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Fulmini e Saette.
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Vero e Falso
viacrucis
Volgarizzazione
Tutte le pagine

 

 

L’uomo è la misura di tutte le cose, vabbene, ma le giurie sono la misura di tutte le opere? Corrisponde alla effettiva consistenza delle opere d’arte in gioco il premio dato dalla giuria del Nobel per la Letteratura 1959 a Salvatore Quasimodo e negato a Giuseppe Ungaretti? E che dire dell’Oscar 1945 per la miglior regia assegnato a Leo McCarey con Going My Way e non a Billy Wilder con Double Indemnity?

 

Su questo rifletto leggendo l’introduzione ad una raccolta di opere sofoclee – Edipo re, Edipo a Colono, Antigone, Einaudi 2009 – tradotte da Vico Faggi e curate da Simone Beta, che a pagina V, perplesso, scrive: “Il numero delle vittorie ottenute da Sofocle è molto alto: ...ventiquattro... molto superiori alle tredici di Eschilo, per non parlare delle vittorie euripidee, che furono solo quattro.”

 

Chiunque abbia letto le superstiti sette (su 120 scritte) tragedie di Sofocle, le sette (su novanta) di Eschilo, le diciannove (su novantadue) di Euripide – converrà che i rapporti di qualità tra Sofocle, Eschilo ed Euripide non corrispondono alla serie numerica 24, 13, 4 – e che questi autori, grosso modo, si equivalgono. E allora? Perché le giurie democratiche falliscono spesso e volentieri nel campo estetico?

 

Il lettore cinico penserà che questo discende dal loro essere da sempre composte ed attive non in vista della maiuscola Bellezza, ma del minuscolo interesse (di parte, di clientela, di famiglia). E sorriderà, confermato nel proprio disperato pensiero, leggendo quanto scrive Beta a pagina X: “La tragedia più celebre di Sofocle è Edipo re, rappresentato intorno al 425 – senza successo, però: la giuria assegnò il primo premio a Filocle, un poeta mediocre il cui maggior titolo di merito era l’essere nipote di Eschilo.”

 

Ma questa, caro cinico lettore, è soltanto la parte minore dell’insipienza dei giudizi democratici sulle opere d’arte. (Parte minore di certo ingrossata e ingrassata nell’Italia degli ultimi anni, segnati dalla “corruzione della repubblica”.) La parte maggiore, il fatto decisivo è che il sistema democratico non è il miglior modo di giudicare nelle questioni un po’ difficili, per risolvere le quali meglio funziona il sistema aristocratico - come bene ha scritto Descartes nel Discorso sul metodo: “...per la scoperta di verità un po' difficili la maggioranza dei consensi vale poco o nulla, perché è piú facile che le scopra un uomo solo che non tutto un popolo...”

 

Una prova pertinente? Le belle tragedie superstiti dei tre grandi tragici greci sono state salvate e tramandate soprattutto grazie al giudizio critico di Aristotele. Pensate quali tragedie di Sofocle ed Eschilo ed Euripide avrebbe selezionato una giuria democratica, per non parlare dei salvataggi che avrebbe operato delle opere di quei tragediografi posteriori che Aristofane definì nelle Rane (per bocca di Dioniso dio del teatro): “vigne piene di pampini secchi”. Faccio notare che aristocrazia, Aristotele e Aristofane condividono la radice etimologica àristos, che vuol dire il più idoneo.

 

(Alias, 14 novembre 2009)