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Fulmini e Saette.
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“Gesù non ride mai nei Vangeli” – mi dice, nel corso d’una cena amicale, Noemi Paolini, inquieta credente e finissima letterata, con un trattino d’angoscia sulla fronte e un punto interrogativo nelle pupille. Sa che ho pubblicato da poco un libro su Gesù (Il progetto di Gesù, ilmiolibro.it, giugno 2010), scritto con Luis Razeto amico dell’anima – e mi saggia, mi assaggia. Gesù di Nazaret non è Gesù il Cristo - le sussurro, rinviandola alla lettura del libro: la sua figura reale, storica, non coincide con la figura letteraria, mitologica, creata dagli evangelisti.

La mattina dopo mi trovo alla Feltrinelli Argentina di Roma, scopro il nuovo libro di Gianfranco Ravasi (Questioni di fede. 150 risposte ai perché di chi crede e di chi non crede, Mondadori, settembre 2010), lo apro e leggo il paragrafo Gesù ha mai riso? del capitolo Le domande ‘cristiane’.

Leggo con attenzione: Ravasi è il Grande Comunicatore di Massa del cattolicesimo italiano. “Se ci attestiamo sul verbo rigoroso del ridere, in greco ghelái, dobbiamo riconoscere che esso non ha mai come soggetto Gesù. Tuttavia – prosegue l’arcivescovo cattolico biblista e teologo, e presidente del Pontificio Consiglio della Cultura - si devono fare due osservazioni rilevanti. La prima riguarda i Vangeli che, come è noto, non sono biografie complete e compiute della figura storica di Gesù di Nazaret, ma sono solo dei profili, illuminati dalla luce della fede. Che manchi qualche tratto della fisionomia umana di Cristo non significa automaticamente che esso non sia stato presente durante la sua esistenza terrena. Seconda considerazione. Come si suol dire nel linguaggio ‘tecnico’, un orizzonte semantico può essere coperto da più termini che ne descrivono le varie sfumature. Il ridere fa parte, ed è segnale, dell’orizzonte più vasto della gioia, il cui molteplice significato può essere espresso con più vocaboli.”

Corretto, penso, ma perché, nei Vangeli, Gesù più volte piange e mai ride? Perché gli evangelisti non hanno testimoniato anche il suo riso?

Vediamo. Partiamo proprio da Ravasi. Egli dice che i Vangeli non sono biografie complete della figura storica di Gesù di Nazaret, ma profili illuminati dalla luce della fede. E’ forse la luce della fede cristiana che cancella il riso di Gesù?

Secondo me così è. Gesù aveva il progetto di fondare la religione della fraternità – della fraternità dell’uomo con Dio, dell’uomo con l’uomo, dell’uomo con se stesso. I cristiani, a cominciare dai suoi discepoli, continuando con gli apostoli, gli evangelisti e via via fino a noi, gli hanno attribuito il progetto di una ennesima religione del sacrificio – sacrificio dell’uomo a se stesso, dell’uomo all’uomo, dell’uomo a Dio.

Di ciò si rende conto Gesù stesso mentre muore, e ritenendo inutile gridare ai fratelli che lo sacrificano (la morte è nel non poter più essere compresi) grida a Dio la propria solitudine: “Eloì, Eloì, lemà sabachtàni”- Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Il cristianesimo è il risultato di una triste sovraimpressione: il pianto di Cristo cancella il riso di Gesù: “Molti altri segni fece Gesù – testimonia Giovanni evangelista (20, 30-31) - ma non sono stati scritti. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo”.

 

(Alias, 6 novembre 2010)