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Vissi d’Arte
PER UN CINEMA AUTOBIOGRAFICO
VISIONI DI UNO SPETTATORE
Appunti sull'audiovideo
Dialoghi sull'audiovideo
Author statement
Nota di montaggio de 'La Battaglia'
Sinossi de 'La Vigilia'
Synopsis of 'The Vigil'
Su 'La Vigilia'
Lista dei dialoghi in inglese de 'La Vigilia'
Email a Lorenzo su 'Vissi d'Arte'
Seconda email a Lorenzo su 'Vissi d'Arte'
Note di regia su 'La Relazione'
Note di pre-montaggio de 'La Relazione'
La Relazione - limatura del testo parlato
Vissi d'Arte - sinossi per Pesaro 2005
Vissi d'Arte - dialoghi per Pesaro 2005
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Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2005 / 35 mm, 72 minuti.

 

 

VISSI D'ARTE

 

Il mio quarto film, composto di tre storie: La Battaglia, La Vigilia, La Relazione. La Vigilia è parlata in spagnolo e sottotitolata in italiano.

 

Dopo aver visto il film, vai alla Home e, nella misura in cui lo hai apprezzato, fai una donazione.

 


 

Fotogramma de La Vigilia (2001) - parte prima del trittico Vissi d'Arte (2005)

 

Il neorealismo cinematografico non è abbastanza realista. Non è vicino quanto è possibile alla realtà effettuale delle cose. Secondo me.

Anche secondo Cesare Zavattini, che del neorealismo cinematografico italiano è stato uno dei massimi costruttori. Ieri sera (13 ottobre 2010) è comparso davanti a me in televisione. ‘Rai Storia’ mandava in onda un documentario del 1968 – che non conoscevo. Ultima domanda del giornalista-intervistatore: “Che dovrebbe fare oggi il cinema per svilupparsi, per progredire, per superarsi?” Zavattini: “Dovrebbe spezzare, superare la ‘terza persona’, quella delle favole... Bisognerebbe portare alle estreme conseguenze il neorealismo, superandolo attraverso un cinema autobiografico, un cinema nel quale l’autore si confronta direttamente con la realtà...”

Ho visto-e-ascoltato con le lacrime agli occhi: questo ho cercato di fare per raggiungere i limiti delle possibilità realistiche della rappresentazione audiovisiva: superare il neorealismo "attraverso un cinema autobiografico, un cinema nel quale l’autore si confronta direttamente con la realtà".

Facendo film (Videodiario di un Re prigioniero), mediometraggi (La bobina dell'occhio ferito), documentari (Le ceneri di Pasolini), video (Autoritratti vagabondi).

Sto pensando intensamente in questi giorni e in queste notti come andare ancora più avanti. Magari riesco a toccarla questa benedetta realtà.

 

 


 

 

 

 

In quanti modi uno spettatore può dare un senso complessivo a questa trilogia?

 

 

 


 

 

APPUNTI SULL’AUDIOVIDEO (6 luglio 2005)

 

La questione se il digitale produca (possa produrre) una rivoluzione linguistica, se esista (possa esistere) un linguaggio digitale è mal posta.

 

Bisogna dire (con le parole), mostrare praticamente (con le opere), dimostrare teoricamente (con i saggi) che esiste un nuovo linguaggio audiovideo.

 

Questo nuovo linguaggio audiovideo è nato nel momento in cui sono nate le videocamere (VHS, video8, etc.), cioè delle macchine di registrazione audiovideo che possono essere usate da un singolo film-maker, il montaggio attraverso due registratori in linea, e infine storie basate sul racconto delle esperienze del medesimo film-maker (diario, videolettera, investigazione, etc.)

