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Fulmini e Saette.
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Si parla molto in questi giorni, e nelle prossime settimane si parlerà troppo, in Italia, di “famiglia”. Ecco qui sulla questione quattro parole, rivolte (specialmente, ma non esclusivamente) ai cattolici tradizionalisti che contestano ogni nuovo genere di comunità familiari in nome della “famiglia cristiana”.

Due parole antropologiche: voi dimenticate che la famiglia in cui Gesù è nato era niente affatto tradizionale. I cristiani credono Gesù figlio di Maria e del loro Dio - come i greci antichi credevano Ercole figlio di Alcmena e Zeus, gli antichi caldei Gilgamesh di Sakharo e Shamash… In somma, Gesù non è figlio di una famiglia coniugale convenzionale e il suo concepimento è il prodotto di una inseminazione che più artificiale non si può.

E due parole filologiche: dovete considerare più attentamente la famiglia secondo l’esperienza e il progetto di Gesù. I rapporti di Gesù con la propria famiglia erano tesi fin dalla adolescenza (dodicenne, ai genitori: “Perché mi cercavate?” Lc 2, 49) e con la madre fino alla fine (“Che ho da fare con te, o donna?” Gv 2, 4), era incompreso e offeso dall’insieme dei suoi familiari (“I suoi dicevano: ‘E’ fuori di sé.’” Mc 3, 21), ne aveva dolorosa esperienza e chiara coscienza (“Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua.” Mc 6, 4 – “Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui” Gv 7, 5). Gesù, poi, non costruì una sua famiglia di sangue, gerarchizzata e chiusa, ma famiglie elettive, comunitarie e aperte (“’Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’ Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli!’” Mc 3, 33).

 

(Alias, 6 maggio 2006)