capitalismo si è rivoluzionato. Agli inizi del Novecento si è realizzata una metamorfosi del ‘capitalismo imprenditoriale’ – il capitalismo conosciuto da Karl Marx e Max Weber (coautori del paradigma liberal-marxista) - nel ‘capitalismo corporato’ (come risulta dalle indagini storico-sociali di Adolf A. Berle Jr. e Gardiner C. Means [1932] e di Alfred D. Chandler, Jr. [1977]). Seconda acquisizione: il marxismo non è riuscito a tenere il passo di questa rivoluzione. Il fatto che “la metamorfosi corporata sia stata pensata a lungo con categorie analitiche liberal-marxiste ha rappresentato probabilmente il principale problema di una scienza sociale critica per gran parte del XX secolo.” Terza acquisizione: non abbiamo ancora capito perché il marxismo si è rivoluzionato meno del capitalismo. “Rimane da spiegare perchè questo processo di trasformazione della struttura economica del mondo sia stato a lungo interpretato e rappresentato con categorie analitiche e visioni, proprie di quella che chiamiamo la geocultura liberal-marxista, espressione della visione imprenditoriale del mondo.”

 

Avanzo di seguito una proposta storico-teorica, nel tentativo di spiegare quel perché, partendo dal punto debole della storia di Lentini: la sottovalutazione del contributo del Gramsci dei Quaderni per comprendere e superare il ritardo scientifico e culturale dei marxismi e delle sociologie, la loro “crisi”. Un solo esempio: Lentini documenta che Wallerstein “pone in discussione l'unità di analisi ‘stato-nazione’ ” e la figura dello storico e dello scienziato sociale a favore dello “scienziato sociale storico” già a metà degli anni settanta. Ma non comprende in tutte le sue conseguenze Lentini, e prima di lui Wallerstein, che queste acquisizioni metodiche sono una piccola parte delle scoperte del Gramsci dei Quaderni, critico dei marxismi e delle sociologie e fondatore della scienza della storia e della politica, una scienza che – quando riconosciuta e sviluppata - servirà come il pane a tutte le sinistre del mondo.

 

(Alias, 6 settembre 2008)

 

 


 

 

Ovvero

Ho letto e riletto un libro di poesie. Un grande libro di poesie. Un libro di grandi poesie. Se lo leggerete e rileggerete, la vostra vita diventerà più ricca e più leggera. È un libro di Lino Angiuli,
OVVERO, Nino Aragno Editore, 2015.

Vi porto una ragione, anzi un esempio casuale – aprendo il libro a caso come si spacca un’arancia, di questa ricchezza leggera:

“Ma specialmente il bianco a noi ci va a pennello
bianco come il ricordo fantasma dell’acqua
bianco come la prima comunione di roccuccio
come il lenzuolo che grida sui terrazzi
o come l’odore del padreterno
appisolato dentro una cappella di campagna
in mezzo ad angeli con le ali di cipria
e appena una punta di rossore in faccia.”

(Dalla sezione
QUI ovvero cinque ragioni per stare, dalla poesia 'La masseria festeggia i compleanni della calce'.)

Una ragione ancora?

Poesia viene dal greco póiēsis, derivazione di poiêin, che significa ‘fare, produrre’. E queste di Lino non sono poesie perché scritte in poetese, quel linguaggio artefatto senza essere fatto ad arte che vi assale come vi assale un nugolo di moscerini non appena aprite uno dei mille libri di poesie che intasano le librerie e le portinerie e i social network pieni di carinerie.

Queste sono poesie, sono pagine scritte in una lingua sconosciuta, una lingua nuova come un albero nuovo nato chissà come chissà da quale seme volatile o quale radice sotterranea, in questo nostro mondo di greggi, di foreste, di pappagalli.

La poesia è quell’arte che distrugge, per un momento, il momento della sua scrittura, il momento della sua lettura, il tristo proverbio dei disfattisti e dei rassegnati: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.” Dire e fare sono nella autentica poesia una e medesima cosa. Finalmente. Si fa dicendo. Dicendo poesia si dice il mondo, il mondo di dentro abbraccia il mondo di fuori, l’Io e la Realtà si baciano con la lingua.

Con buona pace di Karl Marx, che da giovane (nelle
Tesi su Feuerbach) scriveva: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di mutarlo.” Qui, nel corpo vivo dell’autentica poesia, si interpreta il mondo e il mondo si muta.

E questo vi basti.

“La poesia è più facile farla che riconoscerla. Fino a un certo basso livello, la si può giudicare in base ai precetti e al mestiere. Ma la buona, la somma, la divina, è al di sopra delle regole e della ragione. Chiunque ne discerna la bellezza con sguardo fermo e tranquillo, non la vede più di quanto veda lo splendore di un lampo. Essa non seduce il nostro giudizio; lo rapisce e lo devasta.” (Michel de Montaigne,
Saggi)

 

(Alias, giugno 2016)

 

 


 

 

In quest’anno dispari è stato di moda citare l’odio gramsciano verso gli indifferenti: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani…” Come sa bene chi visita e rivisita questa rubrica, io ammiro Gramsci, intellettualmente e moralmente – ma su questo punto non sono d’accordo con lui.

Tanto per cominciare, non condivido il sentimento dell’odio. Non odio, neppure i “religiosi reazionari” (come Lenin) o “tutti gli dèi” (come Prometeo) o i “mediocri soddisfatti” (come Flaiano). Il sentimento dell’odio mi è estraneo.

Ma veniamo all’odio verso “gli indifferenti” di cui si vanta Gramsci. Certo, partecipare è bello e democratico. “Democrazia è partecipazione” canta Gaber. E non solo genericamente partecipare, persino prendere parte nel senso di favorire, schierarsi, parteggiare.

E certo è brutto e oligarchico farsi i fatti propri, pensare solo a se stessi, o rinchiudersi nella torre e fare l’amore con le nuvole.

Ma bisogna andarci piano con l’essere partigiani per partito preso. A molti, a troppi, ieri e oggi, basta e avanza, nella vita, scegliere una parte, un campo, un pensiero, e difenderlo a tutti i costi, anche a costo della realtà e della verità. Individuare un campo come avversario e spararci sopra e sotto, sempre e comunque, qualunque cosa ‘quelli’ del campo avversario pensino, dicano, facciano, sognino.

Discordo. Secondo me bisogna prendere parte, a un movimento storico, a un confronto ideale, a una battaglia politica, ma senza raffermarsi nelle proprie ragioni, bensì ascoltando le ragioni degli altri, includendole nel proprio progetto, che diventa così più ricco e vasto e profondo.

Di più: bisogna ricordarsi che “talvolta è avversario tutto il pensiero passato”, anche il proprio pensiero. Ma… mi rendo conto d’usare in questo momento… parole del Gramsci dei Quaderni, quelli scritti dal 1929 al 1935 – quando Gramsci aveva da 38 a 44 anni. Mi sto contraddicendo? No. È piuttosto lui, Gramsci in carcere, a essere cresciuto in senso storicamente progressivo. Dal Gramsci giovane, giornalista e politico, marxista e leninista e comunista (quello che scrive appunto “Credo che vivere voglia dire essere partigiani…”, nel 1917, a 26 anni) è venuto fuori, attraverso la scrittura dei Quaderni, lo scienziato della storia e della politica, il quale sa che la verità non sta da una o dall’altra parte, e neppure in mezzo - sta in avanti, e comprende tutti.

Vivere non vuol dire più essere partigiani all’interno della vecchia civiltà moderna, bensì costruttori di una nuova superiore civiltà.

“Nella discussione scientifica, poiché si suppone che l’interesse sia la ricerca della verità e il progresso della scienza, si dimostra più ‘avanzato’ chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che deve essere incorporata, sia pure come momento subordinato, nella propria costruzione. Comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni dell’avversario (e talvolta è avversario tutto il pensiero passato) significa appunto essersi liberato dalla prigione delle ideologie.” (Quaderno 10) Occhio, lettore di Alias, anche il tuo pensiero talvolta è tuo avversario – se si soddisfa mediocremente nell’odio.

 

(Alias, dicembre 2012)

 

 


 

 

Puntuale come la morte, anche quest’anno è arrivata la commemorazione della morte di Pier Paolo Pasolini, il quale è morto ammazzato domani, cioè nella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975.
Domani? E cosa c’è di futuribile nella morte violenta di Pasolini? C’è, cari amici vicini e lontani, che toccherà a noi, a sempre più di noi. E come mai? vi starete chiedendo, saltando sulle sedie, o ridendo della pre-visione.

Orbene, chiediamoci: cosa è essenziale in Pasolini? vale a dire: cosa di lui si ricorderà tra diecimila anni? Qualche poesia, qualche film, i romanzi no, i disegni tanto meno. Resteranno, sopra tutto, i saggi degli ultimi anni, quelli raccolti poi nei due libri Scritti corsari e Lettere luterane.
E perché? - vi state domandando. Perché, in quei saggi, che ha scritto tra la fine dei Sessanta e la metà dei Settanta, Pasolini ha raccontato in diretta, in viva voce, la sua straziante e insopportabile scoperta: era venuta “la fine del mondo”.

Pasolini era un poeta, uno scrittore, un cineasta: un uomo d’arte; non era professore, non scienziato dell’economia e della società e della politica, e quindi non adoperava un linguaggio accademico, scientifico, adoperava un linguaggio artistico, metaforico. E così, quando voleva dire che era in atto la crisi della vecchia civiltà moderna, scriveva che erano “scomparse le lucciole”, scriveva che era venuta, appunto, “la fine del mondo”.

Era il solo a dirlo, questo? No, certo che no. Quaranta anni prima di lui Antonio Gramsci, scrivendo i Quaderni del carcere, aveva scritto che era in atto la crisi della vecchia civiltà moderna, e che stavamo vivendo, fin dall’inizio del Novecento, la fase iniziale della crisi della vecchia civiltà moderna, che lui chiamava “crisi organica”.

Pasolini, dunque. E prima di lui, Gramsci. E dopo di loro? Dopo di loro, cari amici vicini e lontani, gli intellettuali di professione, i professori, gli scienziati dell’economia e della società, della politica, si sono bevuti il cervello, e quindi non hanno saputo prevedere la crisi, capirla, spiegarla, e progettarne il superamento torico. Aspettano che la crisi passi, tra una settimana, come un’influenza, tra un mese, come una polmonite, tra un anno, come un cancro, tra dieci o venti o trenta anni, come una vita.

E Pasolini? Pasolini è buono per le commemorazioni, e le sfuriate. “Ah, il complotto!”
Pasolini ha scritto che nel mondo attuale vivono e vagano “giovani infelici” non più fascisti, non più comunisti, immersi come sono in un “vuoto culturale”, e che uccidono “senza mandanti e senza scopo”. (Anche voi, domani) E ha detto, fin dentro l’intervista a Furio Colombo del 1 novembre 1975, che l’idea del “complotto borghese e fascista” è facile, semplice, consolatoria: “Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E’ facile, è semplice…”

 

(Alias, novembre 2014)

 

 

 


 


La leggenda dell’artista viscerale


Ho realizzato il film-documentario Le ceneri di Pasolini (nel 1993-4), che sarà proiettato di nuovo e discusso alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro (2–9 luglio 2016) anche per criticare la leggenda dell’artista viscerale.

L’artista non pensa con le viscere (come pensano molti intellettuali), ma sente-comprende-sa.

“L’elemento popolare ‘sente’, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale ‘sa’, ma non sempre comprende e specialmente ‘sente’. L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere).” (Gramsci, Quaderni)

Pasolini è stato vittima, in vita e in morte, di questa ostinata leggenda, che continua a circolare in tutte le sfere sociali, e persino tra gli artisti – che spesso se ne vantano: come se questa presunta questa presunta visceralità certificasse l’origine divina della loro professione.

Naturalmente, i singoli artisti sentono, comprendono, capiscono, in maniere e misure singolarmente diverse. Pasolini, per esempio, sentiva e comprendeva e capiva al sommo grado.

Veniamo al ritmo del film-documentario. Come tutti gli autori ho un ritmo compositivo, che informa tutte le mie opere. Le ceneri di Pasolini è un documentario saggistico, che vuole descrivere in maniera filologica, e raccontare in forma autobiografica, Pasolini autore e uomo, e quindi il mio ritmo si deve intrecciare fino a sposarsi col suo ritmo. Se voglio spiegare, dispiegare, la figura, il modo di essere, di fare arte di Pasolini, devo tenere concretamente presente il suo proprio ritmo. “Il ritmo è la compiuta astrazione del contenuto.” (Ejzenštejn)

Nel film-documentario Pasolini dice che, sebbene sia ritenuto un essere umano e un artista tendenzialmente triste, egli è invece di natura gaia. Un uomo gaio, cioè sereno, gioioso, vivace, entusiasta, euforico, repentino, allegro.

Partendo anche da questo, ho pensato conseguentemente al continuo interesse di Pasolini nei confronti del dionisiaco, dell’arcaico, del primitivo, del selvaggio, dell’ancestrale, del “meraviglioso barbaro” – come lui stesso un giorno lo ha definito.

E così, lavorando al documentario, a un certo punto mi sono ricordato di un testo musicale di Béla Bartók che s’intitola ed è Allegro Barbaro. L’ho assunto come motivo conduttore di questo film-documentario, che per ciò è tutto strutturata da questo ritmo, non soltanto quando questa musica torna, ma anche quando manca. Pasolini era un allegro barbaro a tempo pieno, quando scriveva e quando mangiava, quando filmava e quando giocava.


(Alias, sabato 2 luglio 2016)

 

 


 

 

2 – La pianta mozzata


La stephanotis floribunda è rampicante, l’ho appreso trapiantandola.


Regalano alla mia complice una pianta del volgarmente detto ‘gelsomino del Madagascar’. Il vaso che la contiene è piccolo, la pianta soffre visibilmente (sono nipote di contadini e comprendo il linguaggio vegetale), la trapianto tosto in un vaso grande sul balcone.


Esplode, proiettando rami tentacolari in ogni direzione. Assicuro alla ringhiera di ferro fuso un traliccio di canne di bambù, non le basta. Tendo un filo di ferro filato tra la chiostrina e l’ultimo stenditoio, lo arpiona, vi si attorciglia fino agli estremi e li usa come corvi d’abbordaggio dei riccioli di ferro battuto che reggono il balcone della vecchia di sopra e sale, conquista la sua ringhiera, ramifica allegramente, fiorisce generosamente.


Bella di giorno, con le sue foglie carnose verde scuro alternate dai fiori bianchi cerei a forma di imbuto capovolto e coronato da una stella, di notte la stephanotis floribunda è fonte viva di un inebriante profumo. Ragione per cui i suoi fiori sono i preferiti sulla soglia della prima notte. La vecchia non reagisce subito all’assalto, probabilmente bigotta com’è le ricordano il protomartire lapidato dall’apostolo: Stefano infatti viene dal greco Στεφανος e vuol dire corona. Ma poi arriva il frutto.


Su uno dei rami della pianta mia abbracciati al suo balcone cresce un frutto a forma di turgida prugna bipartita (diciamola tutta: a forma di glande). E un pomeriggio raccolgo uno scambio della vecchia con la portiera intorno a “questo coso”. “È il suo frutto – la rassicura la portiera anche lei di origini contadine -. Contiene semi che sono molto pelosi, che quando il frutto si apre si lanciano nel vento.” Silenzio della vecchia. Dopo qualche giorno incrocio la portiera che sale da lei impugnando una forbice da poto: “Dice che i semi pelosi le entreranno in casa. M’ha chiesto di mozzare dal suo balcone fino dove posso il gelsomino africano.”


Da allora, ogni volta che una delle maledette mollette della maledetta vecchia piombava sulle mie piante la spezzavo e la lasciavo in bella vista ai suoi occhi. Tu mozzi, io spezzo.

 

(Alias, sabato 3 dicembre 2016)

 


 

 

In Italia – nonostante le mafie - fioriscono ancora i limoni, e gli essays. I migliori, in solitudine – stante il declino delle sue università.

E così mi era sfuggito questo libro sorprendente di Laura Sturma, La parola che nomina gli dèi, Il Nuovo Melangolo, 2007. Finché un amico onomaturgo me l’ha indicato e – generosità chiama generosità – desidero condividerne festosamente la scoperta.

Saggi sulla poesia e il mito recita il sottotitolo del libro, che l’uno e l’altra illumina tessendo i risultati dei cento autori cruciali attraverso un contributo originale – come testimonia l’autore più amato fra i cento, Stefano Agosti, nella fulminante Prefazione.

