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Fulmini e Saette. - Kavafis PDF Stampa E-mail
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Fulmini e Saette.
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Dicembre 2017. Mi trovo nella libreria Ts360 di Trieste. Si presenta un libro sulla mitologia greca antica come riletta nel mondo moderno e l’autrice dialoga con alcuni letterati scrittori presenti, tra cui spiccano Gabriella Musetti, Alexandra Zambà, Federico Rossignoli, Sandro Pecchiari, e l’editore Alessandro Canzian.

Resto colpito dallo spirito colloquiale, e dalla chiarezza espositiva e finezza letteraria dell’autrice, e uscendo al suo fianco le domando dove insegni temi così essenziali all’arte del vivere civile dei nostri giovani contemporanei. Con un leggero imbarazzo mi rivela che insegna soltanto in maniera precaria, priva ancora com’è di una cattedra dalla quale poter esercitare la professione alla quale da sempre si è destinata.

Torno a casa e leggo d’un fiato il libro: Bianca Sorrentino, Sempre verso Itaca. Itinerari tra mito e riletture contemporanee, Stilo editrice, 2017. Memorabile.

Nello spazio di questa saetta posso fare un solo esempio della nitidezza e acutezza di questa letterata mal ripagata dal paese che non sa formare tutti e scegliere i migliori, e tuttavia si vanta d’essere democratico.

Nel capitolo ‘Il Viaggio’, la nostra autrice riflette con precise notazioni e lievi tocchi su Itaca di Constantinos Kavafis, la celebre poesia del 1911 che s’apre così:


Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.

e termina così:

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.


Ed ecco la fulminante conclusione del capitolo: “La pur pregnante e memorabile traduzione italiana a cura di Nelo Risi e Margherita Dalmati non rende lo scarto dell’originale tra l’Ithāki del terzultimo verso, al singolare, e le Ithākes dell’ultimo, al plurale, quasi a voler significare un allargarsi dallo sguardo dell’isola del mito a tutte quelle che ci portiamo dentro.”

 

(Alias, 7 aprile 2018)