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Cent’anni fa è morto Karl Marx ed è nato Franz Kafka. Sull’attualità, sul come e sul perché leggere oggi lo scienziato di Treviri ho già scritto su queste pagine (‘l’Astrolabio’ del 17 aprile 1983). Sull’attualità dell’opera dello scrittore di Praga vorrei ora, mentre si vanno concludendo le commemorazioni organizzate per l’occasione in Italia e qui e là nel mondo, scrivere cosa penso.


Ma è possibile pensare e scrivere oggi qualcosa di veramente nuovo su questo autore? Perché, vedete, su Kafka si è pensato e scritto con tutte le intenzioni ed in tutte le direzioni possibili. Non solo: ciascuna interpretazione della sua opera e della sua figura intellettuale ha avuto il tempo e il modo di svilupparsi e definirsi compiutamente, col concorso di svariate e minuziose indagini particolari, di sistematici ed accurati confronti reciproci.


In verità, proprio la legittimità acquisita delle singole, diverse, opposte e reciprocamente esclusive tradizioni interpretative pone il problema della reale natura dei testi kafkiani, del significato critico e valore artistico loro proprio oggi, a sessant’anni dalla morte del “corpo vestito” del loro autore. Occorre insomma chiedersi come sia possibile e sostenibile l’esistenza di una infinità ragionata e documentata di letture diverse fino alla contrarietà di questa opera letteraria. Può essere Kafka contemporaneamente “eroe di un’etica laica” e “precursore spirituale della controrivoluzione”, testimone della morte di Dio e poeta della condizione ebraica, rivoluzionario e decadente, realista e surrealista?


Si potrebbe pensare che non tutte le proposte critiche siano egualmente fondate, e che la responsabilità della babele interpretativa ricada tutta sulle spalle dei critici specializzati, più interessati a difendere una tesi precostituita che a trasformarla sulla scorta di nuove conoscenze e migliori argomenti. Le cose stanno in parte così. Certo non per una diabolica consapevole propensione dei letterati di professione alla falsificazione e ad interessi privati in atti d’ufficio. Il fenomeno, come ha documentato persuasivamente Thomas Kuhn nel suo ‘Struttura delle rivoluzioni scientifiche’, è tipico e va affrontato sociologicamente e politicamente, non in termini morali. Comunque sia, la tendenziale irriducibilità ideologica delle tradizioni interpretative non riguarda soltanto il campo letterario, né l’opera kafkiana in particolare.


Ma io vorrei partire da un esempio di parzialità critica, perché questo consentirà di anticipare concretamente l’interpretazione dell’opera kafkiana che appare come criticamente superiore, rispetto ai testi ed alla realtà (nostra) che li contiene.


L’esempio è irrefutabile perché l’autore è insospettabile. Parlo di Lucio Lombardo Radice, da non molto scomparso e molto e unanimemente compianto. Egli era pervenuto in un suo bel libro alla conclusione che “la carica profetica dell’angoscia kafkiana nasce dalla riduzione alla sua nuda struttura, alla sua logica puramente formale, di una esperienza storica (relativamente) determinata: l’esperienza della disumanità del capitalismo ‘classico’, la esperienza della condizione operaia nella fabbrica capitalistica” (Gli accusati, De Donato editore, 1972).


Il sostegno di tale chiave di lettura? L’interesse del giovane Kafka per un gruppo social-rivoluzionario, il suo lavoro di funzionario presso l’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori del Regno di Boemia, le sue relazioni su ispezioni d’ufficio, brani di 'America’, del ‘Castello’, il racconto ‘In loggione’.

 

Lombardo Radice aveva ragione. Basta iniziare a leggere quest’ultimo racconto breve del 1916-1917 per convincersene: “Se un’acrobata a cavallo, fragile, tisica venisse spinta per mesi interi senza interruzione in giro nel maneggio sopra un cavallo vacillante dinanzi a un pubblico instancabile da un direttore di circo spietato sempre colla frusta in mano...”


Aveva ragione, eppure aveva torto. Kafka non è il poeta dello sfruttamento nell’epoca capitalistica, perché non è soltanto questo. Se la critica deve considerare e spiegare l’opera come intero, interpretato il primo capoverso deve rendere conto del secondo, che recita così: “Ma non è così: una bella dama bianca e rossa entra lieve dal velario che due orgogliosi servitori in livrea sollevano per lei; il direttore, cercando ossequioso i suoi occhi, le sospira incontro con devozione bestiale, la solleva cauto sul cavallo pomellato, come se fosse la sua nipote preferita che parte per un viaggio pericoloso; né riesce a decidersi a dar il segno colla frusta; ma alla fine lo dà con uno schiocco, facendo forza a se stesso...”