“Opposto al lógos (...) il nome proprio costituisce il modello di un diverso linguaggio: il linguaggio del mito e della poesia.” (p. 13) “Alla intuizione degli studiosi è mancata una analisi ed una interpretazione più approfondita di quell’elemento difficile e problematico del linguaggio che è il nome proprio. Alla luce di una nuova analisi apparirà invece che tutte le forme del nome proprio appartengono intimamente al linguaggio mitico cosicché il nome divino non ne costituisce solo il primo elemento ma ne organizza tutta la struttura profonda.” (36) “Il linguaggio del mito (...) ricostituisce l’unità fra le cose, rese viventi e divine, e la vita più profonda dell’anima umana.” (49) “Il mito e la poesia spontaneamente si toccano nella modulazione di un nome proprio.” (66) “Accomuna il mito e la poesia (...) una continuità di linguaggio e di forme . Per questa continuità, mentre al mito si riconosce la natura di un linguaggio specifico, la poesia riceve un valore nascostamente religioso”. (97) “L’età moderna non oppone alle religioni rivelate solamente il suo razionalismo o il suo laicismo, perché quello che viene dal primo Romanticismo e si estende poi a tutta la letteratura moderna è una vera e nascosta religiosità, non istituzionale, non codificata. Di questa religiosità la critica vede in genere gli aspetti irrazionalistici, oscuri, regressivi, mistico decadenti, ma questi aspetti hanno sempre un senso ultimo e comune: è la ricerca di un al di là o di un infinito non fuori dal mondo, ma nel mondo, nelle cose e nella vita.” (100) “L’aldilà è qui.” (103) “L’aldilà è ora.” (105) Questa “ricerca di un al di là, di un infinito, di un invisibile, che non è posto oltre il mondo, ma che appartiene al mondo e alla vita (...) non è regressiva, ma è sovversiva” (117) dal momento che “il cristianesimo, la religione, la morale, la metafisica e tutti i principi essenziali del pensiero occidentale si fondano sempre sul pensiero della trascendenza”. (119)

A Laura Sturma rivolgo le domande che ho fatto a me stesso leggendola – ospiterò la sua risposta in questa rubrica: La mitologia arcaica si biforca da un lato nella mitologia olimpica e dall’altro nella poesia antica? “L’irripetuta unità dell’uomo e della natura con il sacro e con il divino” propria della mitologia arcaica perduta, si ricostituisce, si ricompone, da quando perduta, nella poesia antica-moderna-contemporanea in quanto arte che realizza “la ripetizione dell’evento mitico in un presente con il carattere della festa”?


(Alias, 5 febbraio 2011)

 

 


 


Poesie omeriche

In un laboratorio di poesia tenuto da Alexandra Zambà nel Centro Diurno Boemondo di Roma si è finalmente risolta la questione omerica. Ricordiamola riducendola all’essenziale: L’Iliade e l’Odissea sono state scritte da tanti, dal Popolo (tesi democratica) o da uno, dall’Autore (tesi aristocratica)?

Dal laboratorio è nato prima il libro Poesie di Frontiera (La Vita Felice, Milano 2016), e poi il libro bilingue - greco e italiano - Μεθόρια Ποιήματα (Armida Publication Ltd, Limassol 2017), entrambi opera di Alexandra Zambà e altre e altri.

Io l’ho vista costruirsi e nascere questa ricerca. E rendo testimonianza. Alexandra è la donna della mia vita, da mezzo secolo, e da qualche anno tiene un laboratorio di poesia in uno di quei centri dove si curano persone con seri problemi psichici.

Orbene, ascoltando Alexandra raccontarmi nel corso del tempo il progetto del laboratorio e il suo progressivo svolgimento, e leggendo mano a mano le poesie che ne venivano fuori, e infine andando a registrarlo direttamente in audio e video (da cineasta che sono per passione e professione) per ricavarne un documentario, è diventato chiaro che Omero era uno e tanti.

Alexandra apre le danze, orienta i dialoghi, trascrive i versi, compone su un block notes ciò che fiorisce e matura nel laboratorio a partire da un tema, un problema, un sentimento all’ordine del giorno. Il libro raccoglie 43 poesie una più bella dell’altra. E dunque: chi le ha scritte queste poesie? Alexandra e le altre e gli altri. Così hanno fatto i redattori dell’Iliade e dell’Odissea insieme ai loro cantori e rapsodi.

Sì, lo so, qualche ‘professore-biciclo’ (uso la caustica formula majakovskjana) che sta leggendo a testa bassa questo pezzo, questa testimonianza, sta arricciando il naso e inarcando le sopracciglia. Ehi, amico, c’è poco da arricciare e inarcare. Beccati questa poesia e vai per strada:

Fuori e dentro

Esco / Per dove? / E poi piove e l’ombrello è rosso. / Devo trovare il prato verde / del rosso sfogliare di papaveri / ma è autunno, abbondano i gialli / tremo di freddo, le gambe dribblano / gli occhi tremolano, le parole storpiano / Ehi, amico / te con la testa bassa lo sai? / Chi gira lecca / Chi sta a casa si secca!

La stessa poesia messa in scena nel laboratorio? Ecco:
https://www.youtube.com/watch?v=RsdR5a0YPQo

 

(Alias, sabato 5 agosto 2917)

 

 


 

 

Ieri sabato 1 luglio 2017 è uscita su 'Alias', settimanale culturale del quotidiano 'il manifesto', una mia saetta su Sotirios Pastakas poeta, nella rubrica Fulmini e Saette che vi tengo da dieci anni. (I Fulmini sono distruttivi - richiamano i fulmini di Zeus, sono stroncature; le Saette sono curative - ricordano le saette di Apollo, sono apologie.)


Sotirios Pastakas poeta

L’altra notte ho inveito sugli ‘Amici Facebook’ con queste parole: “Facebook è devastato da persone che pensano di essere poeti per il fatto che vanno a capo prima della fine della riga. Che Zeus li fulmini! Negli ultimi tempi ho conosciuto tre poeti veri, Guido Oldani, Lino Angiuli, Sotirios Pastakas. Guido e Lino li ho recensiti, mostrando in cosa consiste la vera poesia, Sotirios lo recensirò a luglio - il mese intitolato a Cesare, un vero scrittore.”

Oldani l’ho recensito in questa rubrica il 7 maggio 2016, Angiuli il 4 giugno 2016, veniamo a Pastakas. Tanto per cominciare, questo greco che ha studiato medicina a Napoli e Roma, e poi l’ha praticata come psichiatra ad Atene, e infine ha abbandonato baracca e burattini e si è dato anima e corpo alla letteratura con risultati memorabili, è l’ennesima prova di questa idea che mi frulla in testa da anni, e cioè che la crisi greca è una crisi dell’economia e della politica, e quindi una crisi di conoscenza e di azione degli economisti e dei politici, e non della letteratura e non della poesia.

E per continuare, ecco una poesia di Sotirios, che traggo dal suo libro Corpo a corpo, edito da Multimedia Edizioni nel 2016 (nella sua traduzione italiana):

BANCHETTO DI PARTITO

“Con un semplice gesto impone il silenzio
ai convenuti e attira la loro attenzione
su una canzonetta che trasmettono gli altoparlanti:
‘Udite, cari amici, questa ninnananna’.
A mezz’aria le posate, sospesa
ogni parola in gola, volo radente
da un angolo all’altro del salone e quelli che
non hanno notato nulla volgono
lo sguardo su di lui: la sua estasi è anche la loro.

Beati gli accoliti invaghiti
della musica del futuro in lontananza,
anche se non hanno udito il frastuono
della tromba, il crescendo, la ninnananna.”

Capite? Comprendete? Sentite di cosa e come parla il poeta?

Devo aggiungere che Sotirios, come Lino, come Guido, non sono uomini a metà, poeti e basta, ma uomini interi, poeti e organizzatori culturali, che ideano e dirigono riviste, Sotirios anche una radio, e soprattutto dirigono se stessi nella vita e nella morte? Platone sognava da giovane i filosofi alla guida delle società umane. E se noi oggi sostituissimo gli economisti ed i politici con i letterati e i poeti?


 


 

 

La sottovalutazione dei Quaderni del carcere di Gramsci attraverso l’argomento della incompletezza della biblioteca carceraria dello scienziato-filosofo di Ales equivale alla sottovalutazione dell’opera intera di Leopardi attraverso l’argomento della evidenza della gobba del poeta-filosofo di Recanati. Intercorre sempre un rapporto tra un corpo e l’anima che lo abita, certo, ma in che modo determinato si realizzi occorre stabilirlo di volta in volta. Sia chiaro però una volta per tutte che se “le idee non cadono dal cielo” (come giustamente ha scritto Antonio Labriola), esse tantomeno salgono dalla gobba, e la loro qualità non si può dedurre dalla dovizia di libri componenti la biblioteca del loro autore.

Dalla gobba di Leopardi non si deduce un bel niente, né dalla gobba di Antonio Gramsci. Già, anche Gramsci aveva la gobba. Ma siccome non era un poeta-filosofo, bensì uno scienziato-filosofo, i suoi critici laureati non hanno tirato in ballo la sua gobba materiale, bensì la sua gobba spirituale, che consisterebbe appunto nel fatto che Gramsci disponeva in carcere di una biblioteca incompleta, e manchevole dell’essenziale. Lo ripete ancora da ultimo Bartolo Anglani nel suo libro Solitudine di Gramsci (Donzelli, 2007): “egli non ha accesso diretto agli oggetti della sua ricerca”, pagina 137. Se questo vi pare un esempio minore, sebbene consapevole che tutti gli esempi zoppicano (compreso quello di Edipo) vi porterò un esempio maggiore – costituito da una lettera del politico-filosofo Louis Althusser.


Dovete sapere che trenta anni fa (quando avevo ventinove anni) ho pubblicato un saggio - ‘Sulla ricostruzione gramsciana dei concetti di struttura e superstruttura’, Rassegna Italiana di Sociologia, 1977, n. 3 - in cui certo mostravo e forse dimostravo che Gramsci in carcere aveva criticato radicalmente la coppia teorica marxiana ‘struttura-soprastruttura’ ed aveva proposto una coppia teorica nuova e diversa per spiegare il movimento storico delle società umane. Spedito per posta questo saggio a trenta intellettuali italiani (da Asor Rosa a Giuseppe Vacca) e ad un francese, Louis Althusser appunto (avendo fatto trenta volevo fare trentuno), ho ricevuto in cambio la sola sua risposta.

Ebbene, con mia negativa sorpresa (il positivismo è duro a morire), invece di confrontarsi col pensiero di Gramsci sulla questione, il politico-filosofo di Birmandreis mi aveva obiettato che Gramsci in carcere non s’era potuto basare sui testi marxiani, per “il fatto” che quei testi egli non li aveva in carcere, e conseguentemente aveva discusso il pensiero dello scienziato-filosofo di Treviri “attraverso le interpretazioni che lo deformano”, attraverso “le deformazioni del pensiero di Marx prodotte dai suoi interpreti piuttosto che le difficoltà interne del pensiero di Marx”.

Gli risposi allora, per proseguire la bella discussione appena iniziata, che Gramsci non solo disponeva in carcere dei testi marxiani in questione, ma li aveva anche tradotti, gli facevo notare poi che la coppia teorica ‘struttura-soprastruttura’, da Marx in poi e fino ad oggi, ha costituito la base ultima delle scienze storiche e politiche marxiste, e gli domandavo infine in quale misura e in quale modo quella insufficienza teorica di Marx fosse all’origine della ‘crisi del marxismo’ che tanto lo angustiava in quegli anni. Stavolta nemmeno lui mi rispose, soffocò la moglie comunista, e buonanotte.

 

(Alias, 7 luglio 2007)

 


 

 

Proprio nel giorno del Corpus Domini andiamo a vederlo questo Corpo del Signore tanto questionato. Non il corpo crocifisso in Chiesa, in massa coi fedeli e pregando a capo chino, bensì il corpo resuscitato in Palazzo, in fila coi cittadini e conversando a testa alta.

 

Alle feste liturgiche, ai rituali religiosi, preferiamo le feste culturali, i rituali laici. Alla venerazione, all’adorazione sacra preferiamo l’ammirazione, l’emozione estetica. Insomma ai misteri della religione preferiamo i mestieri dell’arte: anche questa riunisce e rifrange gli esseri umani ma senza alienarli come quella.

 

“La conversione di Saul” del Caravaggio, esposta a Palazzo Odescalchi in Roma in questi appena trascorsi giorni di giugno, è la prima versione del tema, rifiutata perché “non piacque al Padrone” (riferisce il Baglione). La ragione del dispiacere del committente? Poca fedeltà al testo sacro, al testo di Saul convertito divenuto Paolo: il quadro mostrava infatti il corpo resuscitato di Gesù.

 

E così fu necessaria una seconda versione della conversione: andiamo a rivederla in Santa Maria del Popolo a Roma. Notiamo come il Caravaggio, che di chinare il capo non aveva proprio voglia, compose un’opera ancora più trasgressiva, e irrisoria dei dettami controriformistici del cardinale Paleotti - con quel gran culo di cavallo in primo piano, e più bella ancora, pienamente libera com’è dalle mode manieriste - che segnavano quell’epoca come la nostra. Ogni ostacolo è per un artista una nuova possibilità.

 

(Alias , 28 ottobre 2006)

 


 

 

Una giovane docente universitaria mi racconta di aver domandato ai propri studenti se conoscessero Sofocle, e di essersi sentita rispondere in coro: “Sì, certo, è l’inventore del complesso di Edipo.” Sorridiamo, lei di testa - deliziosamente scandalizzata - io di cuore. Ieri. Oggi, a mente fredda, sono arrabbiato. Non con quegli studenti, e neppure con i loro professori di liceo. Sono arrabbiato con Freud.

 

E’ lui che ha definito questo famoso complesso, questa “struttura primaria, fondamentale, universale della organizzazione psichica e delle relazioni interpersonali” (Umberto Galimberti, Dizionario di psicologia), che spinge l’essere umano a desiderare la morte del genitore dello stesso sesso e la carne del genitore di sesso opposto. E siccome questo ‘complesso’ Freud ha creduto di riconoscerlo come tema centrale dell’Edipo Tiranno di Sofocle, l’ha denominato appunto ‘complesso di Edipo’.

 

Ma cosí facendo (ecco la ragione fredda dell’arrabbiatura) Freud ha confuso gli esseri umani in generale, e gli intellettuali di professione in particolare. Perché cosí facendo ha velato l’autentico tema centrale dell’opera di Sofocle, il senso iscritto nelle sue strutture e che rende pienamente intelligibile il suo ordinamento drammatico e interamente decifrabile il suo testo. Questo tema non é la tragedia del parricidio e dell’incesto, bensí la tragedia della contraddizione tra amore della conoscenza e amore del potere.

 

Edipo - vuol dire e dice Sofocle - e in generale gli esseri umani, e in special modo gli intellettuali di professione, vivono la contraddizione tragica tra il voler conquistare (e mantenere) il potere e il voler conquistare (e rinnovare) la conoscenza. Ma questi due voleri, questi due desideri, questi due amori sono radicalmente incompatibili e reciprocamente escludenti: la realizzazione dell’uno comporta la perdita dell’altro.

 

Il tremendo responso oracolare che impronta tutta la vita di Edipo, minaccia la sua nascita, appende a un filo la sua infanzia, sconvolge la sua giovinezza, distrugge la sua maturitá: ‘“ amerai tua madre e ucciderai tuo padre” significa ‘amerai la conoscenza (la terra, la verità - “tua madre”) e conquisterai il potere (strappandolo a “tuo padre”)’.

 

Infatti. Edipo tiranno di Tebe (“tiranno”, dunque intellettuale di professione = che conquista il potere attraverso la conoscenza) per mantenere il potere vuole conoscere la verità. Vuole potere e vuole conoscere. “A tutti i costi” – proclama. Ma ogni volta che la verità fa capolino Edipo si vela gli occhi e grida al complotto. Dileggia Tiresia (“io credo che quel delitto lo hai ideato e perpetrato tu”), accusa Creonte (“pensavi che non mi sarei accorto di questo tuo complotto strisciante?”) – che gli svelano spietatamente lo stato delle cose, e d’altro canto inveisce contro Giocasta (“mi hai seccato da un pezzo con i tuoi buoni consigli”) che lo stato delle cose gli vuole amorevolmente velare. La conoscenza distrugge il potere. Il potere teme la conoscenza. Non si può nello stesso tempo amare il potere ed esercitarlo e amare la conoscenza e inseguirla.

 

E’ questa la questione filosofica e politica che Sofocle pone – specialmente agli intellettuali di professione. I loro singolari rapporti con papà e mammà restano, nonostante Freud, "una questione privata”.

 

(Alias, 1 marzo 2008)

 


 

 

Questo libro: L’anima e il suo destino di Vito Mancuso (Raffaello Cortina Editore, 2007) è, tra i tanti ditini alzati nel panorama teologico-e-filosofico italiano e mondiale, una mano santa. Primo - perché è un gran libro di storia critica del cristianesimo, delle sue soluzioni inventive e dei suoi problemi irrisolti. Questo teologo-filosofo cattolico ritiene, tanto per cominciare e finalmente, “legittimo condurre una critica alla dottrina della Chiesa anche in quelle sue formulazioni che sono state dichiarate dogmi di fede”. Il peccato originale, per esempio: "un'offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all'innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina". Secondo poi - perché prova a risolverli seriamente e serenamente, quei problemi, riformando il cristianesimo. Qui, oggi, ne consideriamo due. (Ma torneremo su altri, Dio solo sa quando.)

Primo problema: è riformabile il cristianesimo? Certo. Ma non dalla sua periferia. Chi lo dice? Antonio Gramsci, nei suoi Quaderni, argomentando così: “È da notare che tutte le innovazioni nel seno della Chiesa quando non sono dovute a iniziative del centro, hanno in sé qualcosa di ereticale e finiscono con assumere esplicitamente questo carattere finché il centro reagisce energicamente, scompigliando le forze innovatrici, riassorbendo i tentennanti ed escludendo i refrattari. È notevole che la Chiesa non ha mai avuto molto sviluppato il senso dell’autocritica come funzione centrale; ciò nonostante la tanto vantata sua adesione alle grandi masse dei fedeli.” (Quaderno 6) Stando così storicamente e teoricamente le cose, Mancuso, che non è tipo da farsi riassorbire (“Bisogna servire sempre la verità.”) sarà escluso dalla Chiesa cattolica. Quando e come concretamente non so e non posso sapere: “si può prevedere ‘scientificamente’ solo la lotta, ma non i momenti concreti di essa, che non possono non essere risultati di forze contrastanti in continuo movimento” (Quaderno 11).