 

Il fatto che un autore possa raccontarsi e raccontare senza ricorrere al circo-cinema, cioè al linguaggio audiovisivo che comporta la compresenza e l’azione concordata di diversi specialisti (sceneggiatore, operatore, fonico, scenografo, costumista, attore, montatore, musicista, etc.) – insomma il cinema, apre la strada alla costruzione di opere audiovisive di nuovo genere che sono caratterizzate dal fatto che:

 

1…la fiction e il documentario sono indistinguibili linguisticamente (“questo è un film-documentario”)

NOTA BENE: la indistinguibilità di fiction e documentario l’ho vista prima e realizzata prima della comparsa della videocamera, con “La bobina dell’occhio ferito”.

 

2…l’autore si racconta specchiandosi nella videocamera (la finestra aperta sul mondo interno) – dunque guardando in macchina, e racconta registrando la realtà fenomenologia specchiando il mondo (la finestra aperta sul mondo esterno)

 

3…si può realizzare per la prima volta una soggettiva assolutamente giustificata (le riprese della ex-scimmia diventata artista del teatro di varietà – riprese documentarie di Parigi, le riprese di Orlando Orlandi – riprese documentarie di Roma: riprese queste ultime che mostrano cosa si produce nel suo cervello mentre racconta – riprese oggettive montate soggettivamente

 

4…si può realizzare pienamente un’opera di genere realistico soggettivo, piena della realtà esterna così come si produce e si presenta indipendentemente dalla volontà e dall’azione dell’autore e della realtà interna dell’autore

 

5…dal cinema in quanto arte audiovisiva necessariamente collettiva si differenzia l’audiovideo in quanto arte audiovisiva necessariamente singolare (prima persona singolare)

 

6…si contribuisce allo sviluppo dell’arte audiovisiva atea, arte cioè nella quale non compare Dio (nel cinema compare: il narratore onnipotente, la voce fuori campo, etc.)

 


 

 

 

Da: Pasquale Misuraca

Data: mercoledì 4 aprile 2001 7.56

A: Giovanni Spagnoletti

Oggetto: detto, fatto

 

(e di seguito a Paolo D’Agostini, Nefeli Misuraca, Serafino Murri e Federica De Paolis).

 

PERCHE’ HO CHIESTO A GIOVANNI SPAGNOLETTI [Direttore della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro] DI NON PROIETTARE I MIEI AUDIOVIDEO SUL GRANDE SCHERMO

di Pasquale Misuraca

Dice Giovanni Spagnoletti che la proiezione di video su grande schermo è ormai di buona resa, e aggiunge che questo genere di proiezione gratifica gli autori. Rispondo che preferisco il piccolo schermo, per ragioni teoriche, abbozzo il ragionamento e lui: “Scrivimi una cartella”. Obbedisco.


Il cinema sta finendo, secondo me. Voglio dire quella forma storica dell’arte audiovisiva che suppone la pellicola, la grande sala, il grande schermo, il pubblico di massa, e il circo: la cinepresa e l’operatore, le luci e il direttore della fotografia, il carrello e il macchinista, la scenografia e lo scenografo, i costumi e il costumista, l’attrice e il truccatore e via enumerando l’apparato che serviva per realizzarlo e che si frapponeva fino a ieri necessariamente tra l’astante e l’evento, lo spettatore e l’opera. Sta finendo perché sta finendo la forma storica di società che l’ha fatto nascere e vivere: la società dei partiti politici, dei sindacati operai e contadini, degli stati nazionali, degli uomini-massa. Dalle sue ceneri (ancora calde e piene di tizzoni ardenti) sta nascendo un’altra società, la quale si sta costruendo una diversa forma storica dell’audiovisivo, il prodotto principe del quale è appunto l’audiovideo, che vado a presentare.


Naturalmente parlo dei miei audiovideo, perché li conosco meglio degli altri (avendoli fatti) e perché un autore sotto sotto teorizza sempre la sua opera (ma questa teorizzazione, qualche volta, può assumere un valore più generale, no?) Allora, lasciamo da parte “Leonardo Sciascia Autoritratto” e “Vittorio De Sica Autoritratto”, due video di montaggio che ho costruito per la televisione italiana (Rai Educational) con soli materiali d’archivio, e prendiamo in esame “La Vigilia” un audiovideo che ho girato (ho girato?) a Santiago de Chile e montato (ho montato?) a Roma, in questo inizio del 2001.


