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Fulmini e Saette.
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Kafka e la crisi

Questo è il sesto anno della mia collaborazione ad Alias con la rubrica del primo sabato di ogni mese. Lo dedicherò agli autori che secondo me hanno meglio sentito-compreso-capito la crisi che stiamo vivendo. Cominciamo con Kafka.

Nato nell’anno in cui è morto Marx, era il 1883, se n’è andato a 41 anni, dopo aver scritto poco e pubblicato meno. In quel meno, il racconto In loggione.

Tutti i personaggi di tutte le opere di Kafka sono fatti della stessa materia di cui sono fatti i nostri vicini di casa, i nostri lontani di casa, tu e io, qui e ora.

Vabbene, starai pensando, ma su questa ‘materia’ si sono rotti la testa generazioni di critici, ognuno la pensa a modo suo e ancora oggi se ne discute.

Già: per alcuni Kafka è “eroe di un’etica laica”, per altri “il precursore spirituale della controrivoluzione”, altri lo vogliono “testimone della morte di Dio”, e senti questa: “la carica profetica dell’angoscia kafkiana nasce dalla riduzione alla sua nuda struttura di una esperienza storica determinata: l’esperienza della disumanità del capitalismo, della condizione operaia nella fabbrica capitalistica” (Lucio Lombardo Radice, Gli accusati, De Donato 1972).

Ha ragione Lucio. Lo mostra l’inizio del Loggione: “Se un’acrobata a cavallo, fragile, tisica venisse spinta per mesi interi senza interruzione in giro nel maneggio sopra un cavallo vacillante dinanzi a un pubblico instancabile da un direttore di circo spietato sempre colla frusta in mano...”

Ha torto Lucio. Lo mostra, seguitando, il racconto: “…Ma non è così: una bella dama bianca e rossa entra lieve dal velario che due orgogliosi servitori in livrea sollevano per lei; il direttore, cercando ossequioso i suoi occhi, le sospira incontro con devozione bestiale, la solleva cauto sul cavallo pomellato, come se fosse la sua nipote preferita che parte per un viaggio pericoloso...”

Cosa vuol dire? Vuol dire che Kafka è, nello-stesso-tempo, il poeta di un “mondo finito” (la civiltà liberale-borghese) e il poeta di un “mondo disgregatore” (le società burocratiche di massa), dell’enigma e del disincanto, dell’uomo-massa “condannato non solo senza colpa ma anche senza cognizione” e dell’intellettuale-creativo “che ha poco suolo sotto i piedi”.

Insomma Kafka è il poeta della complessità. Ecco perché l’opera sua non solo sopporta, ma fomenta tante singole interpretazioni. Spingendoci delicatamente a costruire interpretazioni sempre più comprensive, quindi sempre più creative, di questa vita, di questa crisi. Invece noi la semplifichiamo, questa crisi, incastellandoci a ogni passo nelle ideologie della vecchia civiltà moderna (il liberismo, il marxismo, la social-democrazia, il cristianesimo sociale), come fragili spettatori di galleria.

Come termina difatti In loggione? Mentre lei, acrobata e dama, una e bina, “correndo alta sulle punte dei piedi entro un nembo di polvere, a braccia aperte e arrovesciando la piccola testa, vorrebbe far partecipe tutto il circo della sua felicità, lo spettatore di galleria appoggia il viso al parapetto e, sprofondando nella marcia di chiusura come in un triste sogno, piange di un pianto inconsapevole.”

 

(Alias, gennaio 2012)