Secondo problema: può sbagliare Gesù? Certo. Ma non nel punto in cui Mancuso ritiene, cioè nel suo prevedere imminente la fine del mondo. Ricordate? “...non passerà questa generazione...” Mt 24, 34 “Quella generazione è passata e la realtà è stata diversa – scrive, e ancora - la realtà è stata ed è diversa, e di questo un cristiano maturo deve prendere atto”. Il fatto è che il concetto di previsione di Mancuso non è maturo, è ancora positivistico. Se si comprende e si usa il concetto gramsciano di ‘previsione’ la mente s’allarga e la musica cambia, e si capisce fino in fondo la ‘previsione’ di Gesù (e quella di Marx sulla fine imminente del capitalismo, ed altre ancora): “Realmente si ‘prevede’ nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il risultato ‘preveduto’. La previsione si rivela quindi non come un atto scientifico di conoscenza, ma come l’espressione astratta dello sforzo che si fa, il modo pratico di creare una volontà collettiva.” (Quaderno 11)

Comunque sia, Mancuso teologo-filosofo cattolico osa sostenere che la Bibbia “non abbia goduto di un’ispirazione tale da parte dello Spirito santo da essere concepibile come garanzia di ogni parola in essa contenuta”. Lo sentite? Non è una mano santa per un cristianesimo in crisi intellettuale e morale in un mondo in crisi organica?

 

(Alias, 20 dicembre 2008)

 

*


Pubblicato il 19 novembre 2008 sul sito-rivista, questo articolo ha ricevuto questi commenti:

 

Inviato: 19/11/2008 9:54

Autore: Petilino

Ho letto il tuo post, Pasquale.
Al di là dei contenuti, sui quali tornerò appena li avrò un po' meglio digeriti, voglio dirti dell'ariosità che lo caratterizza.
Cioè dell'assenza di vincoli per chi voglia soffermarsi a riflettere su certe tematiche, se non la sola condizione di procedere con passione ed umiltà.
Comincio appena adesso a capire la tua predilezione per Gramsci rispetto a Marx, ma comincio a capire anche perchè si tende a dimenticare Gramsci.
Petilino

 

Inviato: 19/11/2008 15:11

Ho letto i testi di Mancuso. Sono tentavivi. Nulla di più. Una cosa mi preme dire: continui a sostenere che Gesù fosse un riformatore del cristianesimo.
Leggendo il NT, i vangeli, emerge un Gesù-Rabbi che neppure conosce tutta la Torah. Cristo dei 10 comandamenti ne cita solo 5 o 6, non riforma nulla dell'ebraismo, perché l'ebraismo del I secolo non aveva riformatori ma solo zelanti politici ideologi d'un messianesimo politico di tipo isterico, da cui le crocifissioni di massa del 15 Dc di cui ci parla Flavio.
Mancuso toglie le verità di base del cristianesimo, non concepisce un aldilà della risurrezione xkè ciò comporterebbe che ci ospiterebbe un pianeta dicimila volte la terra per contenere i vari miliardi di creature risorte.
Abbraccia le tesi di Orgine, e fa notare che Concili e Bolle si contraddicono fra loro.
Il cattolicesimo non si riformerà mai. Non illudiamoci.
Il cristianesimo è stato riformato da Lutero e dalle teologie protestanti del Novecento.
Aspettiamo che Mancuso magari dica qui qualcosa, dato che lo hai informato.
In attesa di questo ti saluto
Antonio DI GIORGIO

 

Inviato: 19/11/2008 16:27  Aggiornato: 19/11/2008 16:27

Autore: Pasquale Misuraca

@ Petilino
Di solito mi dò delle arie (per ragioni complesse e in parte coscienti), e lo so, amico mio. Ma oggi, se è vero ciò che la generosità ti suggerisce, sono le arie che si sono date a me. Merito probabilmente dei soggetti del post: Mancuso, Gesù, Gramsci, Marx, Wojtyła. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare.

 

Inviato: 19/11/2008 16:51

Autore: Pasquale Misuraca

@ Antonio DI GIORGIO
Quante questioni sollevi in poche righe, e con quale asprezza! Ne affronto solo una, a bassa voce (come faceva Gramsci nel Parlamento, per farsi meglio sentire).
Che Gesù sia stato ebreo da giovane, e da uomo maturo qualcosa di profondamente diverso, è evidente. Il problema, almeno per me, è che cosa sia diventato. I cristiani credono che sia diventato cristiano, come i marxisti credono che Marx sia diventato marxista. Io per me penso - fino a che qualcuno mi convincerà, argomentando, di qualcos'altro - che il cristianesimo sia una religione del sacrificio (come, a modo suo, l'ebraismo), e che Gesù abbia cercato di realizzare una religione fondata su altro che il sacrificio.
Gesù ha cercato. Vito cerca. Luis Razeto ed io cerchiamo. Tu, da ciò che dici e dal modo con cui lo dici, mi ricordi Pablo Picasso: "Io non cerco, trovo." E dimmi, amico mio, precisamente cosa hai trovato?

 

Inviato: 19/11/2008 17:52

Autore: Fort

legittimo condurre una critica alla dottrina della Chiesa anche in quelle sue formulazioni che sono state dichiarate dogmi di fede”.
E' sacrosanto, direi e questo, a prescindere dal testo in oggetto che non ho letto e che ringrazio Fulmini per la segnalazione.
Sarebbe come se io dicessi a mio figlio che potrebbe rendermi nonno (speriamo)che è nato sotto il cavolo: si preoccuperebbe della mia salute.
Può sbagliare Gesù?
No, non credo se osserviamo la Sua missione dal punto di vista della nostra evoluzione spirituale.
Perchè io credo che la sua venuta sia stata preparata minuziosamente in altre Dimensioni già da molto del nostro tempo.
Io credo che Gesù sia un anello di una catena che parte da lontano,intesa a farci evolvere spiritualmente ed a renderci consapevoli che siamo scintille divine (Voi siete Dei..), catena cominciata quando altre Personalità ci hanno sgravato dai bisogni materiali.
Akhenaton che ha introdotto il concetto del Dio unico, Mosè che ha raccolto i seguaci dopo la restaurazione degli antichi dei egizi ed ha fatto nascere la nazione ebraica, Romolo che ha fondato Roma, e Gesù (da notare che i corpi fisici di questi personaggi non sono stati trovati e la loro “dipartita” è alquanto misteriosa).
Ci si chiederà di Romolo ed io a mia volta chiedo:
Non è forse straordinario il fatto che degli insegnamenti fatti da un Profeta che aveva per stretti collaboratori dei pescatori,un odiato esattore ed uno zelota, venduto inconsapevolmente da quest’ultimo, rinnegato più volte al canto del gallo, niente di scritto, non è straordinario, chiedo, che si siano propagati come un incendio in un pagliaio in agosto con vento di scirocco?
L’Impero ha assunto la funzione di veicolo di questi insegnamenti che si sono propagati in tutti i suoi angoli. Poi, il cattolicesimo se ne è impossessato complice Costantino.
Ed allora Roma è nata in funzione di questa evoluzione?
Io credo che adesso si incominci a comprendere, sotto nuova luce, Gesù ed il fatto che Egli parlasse a gente non del Suo tempo ma a noi.
Ma, per capirLo veramente, per “utilizzare” al meglio i Suoi insegnamenti, ritengo che dobbiamo accettare l’ipotesi della evoluzione spirituale, “l’essere sulla terra senza essere della terra” come diceva Padre David M.Turoldo.
Ecco, con questa ipotesi, tutto quadra, tutto va al suo posto, la nostra esistenza ha uno scopo.
E questo comporta il crollo dei dogmi rendendo realizzata appieno la profezia di Gesù presa dall’Autore del testo in oggetto in maniera positivistica come ci dice Fulmini.
Per la gente di allora invece, il crollo del loro mondo credo si riferisca alla distruzione del Tempio avvenuta una quarantina di anni dopo Gesù.
Come poteva infatti, Gesù, parlare di evoluzione alla gente di quel tempo?
No, assolutamente: Gesù non poteva sbagliare.

 

Inviato: 19/11/2008 18:33

Autore: Pasquale Misuraca

@ Fort
Interessante nota evoluzionistica. Anche Vito Mancuso, a suo modo, è un evoluzionista. Ma sul fatto che anche Gesù abbia potuto sbagliare e abbia sbagliato, come si dice a Roma, "non ci piove". Ricordi la massima latina? Errare è umano... E Gesù non si autodefiniva 'figlio dell'uomo'? (Leggi il post 'figlio dell'uomo' del 10 maggio 2007, recensione al libro 'Gesù di Nazareth' di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, e poi dimmi)

 

Inviato: 19/11/2008 20:55

Autore: Fort

Come faccio a trovare il post? Non sono riuscito a trovarlo.
Si, poteva sbagliare ma quando lo ha fatto?
Forse nel Tempio quando ha perso la calma?
Questo discorso è interessante anche in considerazione del bellissimo tuo post di qualche giorno fa: come fa a sbagliare un Gesù così?
Dimmi Fulmini, dove Gesù ha sbagliato.
Si è preso ben 40 giorni per riflettere se fare il messia rivoluzionario oppure il messia dello Spirito ed è stato aiutato in questa Sua decisione, da due personalità spirituali di alto rango, almeno così ci dicono i Vangeli.
Perchè non si crederà mica alla storiella del diavolo tentatore!!
Ed è qui che l'Autore ha ragione a mio modesto avviso: bisognerà pur mettere in discussione insostenibili dogmi, oramai:il diavolo, per esempio..Ma andiamo!!!
Il fatto è che ci hanno insegnato, e da sempre, da millenni, a considerare Gesù come un fatto isolato e non a considerare la Sua Missione come inserita in un piano organico di sviluppo spirituale dell'umanità. Un qualcosa di gigantesco, troppo importante.
Io, fortissimo ammiratore di Gesù al quale mi hanno portato i casi della vita, ci sono arrivato da solo con i miei studi e ricerche da dilettante (ma appassionato) a tempo perso, della domenica, come si dice.
Possibile che nessun filosofo consideri questo punto di vista?
Neanche prenderlo in considerazione?
E' proprio così balzano?
Oppure accettare questa ipotesi comporta...e ti lascio immaginare cosa.
Ciao

 

Inviato: 19/11/2008 21:58

Autore: Pasquale Misuraca

@ Fort
Ecco il post nel quale cerco di spiegare perché Gesù di autodefiniva figlio dell'uomo e non 'figlio di Dio'.
Quanto alla questione se Gesù può sbagliare, ho accennato a cosa penso. Il resto, amico mio, potrai leggerlo quando - tra qualche mese - pubblicheremo, Luis Razeto ed io, in lingua italiana, 'Il disegno di Gesù', il libro che, in lingua spagnola, e col titolo 'El proyecto de Jesus', Luis sta presentando in queste ore a Santiago de Chile.

 

Inviato: 19/11/2008 23:05

Autore: Stefania Mola

Gli spunti sono tanti, interessanti e densi, e meriterebbero un approfondimento e una discussione che questo mezzo non [mi] permette. In linea generale, certo che sarebbe legittimo e auspicabile rimettere in discussione ciò che è una superfetazione della fede cristiana fatta apposta per non rimettersi in gioco (i dogmi, certo). Ma, caro Fulmini, come si fa se siamo convinti che "i cristiani credono che [Gesù] sia diventato cristiano" o che (ammettendo le imprecisioni, le elusioni e le manipolazioni delle Scritture) sia lecito giocarsi ai punti (quante citazioni o quante omissioni, dirette, indirette o per interposta persona) il titolo di "figlio dell'uomo" e di "figlio di Dio"?
Ratzinger non è un papa di mio gusto e gradimento, però – dal punto di vista teologico e dottrinale – tutti noi ne sappiamo assai meno e ci conviene rimboccarci le maniche, se vogliamo riformare qualcosa o semplicemente avere il titolo per proporlo.

Peace, love & associated products
Stefania

 

Inviato: 20/11/2008 8:36

Autore: Pasquale Misuraca

@ Stefania
Titoli per riformare il cristianesimo non ne ho, amica mia. Non bastano gli argomenti? Anche Vito Mancuso, a titoli, è messo maluccio, ma io trovo molti suoi argomenti convincenti e commoventi.
Siamo d'accordo? Allora, cosa non ti convince, dei miei argomenti? Prendiamo il 'miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci'. Io, d'accordo con Mancuso, penso che non ci possa essere contraddizione dei fatti religiosi con le leggi naturali. E, con Luis Razeto, nel libro che stiamo pubblicando in Cile e pubblicheremo in Italia, tra le altre cose, diamo una spiegazione di questo 'miracolo' - la trovi sul nostro sito-rivista, ho pubblicato il capitolo relativo del libro qualche giorno fa. Tu come lo spieghi?
Oppure prendiamo il titolo di Gesù: 'figlio dell'uomo'. Mancuso nel suo libro lo spiega in un certo modo (notevole), io nel post-recensione al libro di Ratzinger lo spiego in un altro. Tu come lo spieghi? Qual è, in verità, il modo più convincente e commovente?
Noi non dobbiamo avere nessuna autorevolezza esteriore, nessun titolo, per cambiare il mondo, Stefania, ma la disposizione intellettuale e morale ad abbandonare i nostri vecchi modi di pensare e fare - come una serpe abbandona la sua vecchia pelle, insomma a perderci e ritrovarci, con una nuova pelle, in un mondo nuovo - nel Regno dei Cieli. Il resto è abitudine.

 

Inviato: 20/11/2008 8:46

Grazie,Pasquale.
Nel post al quale mi hai richiamato dici "Quando Gesù di Nazareth dice di essere ‘Figlio dell’uomo’ dice di essere ‘uomo’."
Si, certo ed è così, per forza di cose trovandosi nella nostra dimensione.
Alla quale, però, ci è arrivato perchè:
"Io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero. Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce."
Ecco perchè non può sbagliare.
Ma tu hai già detto la tua e non insisto: me ne guardo bene.
Del resto, come dice il Papa nel suo libro, tutto è lasciato alla comprensione del lettore.
Fort
Ciao

Inviato: 20/11/2008 8:57

Autore: Pasquale Misuraca

@ Fort
La mia vale quanto la tua, amico mio - guardati bene dal pensarla diversamente: non è stato Gesù a inventare il 'tu'?
Quanto al brano dei Vangeli che riporti, ebbene io penso che non sia farina del sacco di Gesù ma dell'evangelista. Non tutti gli atti e non tutte le parole attribuiti e attribuite a Gesù nei Vangeli canonici sono stati effettivamente compiuti ed effettivamente pronunciate da lui. Tu mi domandi e ti domandi: si possono distingere gli atti effettivi e parole effettive dagli atti inventati e dalle parole inventate? Non assolutamente, non certamente, ma storicamente-criticamente-filologicamente, fino ad un incerto punto, sì.
Ah, meraviglioso uomo questo Gesù di Nazareth, che resuscita non una volta per tutte, come credono i cristiani, ma ogni giorno, anzi continuamente, quando ci avviciniamo a lui e camminiamo al suo fianco!

 

Inviato: 20/11/2008 20:04

E' più presente che mai.
In una chiesa storica friulana, qualche anno fa, c'era un libro delle firme dei visitatori all'ingresso.
Mi fermai a leggerlo un pò mentre la Clara era dentro, c'era qualcuno che aveva scritto: Gesù sei il numero 1
Ciao
Fort

 

Inviato: 20/11/2008 20:57

Autore: bok

http://www.disinformazione.it/diecicomandamenti.htm
a quest'indirizzo,un piccolo, banale(?) riscontro a quanto si dice da queste parti.
io ignoro le più cose della terra, e del cielo nulla conosco.
tentato a riflettere, rifletto(peccando ex numero due o tre dei dieci)...
...che si fosse strascassato i cervelli a non veder corrispondenza tra parola del padre e applicazione di parola del padre, ed abbia, di conseguenza(o per missione) voluto operare una semplificazione, sì che anche i cervelli umani non avessero a trovar esoterici alibi per l'evidente non corrispondenza?
...e che poi, di contro-conseguenza(o contro-missione), quegli stessi cervelli abbiano deciso di costruire una ics cui inchiodare la parola del padre, sì che fosse a tutti chiara e visible, pure da lontano?
sicuro di non aver apportato nulla alla conoscenza(e alla discussione),perseverando nel peccato, seguito a riflettere...
grazie per le tentazioni,
baci, bok.

 

Inviato: 20/11/2008 23:02

Autore: Pasquale Misuraca

@ bok
Prima di andare a riposare, trovo il tuo commento. Sono contento della tua partecipazione, sempre spiritosa e provocante. Puoi essere più chiaro e tondo? Non ho capito bene cosa hai scritto, e ci tengo.

