Home Essays Fulmini e Saette. - Intellettuali
Fulmini e Saette. - Intellettuali PDF Stampa E-mail
Indice
Fulmini e Saette.
Alexandra
Amore
Angeli
Antimafia
Ateismo
Chiacchiere
Chiesa
Cineasta
Coerenza
Colori
Complessità
Complicità
Comunismo
Conformismo
Crisi
Deità
Continuità
Democrazia
Dignità
Disparità
Economia
Emulazione
Epigoni
Esperienza
Evoluzione
Famiglia
Fariseismo
Fede
Figlio dell'uomo
Filologia
Fine del mondo
Fulmini e Saette
Gesù di Nazaret
Gramsci di Ales
Indebitamento
Indifferenza
Intellettuali
Ipertrofia
Irresponsabilità
Irriverenza
Kavafis
La Vita Nuova
Linguaggio
Lucrezio
'Ndrangheta
Necessità
Novecento
Ovvero
Partigianeria
Pasolini
Pesaro
Pianta
Poesia
Poesie omeriche
Poeta
Positivismo
Possibilità
Potere
Previsione
Professionisti
Proiezione
Raffreddore
Realismo
Relativismo
Religione
Ridere di chi?
Riforma
Sacrificio
Scienza
Sessantotto
Silenzio
Sindrome
Solidarietà
Sofferenza
Solitudine
Sospetto
Stato
Stronzate
Suicidio
Superbia
Suscettibilità
Televisione
Tolleranza
Torto
Uomo
Vecchia
Verità
Vero e Falso
viacrucis
Volgarizzazione
Tutte le pagine

 

 

Questa Anna Politkovskaja, stroncata a quarantotto anni da Vladimir Putin e i suoi maggiordomi russi perché criticava l’Esercito e la Burocrazia e il Putin in persona, era ed è uno di quei rari esseri umani che fanno della nostra vita difficile una cosa degna d’essere vissuta.

Verso la fine di Proibito parlare (Mondadori, 2007), una selezione degli ultimi articoli da lei pubblicati sul quotidiano “Novaja Gazeta” - libro che ho letto come da ragazzo mangiavo senza respiro un cestino di ciliegie - dentro un articolo intitolato “Da Kiev si può iniziare la fuga” ho sottolineato la frase: “Se diventi nemico del potere politico […] Kiev è il posto ideale per fuggire dalla Russia”. Ed ho latolineato: ‘Ecco come si documenta una situazione per chi ha desiderio di sapere e si svela l’estrema possibilità a chi si ostina a vivere a testa alta.’ Naturalmente, per fare questo, Anna non doveva fuggire lei stessa, è rimasta a scrivere, e l’hanno sparata, prima al cuore e poi alla testa.

 

Più di una volta, leggendo ammirato questa giornalista capace di guardare pessimisticamente in alto, verso i potenti, e ottimisticamente in basso, verso gli umili - questa donna aristocratica con i forti e democratica con i deboli – ho pensato al programma di Niccolò Machiavelli: “Così come coloro che disegnino e’ paesi si pongano bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi si pongano alto sopra monti, similmente a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna essere principe, et a conoscere bene quella de’ principi bisogna essere populare.” Tutto questo sta accadendo in Russia, un paese “sempre più simile all’URSS” – come titola ‘la Repubblica’ del 21 aprile 2007 un articolo di Sandro Viola. In Russia, cioè in un paese formalmente democratico, ma sostanzialmente autoritario, dal momento che la separazione dei Poteri è formale e non sostanziale.

 

E qui, in Italia, cosa sta accadendo oggi tra giornalisti e Poteri? Cosa accade in un paese come il nostro in cui la separazione dei Poteri è non soltanto formale ma anche (nonostante tutto) sostanziale? Qui da noi accade la stessa cosa, cari amici vicini e lontani, accade cioè che i giornalisti signori-di-se-stessi sono pochi e rischiano, ed i giornalisti servi-del-potere sono molti e raschiano. Perché? Il perché va trovato nella costituzione degli intellettuali dell’intero mondo moderno – autoritario o democratico che sia.

 

Mostra e dimostra infatti Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere che nel mondo moderno i giornalisti (e gli intellettuali di professione) sono fatti – nella stragrande maggioranza - della stessa materia di cui sono fatti i Sacerdoti delle Chiese, i quali subordinano il proprio lavoro agli interessi delle Superstrutture di cui sono Funzionari, essendo una varietà evolutiva del predicatore e dell’oratore e del chierico medievali. Infatti, alle origini del mondo moderno, la figura galileiana dello scienziato-sperimentatore (secondo il quale la verità è sempre rivoluzionaria) è stata sconfitta dalla figura dell’intellettuale-sacerdote. È la tragedia di una civiltà che non è riuscita a diventare compiutamente moderna.

 

(Alias, 9 maggio 2007)