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Angelus Novus - Angelus Novus ed Eftimios PDF Stampa E-mail
Indice
Angelus Novus
Scheda tecnico-artistica
Una tavola rotonda
Angelus Novus ed Eftimios
Recensione a caldo
Voce 'Realismo' dal Calepino
Recensione a freddo
Auto-critica
Tutte le pagine

 

 

(Tre pagine dal testo teatrale Vita breve di Eftimios, una cronaca-testimonianza-racconto diventata in seguito un dramma gioioso. In questo sito, il testo teatrale intero si trova in 'Drammi', la cronaca-testimonianza-racconto in 'Romanzi e Racconti', il dramma teatrale rappresentato in 'Video'.)

 

*

 

Nella sala di proiezione di Cinecittà vedemmo ‘Angelus Novus’.

 

Tra scrittura, produzione, riprese, montaggio, edizione ‘Angelus Novus’ durò due anni.

 

Dall’ottantacinque all’ottantasette. Gli anni del tumore al cervello di Eftimios. La musica del film si deve a lui. Cioè la metà del film si deve a lui… Eftimios aveva studiato pianoforte, ascoltava musica: dei contemporanei preferiva Bob Dylan, degli eterni Vivaldi. Ma per ‘Angelus Novus’ scelse Mozart.

Anche io per lui ho scelto Mozart. Un registratore, una cassetta messa al punto giusto, un gruppetto di amici al cimitero di Bassano Romano, quattro parole: “Questa gli sarebbe piaciuta…” Mozart. Perché Eftimios scelse Mozart per un film sulla crisi, sulla disperazione, sulla morte? Perché Mozart non è mai disperato. Piange e ride insieme. Perché io ho scelto Pasolini in quegli anni? Perché ero disperato, vedevo Eftimios morire...

 

La proiezione di ‘Angelus Novus’. Gli occhi di Eftimios nel buio dei quaranta posti, al mio fianco. Tutta d’un fiato. Tutta uno sguardo.

 

Usciti alla luce eccessiva della sera, nei viali di Cinecittà, camminavamo lui ed io. Il film gli girava dentro, ancora. Lo lascio pensare, saliamo in auto, partiamo verso casa. “La parte più bella, Eftimios?” “Il guard-rail di notte.” [DISEGNO del GUARD-RAIL] Il film comincia con Pasolini che gira in auto intorno a Piazza del Popolo a Roma, come una mosca che non sa dove andare a morire. Grigio fuori, grigio dentro. Gira, gira, poi di colpo prende Via del Muro Torto, curve, gallerie, le periferie, la tangenziale, il raccordo, si diradano sempre di più le case, le auto, le luci, tutto diventa sempre più nero, le lucette rade sempre più bianche, i paesi sono lontani e commoventi come presepi. Ed a questo punto, tra il nero del cielo e della terra, il guard-rail, una striscia di mille sfumature sfreccia ci accompagna ci segue non ci lascia più. Eftimios.

 

Zuchtriegel, Per Vreni (incipit) 52”

 

*

 

Perché scriviamo un film di fronte a tanta bellezza?

 

Nella casa tra gli alberi al lago scrivevamo “Luce senz’ombra”.

 

Al piano di sopra, nello studio, cioè la stanza dove lavoravo seduto, era venuto più volte, Eftimios. Si sedeva nella poltrona di legno e cuscini davanti alla scrivania e mi guardava lavorare. Pensavo, scrivevo, ripensavo, correggevo. Lo guardavo, ogni tanto, lui imparava. Poi un giorno ho capito che aveva imparato tutto, e ci siamo messi a scrivere un film insieme. Già avevamo lavorato a un altro film, “Angelus Novus”, lui si era occupato della musica. Aveva scelto certi brani di Mozart e poi li aveva lavorati Vittorio Gelmetti, dall’altra parte del lago.