 

Inviato: 30/11/2008 17:17

Leggo assai in ritardo questo bel post e la discussione che ne è seguita. Indegnamente, per la limitata conoscenza delle grandi questioni del cristianesimo (segnatamente il cattolicesimo, che mi pare l'oggetto principale del commento), dico la mia: mi pare che la questione decisiva sia da individuarsi nella crisi dell'idea e delle strutture dell'autorità.
Ovvero: a fronte di una crisi trasversale delle autorità in ogni campo della nostra esperienza quotidiana (non penso solo al discredito della politica, che è comune a tutta l'Europa, ma anche alla sfiducia nei mezzi tradizionali di comunicazione e alla mancanza di autorevolezza degli intellettuali, per non parlare del peso che, finalmente, hanno i grandi paesi del Sud del mondo nell'economia mondiale, che sovverte certi tradizionali e perniciosi ordini mentali), l'organizzazione, la comunicazione e il pensiero religioso rimangono strutturati in maniera profondamente gerarchica.
Può sopravvivere questa costruzione a fronte della natura profondamente democratica (e quindi talvolta caotica, populista, ma anche feconda, libera) della vita che sperimentiamo? Può trasformarsi, se davvero ogni riforma “non può generarsi dalla periferia, pena la deriva ereticale”? Mi pare possibile, ma molto difficile.
Come già riportato, già una volta l’incapacità di recepire le istanze della periferia (che allora era davvero periferia geografica, oggi è probabilmente da intendersi come “base”, mettiamola così) ha forzato una riforma che è diventata una scissione. A davvero mio modestissimo parere credo sia questo il fondamentale nodo Gramsciano da sciogliere.
Wobegon

 

Inviato: 1/12/2008 9:04  Aggiornato: 1/12/2008 9:04

Autore: Pasquale Misuraca

@ Wobegon
Tu scrivi: "...mi pare che la questione decisiva sia da individuarsi nella crisi dell'idea e delle strutture dell'autorità.
Ovvero: a fronte di una crisi trasversale delle autorità in ogni campo della nostra esperienza quotidiana... l'organizzazione, la comunicazione e il pensiero religioso rimangono strutturati in maniera profondamente gerarchica..."
Sono d'accordo. Vorrei fare osservare a te - e a chi ci legge - l'opposizione sostanziale e formale tra la figura del papa attuale (modo di pensare, modo di vestire) e la figura di Gesù, il quale pensava e vestiva in maniera tale da indurre tutti coloro che lo ascoltavano e lo osservavano a chiedersi "da dove provenisse quella autorevolezza" (leggi i Vangeli canonici in più punti). Gesù era autorevole interiormente, Benedetto XVI esteriormente. Gesù domandava: "Perché mi chiamate Maestro e non fate quello che dico?", Benedetto XVI impone 'Fate quello che dico ma non fate quello che faccio'. (modo di pensare, modo di vestire). A proposito di modo di pensare-parlare di Benedetto XVI: nessuno è più distante di lui da Gesù.

 

Inviato: 1/12/2008 9:08

Autore: Pasquale Misuraca

@ Wobegon
Ancora una parola, sul nodo da sciogliere. D'accordo: sciogliere, non tagliare (al modo di Alessandro Magno).
Ebbene, Gramsci, nei Quaderni, lo scioglie così: Rinascimento e Riforma insieme. Insieme, contemporaneamente, indissolubilmente. Rinascimento, cioè grande fioritura d'alta e nuova cultura, e Riforma, molecolare espansione democratica della nuova cultura.
Abbracci (a quando una pizza colloquiata e innaffiata?)

 

Inviato: 10/12/2008 9:31

Autore: Pasquale Misuraca

Ricevo per lettera i commenti di Tonio, li trascrivo e li pubblico.

@ Tutti
Non sono all’altezza di giudicare la religione e non voglio annoiarvi con le mie storie, né con le mie poche ragioni e i miei molti torti, ma ho scoperto che quando l’abbandono da parte di amici, complici, persone a cui avresti sacrificato e hai sacrificato la vita sembra totale, e la disperazione sembra avvolgerci, solo la fede e gli uomini e le donne di fede ti restano vicini. Restano i soli saldi nelle temperie, l’unico faro nel buio. Come il vescovo dei “Miserabili” che non chiede al forzato cosa ha fatto, non vuole neanche saperlo, gli basta sapere che è suo fratello. Questa è la grandezza del cattolicesimo.
E mi viene da ripensare a quella educazione cattolica, alla fortuna di essere cresciuto in quei valori che per tanto tempo ho messo da parte.
Mentre difficilmente oggi riesco a non commuovermi dinanzi alle Scritture, specie quando leggo che verrà un giorno in cui il Signore non ci chiederà tanto della nostra moralità o delle nostre intemperanze, dei nostri errori, dei nostri sprechi, e invece ci dirà: io ero quel carcerato, quel lebbroso, quello straniero che tu hai accolto o rifiutato.
Davvero credo di aver compreso la grandezza del cristianesimo in quelle parole di San Paolo che recitano: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli... e se avessi avuto il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri della scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montange... e se anche distribuissi le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, sarei nulla.”
Mi arrabbio con la Chiesa quando ribadisce concetti anacronistici, o quando nel nuovo catechismo non si condana la pena di morte, ma credo che queste cose saremo noi credenti a depotenziarle con i nostri comportamenti e poi la “riforma” seguirà...

@ Fort
Ciao.
È proprio vero, il lavoro dei volontari è di notevole importanza all’interno delle carceri. Molti loro sforzi sono finalizzati a rendere le patrie galere più umane, a volte ci riescono altre meno.
Molte volte anche da parte loro vedo grande sconforto quando si imbattono in situazioni problematiche la cui soluzione è facile e non si capisce perché si renda il tutto così difficile.
Quindi, doppio merito a quelle persone che pur dinnanzi a certe situazioni continuano ad entrare nelle carceri a portare il loro sostegno.
Caratterialmente io sono uno che vuole sempre imparare, quindi uso tutte le occasioni che possono portarmi a migliorare, le abbraccio e ne faccio buon uso.
Un caro saluto.
Tonio

 

 


 

 

Nella sfera intellettuale e morale la cultura laica italiana è superiore alla cultura cattolica. Ma nella sfera politica e organizzativa è vero il contrario. I cattolici praticano anacronistici riti e tuttavia sono “vincoli”, i laici ne inventano uno più del diavolo ma sono “sparpagliati” – per adoperare la formula comica di Peppino De Filippo attore-autore.

Prendiamo ad esempio un fenomeno cattolico ed uno laico, un santino e un movimento, padre Pio e i girotondi.

Da anni uno sciame infinito di statue e icone votive del tristo frate conquista e occupa chiese piazze condomini strade vette sentieri coste, battaglioni di devoti pellegrinano al suo ipersantuario, un canale televisivo satellitare manda in onda il suo sarcofago. E qual è la novità di questo fenomenale santino? Le stimmate. Le stimmate “somatizzazione della sua isteria” (Agostino Gemelli medico), fiorite infatti nel posto sbagliato: nel palmo della mano invece che nel polso – come sa ogni macellaio antico o moderno. Tuttavia il fenomeno cattolico padre-san Pio resiste e cresce, sapientemente organizzato dai professionisti del potere religioso.

E il fenomeno laico dei girotondi? Sfiorito in una stagione. Come mai, pieno com’era quel movimento di nuove idee e fresche energie, di bisogni storicamente progressivi, di giocose iniziative e allegre diversità? Perché è stato infiltrato dall’alto e invaso dal basso dagli aspiranti o reiteranti professionisti del potere politico. E siccome una comunità laica diretta da sacerdoti è una contraddizione mortale, bollita la laicità, svaporato il movimento. Il diavolo fa le pentole, non i coperchi.

 

(Alias, 16 marzo 2006)

 


 

 

Abbiamo finalmente l’edizione critica di un altro dei tanti vangeli apocrifi (i vangeli “tenuti nascosti” dalle prime comunità cristiane), “Il vangelo di Giuda”. Qui Giuda non è il discepolo traditore di Gesù per un pugno di denari, come è scritto nei vangeli canonici (i quattro “conformi a un canone prestabilito” dalla Chiesa cristiana), bensì il suo discepolo migliore, quello che lo asseconda nel suo disegno spirituale.

Cosa ha pontificato in fretta e furia Joseph Ratzinger? “Non è vero.” Giuda è “bugiardo e avido”, “per lui solo potere e successo e denaro sono realtà”, e di conseguenza “si indurisce”. È una proiezione psicologica: nel petto di Ratzinger batte infatti il cuore indurito degli adoratori di libri sacri.

Vivendo di risposte prestabilite, Ratzinger non ha il coraggio delle domande irrisolte. Perché Gesù adolescente, letti i libri sacri del suo tempo, non perciò li adorava, e anzi li metteva in discussione con i Dottori del Tempio? Perché Gesù adulto non ha scritto di sua mano libri adorabili? In quel che è rimasto delle parole da lui effettivamente dette (filologicamente discernibile nel conglomerato di costruzioni ideologiche, invenzioni letterarie, riflessioni teologiche che compongono tutti i vangeli), i libri sacri non sono feticci da adorare esclusivamente ma punti di partenza da superare criticamente. “È scritto… Ma io vi dico…” grida settanta volte sette, inutilmente, Gesù attraverso Matteo (5, 20-48), quello che vide mentre contava i denari.

 

(Alias, 27 maggio 2006)

 

 


 

 

I dodici autori che hanno meglio rappresentato la crisi che stiamo vivendo. Ecco il mio programma Alias per il 2012. Gennaio è stato il mese di Franz Kafka. Febbraio sarà il mese di Buster Keaton.

Kafka coglie gli esordi della crisi in Europa, Keaton in America. Così come per i personaggi protagonisti dei libri di Kafka, anche per Keaton personaggio protagonista dei propri film vale il motto goethiano “l’uomo vive fintanto che si protende”: Josef K. e Buster K. sono sempre attivi di fronte alle difficoltà, sempre coraggiosi di fronte ai problemi - fino alla fine, fino a che non gli girano il coltello due volte nel cuore - due guardie in borghese o una donna.

Kafka, abbiamo visto, ci dice che la crisi è complessa – ridurla a uno dei suoi elementi comporta non comprenderla. E Keaton?

Nato nel 1895, l’anno in cui i Fratelli Lumière organizzano la prima proiezione cinematografica pubblica, l’attore-regista nordamericano ci dice che la crisi non riguarda alcuni e non altri, questa classe sì e quella no, quel paese no e questo sì. La crisi riguarda tutti, riguarda anche noi, è una ‘crisi di civiltà’. (Gramsci, nei Quaderni è stato il primo ad analizzare scientificamente questa crisi come crisi di civiltà – lui la chiamava ‘crisi organica’.)

Keaton-Buster dice questo costruendo il personaggio ‘uno come noi’, per farci ridere di noi stessi, molto diversamente da Chaplin-Charlot, che costruisce il personaggio ‘uno diverso da noi’, per farci ridere degli altri. “Sono rimasto sempre stupito quando la gente diceva che i personaggi che io e Charlie Chaplin interpretavamo nei film avevano dei punti in comune. Per me c’era, fin dall’inizio, una differenza di base: il vagabondo di Chaplin era un fannullone. Tanto carino com’era, avrebbe rubato se ne avesse avuto la possibilità. Il mio personaggio era un onesto lavoratore.” (Buster Keaton, Memorie a rotta di collo, Feltrinelli 1995)

Oltre a ciò, per rendere compiuta la costruzione del personaggio ‘uno come noi’, Keaton non piange e non ride, come fa invece Charlot - il volto di Buster è una maschera. Una maschera che ciascuno di noi può indossare, mentre viviamo questa crisi - lunga ormai un secolo.

Keaton, a questa scoperta-invenzione è giunto, come alla maggior parte degli artisti accade, intuitivamente. L’ha ri-conosciuta poi attraverso l’ascolto degli spettatori. Prendiamo la sua faccia-maschera: “Gli spettatori mi insegnarono una cosa legata al mio lavoro, che non sapevo. A Roscoe [Arbuckle, un attore col quale collaborava agli esordi] arrivarono delle lettere in cui si chiedeva perché l’omino dei suoi film – il mio personaggio - non sorrideva mai. Non ce ne eravamo accorti. Guardammo due-tre rulli che avevamo fatto insieme e constatammo che era vero. Alla fine del successivo film provai a sorridere. Al pubblico dell’anteprima non piacque e ci furono dei fischi. Dopodiché non ho mai più sorriso sullo schermo.” (come sopra, dall’autobiografia)

Evidentemente quegli spettatori sentivano in qualche modo la crisi come crisi di civiltà. E tu contemporaneo mio lettore, come vivi questa crisi? Pensi che riguardi solo gli altri? Aspetti che passi come un raffreddore?

 

(Alias, 4 febbraio 2012)

 

 


 

 

Il realismo terminale e la crisi

Vi ho parlato (nel fulmine del 4 aprile 2015) di Zygmunt Bauman sociologo della modernità liquida, un simpatico vecchietto che descrive bene la crisi ma non la spiega per niente. Vi parlo oggi di Guido Oldani teorico del terzo millennio, un omone misericordioso che offre alla nostra riflessione Il realismo terminale (Mursia, 2010, euro 5, pagine 50).

Qual è la sua idea? “Col terzo millennio e con l’umanità prevalentemente urbanizzata, cambia antropologicamente l’organizzazione della percezione della realtà, fatta largamente più di oggetti che di natura.” (p.14). “Nell’ultimo decennio vedevo sempre di più, o mi documentavano giornali e notiziari, che la cronaca quotidiana veniva a incentrarsi su collisioni tra oggetti, fra questi e l’uomo o fra gli uomini stessi, considerati alla stregua degli oggetti. Allora mi si appalesó che l’oggetto aveva, con un balzo, superato di gran lunga, per numero e dignità, la figura umana. Esempio: La ragazza non compra la borsa in tinta con i suoi occhi, ma la borsa, con il suo colore, determina che la ragazza acquisti un certo abbigliamento di determinata colorazione e il colore del trucco dei suoi stessi occhi.” (23-4) Come leggete, un pensiero in grande stile, in un mondo di pensatori palindromi. E come se non bastasse, questa lettura della realtà del mondo è felicemente sposata con una poetica originale. Anche nell’aureo libretto, che si chiude con la poesia

LA CENA:

“ed il cielo con tutte le sue stelle
sembra un brodino caldo con pastina,
sulla tovaglia dentro la tazzina.
e lei ha gli occhi paiono due barche
e lui invece identici a bulloni
e venti unghie sono allineate,
come le auto negli autosaloni.”

Piena di forma la poesia e ricca di contenuto la teoria di Guido. Limiti della teoria: 1. La moltiplicazione esponenziale dei prodotti e il trasferimento epocale della popolazione del mondo nelle metropoli non accadono “dopo il 2000”. Ma nel cuore del Novecento (vedi Pasolini, Lettere luterane 1975 – fulmine del 12 maggio 2012) 2. Il problema non si riduce alla “organizzazione della percezione della realtà”, ma comprende l’organizzazione delle masse umane finalmente attive, organizzazione che entra in crisi agli inizi del Novecento. Crisi che nasce (insomma) dalla rottura degli automatismi economici-sociali-politici-culturali dati e dall’emergenza di nuovi modi di sentire-comprendere-capire-agire, i quali però non arrivano a espandersi fino a sostituire i precedenti (vedi Gramsci, Quaderni del carcere 1929/1935 –  fulmine del 3 marzo 2012)

(Guido, letta la bozza del fulmine, mi scrive che nel suo libretto vuol dire che “col 2000 si passa dalla china al baratro”. Ne rendo testimonianza.)

 

(Alias, 7 maggio 2016)

 


 

 

A pensarci bene è lui, il sommo sacerdote della chiesa cattolica, il vero relativista assoluto. Sì, Benedetto XVI, Sua Santità che ha fondato il proprio pontificato sulla guerra al relativismo assoluto e ai suoi devoti.

 

Questo tremendo pensiero, catartico come tutte le grandi tragedie, ci ha assalito e illuminato riflettendo nientedimeno che sulla Teoria della Relatività di Albert Einstein. Il sommo sacerdote della scienza fisica contemporanea ha infatti mostrato e dimostrato che tutto è relativo a un sistema di riferimento, no?

 

Ora, noi, tu leggente, io paziente, lei portantina, l’altro primario, insomma tutti gli esseri umani viventi siamo immedicabilmente relativisti relativi. I nostri pensieri, sentimenti, atti, sogni sono difatti relativi a sistemi di riferimento (fisici, biologici etc.) naturalmente dati e (ideologici, filosofici etc.) storicamente determinati. Sistemi di riferimento relativi, cioè eternamente provvisori e incessantemente discutibili. Siamo dunque relativisti relativi.

 

Lui no, Benedetto XVI. Lui detiene e ostenta un sistema di riferimento assoluto, eternamente valido e incessantemente indiscutibile. Stando così le cose, in nome di tutte le verità, compresa la sua verità sempre uguale a se stessa e la nostra verità sempre rivoluzionaria, alle sue prediche replichiamo: “Relativista assoluto sarà Lei.”

 

(Alias, 22 ottobre 2005)



 

 

Fuggo da Genova e Genova mi corre dietro. Viaggio e leggo che l’arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) Angelo Bagnasco ha dichiarato ieri ai giornalisti: ”L’ora di religione insegnata nelle scuole italiane non deve consistere nella storia delle religioni, bensì in una vera ora di religione cattolica”.

Leggo e penso a Gesù. Immagino di cosa parlerebbe Gesù in una scuola italiana nell’ora di religione. Secondo me parlerebbe in senso storico e critico della religione ebraica da lui condivisa nella prima giovinezza, e della religione essena conosciuta nella seconda giovinezza, e della religione greca, e romana, ed egiziana, e babilonese, e indiana, e cinese – e naturalmente della religione cristiana – la religione di coloro ai quali ha ripetuto tante volte queste rotonde parole: “Perché mi chiamate Maestro e non fate quello che dico?”