Tra lo spettatore e l’opera non c’è più il circo: il protagonista accende la telecamera e registra e si registra. Una soggettiva finalmente diretta e giustificata. E’ nata l’opera audiovideo: prima persona singolare del presente indicativo. Io audio e video per te, singolo soggetto spettatore. Un realismo diverso dal Nuovo e Vero Realismo, nel quale si vedeva e si sentiva attraverso un testimone invisibile che supponeva però il circo, e diverso dal Nuovo e Vago Realismo, con la sua ostentazione del circo in campo e del montaggio visibile.


Ma questa dell’audiovideo non è soltanto una nuova possibilità tecnica, una nuova condizione materiale, la quale però è fondamentale per la buona ragione che la condizione è sostanziale all’iniziativa. Per dirla con Karl Marx (vi ricordate della sua meravigliosa Prefazione a Per la Critica dell’Economia Politica?): “L’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose da vicino, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione.”
E’ anche, questa dell’audiovideo, una nuova effettualità linguistica, da praticare e da teorizzare. Dalle condizioni materiali ormai date alle iniziative pratiche e teoriche possibili e per ciò necessarie.

 

Dunque, parlando di proiezione (lo spazio della cartella sta finendo) la visione e l’ascolto delle opere audiovideo, si dovrebbe realizzare, per amore di chiarezza e con l’arte della conseguenza, attraverso un registratore e un televisore (“Il di più viene dal Maligno”). Di fronte al quale stiano un pugno di spettatori, che si conoscono e si riconoscono, un pugno di tu.

 

[dal Catalogo della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2001]

 

*

 

Da: Nefeli Misuraca

Data: mercoledì 4 aprile 2001 16.50

A: Pasquale Misuraca

Oggetto: Re: per il Catalogo della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

 

Caro papa',
mi e' venuta in mente una cosa mentre leggevo la tua "cartella", solo video
in questo caso.
E l'arte? Sembra che tu distingua per il mezzo audiovisivo due possibilita':
l'una, quella passata, della rappresentazione roboante e, in fondo, della
mistificazione; l'altra, quella nascente, tutta privata, nel farsi e nel
fruirsi.
Ma, tra la rappresentazione e la comunicazione, privata, privatissima, dove
e' finita l'arte? L'arte, mi pare, e' anche comunicazione, certo, ma c'e'
dell'altro: n'est pas?
"Siamo l'uno per l'altro un teatro abbastanza grande", diceva Epicuro dalla
sua grotta; ma mi pare che si riferisse alla comunicazione e non all'arte.
Mi sembra, altresi' detto, che questa idea di forma audiovideo che teorizzi
sia una forma di espressione personale di uno stato individuale,
circoscritto e concreto e che deve e puo' essere esibito anche ad altri
individui circoscritti e concreti. C'e' una restrizione particolare anche
nei riguardi del tipo di persone che possano fruire di questa forma di
comunicazione: forse solo coloro che conoscono in qualche modo l'io che si
rappresenta possono fare parte del tu che guarda.
Non e' questa una forma di comunicazione elitaria che riporta a una forma di
comunicazione inizio novecentesca tutta proiettata verso la rappresentazione
del rappresentante e dei pochi che "capiscono"?
Non c'e' spazio qui per il codice, per l'insieme di segni che parla a tutti
e che e' la base dell'arte.
O si?

