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Scienza della storia e della politica (2)

 

Il marxismo è in crisi, vabbene, ma non è questo il problema. Il problema è che Antonio Gramsci, dal 1929 al 1935, pensando e scrivendo i Quaderni, è andato oltre il marxismo, ma i marxisti non lo sanno. Gramsci critica radicalmente il marxismo da Bucharin a Marx e la sociologia da Comte a Weber, e avvia una nuova scienza: la scienza della storia e della politica.

 

Abbiamo detto - vedi il ‘fulmine’ del 2 luglio 2011 -, con Gramsci, riscoprendo e sviluppando i Quaderni, che la scienza della storia e della politica prende l’avvio dall’ “esperienza”.

 

“Però, nel fare questa affermazione, Gramsci si rende conto che tale esperienza richiede di essere prima elaborata intellettualmente ad un certo livello per poter essere trattata scientificamente, perché si costituisca come oggetto di studio dal quale passare al livello scientifico. Ma Gramsci non è empirista nel senso in cui lo era la sociologia del suo tempo (‘frammento subordinato del positivismo’), di modo che non considera i ‘dati’ empirici processati statisticamente come espressione congrua di quella necessaria esperienza. E tuttavia non può disconoscere che le sociologie abbiano fornito certe conoscenze utili, identificato certe tendenze statistiche, dimostrato una certa capacità di riassumere i criteri di arte politica e anche di prevedere certi fatti a venire in quelle situazioni pratiche in cui predominano i comportamenti indotti dai gruppi dominanti. Queste ‘tendenze’, questi ‘riassunti’, queste ‘previsioni’, sono dunque elementi di conoscenza che – sottoposti alla critica - possono essere impiegati e servire alla costruzione della nuova scienza.

 

Non sono però sufficienti, in quanto lasciano fuori dell’orizzonte di visione ciò che per Gramsci è più importante: le ‘iniziative’, e cioè le esperienze politiche emergenti capaci di alterare lo svolgimento regolare della storia e della politica, e far nascere il nuovo. È questa la ‘esperienza’, nuova e anche espressiva della “infinita varietà e molteplicità” storica e politica, la quale deve essere raccolta e posta alla base della nuova scienza. In questa nuova esperienza Gramsci crede di scoprire ‘la base sociale e politica’ – che non è altro dall’espressione dello ‘spirito popolare creativo’ – di una conoscenza nuova in grado di elaborare scientificamente quella complessa esperienza. La chiama ‘filologia vivente’ e, conforme alla sua esperienza politica particolare e del suo tempo, la identifica nell’azione delle masse, dei partiti e dei gruppi dirigenti.

 

Oggi però (nei primi decenni del Duemila), diversamente che nel tempo di Gramsci (i primi decenni del Novecento), non sono le grandi masse, né i partiti e i loro dirigenti le fonti delle nuove iniziative in grado di creare una ‘nuova situazione pratica’. Sono le associazioni politico-culturali, i gruppi e i movimenti alternativi, le comunità solidali, le reti informatiche, e in generale le persone e le organizzazioni sociali che sperimentano nuovi modi di vivere, relazionarsi, consumare, comunicare ad esprimere il nuovo ‘spirito popolare creativo’, e che possono essere i soggetti della ‘filologia vivente’ attuale.”

 

Brani virgolettati tratti da ‘La Traversata’, di Pasquale Misuraca e Luis Razeto Migliaro.

 

(Alias, settembre 2011)