Gesù oggi in Italia insegnerebbe storia critica delle religioni.

 

(Alias, 12 gennaio 2008)

 

 


 

 

Bartali o Coppi? Coppi. Bernini o Borromini? Borromini. E soprattutto: Chaplin o Keaton? Keaton. Perché preferisco il comico dalla faccia seria al comico dalla faccia buffa?

Buster Keaton non rideva mai nei suoi film, eppure faceva e fa ridere i suoi spettatori. Noi. Ma di chi ridiamo quando ridiamo di Keaton?

Luis Buñuel, quando era un giovane critico, era il 1927, vide un suo film e scrisse: “Keaton non è un comico che vuol farci ridere a squarciagola. Ma neanche per un attimo smettiamo di sorridere, non di lui, ma di noi stessi”. Noi stessi. Ridiamo di noi stessi quando ridiamo di Keaton.

Keaton ci fa ridere nella misura in cui ci identifichiamo in lui noi persone normali che cercano di capire e agire, in un mondo sempre nuovo e nel corso di una vita sempre difficile. Non riusciamo pienamente, a capire ed agire, e ridiamo del mondo, e di noi.

Come ci è arrivato, Keaton, a quella sua faccia seria? (Seria, non inespressiva. Imperterrita, non impietrita.)

Ci è arrivato intuitivamente. Ha riconosciuto poi la sua invenzione attraverso gli spettatori, come rivela nella sua ottima autobiografia:“Gli spettatori mi insegnarono una cosa legata al mio lavoro, che non sapevo. A Roscoe [l’enorme attore-autore col quale collaborava agli esordi della sua attività] arrivarono delle lettere in cui si chiedeva perché l’omino dei suoi film non sorrideva mai. Non ce ne eravamo accorti. Guardammo due-tre rulli che avevamo fatto insieme e constatammo che era vero. Quindi alla fine del successivo film provai a sorridere. Al pubblico dell’anteprima non piacque e ci furono dei fischi. Dopodiché non ho mai più sorriso sullo schermo, in palcoscenico o alla TV.” (Memorie a rotta di collo, Feltrinelli 1995)

Facciamo un altro passo comprensivo. Il personaggio Keaton è radicalmente diverso dal personaggio Chaplin – l’altro grande autore del cinema comico muto a lui comparabile per grandezza di ispirazione e risultati. Ma cosa esattamente li distingueva? “Sono rimasto sempre stupito quando la gente diceva che i personaggi che io e Charlie Chaplin interpretavamo nei film avevano dei punti in comune. Per me c’era, fin dall’inizio, una differenza di base: il vagabondo di Chaplin era un fannullone. Tanto carino com’era, avrebbe rubato se ne avesse avuto la possibilità. Il mio personaggio era un onesto lavoratore.” (Memorie a rotta di collo)

Ed ecco dispiegato e spiegato anche perché Chaplin è generalmente ritenuto maggior creatore di Keaton, e “fa più ridere” di lui. Chaplin ci fa ridere degli altri, dei più deboli, i più indifesi, più goffi di noi. Keaton ci fa ridere di noi. È più facile, è più rassicurante, ridere degli altri che di noi. È più impegnativo, più difficile ridere di noi stessi che lottiamo, senza piangere e senza ridere, soverchiati e sballottati ma decisi a insistere, a resistere. Come gli eroi di Kafka. Buster Keaton come l’agrimensore K., il commesso viaggiatore Gregor Samsa, lo studente Karl Rossmann, l’impiegato Josef K. Franz Kafka leggeva ai suoi amici i suoi manoscritti: “Risa sfrenate durante la lettura del Processo. L’autore non può andare avanti. Un ridere per motivi superiori.” (Thomas Mann, 1941)

 

(Alias, 6 marzo 2010)

 


 

 

Joseph Ratzinger ha pubblicato un libro dal titolo La rivoluzione di Dio. Dio è un rivoluzionario? L’opinione dell’attuale pontefice tedesco è autorevole, ma noi continuiamo a preferire quella del cantautore emiliano Francesco Guccini.

 

Ricordate la sua “Genesi”? Nella canzone sacra della nostra giovinezza Dio sbotta: “Ma cosa vuol dire di sinistra? Non sono un socialdemocratico anch' io? Avanti al centro contro gli opposti estremismi!” Dio è cioè un riformista: Guccini l’ha cantato – ispirato direttamente da Gesù di Nazareth, noi lo dimostreremo – con rispetto parlando.

 

Il Dio rivoluzionario, Dio secondo Ratzinger di Marktl am Inn, vuole la dedizione totale di tutti e la crocifissione del Figlio, insomma una variante delle religioni del Sacrificio. Lo dice Ratzinger, lo faceva Wojtila, ostentando la sua malattia.

 

Il Dio riformista, invece, Dio secondo Gesù di Nazareth, desidera che gli esseri umani amino gli uni gli altri, desidera una religione dell’Amore – non una religione del sacrificio. E questo disegno Gesù persegue, non per via di una rivoluzione militare e politica, ma di una riforma intellettuale e morale. Il Dio di Gesù e di Guccini non vuole il sacrificio e la crocifissione come il Dio di Ratzinger e di Wojtila, bensì desidera l’amore e la resurrezione, insomma la continua riforma di se stessi, persino dopo la morte.

 

(Alias, 22 ottobre 2005)

 

 


 

 

Rossellini, Gesù e noi

 

Roberto Rossellini era considerato dai cineasti della Nouvelle Vague il nume ispiratore del loro movimento. Conscio del fatto che “la glorificazione da parte dei discepoli” era “ancora più pericolosa dell’incomprensione del mondo del danaro” (Quasi un’autobiografia, Mondadori 1987) un bel giorno, intervistato sull’uso religioso della macchina a mano, perse la pazienza e disse: “È una malattia.” Chiaro: Rossellini non appartiene alla Nouvelle Vague, bensì al cinema.

 

E Gesù, appartiene ai cristiani? Chiaro che no: appartiene, come la pioggia, a tutti. Ma allora, perché i laici lasciano Gesù nelle mani dei religiosi?

 

Ecco che Joseph Ratzinger pubblica un secondo libro su Gesù di Nazaret (il primo l’ho recensito in questa rubrica il 30 giugno 2007), sottotitolo Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione (Libreria Editrice Vaticana, 2011), come fosse roba sua e i laici se ne lavano le mani. Il papa cattolico, per fare politica, si occupa di Gesù rileggendo filologicamente i Vangeli, e i papi laici, sempre per fare politica, si occupano di Berlusconi rileggendo filologicamente le intercettazioni delle Olgiettine.

 

Facciamo un po’ di cultura? Secondo Ratzinger il progetto di Gesù era di fondare una nuova religione del sacrificio, secondo me (e Luis Razeto) no: vedi il Vangelo laico secondo Feliciano

 

Di Gesù si sa poco, e molto di quel poco si trova nei Vangeli, libri scritti con l’intenzione dichiarata di mostrare e dimostrare che Gesù di Nazaret è Gesù il Cristo, fondatore del cristianesimo, una nuova religione del sacrificio.

 

Ma i Vangeli raccontano atti di Gesù che contraddicono radicalmente il suo presunto progetto cristiano.

 

Prendiamo la cacciata dei mercanti dal Tempio. Uno dei papi laici italiani, Corrado Augias, nella trasmissione televisiva ‘Le Storie’, ha di nuovo sottolineato (lo aveva già fatto nel libro, di Remo Cacitti e suo, Inchiesta sul Cristianesimo. Come si costruisce una religione, Mondadori 2008 – recensito il 10 gennaio 2009) l’insensatezza dell’atto di Gesù: cacciando dal Tempio i mercanti egli ha impedito di fatto la realizzazione dei sacrifici.

 

E i cristiani? I cristiani, Ratzinger in testa, spiegano l’atto come un atto morale: Gesù è scandalizzato dalla contiguità dei mercanti al Tempio. Come se Gesù fosse un moralista, un piccolo moralista, e non il fondatore di una nuova etica.

 

Ora, la spiegazione cristiana come atto moralistico è meschina.

 

E la spiegazione laica – un momento di insensatezza – è vile: Augias avrebbe potuto e dovuto fare un altro passo nella direzione del suo stesso ragionamento, e riconoscere che la cacciata di Gesù dei mercanti dal Tempio è un gesto ben calcolato e molto sensato, in quanto memorabile critica pratica di una religione fondata sul sacrificio: l’ebraismo - i mercanti essendo cambiavalute in funzione dell’acquisto degli animali da sacrificare o venditori degli animali stessi.

 

Se le cose stanno così, se il progetto di Gesù non era fondare una nuova religione del sacrificio, non era il cristianesimo, se Gesù di Nazaret e Gesù il Cristo sono due figure culturalmente distinte e storicamente non sovrapponibili, i laici degni di questo nome possono tornare ad occuparsi di Gesù per fare cultura.

 

(Alias, 2 aprile 2011)

 


 

 

Scienza della storia e della politica (3)

 

Il marxismo è in crisi, vabbene, ma non è questo il problema. Il problema è che Antonio Gramsci, dal 1929 al 1935, pensando e scrivendo i Quaderni, è andato oltre il marxismo, ma i marxisti non lo sanno. Gramsci critica radicalmente il marxismo da Bucharin a Marx e la sociologia da Comte a Weber, e avvia una nuova scienza: la scienza della storia e della politica.

 

Abbiamo detto nelle precedenti puntate che la scienza della storia e della politica parte dall’esperienza e procede attraverso la filologia vivente. Facciamo ora un altro passo e individuiamo la necessità della nascita di una vera e propria scienza.

 

“La filologia è una struttura conoscitiva che non raggiunge da sé il livello della conoscenza scientifica. È un’organizzazione dell’esperienza che può attingere un alto grado di precisione nell’accertamento empirico dei fatti storico-sociali, che produce consapevolezza pratica dei processi collettivi immediati; non elabora però concetti e teorie scientifiche, e perciò non giunge alla spiegazione dei processi che constata. Per giungere a questo serve la scienza della storia e della politica.

 

Questa nuova scienza non prende le mosse da categorie filosofiche generali (il materialismo storico o dialettico che sia), e neppure direttamente dai ‘dati empirici’ (psicologici o sociologici che siano), ma dall’esperienza storica stessa. Quando nei processi storici concreti si manifestano situazioni problematiche, cioè determinate difficoltà storicamente decisive la cui soluzione non può emergere dallo sviluppo lineare degli automatismi economici-sociali-politici dominanti, ma richiede la creazione di una razionalità storica nuova, matura la necessità di una nuova scienza. Non solo: queste situazioni problematiche esigono la formazione di una nuova scienza in quanto fuoriescono dall’ambito teorico delle scienze date, vale a dire in quanto l’irresoluzione dei nuovi problemi denuncia l’insufficienza delle risposte che si possono ottenere attraverso l’analisi di essi con gli strumenti teorici di cui dispongono le scienze date. Insufficienza delle risposte nel senso che l’azione organizzabile mediante i concetti propri delle scienze date non permette di risolvere praticamente le difficoltà concentrate e annodate in situazioni di crisi strutturali.

 

Da questo punto di vista l’affermazione marxiana che “l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione” {K. Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica} va “svolta criticamente” (Q, 1774). Se è vero che un problema diviene reale e attuale quando esistono le forze sociali che possono affrontarlo, ciò non vuol dire che queste siano da sé in condizione di risolverlo, poiché per ciò è necessario costruire anche una nuova struttura conoscitiva in grado di organizzarne la soluzione intellettuale e morale.”

 

Brani virgolettati tratti da ‘La Traversata’, di Pasquale Misuraca e Luis Razeto Migliaro.

 

(Alias, 1 ottobre 2011)

 


 

 

Giusto 30 anni fa è venuto a morte Gino Germani, il teorico della modernizzazione che mi è stato brevemente amico. Germani è stato uno scienziato sociale storico italiano costretto ad emigrare in Argentina negli anni Trenta, dopo aver passato mesi in carcere sotto il regime fascista, e tornato inutilmente in Italia negli anni Settanta. Perché “inutilmente”? Perché non potè realizzare in l’Italia ciò aveva fatto per l’America Latina intera: una grande ricognizione della storia e della struttura delle classi sociali. Le istituzioni culturali della sinistra italiana che gli rifiutarono il loro concorso (l’Istituto Gramsci prima fra tutte) avevano cose più importanti da fare.


Cosa abbiamo perduto ignorando quella generosa offerta di “organicità”? Rileggiamo un suo appunto di otto paginette “sullo sviluppo dei ceti medi nella storia del capitalismo, italiano in particolare”, posto ad apertura di un libro a più voci pubblicato da Liguori: Mutamento e classi sociali in Italia, 1981.


Germani inizia osservando che lo sviluppo del capitalismo ha prodotto un continuo accrescimento delle classi medie, che manifestano dal canto loro una persistente “ambiguità” nei confronti delle classi dominanti e delle classi strumentali. Nella fase del “capitalismo di transizione” (fine secolo XIX > fine seconda guerra mondiale) esplode la prima grande crisi delle classi medie, minacciate “dall’alto, da una crescente concentrazione di potere economico e politico, e, dal basso, dai progressi compiuti dalla classe operaia organizzata attraverso i sindacati e i partiti di massa”. In quella fase le classi dominanti dei paesi caratterizzati da una “composizione demografica irrazionale” (Gramsci, Quaderni) adottarono, ai fini del controllo di questo aspetto della crisi organica, una soluzione autoritaria e regressiva: il fascimo e il nazismo.


Nella fase capitalistica successiva, “neo-capitalistica o della società dei consumi”, che giunge ai primi anni Settanta, si realizza secondo Germani una “capacità da parte del sistema sociale globale di dare vita pressoché ininterrottamente ad un processo di innovazione tecnologica e di incremento produttivo”. Capacità effettuale che però viene illusoriamente moltiplicata da una tendenza ideologica a rendere “meno visibile” il sistema della stratificazione, che “tende ora ad essere percepito come un continuum più che come una gerarchia di strati ben distanziati e differenziati”. Tale sviluppo e tale “immagine” dello sviluppo conferiscono comunque “stabilità” al complesso delle classi medie. Una importante conseguenza: “la diffusione di ideologie e di atteggiamenti più egualitari”. Insomma, il Sessantotto come ‘rivoluzione delle classi medie’ guidata da una ideologia corrispondente alla favorevole congiuntura economica.


Dal 1973, nota infine Germani, il sistema sociale entra di nuovo in crisi, in quanto “restano fuori del mercato del lavoro non solo una parte della classe operaia ma anche una parte della classe media”. Le classi medie ricadono in una condizione di incertezza e di eteronomia. Siamo dunque nel pieno della seconda grande crisi delle classi medie. Ancora oggi. Servirebbero grandi ricerche storico sociali (“sentire-comprendere-capire per trasformare”). Ma siamo impicciati con tante cose più importanti da fare.

 

(Alias, 7 marzo 2009)

 

 

 


 

 

Vacca, Gerratana, Gramsci e la crisi.

 

Argomento in questa rubrica [la rubrica 'Fulmini e Saette' che tengo su 'Alias', supplemento culturale de 'il manifesto'], da sei anni e in cento salse, che Gramsci con i Quaderni ha avviato una nuova scienza: la scienza della storia e della politica. E che questa scienza è andata oltre tutti i marxismi compreso il marxismo di Marx, producendo (con il concorso di Luis Razeto e mio) una serie di teorie scientifiche, prima fra le quali la ‘Teoria della crisi organica’.

Questa teoria mostra che al tempo in cui Gramsci scriveva i Quaderni era in atto la fase iniziale di una ‘crisi di civiltà’, la fase terminale della quale stiamo vivendo oggi.

Ecco perché Gramsci è attuale e ci serve come il pane.

Giuseppe Vacca pensa invece (in Vita e pensieri di Antonio Gramsci. 1926-1937, Einaudi 2012) che Gramsci ha elaborato nei Quaderni una ‘teoria delle crisi’ – al plurale e in generale, e che la crisi contemporanea al Gramsci del carcere fu superata dall’‘americanismo’.

Superata? No, Giuseppe: solo prolungata - prima dal keynesismo, poi dalla Seconda Guerra Mondiale, infine dal neoliberismo. E ora non si sa più cosa fare.

Trovate la ‘Teoria della crisi organica’ nel libro La Traversata, all’indirizzo internet http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/scienza/50-la-traversata.html#Capitulo6

Un libro (edito nel 1978 da De Donato col titolo Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci) che Vacca conosce, e nel quale Razeto e io dimostriamo che ciò Gramsci, scrivendo i Quaderni, ha fatto (ha cominciato a fare).

E lo conosce bene, avendolo letto ancora dattiloscritto. Lo impressionò al punto da darlo in lettura a Valentino Gerratana, il quale rimase basito, particolarmente dalla radicale critica del marxismo di Marx, convocò me e Razeto in via del Conservatorio, e ci disse: “La vostra critica di Marx non mi piace. Ho cercato di smontarla criticamente. Non ci sono riuscito, ve la farò pubblicare.” (Il libro si concludeva non a caso con il confronto fra la teoria gramsciana ‘della crisi organica’ e la teoria marxiana ‘delle crisi del capitalismo’.)