Nefeli

*

 

06/04/01 11.46

Paolo D'Agostini ha scritto:

> francamente non mi convinci
> per carità, anche se sono abbastanza ignorante capisco di che cosa stai parlando
>
> ma mi sa tanto (troppo) di teoria
> e tanto (troppo) di teoria autoriferita
> allora, scusa, perché esistono ancora fenomeni (non vuoi chiamarli film?) come
> il gladiatore
> ma anche come l'ultimo bacio
> a meno che non vuoi escludere tutto tranne quello che fai tu
> ora, è vero che viviamo in una confusione-transizione (buona, cattiva, non lo
> so) di "formati", e tutto è permesso
> tutto, però: dal blockbuster al film (all'audiovideo) per un solo spettatore
> e il tuo ragionamento invece mi sa troppo di "farsi tornare i conti per forza"
> è solo una risposta volante
>
> cari saluti e grazie ad alexandra e a te e a vostra figlia per l'ospitalità
> a presto
> pd'a


*

 

Da: Pasquale Misuraca

Data: venerdì 6 aprile 2001 17.15

A: Paolo D’Agostini

Oggetto: R: dicevo l’altra sera, stamattina scrivo

 

Caro Paolo,
ti rispondo anch'io "volando", o per dirla con Ennio (Flaiano), "con i piedi
saldamente piantati sulle nuvole". Ma non e' una risposta. E' la
continuazione di un dialogo che spero si sviluppi e si arricchisca. In
verita', Paolo, io non ho scritto "il cinema e' finito", ma "il cinema sta
finendo". Sta finendo il cinema come forma teoricamente e praticamente
dominante il campo audiovisivo (e sta nascendo una nuova forma, forse
destinata a occupare il suo posto). Il cinema continuera' a esistere, ne
sono sicuro. E si faranno altri e medi e ottimi e grandi film. Pero'. Pero'
i film che citi come prova della vitalita' del cinema, "Il gladiatore" e
"L'ultimo bacio" a me paiono una prova della sua perdita di centralita'
creativa, una prova della sua mortalita' storica. Quando sono apparsi sulla
Terra i primati, Paolo, non per questo sono scomparsi i mammiferi, gli
uccelli e via enumerando; tuttavia sono stati i primati a dominare il futuro
(fino a oggi almeno). E quando e' comparso lo Stato come forma storicamente
superiore (cioe' teoricamente e praticamente superiore) di organizzazione
delle societa' umane, non per questo sono scomparsi i comuni, le tribu' e
via enumerando; tuttavia sono stati gli Stati a dominare il futuro (fino a
oggi almeno). E quando e' comparso il cinema sonoro, il cinema muto non e'
per questo scomparso... eccetera. Per cio', io non ho nessuna intenzione di
escludere il cinema e i film dal campo audiovisivo, a favore dell'audiovideo
e di cio' che vado immaginando e facendo. La pittura a olio ha escluso la
pittura a tempera? E prima ancora, la pittura a tempera ha escluso il
mosaico? L'automobile ha escluso il cavallo? E prima ancora, il cavallo ha
escluso l'elefante? E il cubismo novecentesco ha escluso la prospettiva
quattrocentesca? E prima ancora, la prospettiva individuale rinascimentale
ha escluso le prospettive divine medievali? Il punto e' un altro, amico mio.
Il punto e' (o almeno a me pare) che in un'epoca di transizione accelerata
come la nostra, il relativismo assoluto e' una tentazione che non porta
lontano, perche' non porta ad affrontare la radice dei problemi reali e
attuali. Immaginare tutto equivalente a tutto e' prova di debolezza del
pensiero, non di forza. Dobbiamo prendere posizione, Paolo, scegliere il
futuro, cogliendo nella realta' i germi di cio' che in parte e' gia' futuro.
Dobbiamo fare come Machiavelli, che ha superato teoricamente la teocrazia
medievale con la sua teorizzazione dello Stato moderno (della quale
operavano i primi esempi in Spagna, in Francia, in Inghilterra). Dobbiamo
fare come Cèzanne nei confronti dell'impressionismo, come Caravaggio nei
confronti del manierismo e via enumerando, fino ed oltre ad Einstein che ha
superato teoricamente il determinismo ottocentesco con la relativita'
novecentesca, la quale relativita', Paolo, non e' "assoluta" ma e' centrata
su "un sistema di riferimento". Veniamo infine alla cosa, a "La Vigilia" e a
tante altre opere che provano a costruire nuove forme di rappresentazione e
comunicazione audiovisiva. Hanno diritto di esistenza? Chi ha il dovere di
mostrarlo e dimostrarlo? Contengono queste opera una qualche novita' pratica
da sviluppare criticamente e teoricamente? Chi lo fara', altri? E se non
ora, quando? "E' da discutere - scriveva Max Weber - che ci si possa
arrestare teoricamente di fronte a una qualsiasi evidenza di fatto,
convenzionalmente stabilita, di certe prese di posizione pratiche per quanto
diffuse esse siano. La funzione specifica della teoria mi sembra -
aggiungeva il Nostro - proprio all'opposto, quella di trasformare in
problema cio' che e' convenzionalmente evidente."
Ti abbraccio. Abbracciami Cristina. A presto. Pasquale


