Home Essays Fulmini e Saette. - Vecchia
Fulmini e Saette. - Vecchia PDF Stampa E-mail
Indice
Fulmini e Saette.
Alexandra
Amore
Angeli
Antimafia
Ateismo
Chiacchiere
Chiesa
Cineasta
Coerenza
Colori
Complessità
Complicità
Comunismo
Conformismo
Crisi
Deità
Continuità
Democrazia
Dignità
Disparità
Economia
Emulazione
Epigoni
Esperienza
Evoluzione
Famiglia
Fariseismo
Fede
Figlio dell'uomo
Filologia
Fine del mondo
Fulmini e Saette
Gesù di Nazaret
Gramsci di Ales
Indebitamento
Indifferenza
Intellettuali
Ipertrofia
Irresponsabilità
Irriverenza
Kavafis
La Vita Nuova
Linguaggio
Lucrezio
'Ndrangheta
Necessità
Novecento
Ovvero
Partigianeria
Pasolini
Pesaro
Pianta
Poesia
Poesie omeriche
Poeta
Positivismo
Possibilità
Potere
Previsione
Professionisti
Proiezione
Raffreddore
Realismo
Relativismo
Religione
Ridere di chi?
Riforma
Sacrificio
Scienza
Sessantotto
Silenzio
Sindrome
Solidarietà
Sofferenza
Solitudine
Sospetto
Stato
Stronzate
Suicidio
Superbia
Suscettibilità
Televisione
Tolleranza
Torto
Uomo
Vecchia
Verità
Vero e Falso
viacrucis
Volgarizzazione
Tutte le pagine

 

 

 

(Il professore in pensione della scala b mi chiede di pubblicare qui, “in incognito: Elena docet”, una collana di Fulmini e Saette. Riesce a contenersi nelle 2500 battute? – rilancio. Promette. E sia. La rubrica diventa condominiale.)


1 – La vecchia pulita


Se n’è andata da un giorno all’altro, la guerra è finita.


La aspettavo al ritorno dalle sue vacanze estive, per vendicarmi tirandola giù attaccata a una tenda o un lenzuolo, o sforbiciando uno dei suoi maledetti sipari in pieno giorno, alla luce del Sole. Niente: è andata a morire di emorragia celebrale su una spiaggia adriatica. Certo, al mare, ossessionata com’era dall’acqua e dalla pulizia. (In questo somigliava, senza saperlo, ad Archimede, che si lavava spesso e morì davanti al mare.)


Vedere si vedeva poco. Dalla strada era più probabile: arrampicata almeno una volta alla settimana, a novant’anni suonati, in cima a una scala a soffietto, intenta a lustrare le sommità delle persiane. O protesa dalla finestra a scuotere strofinacci e pettinare spazzole. Dal cortile invece si intravvedeva appena, quando se ne coglievano dal balcone, il mio sottostante intendo, le mani secche e lente, sempre nell’atto di stendere e mai nell’atto di ritirare. I sipari del cielo.


Si sentiva indirettamente. Gli scarichi del bagno, di mattina prestissimo – dalla cucinetta nella quale preparavo il primo caffè. I trascinamenti inspiegabili del suo mobilio di sera e di notte – oltre il soffitto a crociera della mia camera da letto. Le voci dei giornalisti e degli attori e dei cantanti e degli ospiti della televisione, sorda com’era. E le chiamate della portiera (astuti calchi delle lamentazioni dei lemuri del Madagascar) dalla chiostrina decorata da fioriere tutte scheletricamente vuote di vasi e di piante, per farle lucidare o incerare chissà cosa o chi ancora.


Ogni giorno di tutte le stagioni la vecchia lavava o rilavava qualcosa di lungo e largo e smisurato e lo stendeva tra me e lo spicchio di cielo che mi toccava mentre seduto al computer cambiavo il mondo. Addio Sole, addio nuvole, addio aeroplani, addio uccelli, addio gialli e grigi e rosa e bianchi e azzurri. Ma dico io: come si fa, senza il cielo e i suoi abitanti? Se la tua diventa, da finestra sul mondo, finestra sul cortile, come fai a pensare in grande, a farti i fatti degli altri?


E adesso, cosa sarà la mia giornata senza la vecchia e i suoi sipari?

 

(Alias, sabato 5 novembre 2016)