Grazie a Vacca e a Gerratana, in somma, il libro fu pubblicato. Ma. Non lo recensirono, Giuseppe e Valentino. Come mai, se lo avevano caldeggiato?

Cari lettori, questo è un ennesimo capitolo della silenziosa lotta contro gli eretici.

A Gramsci è toccato essere curato criticamente (Gerratana è stato il curatore della edizione critica dei Quaderni) e fondativamente (Vacca è stato prima direttore poi presidente della Fondazione Gramsci) da due togliattiani. E il togliattismo è una specie di cattolicesimo controriformistico. “La Controriforma elaborò un tipo di predicatore che si trova descritto nel Predicatore Verbi Dei, Parigi, 1585. Alcuni canoni: (…) 4°. non riferisca gli argomenti degli eretici dinanzi alla moltitudine inesperta (…) Il punto 4°. è specialmente interessante: l’eresia è lasciata senza obiezione, perché si ritiene minor male lasciarla circolare in un dato ambiente piuttosto che, combattendola, farla conoscere dagli ambienti non ancora infetti.” (pagine 7 e 7bis del Quaderno 8)

 

(Alias, sabato 2 giugno 2012)

 

 


 

 

I rapporti guardinghi tra il Professore e i capintesta della sua coalizione riportano la mia memoria a ieri, agli anni trepidanti del liceo reggino, e la nostra storia all’altro ieri, ai convulsi inizi dell’impero romano.

 

Bertinotti e D’Alema, Rutelli e Veltroni e lo stato maggiore dell’Unione al completo assicurano di essere leali secondi a Prodi nella presente opposizione e nel futuro governo. Ma i politici dicono mezza verità in ogni occasione e ciò che è opportuno nelle date circostanze: la verità intera è sempre importuna (o rivoluzionaria, che è la stessa cosa). La verità è poliedrica, complessa, contraddittoria.

 

I capi in seconda dell’Unione riconoscono Prodi come leader e tuttavia coltivano - direbbe Flaiano – un “complesso di parità”: non si sentono secondi a nessuno. Prodi dal canto suo, stravinte le primarie, concordato il programma, benedetto dai sondaggi, potrebbe guardare serenamente in avanti invece che prudentemente ai lati, eppure vive la “sindrome di Augusto”.

 

Morto ammazzato Cesare per mano di un gruppo di congiurati in Senato, Augusto aveva ripristinato formalmente le tradizioni istituzionali repubblicane – che Cesare dittatore perpetuo aveva evidentemente sottovalutato. Surclassati i concorrenti, pacificate le sacche di resistenza avversaria, risanata l’economia e la vita civile, restaurata la repubblica, riorganizzato l’impero, consacrato dagli auguri, Augusto avrebbe potuto vivere rilassato. Eppure, quando andava in Senato, sotto la toga indossava la corazza.

 

(Alias, 1 aprile 2006)

 


 

 

I teologi del libero mercato arricciano il naso quando sentono parlare di ‘economia di solidarietà’ essendo, “per la invida natura degli uomini, più pronti a biasimare che a laudare le azioni d’altri” (Machiavelli, Discorsi). A ciascuno il suo. Io, curioso quanto i miei lettori, nel bel mezzo della più grave crisi finanziaria dagli anni Venti del Novecento, raccolgo e offro qualche elemento di conoscenza di una nuova teoria economica - l'economia di solidarietà - , con le parole del primo e massimo suo teorico: Luis Razeto (Le dieci strade dell’economia di solidarietà, 2003).

 

Questa ‘altra economia’ nasce negli anni Ottanta del Novecento in America Latina, sulla base di tre scoperte scientifiche-costruzioni teoriche.

 

UNO. “Una diagnosi certa della realtà sociale contemporanea, caratterizzata da una ‘crisi organica’ che si manifesta su vari piani. Sul piano individuale nell’incapacità che l’ordine sociale costituito mostra nel dare senso alla vita e nel favorire lo sviluppo integrale delle persone. Sul piano sociale nella crescente incapacità dell’ordine sociale costituito nel generare forme di rapporti comunitari che permettano la soddisfazione di bisogni di convivenza, e nella sua accentuata inadeguatezza nell’integrare le istanze primarie e intermedie di associazione in un ordinamento sociale che canalizzi la preoccupazione e l’azione dei diversi gruppi verso obiettivi di bene comune. Sul piano politico nella crescente incapacità che lo Stato dimostra nel costituire il centro unificante dei diversi gruppi umani e culturali componenti la società.”

 

DUE. Una critica, basata sul Gramsci dei Quaderni, delle teorie economiche precedenti che fanno capo a Smith ed a Marx. La teoria liberista afferma che “l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma il liberismo è una ‘regolamentazione’ di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva.” (Quaderno 13) Quanto alla teoria marxista, “l’economia classica ha dato luogo a una ‘critica dell’economia politica’ ma non pare che finora sia possibile una nuova scienza o una nuova impostazione del problema scientifico.” (Quaderno 11) In effetti, Marx non riesce a “fondare teoricamente il nuovo modo di produrre” da lui prefigurato. Oggi è finalmente possibile una nuova scienza economica.

 

TRE. La elaborazione di una rete strutturata di nuovi concetti e di nuovi “elementi costitutivi di una civiltà” storicamente superiore a quella precedente e presente. “Una certa unione tra teoria e pratica, cioè l’esistenza di un ordine sociale storicamente duraturo, in cui si manifesti un certo livello fondamentale di coerenza tra i modi di pensare e di agire.” “Una relazione organica tra dirigenti e diretti, che altro non è che l’espressione sociale e istituzionale dell’unità di teoria e pratica.” “Una coerenza strutturale tra economia, politica e cultura, conseguenza dei due elementi precedenti e consistente nell’esistenza a livello d’insieme della società di un sistema organico di azione in base al quale le attività produttive, connettive e creative si articolino in armonia e in equilibrio.”

 

(Alias, 4 ottobre 2008)

 


 

 

Non conosco una buona giustificazione teologica, filosofica, etica, della sofferenza degli esseri viventi sul pianeta Terra. Ma non dispero. Perciò ho ringraziato di testa e di cuore don Mario De Santis parroco di Monterocchetta e di San Marco ai Monti e Rettore della Basilica di san Bartolomeo Apostolo di Benevento - un uomo illuminato da un misericordioso sorriso e coronato da una nuvola di zucchero filato/capelli bianchi - mentre mi regalava qualche giorno fa il libro che aveva appena finito di leggere: Paolo De Benedetti, Teologia degli animali, Morcelliana 2007. (Paolo De Benedetti è docente di Giudaismo e Antico Testamento nelle università di Milano, Urbino e Trento.)

 

Ed ho cominciato a leccarmi i baffi ben presto leggendolo a mia volta: a metà della sua seconda pagina l’autore (colloquiando con Gabriella Caramore – curatrice del libro) dichiara di aver passato la vita “anche e soprattutto a meditare su quell’enorme problema, che non esiterei a definire come il più grande che la teologia ha da affrontare, che è la sofferenza degli animali”. Il problema della sofferenza degli animali umani – per restare nei dintorni della cultura madre e padre di De Benedetti – il giudaismo ed il cristianesimo hanno creduto di risolverlo con l’ideazione del peccato originale di Eva e Adamo. Ma gli animali non umani, in tutta la Bibbia, risultano innocenti – e allora?

 

Allora niente. Giunto alla fine del libro – sempre senza mai disperare, nonostante che “l’enorme problema” fosse continuamente evocato e mai risolto – ho dovuto ammettere che la montagna delle buone intenzioni aveva ancora una volta partorito il topolino delle imperscrutabili punizioni, ed ero rimasto a bocca asciutta.

 

Insomma, questo nuovo, documentato, appassionato e appassionante allargamento della teologia e della cultura giudaica e cristiana, non è riuscito – per ammissione del suo stesso autore – a giustificare, cioè a rendere giusta, la sofferenza degli animali non umani. Gli animali soffrono, e muoiono, e gli ebrei ed i cristiani non sanno capire e spiegare perché.

 

Tuttavia il libro vale la gioia di essere letto, pieno com’è di acute riflessioni, toccanti testimonianze, sacrosante retrocessioni dell’essere umano da Signore della Terra a creatura fra le creature – e di poetiche lamentazioni in forma di amorevoli e amabili racconti – come questo Qinà, che in ebraico significa appunto ‘lamentazione’ (e che sintetizzo per ovvie ragioni di spazio):

 

“È morta la buonissima gatta. (...) È andata a morire in luogo occulto, la gatta che non usciva e amava la solitudine dei vecchi, il silenzio e le zucche cotte. (...) Una fetta della mia vita sento ch’è passata ora che la gatta non c’è più a tenere insieme gli anni come il filo di una collana. (...) Ogni uomo in qualche cosa ha peccato e si è reso meno grato; ma un animale non può mai essere indegno dei nostri sentimenti. Spero che nei sogni mi verrà ancora sulle ginocchia, perché i sogni sono oltre l’Acheronte (...) Verrà certo, perché tra gli animali non si troverà bene, lei così poco animale: sognerò un cuscino, perché vi si possa accomodare e una foglia di rabarbaro per l’ombra.”

 

(Alias, 6 giugno 2009)

 


 

 

C’era una volta “il socialismo in un paese solo”. Ricordate? Poi il socialismo è esploso allargandosi a mezzo mondo, infine è imploso restringendosi… Fino a che punto, direte voi?

 

Leggendo il libro di Aldo Garzia: Cuba, dove vai?, un panpepato pieno di bontà (buona memoria), ricco (di informazioni), onesto (domande pesanti), leggero (ammirate il montaggio) ciascun “fraterno ipocrita lettore” potrà farsi un’idea con la propria autonoma capoccetta.

 

Noi che siamo “sarcasticamente appassionati” – Antonio Gramsci prigioniero del carcere fascista docet – un’idea ce la siamo fatta sul socialismo prossimo venturo, riflettendo su Fidel Castro, in principio dai suoi compagni di rivoluzione chiamato affettuosamente “il cavallo” e oggi timorosamente “il Capo” (“quando parlano di lui (…) si guardano intorno con fare circospetto” – p. 141).

 

Sopravvissuto a 637 tentativi di assassinio, provvisto di una elefantiaca memoria (“Fa colazione con non meno di 200 pagine di notizie” - Garcìa Marquez), Fidel che ha detto sì nel 1968 all’invasione di Praga e no alla perestrojka nel 1988, il recordman mondiale del più lungo discorso politico (7 ore e 15 minuti nel febbraio 1998), che nel 2003 ha mandato in carcere 75 dissidenti e a morte 3 dirottatori, l’ottantenne guarito in meno di due mesi nel 2004 di una frattura al ginocchio, “più entusiasta e rivoluzionario che mai”, sta ormai esibendo icasticamente il socialismo in un uomo solo.

 

(Alias, 5 novembre 2005)

 


 

 

C’è voluta la fine del comunismo perché Marx fosse liberato dalla camicia di forza ideologica nella quale i marxisti l’hanno costretto per più di cento anni – Marx è morto nel 1883, il comunismo nel 1989.

 

Quanto ci vorrà per Gesù? Quanto tempo ancora sarà costretto nella camicia di forza ideologica dei cristiani? Tutti i cristiani in quanto cristiani, compresi quelli più simpatici, come Vito Mancuso: La vita autentica, Mondadori, 2008.

 

Questo libro è da leggere, ma fa torto a Gesù (come torto gli faceva il precedente: L’anima e il suo destino). Leggiamo: “La versione della CEI traduce le parole di Gesù in Marco 8, 34 in questo modo: ‘Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso’, mentre sarebbe meglio rendere il verbo greco aparnéomai con ‘negare’ nel senso di ‘vincere’, ‘superare’: se qualcuno vuol venire dietro di me, si deve negare, si deve superare. Non si tratta di rinnegare se stessi quasi in odio a se stessi, ma si tratta di superare i propri interessi particolari per realizzarsi veramente nell’adesione  a qualcosa di più grande.”

 

Ben detto: “rinnegare se stessi quasi in odio a se stessi” non è farina del sacco di Gesù. È farina del sacco della CEI, e di Agostino d’Ippona, e di Paolo di Tarso.

 

Ma allora perché Vito afferma che “il sospetto verso se stessi fa parte dell’insegnamento di Gesù”? Secondo me perché sente, comprende, capisce e spiega Gesù attraverso Agostino e Paolo.

Infatti, dopo aver criticato l’esclusiva fedeltà a se stessi (come teorizzata da Martin Heidegger), scrive “Rispetto al proprio sé, la diffidenza è altrettanto indispensabile della fedeltà.” E considera in sequenza (1) la “spietata autoanalisi” di Agostino (Confessioni), (2) il “severo giudizio sulla propria interiorità” di Paolo (Lettera ai Romani), e (3) Gesù: “Il sospetto verso se stessi fa parte dell’insegnamento dello stesso Gesù nella sua polemica contro una religiosità solo esteriore: ‘Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male.” (Mc 7, 20-21). ‘Dal di dentro’, nell’originale ésothen, è un avverbio che ricorre altre volte nei Vangeli con il medesimo cupo significato.”

 

Sospetto. Verso di sé. Verso gli altri. Parola appropriata se riferita alla visione dell’uomo propria dei cristiani, di Agostino, di Paolo (e, in varia misura, degli evangelisti). Ma Gesù non era cristiano (come Marx non era marxista). Gesù alla critica e all’autocritica spingeva, non al sospetto. Vito invece sospetta. Di sé, e dei fratelli che pensano la vita e il mondo diversamente da lui: “Io sospetto che il problema di Callicle e Nietzsche sia quello di non stare bene con se stessi e che sia questo malessere interiore a condurli a esprimere la loro instabilità e la loro rabbia in un pensiero destabilizzante e rabbioso.” Calma e gesso, Vito. Diamo a Friedrich ciò che è di Friedrich: “Ciò che manca nel cristianesimo è l’astenersi da tutto quello che Gesù ha ordinato di fare.” (Frammenti postumi) Ed a Gesù ciò che è di Gesù: “Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?” (Lc 6, 46)

 

(Alias, 9 gennaio 2009)

 

 


 

 

Bauman, Pasolini, Gramsci

 

Zygmunt Bauman è un sociologo esperto, ma non conosce Pasolini, e non conosce bene Gramsci – di conseguenza non riesce a spiegare questa crisi che stiamo vivendo, nonostante ci scriva sopra un libro dopo l’altro.

L’ultimo l’ha scritto con Carlo Bordoni sociologo pure lui, s’intitola Stato di crisi (Einaudi 2015), e non solo non spiega la crisi intera, ma nemmeno la crisi dello Stato, sulla quale il libro è incentrato - sebbene sia pieno di descrizioni dei fenomeni che la caratterizzano.

Ma nella scienza non bastano i come, le fotografie, servono i perché, servono i concetti. Lo Stato “non ha i mezzi” per affrontare la crisi. Giusto, ma perché? “Seriamente svuotati di potere e sempre più indeboliti, i governi degli Stati sono costretti a cedere una dopo l’altra le funzioni un tempo considerate monopolio naturale e inalienabile degli organi politici statali”. Vero, ma perché?

Il come, nel caso di Bauman, è costantemente riferito alla metafora che l’ha reso celebre: la modernità liquida. Siamo passati dallo stato solido (modernità) allo stato liquido (postmodernità). Ma dove stiamo andando, dice Bauman, non si sa: “Nei nostri tempi si accumulano prove su prove che i vecchi, familiari e comprovati modi di fare le cose non funzionano più, mentre di nuovi che li possano sostituire non se ne vedono”. Non si sa e non si può sapere: “L’inizio o la fine di un’era non sono conoscibili da chi vi si trova immerso.”

Ma perché si è passati dallo “stato solido” allo “stato liquido” nell’economia, nella politica, nella morale, nella cultura? Il perché è per Bauman quello che l’uva è per la volpe (che non riesce a raggiungerla): nondum matura est, nolo acerbam sumere - non è matura, non voglio mangiarla acerba.

In tutto il libro sono citati da Bauman e Bordoni centinaia di autori che si arrovellano sullo Stato e sulla crisi. Pasolini non c’è. Perché dovrebbe esserci? Perché (come ho mostrato in questi anni in questa rubrica) Pasolini, negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane degli anni Settanta del Novecento, ha riscoperto la dimensione epocale di questa crisi, che chiamava “fine del mondo”, e individuato l’insorgere di nuove forme di fascismo.

E perché dovrebbe esserci e in grande stile Gramsci – che invece fa solo una comparsata con la citazione del termine “interregno”? Perché Gramsci, nei Quaderni del carcere, ha scoperto per primo, negli anni Trenta del Novecento, la dimensione epocale di questa crisi, che chiamava “crisi organica”, ed ha criticato radicalmente i tre primi tentativi regionali di risposta ad essa: il comunismo, il fascismo, l’americanismo.

Il concetto di crisi di civiltà è necessario per spiegare il perché di questa crisi. Ed è necessario per progettare il suo effettivo superamento, che è possibile, anzi è in corso: dalle ceneri della civiltà moderna sta nascendo infatti una nuova e superiore civiltà, caratterizzata dalla diffusione di un ‘tipo umano’ che si può definire “creativo, autonomo, solidale”.