*

 

Da: Paolo D'Agostini

06/04/01 17.33

sono sopraffatto dai tuoi argomenti
penserò

(anche se, e avanzo solo un sospetto, mi pare che tu sottovaluti troppo quanto
il cinema, e lasciamelo chiamare convenzionalmente così in mancanza di
nomenclatura altrettanto espressiva, sia indissolubilmente fatto di miseria e
nobiltà: tu vedi solo la seconda e ignori la prima e questo ti pone fuori dal
mondo che nel cinema si riconosce. Pure Moretti, tanto schizzinoso, ne fa parte
e persino Agosti, perché non fanno soltanto gli autori e meno che mai si
limitano a teorizzare. Contano anche i soldi e, ciascuno sulla propria misura,
conta la caccia al consenso. Perdona il disordine)

devo ancora vedere i video
a presto

 

*

 

Da: Nefeli Misuraca

Data: sabato 7 aprile 2001 16.38

A: Pasquale Misuraca

Oggetto: Re: Vorrei che tu, Paolo ed io


“Quando sono apparsi sulla Terra i primati, Paolo, non per questo sono scomparsi i mammiferi, gli uccelli e via enumerando; tuttavia sono stati i primati a dominare il
futuro (fino a oggi almeno). E quando e' comparso lo Stato come forma storicamente
superiore (cioe' teoricamente e praticamente superiore) di organizzazione delle societa' umane, non per questo sono scomparsi i comuni, le tribu' e via enumerando; tuttavia sono stati gli Stati a dominare il futuro (fino a oggi almeno).”

Caro papa',
mi perplime un po' questa visione delle "umane sorti e progressive", che implica sempre alla base del suo ragionamento che vi sia una necessita' lineare nello sviluppo storico-sociale-artistico. A me sembra che questa teoria sottenda una concezione accumulatoria" del passare del tempo. Tu paragoni la formazione degli Stati all'apparire di una forma di vita: i primati. E cosi' come i primati hanno assunto una forma sempre piu' organizzata e tesa verso l'appropriazione esclusiva delle risorse, schiacciando le forme meno organizzate o meno esclusiviste di vita, cosi' anche gli Stati hanno monopolizzato i beni accentrandone l'organizzazione e la distribuzione. Questo, almeno, nelle nostre societa' nord-occidentali. Il sottinteso alla tua teoria, che "piu' avanti" nella catena di accumulazioni sia comunque "meglio" mi lascia un po' perplessa. Del resto, questo modo di leggere la storia, di ascendenza Hegeliana, come voi ben
sapete, mi sembra che rientri nella categoria di quella societa' che tu definisci in via di estinzione, sorpassata:

"sta finendo la forma storica di società che l'ha fatto nascere e vivere: la società dei partiti politici, dei sindacati operai e contadini, degli stati nazionali, degli uomini-massa"

