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Fulmini e Saette.
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Ho ancora tra le mani avendolo appena letto e riletto il nuovo libro di Joseph Ratzinger, Gesù di Nazareth, Rizzoli, 2007. Libro universalistico e partigiano, dovizioso ed elusivo, riuscito come proposta editoriale e fallito come impresa intellettuale - come vorrei mostrare discutendo la questione apparentemente laterale e realmente centrale dei ‘titoli’ di Gesù.

“In tutto il Nuovo Testamento – trileggo a pagina 370 – l’espressione ‘Figlio dell’uomo’ si trova soltanto sulla bocca di Gesù, con l’unica eccezione della visione di Stefano morente che ‘cita’ Gesù” [mentre] “la cristologia degli scrittori del Nuovo Testamento, anche degli stessi evangelisti, non si fonda sul titolo ‘Figlio dell’uomo’ bensì sui titoli ‘Cristo’ (Messia), ‘Kyrios’ (Signore), ‘Figlio di Dio’…” E’ vero. Aggiungo – per amore di precisione e verità - che questo vale anche prima, per i discepoli di Gesù, e poi, per i cristiani nella loro generalità fino ad oggi. In somma Gesù si chiamava in un modo, e i cristiani lo chiamavano e lo chiamano in altri modi, non lo definiscono come lui si autodefiniva.

Una ragione ci sarà, penso io (e pensi tu che mi stai leggendo) se Gesù sceglie di chiamarsi con quel ‘titolo’ che “non era consueto nella speranza messianica” (pagina 373) e che “all’epoca di Gesù non esisteva come titolo” (pagina 374), e un’altra ragione ci sarà se i cristiani hanno imposto, a se stessi e agli altri, altri modi di chiamarlo, altri ‘titoli’. Joseph Ratzinger elude la questione, non coglie queste diverse ragioni, non spiega questa differenza, anzi scrive come se questa differenza non ci fosse, come se i diversi titoli di Gesù, l’autodefinizione gesuana e le definizioni cristiane, siano equivalenti – cadendo in errore capitale. E sì come nella ‘Introduzione’ del 'Gesù di Nazaret' di Joseph Ratzinger è scritto chiaro e tondo che “Questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale. Perciò ognuno è libero di contraddirmi” vorrei svelare la contraddizione e affrontare il problema.

Per farla breve (perché la vita è breve) nell’Antico Testamento l’espressione ‘Figlio dell’uomo’ indica a) un singolo individuo del genere umano, b) l’umanità nel suo complesso (comprendendo indirettamente anche la persona che parla), c) il figlio dell’uomo mortale, d) un uomo comune. In sostanza, ‘Figlio dell’uomo’ vuol dire ‘uomo’. Quando Gesù di Nazareth dice di essere ‘Figlio dell’uomo’ dice di essere ‘uomo’. Gesù non dice di essere “anche” uomo – questo glielo fanno dire i cristiani, che lo chiamano ‘Cristo’ – che vuol dire Messia, ‘Signore’ – che vuol dire ‘signore con la maiuscola’, ‘Figlio di Dio’ – che vuol dire due cose diverse insieme: ‘uomo-e-Dio’ (il titolo fondamentale della religione cristiana, gli altri due – Signore e Messia - essendo residui di religioni precedenti).

Ecco dunque che Ratzinger, il quale con questo libro ha “voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il ‘Gesù storico’ in senso vero e proprio” (pagina 18), non ce l’ha fatta: alla fine del libro, come al principio dei tempi, Gesù di Nazareth (il Gesù storico, il Gesù di tutti) e Gesù Cristo (il Gesù dei cristiani, il Gesù di una parte), restano due figure diverse, non riducibili l’una all’altra. Ma allora, quale era il disegno di Gesù? Ratzinger scrive (pagina 378) che “Gesù parla in una forma che lascia all’ascoltatore l’ultimo passo per la comprensione.” Questa volta ha ragione: l’ultimo passo spetta a te, lettore, lettrice.

 

(Alias, 30 giugno 2007)