Ma questo non lo sanno i politici e gli intellettuali e gli scienziati esperti di crisi, che “non sanno quando stanno andando” (Corrado Guzzanti) e, vedi Bauman, teorizzano questa debolezza conoscitiva come propriamente contemporanea. Mi ricorda quel francese “che nel suo biglietto da visita aveva fatto stampare «contemporaneo»”. (Gramsci, Quaderno 11)

 

(Alias, sabato 4 aprile 2015)

 


 

 

Roma centro, quartiere Celio. L’omone fruttivendolo di via dei Santi Quattro a Roma (che sta come un mercoledì tra il Celio e San Clemente) vende e parla a fiume, racconta generosamente di sé e dei suoi familiari. Ieri mi ha regalato la concezione dell’essere umano secondo sua nonna, romana de Roma. “L’omo è fatto da due parti, metà è la parte bbona, metà la cattiva. La prova provata? Se fai na stronzata, la parte cattiva te giustifica: “non l’hai fatto pe’ cattiveria, l’hai fatto pe’ distrazione, pe’ confusione.” “None! L’hai fatto perché sei cattivo, pe’ metà s’intende, e nun dì stronzate!”

 

(Alias, 17 febbraio 2006)

 

 


 

 

Il suicidio è un atto morale

 

Questi padri e queste madri che uccidono i figli prima di suicidarsi mi mandano ai pazzi. Sia chiaro: trovo niente di male nel suicidio degli adulti, quando le difficoltà eccedono. Trovo invece tutto il male nell’uccisione dei giovani e adolescenti e ragazzi e bambini e neonati.

 

Facciamo tre passi indietro, prima di fare un salto in avanti.

 

Primo passo. Sono a favore del testamento biologico, del documento scritto per garantire il rispetto della propria volontà in materia di trattamento medico anche quando non si è più in grado di comunicarla al resto del mondo.

 

Secondo passo. Sono a favore della desistenza terapeutica, ovvero della interruzione delle terapie ostinate oltre un limite ragionevole e misericordioso: secondo scienza del medico e coscienza del paziente.

 

Terzo passo. Sono a favore dell’eutanasia, e cioè del procurare intenzionalmente, da parte di un adulto autonomo e responsabile, e nell’interesse di un individuo la morte di questo individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da un dolore eccessivo.

 

E conseguentemente condivido quanto dicono Roberta Monticelli: “nessun essere umano è più competente degli altri in materia morale. Se crediamo questo, niente può fare paura, neppure l’eutanasia: ciascuno è l’ultimo soggetto delle decisioni che lo riguardano”, e Vito Mancuso: “ogni essere umano adulto responsabile ha il diritto di poter dire l’ultima parola sulla propria vita”, nel libro Che cosa vuol dire morire (a cura di Daniela Monti), Einaudi 2010.

 

Se pensiamo bene, niente può fare paura. Neppure il suicidio. È venuto il momento di fare, con il fraterno lettore laico, e i due filosofi cristiani, il salto in avanti, verso il suicidio (degli adulti, quando le difficoltà eccedono – repetita iuvant). Un salto oltre il cristianesimo.

 

Il suicidio infatti è condannato dal cristianesimo come atto immorale: "contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e perpetrare la propria vita", recita il Catechismo della Chiesa Cattolica; "al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale ed umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi".

 

Certo, nel Vangelo di Matteo si va già oltre la Regola Aurea: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te" diventa "Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te". Nel non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te il principio è il non nuocere, nel fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te il principio è l’aiutare chi soffre. Ma. Bisogna arrivare a “fare a te quello che vorresti fosse fatto a te”.

 

Nella vita c’è qualcosa di bello, quando le difficoltà non eccedono - ha scritto Aristotele. Quando eccedono, se sei un adulto autonomo e consapevole, se hai fatto ciò che dovevi e potevi, se non hai paura di morire, buonanotte.

 

Se mi date retta, accanto ai tristi suicidi dei gravemente depressi e degli psicotici estremi, un bel giorno avremo gli allegri suicidi degli adulti veramente autonomi e autenticamente rispettosi - di se stessi e degli altri.

 

(Alias, 4 dicembre 2010)

 


 

 

Gianfranco Ravasi è uno dei grandi intellettuali cattolici italiani, al contempo teologo di vasta cultura e multiforme comunicatore massmediale. Considerato il progetto intellettuale e morale di questa rubrica è d’uopo occuparsene, ed ecco che rimetto sotto gli occhi il suo libro Le Porte del Peccato. I sette vizi capitali, Mondadori 2007, che mi lievitava in mente.

 

A suo tempo avevo latolineato (fra altre) questa frase: “Il mondo celeste della mitologia greca è un ricalco della vicenda umana.”(p. 201), e lo avevo associato al brano d’un libro di uno storico di lunga durata che mi convince e mi commuove: Fernand Braudel, Memorie del Mediterraneo, Bompiani 2004: “La filosofia di Anassimandro è la visione di un cosmo che non è più gerarchizzato, in cui niente è completamente sottomesso a niente, un mondo in cui i contrasti si compensano, e richiama vividamente l’universo sociale e politico della polis: non la governano più né gli dei, né i re, ma uomini che vivono nell’uguaglianza dei diritti.” (p. 314) E mi ero domandato perché mai Ravasi non estende democraticamente il suo ragionamento alla mitologia cristiana – come ricalco della vicenda umana.

 

Ora collego (grazie alle risonanze del concetto di ‘uguaglianza’) quell’appunto al ragionamento di Ravasi - contenuto nel capitolo dedicato all’invidia - nel quale critica Friedrich Nietzsche. Secondo l’autore di Umano, troppo umano - riassume Ravasi - “è stato il cristianesimo a generare e fomentare l’invidia attraverso l’affermazione del principio di uguaglianza.” (p. 201) Obiezione di Ravasi: “No. Il cristianesimo sollecita la virtù dell’imitazione-emulazione, il gareggiare nella virtù, l’impegno della conversione e il divenire ” Mt 5, 48 (p. 202). Ma questo, continuo a pensare, non ha a che fare con l’invidia, bensì con la superbia. L’affermazione di Gesù è  ‘superba’. Gesù stesso era superbo?

 

Vado a rileggermi il capitolo dedicato da Ravasi alla superbia, alla ricerca di una critica di Gesù alla superbia, e annoto i brani dei Vangeli nei quali secondo Ravasi questa è manifestata: a) Lc 6, 26: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi...” – ma qui è criticata la falsità (che accomuna, mentre la verità divide); b) Lc 10, 17-18: “I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome...” – ma qui è criticata la facile gioia; c) Mt 6, 1: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati...”- ma qui è criticata l’ostentazione; d) Mt 11, 23: “E tu, Cafàrnao [...] fino agli inferi precipiterai!” – ma qui è criticata la resistenza alla conversione; e) Mt 20, 15: “ ” – ma qui è criticata l’invidia; f) Mt 23, 11-12: “Il più grande tra voi sia vostro servo...” – ma qui è criticata ancora la vanità. No. Ravasi non mi convince e non mi commuove in questo punto cruciale della interpretazione dei detti di Gesù.

 

Gesù era superbo? Se per ‘superbia’ si intende ‘una ipervalutazione della propria persona e delle proprie capacità, correlata ad un atteggiamento di superiorità verso gli individui considerati inferiori’, no. Gesù non si ipervalutava e non considerava nessuno inferiore a sè. Ma se per ‘superbia’ si intende una alta considerazione di sè al punto di aspirare ad essere “perfetto come perfetto è il Padre celeste”, sì.

 

(Alias, 1 novembre 2008)

 

Un testo realista e surrealista, filologico e romanzesco, scritto con Luis Razeto a partire da Gesù di Nazaret:

Vangelo laico secondo Feliciano

 

 


 

 

Le specie animali sono opera di Dio – come credono i creazionisti, o hanno avuto origine dalla selezione naturale – come pensano gli evoluzionisti. La questione è incerta. Certo è che le specie divine sono il prodotto della selezione culturale – come hanno imparato a loro spese Zarathustra e Zeus, adorati ormai soltanto dai lettori di Nietzsche e Omero.

 

C’è stato un primo tempo in cui non c’erano ancora gli esseri umani e verrà un secondo tempo in cui non ci saranno più. Tra quel prima e quel poi - nell’intervallo - gli umani hanno inventato e inventeranno diverse divinità, le quali si sono succedute e forse si succederanno fino all’inizio del secondo tempo. Forse. Speriamo, verso la fine, di saper fare a meno di queste invenzioni. Certa è comunque la suscettibilità degli dèi nei confronti degli evoluzionisti, fin dal principio.

 

“A 25 anni fui molto colpito da alcuni fatti che sembravano gettare un po’ di luce sull’origine delle specie” - annota Darwin all’inizio di ‘Sull’origine delle specie per selezione naturale’ - il libro col quale aveva iniziato a distruggere le “prove” dell’esistenza di Dio basate su un “disegno” nella natura. E alla fine della vita, ricapitola: "Dai 25 anni forti e spasmodiche flatulenze notturne e diurne, conati di vomito preceduti da attacchi febbrili, pianti isterici, sensazioni di morire. Prima di ogni conato e di ogni attacco di flatulenze, ronzii auricolari, capogiri, disturbi alla vista e punti neri davanti agli occhi."

 

(Alias, 13 gennaio 2007)

 


 

 

È stata una cattiveria impedire a Corrado Vivanti ed a me di lavorare insieme in televisione. Ci divertivamo, è vero, ma non c’era niente di male. L’avevo conosciuto quand’ero giovane leggendolo sui libri, come uno degli uomini di cultura che fanno dell’Italia un paese degno di essere abitato, e studiato (anche attraverso i suoi lavori - per dirne uno, di condirettore della Storia d’Italia Einaudi).

Poi nel 2001 l’ho conosciuto ‘di persona’, lui consulente storico – fra altri - de “La storia siamo noi”, nave ammiraglia di Rai Educational (diretta allora da Renato Parascandolo), io autore – fra altri. Facevamo storia con la televisione, una panoramica e penetrante narrazione audiovisiva, fatta con la precisione della scienza storica e l’immaginazione dell’arte televisiva, fatta di parole e di cose, di date ragionate e immagini rivelatrici, scene di film e arie di melodramma, soggetti virtuali (dal Web) e oggetti materiali (in studio), canzoni cantate-figurate e dialoghi di storici e sociologi e antropologi di tutte le scuole e tutti i colori, di facce comuni e documenti d’archivio, di tradizioni televisive consolidate e invenzioni linguistiche a rotta di collo, insomma una narrazione della “verità effettuale della cosa” e non della “immaginazione di essa”, storia e non ideologia dico (e richiamo la formula machiavelliana per ricordare il Corrado Vivanti curatore dell’edizione critica delle ‘Opere’ dell’immenso scienziato politico fiorentino), una storia integrata - e divertente, rigorosa - e spettacolare.

Finché il Centro-Destra ha vinto le elezioni politiche e ci hanno cacciato quasi tutti, dicendo che facevamo una storia “comunista”. Sciocchezze. Basta rivedersi le sessanta puntate di un’ora realizzate nell’anno televisivo 2001-2002 – una caleidoscopica ricostruzione della storia d’Italia - per riconoscere la meschinità di una scusa buona solo a scompaginare un miracoloso pool di costruttori di storia e televisione. Corrado Vivanti era fra tutti noi il più anziano eppure il più vivace, il più saggio eppure il più plastico, il più preciso eppure il più leggero. Adesso me lo ritrovo di nuovo sulla carta: è uscita infatti una nuova edizione di un gran libro di Alexis de Tocqueville (uno scienziato politico che nel tempo suo non era secondo a nessuno, ed è buono pure oggi per capire cosa è stata e cosa può diventare la democrazia dei moderni), La democrazia in America è il suo titolo (Einaudi, 2006) a cura proprio di Corrado Vivanti. Finita di leggere la sua prefazione, tanto è bella e promettente che ho provato – proverai anche tu - un momento d’incertezza, come di fronte a certe donne, che a un certo punto non sai decidere se andare avanti fino al testo o contentarti del meglio che possono darti – la prefazione, appunto.

 

(Alias, 14 aprile 2007)

 


 

 

Questi ragazzi di Locri che dopo l’ennesimo omicidio di ‘ndrangheta hanno cominciato a manifestare pubblicamente il loro disagio, la loro indignazione, la loro volontà di cambiare lo stato criminale delle cose, hanno evidentemente dei padri. Cosa pensano della iniziativa politica e civile dei loro figli questi padri?

Naturalmente sono tutti diversi tra di loro, nondimeno possono essere compresi in tre tipi sociologici: uomini che hanno contrastato la ‘ndrangheta, uomini che l’hanno tollerata, uomini di ‘ndrangheta. Già questo fa riflettere, ma considerate questa scenetta di vita locrese dei nostri giorni, come riferita da un testimone oculare e auricolare.

Ci troviamo in Calabria dunque, in un bar di questo paese di antica memoria. Sono le quattro di un pomeriggio del dicembre 2005. Ci sono alcuni di questi padri al suo interno, prendono il caffé e scambiano qualche parola. Il discorso gira sui fatti di Locri, l’omicidio misterioso del politico eminente, l’iniziativa clamorosa dei giovani figli. Ecco la conclusione: padre A: “…figghioli…” - padre B: “…iocanu…" Traduco in italiano: “…ragazzi…” - “…giocano…”

Il peggio della ‘ndrangheta non sta negli omicidi fisicamente compiuti dei pochi, sta nella rassegnazione, nella circospezione, nel cinismo moralmente indotti nei molti. “Così è, così è stato, così sarà. Coloro che immaginano un futuro diverso, si entusiasmano e lo gridano, sono ingenui, sono ragazzi, e come i ragazzi giocano. Ma cresceranno, e diventeranno come noi.”

 

(Alias, 11 febbraio 2006)

 


 

 

Pier Paolo Pasolini, a un passo dalla fine della sua vita mortale, ha lasciato a futura memoria questa massima anti-populista: “Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà.” E questo libro di Alessandro Cavallaro: Operazione ‘armi ai partigiani’. I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia (Rubbettino 2009) ne offre, facendo un po’ di storia, una straziante illustrazione. Grazie. Ne abbiamo bisogno come il pane di libri come questi, oggi, in una Italia irretita dalla demagogia a tutti i costi, dal ridere-ridere-ridere, dal populismo, appunto.

 

Vi si racconta la breve vicenda della Repubblica Rossa di Caulonia (paese della costa ionica della Calabria) e la lunga vita del suo protagonista, Pasquale Cavallaro (padre di Alessandro). Vengo al suo punto cruciale, per trarne una magistrale lezione storica (“historia magistra vitae” – ha scritto Cicerone). I primi giorni di marzo del 1945 una manifestazione politica stava per trasformarsi in insurrezione popolare. Pasquale Cavallaro, del comune di Caulonia eletto sindaco “a furor di popolo”, “s’accorse che la maggior parte dei manifestanti erano armati con i fucili mitragliatori che tra il 1942 e il 1943 gli angloamericani avevano sbarcato tra Roccella e Caulonia e consegnato a lui personalmente, perché li facesse pervenire ai partigiani.” Egli dapprima contrastò l’iniziativa domandata a gran voce dalla folla armata, ma poi cedette, mettendosene a capo. Così, quell’uomo ribelle forte e colto che fino a quel momento aveva seguito pazientemente, accortamente, realisticamente la via politica, avviando riforme (ristrutturazione democratica degli uffici e delle attività comunali, redistribuzione delle terre demaniali), intraprese impulsivamente la via militare. Nacquero così il Consiglio della Rivoluzione, il Consiglio del Popolo, il Tribunale del Popolo, il Campo di Concentramento, e si avviò una esperienza comunarda rivelatasi rapidamente “nemica della realtà”. Durò infatti meno di una settimana. Morì un bracciante e un parroco, i rivoltosi furono isolati, disarmati, accusati davanti al tribunale di Locri di costituzione di bande armate, estorsione, violenza a privati, usurpazione di pubblico impiego e omicidio.

 

A me pare che in questo caso si sia ripetuta (historia magistra vitae?) la vicenda di Spartaco, lo schiavo ribelle forte e colto, e dei suoi compagni di rivolta. Infatti Spartaco, negli anni intorno al 70 a. C., liberati una moltitudine di schiavi, sconfisse ripetutamente l’esercito romano, e risalì l’Italia fino alle Alpi, con il disegno di superarle, riportando quegli uomini ormai liberi – traci, celti, germani, galli - alle loro terre d’origine. Ma la folla degli schiavi pretese di restare in Italia e saccheggiarla. Spartaco oscillò, e infine cedette, avendo così “torto in tanti”.

 

“Meglio aver torto in tanti che ragione da soli”, ha scritto Rosa Luxemburg. No, grazie. Preferisco Pasolini. Preferisco sempre la ragione. Preferisco sempre la realtà. Preferisco sempre la verità. “La verità è sempre rivoluzionaria.” La ragione, la realtà, la verità, sono sempre rivoluzionarie, non la rivoluzione.

 

(Alias, 3 maggio 2009)

 


 

 

Quale posto occupa l’uomo nella natura? Vediamo.

 

Sulla Terra vivono 1,5 milioni di specie animali. Il phylum più rappresentativo è quello degli artropodi, che conta 1 milione di specie, di cui 750.000 appartenenti alla classe degli insetti. Una del milione-e-mezzo di specie animali è l’homo sapiens, un mammifero euterio (una delle 5.000 specie di mammiferi attualmente esistenti) appartenente alla famiglia degli ominidi, comprendente numerosi generi estinti e sette diverse specie viventi di grandi scimmie antropomorfe.

