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Fulmini e Saette.
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Che diavolo succede nella Chiesa cattolica italiana? Grosso modo, ciò che accade nella Società politica italiana: timide riforme, sfacciate controriforme, divisione, declino.

 

Raffaele A. mi racconta la cresima della figlia in San Marcellino e Pietro a Roma (la chiesa della statua della Madonna fatta a pezzi dai Black Bloc sabato 15 ottobre 2011). Ha letto da poco Il progetto di Gesù, il libro che ho scritto con Luis Razeto, ed è rimasto estasiato dal vescovo - che di Gesù ha dato un’immagine umanissima, apparentemente vicina a quella colta nel nostro libro.

 

Il parroco di San Marcellino e Pietro, ricordato con veemenza l’atto sacrilego, ha rivelato che lascerà la statua rotta, perché un giorno quei ragazzi possano rivederla e pentirsene. “È uno che bacchetta.”

 

Il vescovo ha parlato, invece, di misericordia, di partecipazione, di festa, di gioia. Affetto dal morbo di Parkinson, gli tremavano le mani, ma nel momento rituale cruciale compiva un gesto fermo e sorridente. “È uno che abbraccia.”

 

“Mi pare si chiami Brandolini” aveva concluso Raffaele. Ascoltato il suo racconto, tornato a casa, navigo su Wikipedia e leggo: Luca Brandolini di Montecompatri, nato nel 1933, “nel 2007 criticò il motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI”. Cerco e trovo un articolo di Sandro Magister: “16 luglio 2007. (…) Tra i liturgisti, il più accorato nel contestare il motu proprio papale è stato Luca Brandolini, vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo e membro della commissione liturgica della conferenza episcopale italiana, in un'intervista al quotidiano la Repubblica: "Non riesco a trattenere le lacrime, sto vivendo il momento più triste della mia vita di vescovo e di uomo. È un giorno di lutto non solo per me, ma per i tanti che hanno vissuto e lavorato per il Concilio Vaticano II. È stata cancellata una riforma.”

 

Il parroco e il papa da una parte, il vescovo e Raffaele dall’altra. E Gesù?

 

Gesù ne ha per gli uni e per gli altri, e nel nostro libro parla ai ‘discepoli’ (agli amici) così: “Noi siamo un movimento itinerante, che non ha un posto fisso, che non s’arrocca su una montagna dalla quale guardare il mondo dall’alto in basso. (…) E in quanto all’identità, questa non si costruisce attorno a un centro, a una istituzione, ma si distende e articola come una rete nella quale ogni partecipante è un centro, ogni piccolo gruppo è un nodo. (…) Vi state immaginando la comunità nostra come esemplata sull’Impero, o improntata su un esercito, uno Stato, un partito, una mafia, con delle strutture burocratiche e gerarchiche. Strutture di potere che tendono a conformare le persone a un ordine costituito. Di questo ordine vi auto-eleggete capi e, per assicurarvi che nessuno metta in discussione l’organizzazione, ne sacralizzate le strutture e le procedure. Ma come? Invece di costruire qualcosa che ci avvicini tutti un po’ di più al nostro Padre celeste, una religione della conoscenza, della fraternità e della libertà, nella quale fioriscano e crescano donne e uomini creativi, autonomi e solidali, vi inventate una religione di credenze, di norme e di rituali che produce adepti, docili e praticanti?”

 

(Alias, novembre 2011)