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Fulmini e Saette.
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Tolleranza
Torto
Uomo
Vecchia
Verità
Vero e Falso
viacrucis
Volgarizzazione
Tutte le pagine

 

 

Non conosco una buona giustificazione teologica, filosofica, etica, della sofferenza degli esseri viventi sul pianeta Terra. Ma non dispero. Perciò ho ringraziato di testa e di cuore don Mario De Santis parroco di Monterocchetta e di San Marco ai Monti e Rettore della Basilica di san Bartolomeo Apostolo di Benevento - un uomo illuminato da un misericordioso sorriso e coronato da una nuvola di zucchero filato/capelli bianchi - mentre mi regalava qualche giorno fa il libro che aveva appena finito di leggere: Paolo De Benedetti, Teologia degli animali, Morcelliana 2007. (Paolo De Benedetti è docente di Giudaismo e Antico Testamento nelle università di Milano, Urbino e Trento.)

 

Ed ho cominciato a leccarmi i baffi ben presto leggendolo a mia volta: a metà della sua seconda pagina l’autore (colloquiando con Gabriella Caramore – curatrice del libro) dichiara di aver passato la vita “anche e soprattutto a meditare su quell’enorme problema, che non esiterei a definire come il più grande che la teologia ha da affrontare, che è la sofferenza degli animali”. Il problema della sofferenza degli animali umani – per restare nei dintorni della cultura madre e padre di De Benedetti – il giudaismo ed il cristianesimo hanno creduto di risolverlo con l’ideazione del peccato originale di Eva e Adamo. Ma gli animali non umani, in tutta la Bibbia, risultano innocenti – e allora?

 

Allora niente. Giunto alla fine del libro – sempre senza mai disperare, nonostante che “l’enorme problema” fosse continuamente evocato e mai risolto – ho dovuto ammettere che la montagna delle buone intenzioni aveva ancora una volta partorito il topolino delle imperscrutabili punizioni, ed ero rimasto a bocca asciutta.

 

Insomma, questo nuovo, documentato, appassionato e appassionante allargamento della teologia e della cultura giudaica e cristiana, non è riuscito – per ammissione del suo stesso autore – a giustificare, cioè a rendere giusta, la sofferenza degli animali non umani. Gli animali soffrono, e muoiono, e gli ebrei ed i cristiani non sanno capire e spiegare perché.

 

Tuttavia il libro vale la gioia di essere letto, pieno com’è di acute riflessioni, toccanti testimonianze, sacrosante retrocessioni dell’essere umano da Signore della Terra a creatura fra le creature – e di poetiche lamentazioni in forma di amorevoli e amabili racconti – come questo Qinà, che in ebraico significa appunto ‘lamentazione’ (e che sintetizzo per ovvie ragioni di spazio):

 

“È morta la buonissima gatta. (...) È andata a morire in luogo occulto, la gatta che non usciva e amava la solitudine dei vecchi, il silenzio e le zucche cotte. (...) Una fetta della mia vita sento ch’è passata ora che la gatta non c’è più a tenere insieme gli anni come il filo di una collana. (...) Ogni uomo in qualche cosa ha peccato e si è reso meno grato; ma un animale non può mai essere indegno dei nostri sentimenti. Spero che nei sogni mi verrà ancora sulle ginocchia, perché i sogni sono oltre l’Acheronte (...) Verrà certo, perché tra gli animali non si troverà bene, lei così poco animale: sognerò un cuscino, perché vi si possa accomodare e una foglia di rabarbaro per l’ombra.”

 

(Alias, 6 giugno 2009)