 

Ecco, e questo non è che uno degli infiniti modi attraverso i quali l’opera di Kafka sfugge ad ogni tentativo di comprensione critica unilaterale ed esclusiva. Egli è contemporaneamente il poeta di un “mondo finito” (l’impero austro-ungarico, e più generalmente la civiltà liberale-borghese) e il poeta di un “mondo disgregatore” (le società burocratiche di massa), dell’enigma e del disincanto, dell’uomo-massa “condannato non solo senza colpa, ma anche senza cognizione” e dell’intellettuale creativo “che ha poco suolo sotto i piedi”.

 

I suoi eroi sono insieme disperati e protesi in avanti, incerti dell’esperienza e irresoluti nel pensiero ma determinati a compiere sino in fondo il proprio destino, ossessivamente concentrati e continuamente distratti, dominati dalla routine e pronti a scoprirsi “enormi insetti”. E si potrebbe continuare. Ma il lettore attento ormai “sa cosa pensare”. Kafka è il poeta della molteplicità, della polivalenza, della complessità irriducibile.

 

Ecco perché l’opera sua sopporta, non solo, ma provoca una infinità di interpretazioni, ciascuna a suo modo, e sia pure in vario grado, legittima. A condizione che non riduca a se stessa tutta l’opera, e si riconosca come riduzione. Una lezione attualissima, in un mondo che sopporta sempre meno le riduzioni e le semplificazioni, e che per questo è divenuto più incerto e disperato, ma insieme ostinato e proteso.


Kafka era preoccupato del futuro dei suoi testi-figli, e come ogni buon padre di famiglia aveva steso un testamento auto-critico capace di salvarli tutti, tutti insieme, tutti interi.

 

La preoccupazione del padre di famiglia.


Alcuni dicono che la parola Odradek derivi dallo slavo e cercano di chiarire su questa base la formazione della parola. Altri invece ritengono che derivi dal tedesco, e che dallo slavo sia solo influenzata. L’incertezza di entrambe le interpretazioni però fa a buon diritto concludere che nessuna delle due sia corretta, anche perché nessuna permette di trovare un senso.


Naturalmente nessuno si occuperebbe di tali questioni se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. A prima vista sembra un rocchetto piatto di filo, a forma di stella, e in effetti sembra anche avere del filo arrotolato; si tratta però solo di pezzetti di filo strappati, vecchi, annodati e anche ingarbugliati fra loro, di tipi e colori dei più disparati. Non è però solo un rocchetto, ma dal centro della stella spunta un piccolo bastoncino obliquo, e a questo bastoncino un altro se ne aggiunge ad angolo retto. Aiutandosi da un lato con quest’ultimo bastoncino e dall’altro con un raggio della stella, il tutto può stare in piedi come su due gambe.


Si sarebbe tentati di credere che una tale creatura abbia avuto in passato una qualche forma adeguata a uno scopo, e che ora sia semplicemente rotta. Ma sembra che non sia così; per lo meno non se ne trova alcun segno; non si vedono aggiunte o fratture che potrebbero far pensare qualcosa del genere; il tutto sembra certo insensato, ma nel suo genere concluso. D’altronde, non se ne può dire niente di più preciso, perché Odradek è straordinariamente mobile e non si lascia prendere.


Si intrattiene ora sul tetto, ora nelle scale, ora nei corridoi, ora nell’atrio. A volte non lo si vede per mesi; evidentemente si è trasferito in altre case; torna poi però invariabilmente in casa nostra. A volte, quando si esce dalla porta, sta proprio lì sotto appoggiato alla ringhiera delle scale, e viene voglia di parlargli. Naturalmente non gli si fanno domande difficili, ma lo si tratta – già la sua piccolezza induce a questo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek», dice. «E dove abiti?» «Senza fissa dimora» dice, e ride; ma è solo una risata come la può emettere chi è senza polmoni. Suona all’incirca come il fruscio delle foglie cadute. Per lo più, con questo il colloquio finisce. D’altronde anche queste risposte non sempre si possono ottenere; spesso resta muto a lungo, come il legno di cui sembra esser fatto.


Mi chiedo inutilmente cosa avverrà di lui. Forse che può morire? Tutto ciò che muore ha avuto prima una specie di scopo, una specie di attività sulla quale si è logorato; questo non è il caso di Odradek. Forse dovrà allora un giorno rotolare ancora per le scale trascinando i suoi fili arrotolati fra i piedi dei miei figli, e dei figli dei miei figli? Certo, non fa danno a nessuno; ma questa idea, che possa anche sopravvivermi, mi dà quasi un dolore.