che Hegel stava vedendo nascere. Per non parlare delle implicazioni evoluzionistiche nel tuo approccio, anch'esse parte, e anzi, l'evoluzionismo e' forse la teorizzazione principe che ha esaminato e consacrato la vittoria della borghesia negli Stati nazionali europei post-rivoluzionari. Allora, mi chiedo: come e' possibile usare delle forme argomentative che appartengono a un mondo che si considera in via di estinzione o comunque di trasformazione quando si vuole teorizzare un mondo nuovo? Non bisogna usare anche una teorizzazione nuova?
E ancora: l'ossimoro e' insito alla teoria stessa del progresso storico, poiche' essa sostiene che il mondo ha una struttura diversa da quella che si e' creduto fino ad ora abbia, ma per teorizzare cio' si deve, giocoforza, basarsi proprio sull'interpretazione della struttura che sta scomparendo.
E, in fine, l'egocentrismo eurocentrico che e' il sostrato della teoria del progresso storico rischia di rendere tale teoria autolesionista, poiche', pur pretendendo di racchiudere in se' l'intero cosmo, non puo' far altro che estendere induttivamente le sintesi parziali derivanti dall'analisi di una parte sola del mondo al resto del creato.
Mi sa tanto che si fa la fine del tacchino induttivista per questa via...

Ti abbraccio,
Nefeli

*

 

Da: Serafino Murri

Data: domenica 8 aprile 2001 12.44

A: Pasquale Misuraca

Oggetto: AU – DIO vs. VID – E/O

 

Caro Pasquale,

se la discussione ferve, sai che io difficilmente mi tiro fuori dall'agone: accendo un sigarillo di sbieco, come il vecchio (si fa per dire) "homme révoltée" di Camus, e attacco.

Attacco nel senso più pieno del termine, citando Hakim Bey, uno dei guru dell'"immedatismo", corrente vandalica nata nell'ambiente dei "rave-parties" e diffusasi soprattutto via flyers (volantini) e via Internet: i veri antecedenti della tendenza all'abolizione del "circo", come tu lo chiami, a favore della partecipazione diretta ad un evento fatto per essere "partecipato", e non subito passivamente: nel caso specifico, si trattava di occupare zone abbandonate dalla civiltà dei Consumi e dei Rifiuti (padiglioni industriali, hangar, vecchi alberghi abbandonati) per trasformarli in Zone Temporaneamente Autonome, dove scatenare tutta la ludicità residua della generazione dei "bombardati" televisivi & informatici in danze scatenate al suono di musiche "campionate", rubate e ri-generate da maestri di cerimonie a metà tra il piratesco e il casereccio. Qualcosa nato a margine della "street art", ormai già diventata carne da macello in tutte le sue tendenze (dal Pop all''Hip-hop) delle multinazionali del Grande Circo.

Il signore in questione, dice:

"la mediazione ha luogo per gradi... La tendenza dell'Hi Tech & quella del Tardo Capitalismo, è di spingere ogni forma artistica verso una forma di mediazione sempre più estrema... La vera arte è gioco, & il gioco è una delle esperienze più immediate... nonostante tutto, allora, noi chiediamo un'estrema consapevolezza dell'immediatezza, cosi come la padronanza di alcuni mezzi diretti a implementare questa consapevolezza del gioco, immediatamente (seduta stante) e immediatamente (senza mediazione)... ma vogliamo praticare l'Immediatismo in segreto, per evitare qualsiasi grado di mediazione. Pubblicamente continueremo a lavorare nell'editoria, nelle radio, in campo musicale, ecc. ma privatamente creeremo qualcos'altro , qualcosa da condividere liberamente ma mai passivamente consumata: faccia a faccia & insieme... Tutti gli spettattori devono essere anche "performer"... Un'ovvia matrice dell'Immediatismo è la Festa... Il mostro chiamato LAVORO resta l'obiettivo esatto&preciso della nostra rabbia ribelle, la più grande di tutte le realtà oppressive che siamo obbligati ad affrontare. La seconda più grande minaccia può essere semplicemente descritta come il tragico successo del progetto in sé stesso... l'ultimo maggior mostro è che per riuscire in qualcosa bisogna prima di tutto "essere visti"... Questo implica controllo... perché il vero piacere in questa società è più pericoloso delle rapine in banca..."

