Home Essays Fulmini e Saette. - Ovvero
Fulmini e Saette. - Ovvero PDF Stampa E-mail
Indice
Fulmini e Saette.
Alexandra
Amore
Angeli
Antimafia
Ateismo
Chiacchiere
Chiesa
Cineasta
Coerenza
Colori
Complessità
Complicità
Comunismo
Conformismo
Crisi
Deità
Continuità
Democrazia
Dignità
Disparità
Economia
Emulazione
Epigoni
Esperienza
Evoluzione
Famiglia
Fariseismo
Fede
Figlio dell'uomo
Filologia
Fine del mondo
Fulmini e Saette
Gesù di Nazaret
Gramsci di Ales
Indebitamento
Indifferenza
Intellettuali
Ipertrofia
Irresponsabilità
Irriverenza
Kavafis
La Vita Nuova
Linguaggio
Lucrezio
'Ndrangheta
Necessità
Novecento
Ovvero
Partigianeria
Pasolini
Pesaro
Pianta
Poesia
Poesie omeriche
Poeta
Positivismo
Possibilità
Potere
Previsione
Professionisti
Proiezione
Raffreddore
Realismo
Relativismo
Religione
Ridere di chi?
Riforma
Sacrificio
Scienza
Sessantotto
Silenzio
Sindrome
Solidarietà
Sofferenza
Solitudine
Sospetto
Stato
Stronzate
Suicidio
Superbia
Suscettibilità
Televisione
Tolleranza
Torto
Uomo
Vecchia
Verità
Vero e Falso
viacrucis
Volgarizzazione
Tutte le pagine

 

 

Ovvero

Ho letto e riletto un libro di poesie. Un grande libro di poesie. Un libro di grandi poesie. Se lo leggerete e rileggerete, la vostra vita diventerà più ricca e più leggera. È un libro di Lino Angiuli,
OVVERO, Nino Aragno Editore, 2015.

Vi porto una ragione, anzi un esempio casuale – aprendo il libro a caso come si spacca un’arancia, di questa ricchezza leggera:

“Ma specialmente il bianco a noi ci va a pennello
bianco come il ricordo fantasma dell’acqua
bianco come la prima comunione di roccuccio
come il lenzuolo che grida sui terrazzi
o come l’odore del padreterno
appisolato dentro una cappella di campagna
in mezzo ad angeli con le ali di cipria
e appena una punta di rossore in faccia.”

(Dalla sezione
QUI ovvero cinque ragioni per stare, dalla poesia 'La masseria festeggia i compleanni della calce'.)

Una ragione ancora?

Poesia viene dal greco póiēsis, derivazione di poiêin, che significa ‘fare, produrre’. E queste di Lino non sono poesie perché scritte in poetese, quel linguaggio artefatto senza essere fatto ad arte che vi assale come vi assale un nugolo di moscerini non appena aprite uno dei mille libri di poesie che intasano le librerie e le portinerie e i social network pieni di carinerie.

Queste sono poesie, sono pagine scritte in una lingua sconosciuta, una lingua nuova come un albero nuovo nato chissà come chissà da quale seme volatile o quale radice sotterranea, in questo nostro mondo di greggi, di foreste, di pappagalli.

La poesia è quell’arte che distrugge, per un momento, il momento della sua scrittura, il momento della sua lettura, il tristo proverbio dei disfattisti e dei rassegnati: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.” Dire e fare sono nella autentica poesia una e medesima cosa. Finalmente. Si fa dicendo. Dicendo poesia si dice il mondo, il mondo di dentro abbraccia il mondo di fuori, l’Io e la Realtà si baciano con la lingua.

Con buona pace di Karl Marx, che da giovane (nelle
Tesi su Feuerbach) scriveva: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di mutarlo.” Qui, nel corpo vivo dell’autentica poesia, si interpreta il mondo e il mondo si muta.

E questo vi basti.

“La poesia è più facile farla che riconoscerla. Fino a un certo basso livello, la si può giudicare in base ai precetti e al mestiere. Ma la buona, la somma, la divina, è al di sopra delle regole e della ragione. Chiunque ne discerna la bellezza con sguardo fermo e tranquillo, non la vede più di quanto veda lo splendore di un lampo. Essa non seduce il nostro giudizio; lo rapisce e lo devasta.” (Michel de Montaigne,
Saggi)

 

(Alias, giugno 2016)