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Fulmini e Saette.
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I dodici autori che hanno meglio rappresentato la crisi che stiamo vivendo. Ecco il mio programma Alias per il 2012. Gennaio è stato il mese di Franz Kafka. Febbraio sarà il mese di Buster Keaton.

Kafka coglie gli esordi della crisi in Europa, Keaton in America. Così come per i personaggi protagonisti dei libri di Kafka, anche per Keaton personaggio protagonista dei propri film vale il motto goethiano “l’uomo vive fintanto che si protende”: Josef K. e Buster K. sono sempre attivi di fronte alle difficoltà, sempre coraggiosi di fronte ai problemi - fino alla fine, fino a che non gli girano il coltello due volte nel cuore - due guardie in borghese o una donna.

Kafka, abbiamo visto, ci dice che la crisi è complessa – ridurla a uno dei suoi elementi comporta non comprenderla. E Keaton?

Nato nel 1895, l’anno in cui i Fratelli Lumière organizzano la prima proiezione cinematografica pubblica, l’attore-regista nordamericano ci dice che la crisi non riguarda alcuni e non altri, questa classe sì e quella no, quel paese no e questo sì. La crisi riguarda tutti, riguarda anche noi, è una ‘crisi di civiltà’. (Gramsci, nei Quaderni è stato il primo ad analizzare scientificamente questa crisi come crisi di civiltà – lui la chiamava ‘crisi organica’.)

Keaton-Buster dice questo costruendo il personaggio ‘uno come noi’, per farci ridere di noi stessi, molto diversamente da Chaplin-Charlot, che costruisce il personaggio ‘uno diverso da noi’, per farci ridere degli altri. “Sono rimasto sempre stupito quando la gente diceva che i personaggi che io e Charlie Chaplin interpretavamo nei film avevano dei punti in comune. Per me c’era, fin dall’inizio, una differenza di base: il vagabondo di Chaplin era un fannullone. Tanto carino com’era, avrebbe rubato se ne avesse avuto la possibilità. Il mio personaggio era un onesto lavoratore.” (Buster Keaton, Memorie a rotta di collo, Feltrinelli 1995)

Oltre a ciò, per rendere compiuta la costruzione del personaggio ‘uno come noi’, Keaton non piange e non ride, come fa invece Charlot - il volto di Buster è una maschera. Una maschera che ciascuno di noi può indossare, mentre viviamo questa crisi - lunga ormai un secolo.

Keaton, a questa scoperta-invenzione è giunto, come alla maggior parte degli artisti accade, intuitivamente. L’ha ri-conosciuta poi attraverso l’ascolto degli spettatori. Prendiamo la sua faccia-maschera: “Gli spettatori mi insegnarono una cosa legata al mio lavoro, che non sapevo. A Roscoe [Arbuckle, un attore col quale collaborava agli esordi] arrivarono delle lettere in cui si chiedeva perché l’omino dei suoi film – il mio personaggio - non sorrideva mai. Non ce ne eravamo accorti. Guardammo due-tre rulli che avevamo fatto insieme e constatammo che era vero. Alla fine del successivo film provai a sorridere. Al pubblico dell’anteprima non piacque e ci furono dei fischi. Dopodiché non ho mai più sorriso sullo schermo.” (come sopra, dall’autobiografia)

Evidentemente quegli spettatori sentivano in qualche modo la crisi come crisi di civiltà. E tu contemporaneo mio lettore, come vivi questa crisi? Pensi che riguardi solo gli altri? Aspetti che passi come un raffreddore?

 

(Alias, 4 febbraio 2012)