Home Essays Fulmini e Saette. - Lucrezio
Fulmini e Saette. - Lucrezio PDF Stampa E-mail
Indice
Fulmini e Saette.
Alexandra
Amore
Angeli
Antimafia
Ateismo
Chiacchiere
Chiesa
Cineasta
Coerenza
Colori
Complessità
Complicità
Comunismo
Conformismo
Crisi
Deità
Continuità
Democrazia
Dignità
Disparità
Economia
Emulazione
Epigoni
Esperienza
Evoluzione
Famiglia
Fariseismo
Fede
Figlio dell'uomo
Filologia
Fine del mondo
Fulmini e Saette
Gesù di Nazaret
Gramsci di Ales
Indebitamento
Indifferenza
Intellettuali
Ipertrofia
Irresponsabilità
Irriverenza
Kavafis
La Vita Nuova
Linguaggio
Lucrezio
'Ndrangheta
Necessità
Novecento
Ovvero
Partigianeria
Pasolini
Pesaro
Pianta
Poesia
Poesie omeriche
Poeta
Positivismo
Possibilità
Potere
Previsione
Professionisti
Proiezione
Raffreddore
Realismo
Relativismo
Religione
Ridere di chi?
Riforma
Sacrificio
Scienza
Sessantotto
Silenzio
Sindrome
Solidarietà
Sofferenza
Solitudine
Sospetto
Stato
Stronzate
Suicidio
Superbia
Suscettibilità
Televisione
Tolleranza
Torto
Uomo
Vecchia
Verità
Vero e Falso
viacrucis
Volgarizzazione
Tutte le pagine

 

 

Diavoli del Meridione (1)

 

Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli. Il ragazzo che mi porto dentro li ricorda con orrore e nostalgia.

 

Lucrezio

 

Ho visto mio padre sparare a un uomo, e mi è piaciuto il modo.

 

Era una mattina di giugno del millenovecentocinquantasette, avevo meno di dieci anni, lui più di quaranta. Eravamo nella vigna a spollonare, lui ha notato tra gli zappatori del terreno limitrofo qualcuno e si è diretto verso di lui. Arrivato a pochi passi dal confine, costituito soltanto da un salto di terra, lo chiama e gli dice: “Senti, questo legname d’olivo che ti ho regalato, portalo via presto – mi serve la terra libera.” Lo zappatore gli risponde non ricordo cosa ma ricordo la voce troppo alta, e riprende a zappare ignorandolo. Mio padre aggrappandosi a un ramo pendulo di olivo sale destramente sul terreno del vicino.

 

Da questo momento non sento più niente – vedo soltanto.

 

Visti il passo e la faccia di mio padre, altri due zappatori cercano di trattenerlo, ma lui si divincola allargando le braccia, e uno dei due cade a gambe all’aria come una bambola sul letto, si rialza, afferra la zappa e la solleva per dargliela in testa. Mio padre si guarda intorno. Di fronte lo zappatore che gli ha risposto male, di lato gli altri che lo controllano a breve distanza, dietro quello con la zappa in mano. Si fa largo, salta nel nostro terreno e va verso casa a larghi passi. Tutti si guardano in silenzio. Don Lucrezio si è impaurito e scappa?

 

Io resto nella vigna, tra loro perplessi e lui che non vedo più.

 

Ecco che mio padre viene fuori dalla casa. Tiene il fucile con la sinistra. Una cartuccia nella destra. Lo zappatore che ha alzato la voce comincia a scappare. Quello con la zappa la lascia cadere. Gli altri, impietriti. Mio padre apre il fucile, infila la cartuccia, lo chiude, segue con lo sguardo il fuggitivo, e aspetta. Cosa? Intuisco come in sogno che non vuole ucciderlo, solo impallinarlo. Quello continua a correre. Quando non si vede quasi più tra gli alberi, lo mira e lo spara.

 

Il rumore della fucilata ora lo sento, e il grido liberatorio.

 

(Alias, 22 settembre 2012)