 

La Terra da parte sua si è rivelata nell’Età Moderna non il centro del cosmo bensì uno degli otto pianeti che costituiscono il sistema solare con i rispettivi satelliti, cinque pianeti nani e miliardi di corpi minori.

 

Il maiuscolo Sole poi è una dei 100 milioni di stelle di classe spettrale G2 componenti la Via Lattea: una stella di medie dimensioni, e precisamente una nana gialla, che si trova a 50.000 anni luce dal centro di questa galassia, in un ramo periferico chiamato ‘braccio di Orione’. (Cinquantamila anni luce. Tenere bene in mente che la luce in 1 secondo gira 8 volte intorno alla Terra.)

 

La Via Lattea, a sua volta, è una dei 100 miliardi di galassie (ellittiche, a spirali, irregolari) presenti nell’universo - il cui raggio è di 13,7 miliardi di anni luce.

 

Dunque, il posto che l’uomo occupa nella natura è quello di “parte della natura che descrive” (Ilya Prigogine). Ma quale rapporto intrattiene consapevolmente questa – piccola - parte con il – grande - tutto? Non ci crederete, ma è il rapporto del dominatore, del misuratore, del primattore. L’uomo sta alla periferia della periferia dell’universo, come finalmente ha dimostrato “la più sublime scienza, l'astronomia” (Giacomo Leopardi). Fa la storia, “ma non sa che storia fa” (Karl Marx). Eppure insiste, contro ogni evidenza, a immaginarsi al centro del centro: da qui la sopravvivenza dell’antropocentrismo religioso (l’uomo “dominatore sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente”) e dell’antropocentrismo filosofico (l’uomo “misura di tutte le cose”). Da qui la crescita ipertrofica dell’antropocentrismo audiovisivo.

 

Gli schermi dei cinema, delle televisioni, dei computer, dei cellulari sono ossessivamente invasi e presidiati da facce, faccette, occhietti e boccucce di esseri umani che “si sparano le pose” (Anonimo italiano). Non c’è zapping che tenga. Il cinema, la televisione, e i loro telematici nipotini, tutti nati come finestre sulla realtà, sulla natura, sul piccolo e temibile mondo di dentro e sul grande e terribile mondo di fuori, sono progressivamente ricondotti e ridotti a finestre sul cortile. E senza la regia di Alfred Hitchcock.

 

La regia è passata nelle mani di Nanni Moretti, che sta sempre in mezzo all’inquadratura “come un mercoledì” (Popolano romano). Vogliamo dirla con Mario Monicelli – a Moretti e al resto della audiovisiva compagnia? “Lèvati di mezzo e fammi vedere il paesaggio.”

 

(Alias, 5 dicembre 2009)

 

 


 

 

 

(Il professore in pensione della scala b mi chiede di pubblicare qui, “in incognito: Elena docet”, una collana di Fulmini e Saette. Riesce a contenersi nelle 2500 battute? – rilancio. Promette. E sia. La rubrica diventa condominiale.)


1 – La vecchia pulita


Se n’è andata da un giorno all’altro, la guerra è finita.


La aspettavo al ritorno dalle sue vacanze estive, per vendicarmi tirandola giù attaccata a una tenda o un lenzuolo, o sforbiciando uno dei suoi maledetti sipari in pieno giorno, alla luce del Sole. Niente: è andata a morire di emorragia celebrale su una spiaggia adriatica. Certo, al mare, ossessionata com’era dall’acqua e dalla pulizia. (In questo somigliava, senza saperlo, ad Archimede, che si lavava spesso e morì davanti al mare.)


Vedere si vedeva poco. Dalla strada era più probabile: arrampicata almeno una volta alla settimana, a novant’anni suonati, in cima a una scala a soffietto, intenta a lustrare le sommità delle persiane. O protesa dalla finestra a scuotere strofinacci e pettinare spazzole. Dal cortile invece si intravvedeva appena, quando se ne coglievano dal balcone, il mio sottostante intendo, le mani secche e lente, sempre nell’atto di stendere e mai nell’atto di ritirare. I sipari del cielo.


Si sentiva indirettamente. Gli scarichi del bagno, di mattina prestissimo – dalla cucinetta nella quale preparavo il primo caffè. I trascinamenti inspiegabili del suo mobilio di sera e di notte – oltre il soffitto a crociera della mia camera da letto. Le voci dei giornalisti e degli attori e dei cantanti e degli ospiti della televisione, sorda com’era. E le chiamate della portiera (astuti calchi delle lamentazioni dei lemuri del Madagascar) dalla chiostrina decorata da fioriere tutte scheletricamente vuote di vasi e di piante, per farle lucidare o incerare chissà cosa o chi ancora.


Ogni giorno di tutte le stagioni la vecchia lavava o rilavava qualcosa di lungo e largo e smisurato e lo stendeva tra me e lo spicchio di cielo che mi toccava mentre seduto al computer cambiavo il mondo. Addio Sole, addio nuvole, addio aeroplani, addio uccelli, addio gialli e grigi e rosa e bianchi e azzurri. Ma dico io: come si fa, senza il cielo e i suoi abitanti? Se la tua diventa, da finestra sul mondo, finestra sul cortile, come fai a pensare in grande, a farti i fatti degli altri?


E adesso, cosa sarà la mia giornata senza la vecchia e i suoi sipari?

 

(Alias, sabato 5 novembre 2016)

 

 


 

 

Questo libro: La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht (l’Unità – Fondazione Istituto Gramsci, 2008), scritto dal figlio del figlio di Antonio Gramsci – che del nonno conserva il nome -, è colmo di particolari inediti sulla vicenda privata dell’autore dei Quaderni (che ha sposato Giulia Schucht), e sulla “storia di quella parte dell’intelligencija russa di estrazione nobiliare che in nome della Rivoluzione ha rifiutato il proprio ceto di appartenenza”. Oggi è di moda sparlare di quel tentativo di cambiare il mondo, mentre bisogna capire meglio perché fallì, e meglio pensare cosa fare oggi.

 

Da questo punto di vista è illuminante la prefazione, scritta da Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, ricca com’è di precisazioni e verità. Mezze verità, però. E in questo Vacca si conferma più togliattiano che gramsciano: Gramsci diceva che “La verità è sempre rivoluzionaria.” Quando è intera, s’intende.

 

La questione aperta è quella dell’edizione dei Quaderni, questi libri tanto noti quanto sconosciuti. Scrive Vacca che “i criteri dell’edizione dei Quaderni curata da Togliatti sono noti: per rendere compatibile la loro pubblicazione con l’ideologia dominante del movimento comunista Togliatti cercò di stemperare il più possibile le implicazioni politiche del pensiero di Gramsci”. “Implicazioni politiche”. Questa è la mezza verità intorno all’edizione tematica dei Quaderni. Per comprendere tutta la verità bisogna aggiungere “implicazioni teoriche”. Lo dimostro con un particolare – è noto che il Diavolo si nasconde nei dettagli.

 

Gramsci ha criticato teoricamente la coppia concettuale ‘struttura – sovrastruttura’ coniata da Marx. Perché? Perché non spiega “come nasce il movimento storico”. Marx dice che la sovrastruttura ideale riflette la struttura materiale, ma così non si capisce da dove vengano fuori le innovazioni storiche, tanto meno come nasca il movimento storico.

 

E Gramsci? Gramsci dice che le innovazioni e il movimento si capiscono se si sostituisce alla marxiana struttura materiale un altro concetto: le “condizioni reali: materiali e ideali”, ed alla marxiana sovrastruttura ideale un altro concetto: le “iniziative razionali”. Il rapporto concreto tra le condizioni e le iniziative è costruito concretamente, attivamente, dagli intellettuali, intesi come organizzatori - tutti gli intellettuali: dal generale al soldato capace di dirigersi, dal compositore all’assonante suonatore di triangolo. Ecco.

 

E Togliatti che c’entra con tutto questo? Un esempio, solo un esempio? Togliatti, nella edizione tematica, per rendere difficile e limitata la comprensione della nota dei Quaderni chiave di tutta questa vicenda teorica, la accorpa in coda ad una nota intitolata Le origini ‘nazionali’ dello storicismo crociano e buonanotte.

 

Questo Togliatti. Poi ci sono i togliattiani. Come Vacca. Ma se vi guardate intorno, e dentro, vedrete che la pratica della doppia verità è molecolarmente diffusa: “L’uomo attivo di massa ha due coscienze teoriche (o una coscienza contraddittoria), una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica della realtà e una superficialmente esplicita o verbale che ha ereditato dal passato e ha accolto senza critica.” (Quaderni) La crisi del marxismo ha a che fare con cosucce come questa.

 

(Alias, 14 marzo 2009)

 


 

 

Mauro Pesce è docente universitario e storico del cristianesimo, Corrado Augias è giornalista detective e scrittore eclettico. Si sono messi insieme per ricostruire “la vita vera” di Gesù (la sua vita storica) districando la sua vita vera e dalla sua vita falsa (la sua vita ideologica) tramandata dai Vangeli, ed ecco Inchiesta su Gesù, Mondadori editore. Leggiamo.

Pesce sostiene che Gesù era un ebreo fedele alla Torah. “Non c’è una sola idea o consuetudine, una sola delle principali iniziative di Gesù che non siano integralmente ebraiche.” Questo è falso. Infatti Gesù ha criticato teoricamente e praticamente la religione ebraica, i suoi rigidi precetti e i suoi rituali ossessivi (vedi per tutti il riposo settimanale - "Il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato") e la sacralità delle scritture (vedi il leitmotiv "E' scritto […] ma io vi dico”). Pesce sostiene che Gesù “non ha mai detto di essere cristiano”. Questo è vero.

Infatti Gesù non si diceva cristiano - e non si diceva ebreo - per la doppia buona ragione che non era cristiano e non era ebreo. Gesù non osservava fedelmente una antica religione del tempio e del sacrificio (ebraismo) e non intendeva fondare una nuova religione del tempio e del sacrificio (cristianesimo). Erano proprio il tempio e il sacrificio ciò che rifiutava con gli atti e con le parole. Un esempio dirimente per tutti? Gesù scaccia a colpi di frusta i mercanti dai dintorni del tempio. Perché lo fa? Pesce sostiene e fa scrivere ad Augias che “Gesù non ha mai parlato contro i sacrifici”, che “non era contrario per principio ai sacrifici” ma soltanto “verso alcune pratiche che giudicava irrispettose”, come le pratiche mercantili “che prosperavano con la connivenza dei sacerdoti anche nei pressi del tempio”. Insomma Gesù era un moralista. Questo è falso.

Gesù superava teoricamente e praticamente (anche con questo gesto) le religioni del sacrificio (compreso l’ebraismo) e fondava la religione dell’amore (che non è il cristianesimo). Questo intendeva dire e fare, ed ha fatto e detto, nella sua vita breve, Gesù, con le buone (i pesci) e con le cattive (la frusta). Ma i cristiani, fin dall’inizio, fin dai discepoli, fin dagli evangelisti, fino a oggi, lo hanno ridotto al fondatore di una ennesima religione del sacrificio e del tempio. Peccato. I laici poi, come abbiamo visto anche in questo tentativo storico-giornalistico di Pesce e Augias, continuano a confondere – nonostante le buone intenzioni - “ciò che Gesù ha in effetti detto, fatto, sperimentato e creduto”. Lo sapeva già Ennio Flaiano: “Di buone intenzioni è lastricato l’inverno.” L’inverno, con la ‘v’, quello del nostro scontento.

 

(Alias - rubrica 'Fulmini e Saette', 27 gennaio 2007)

 

 


 

 

 

Angiuli, Caravaggio, Pasolini, Gramsci


Il libro viacrucis terraterra di Lino Angiuli (Edizioni di Pagina, 2007) riscrive la Via Crucis in soggettiva: doppia: come vista da un popolano e come vissuta da Gesù. I monologhi interiori del popolano, l’uomo-del-mondo-come-è, sono in prosa, quelli di Gesù, l’uomo-del-mondo-come-può-essere, in poesia.

Libro molto originale, rustico-e-nobile, che rifonda una grande tradizione. Come Borges sapeva, ogni autore crea i suoi precursori.

Caravaggio. Il popolano che accompagna incuriosito e stupito il viaggio ultimo di Gesù è uno dei ‘semplici’ che popolano i quadri di vita e di morte del Merisi come protagonisti degli accadimenti: con le piante sporche dei piedi e le mani callose e i volti scavati dalla fatica in primo piano. (L’immagine di copertina, e le illustrazioni di Luigi Fabii vanno in questa direzione.)

Pasolini. La riscrittura della Via Crucis di Angiuli è ‘terraterra’, dal punto di vista dal basso del popolano, e anche ‘cielocielo’, il punto di vista dall’alto del profeta. Viene in mente il progetto pasoliniano di riscrittura della Commedia di Dante nella Divina Mimesis: “rifare questo viaggio consiste nell’alzarsi, e vedere insieme tutto da lontano,  ma anche nell’abbassarsi e vedere tutto da vicino”.

Gramsci. Nei Quaderni si tengono insieme, come nel libro di Angiuli, il semplice e il complesso, l’esperienza e la teoria, la valorizzazione dello spirito popolare creativo e la costruzione continua di un nuovo sapere. “Passaggio dal sapere al comprendere, al sentire, e viceversa, dal sentire, al comprendere, al sapere. L’elemento popolare «sente», ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale «sa», ma non sempre comprende e specialmente «sente».”

Ed ecco, quasi la sfogliaste in libreria, due brani dell’opera bella e commovente.

Incipit, prosaico: “Ma dov’è che se ne va, a quest’ora di notte, ‘sto cristiano che gli dicono ‘il maestro’, con i suoi compagni appresso? Che razza di compagnia!” (“…’sto cristiano…” – Gesù cristiano prima del cristianesimo! Realismo-e-Surrealismo.)

Explicit, poetico: “Sulla mia tomba spunteranno lotte / senza quartiere che non ho voluto / e giostre sanguisughe ininterrotte / l’amore non sarà sopravvissuto / se con la croce ci si fa una spada / e il mio calvario è male interpretato / chi vorrà mettersi per la mia strada / deve sapere che si vince nulla / ma la speranza gli sarà rugiada.”


(Alias, sabato 1 aprile 2017)

 

 

 


 

 

Quali parole ha detto, e quali non ha detto, Gesù di Nazareth? La questione, in apparenza, è facilmente risolvibile e, presi in mano i Vangeli canonici, facilmente la risolve Corrado Augias nella prima pagina della Prefazione alla sua (e di Remo Cacitti) ultima fatica libraria: Inchiesta sul Cristianesimo. Come si costruisce una religione, Mondadori 2008.

 

“Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione, una Chiesa, che portassero il suo nome” – e questo prova (secondo Augias) che non era cristiano. “Ha invece detto ‘Non pensiate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti; non sono venuto per abolire ma per dare compimento’ Mt 5,17 e anche, sul punto ormai di spirare, ripetendo l’attacco straziante del Salmo 22, ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ Mt 27,46” – e questo prova (secondo Augias) che era un ebreo, “e lo è rimasto per sempre”.

 

Ora, se Gesù sia stato fin dall’inizio cristiano o fino alla fine ebreo non è una (semplice) questione filologica, bensì una (complessa) questione scientifica, e filosofica, dal momento che, come ha scritto Gramsci una volta per tutte, “ogni filologia contiene una filosofia” (Quaderni del carcere).


Ebbene, la filosofia di Augias polimorfo e polifemo comunicatore di massa (giornali, televisioni, libri) consiste nella teoria-e-pratica secondo la quale diffondere (espandere) = divulgare (volgarizzare), vale a dire che comunicare ad un vasto numero di persone un pensiero rigoroso, un’opera complessa, un autore difficile, comporta necessariamente volgarizzarli – semplificarli fino a renderli superficiali, ridurli fino a renderli digeribili, strapparli all’universo della precisione e interrarli nel mondo del pressappoco.

 

Detto fatto: Gesù e Giovanni Battista? “Sappiamo che Gesù cominciò come discepolo di un eccentrico profeta di nome Giovanni.” La cacciata dei mercanti? “Non c’è dubbio che la cacciata di Gesù dei mercanti dal Tempio in sé e per sé non abbia molto senso.”

 

Ma le cose non stanno così. Quanto a Giovanni Battista, Gesù lo ha incontrato non come suo “discepolo”: si è recato da lui per confrontarsi pubblicamente col maggiore profeta del suo tempo nella sua regione, è stato da lui riconosciuto come il solo capace di affrontare in grande stile la crisi intellettuale e morale del tempo loro (come “maestro” e non come “discepolo”, dunque) e, a seguito di questo incontro e a conferma del suo esito, alcuni discepoli di Giovanni Battista lo abbandonarono e seguirono Gesù. Quanto alla cacciata di Gesù dei mercanti dal Tempio ha molto senso “in sè e per sè”, in quanto critica pratica di una religione fondata sul sacrificio (l’ebraismo) – i mercanti essendo cambiavalute in funzione dell’acquisto degli animali da sacrificare o venditori degli animali stessi.

 

Ma - potrebbero chiedersi un lettore, una lettrice - è così importante stabilire se Gesù sia stato “discepolo” o “maestro” di Giovanni e il senso “in sé e per sé” della cacciata dei mercanti? Sì, perchè il fatto che Gesù discepolo di Giovanni non lo sia stato prova che non era già più ebreo, e la cacciata dei mercanti dal Tempio prova che non è stato mai cristiano (il cristianesimo essendo una religione del sacrificio.)

 

(Alias, 10 gennaio 2009)