 

Il titolo, “Luce senz’ombra”, l’avevo tratto da Leonardo, a indicare quella certa luce della prima mattina e dell’ultimo pomeriggio quando i raggi del sole non sono ancora arrivati o se ne sono appena andati, e le cose del mondo raggiungono un equilibrio perfetto di volumi e colori, e tutti tacciono, gli uccelli, gli alberi, persino certe persone-che-non-la-smettono-più. Volevo dire “Eftimios” ed ho scritto “Luce senz’ombra”.

 

Scrivevamo, con metodo. Fino alla sera in cui arriviamo alla scena in cui un giovane terrorista si fa il bagno di notte in un antico lavatoio di paese etrusco. E’ solo e si fa il bagno, come Sant’Agostino, per liberarsi dal dolore. Scriviamo la scena e poi, nei giorni che seguono non scriviamo più, ma ogni tanto gli ricordo che dobbiamo continuare, perché lo abbiamo lasciato a mollo, quel giovane. Lui mi guarda e sorride, piano, a modo suo, come Mozart, che non sai mai bene se ride o pensa o tutti e due assieme.

 

E un pomeriggio mi chiede: “Papà, perché scriviamo ancora un’opera, quando il mondo è pieno di grandi opere, e ci sono gli alberi, i mari, le persone, meravigliose anche quando non lo sanno?” E si pone l’indice orizzontalmente sulle labbra, e pensa con me. Mi fermo, e penso con lui. Lo guardo bene e in fine gli dico: “Perché stiamo insieme, costruiamo inventando altre opere, altri alberi, altri mari, altre persone, e intanto la vita passa.” Non risponde. Gli basta. Gli bastava poco per vivere.

 

Mozart K 183 (epilogo) 1’ 16”

 

*

 

Nella casa tra gli alberi al lago c’erano due tavoli.

 

Il tavolo da pranzo, grande, grandissimo, per gli amici che venivano a trovarci nei loro giorni di festa. E il tavolo da ping pong. Regolare, regolamentare, implacabile nelle sue dimensioni verdi complete di strisce bianche. [DANZA DEL PING-PONG]

 

Gli avevo insegnato il gioco, i colpi, la posizione, le giocate italiana, cinese, coreana, i trucchi. Aveva imparato presto, non finiva di imparare e già insegnava…

 

All’inizio, qualche volta lo facevo vincere. Non gli piaceva perdere. Non gli piaceva perdere troppe volte di seguito. Come mascheravo la sconfitta? Forzavo i colpi fino a farli diventare troppo difficili per me stesso. Ma lui era troppo intelligente. Mi osservava quando giocavo contro altri e si rendeva conto quando li facevo vincere. E poi sapeva che vincevo, quando volevo. Durante le riprese di ‘Angelus Novus’ avevo invitato la troupe al completo, turbolenta per troppa democrazia e avevo battuto tutti, inequivocabilmente. Il film poteva continuare.

 

Poi mi ha battuto. Non mi piaceva perdere. Tiravo fuori i trucchi per distrarlo (allacciarsi fintamente le scarpe per spezzare il ritmo), parlare d’altro (“L’eroe - gli dissi una volta citando Charles Baudelaire - è colui che è immutabilmente concentrato.”), commentare i colpi... Ma Eftimios era un eroe, era concentrato… Che gioia battermi! Ero il suo idolo! Che gioia essere battuto!

 

Una sera, verso la fine, la pallina di ping pong non si voleva più staccare dalla sua mano sinistra. Tentava di lanciarla in aria per colpirla, e gli rimaneva incollata. La mano sinistra. Il tumore al cervello lo colpiva ai centri motori. Quella sera la lanciò con la destra e la colpì con la destra. Lo dovetti battere, per non farlo arrabbiare. Non giocammo più a ping pong. Le racchette stanno ancora lì, nella sala da ping pong della casa tra gli alberi al lago, e di palline ce ne sono più di una tra l’erba alta, non riescono a staccarsi dall’erba alta.

 

[DANZA DELLA CADUTA sulla musica Zuchtriegel, Per Vreni (epilogo) 55“]