Credo che ci sia un solo difetto nel ragionamento arguto che proponi nella tua "cartella" di dissenso: e lo riassumo nella mia sciarada-acrostico che dà il titolo alla presente risposta: la mancanza di contesto alternativo nel lavoro alternativo che pure tu fai. Au-Dio, cioè la tendenza sovrastante, ipostasi dell'inappellabilità di Dio (che la voce, il Verbo, il dire-per, implicano più della inevitabile individualità della visione), che rende lo spettatore la prossima preda ignara delle fiere che sta acclamando dalle gradinate del Circo con goduria mentre sbranano "gli altri", dev'essere sostituito da Vid e/o, lo stare insieme in alternativa la mercato delle idee, in grado di rendere miserrima attraverso l'inevitabile omologazione dell'espressione artistica nei gradi di "mediazione distributiva" del "prodotto" (e già questo è un epiteto da evitare come la peste, da lasciare al detersivo Ajax e alla Nutella) anche la più genuina e implacabile delle idee.

Dalla gabbia del contesto, non se ne esce se non ri-creando, all'infinito, contesti non ufficiali (an che enormi, grandi come un Circo), e non ufficializzabili, mai. Fare senza attendere il feed-back degli addetti ai lavori, e senza ambire all'Opera di mallarmiana memoria. Quel che deve restare, resterà: ma l'utopia di ritenere che agire fuori dai contesti e auto-prodursi possa poi dispensare il proprio parto dall'essere un prodotto utilizzabile da chi non solo non lo capisce, ma un po' lo disprezza e lo utilizza per tappare i buchi della produzione ufficiale di serie, dev'essere abbandonata. Il "di più" che viene dal maligno (meglio scriverlo con la minuscola, il meschinello) di cui parli tu, in questo caso è il Festival di Pesaro: un luogo sì alternativo, ma ufficiale. Esistono circuiti non ufficiali di diffusione delle opere, e gente come Alberto Grifi li bazzica da trent'anni. Credo che delle due cose, bisogna sceglierne una: il pugno di "tu" non può essere quello degli avventori casuali di un festival, che vanno lì a farsi le ossa a snasare o a prendere quel che passa il Konvento (per quanto fatto di umili fraticelli smagriti e non di Prelati corrottissimi e obesi): ma può essere solo al di là della mediazione di coloro che, per mandato di una Società di Mediatori, selezionano, dispongono, giudicano e "inseriscono", virgolettandola, ogni cosa nel loro programma.

L'audio/video non è questione di numero: non solo, come dici tu, abbisogna del monitor per rimarcare la differenza ontologica dall'Industria del cinema (o, ed è lo stesso, dei videoproiettori e dei fabbricanti di schermi e altoparlanti). Abbisogna di una selezione sostanziale all'origine, di un rifiuto della mediazione successiva, di autoincendiarsi prima che possa essere (e che lo sia o no deve diventare indifferente, come un graffito murale di Haring o Basquiat) eventualmente commercializzata e resa neutra l'opera, e trasformata in "prodotto".

Quando il prodotto arriva in mano a coloro che gli sono estranei, fruitori e acquirenti più o meno casuali, ed esce fuori dalla soglia di immediatezza dalla quale e per la quale è stato concepito, dev'essere già senza senso. Inutilizzabile: un totem come la colonna traiana, che certo era bella, ma che i romani che la ammiravano non avrebbero mai saputo decifrare. A meno di non diventare egizi.

Dunque: ben venga questo radicalismo, ma bisogna selezionare l'interlocutore. Altrimenti, basta la favoletta di Frate Ciccillo e Frate Ninetto del sor Pasola a spiegare tutto: evangelizzare gli uccellacci e gli uccellini si può, ma non evitare che gli uni mangino gli altri.

Con grande affetto,

tuo

Serafino (o Andy Warrior Jr.)

 

*

 

Da: Federica De Paolis

Data: domenica 8 aprile 2001 21.42

A: Pasquale Misuraca

Oggetto: Quando la Montagna va a Maometto…

 

Caro Pasquale,
ebbene si hai girato e montato il tuo film, esiguamente forse e seguendo le
leggi delle emozioni e non quelle dia una sceneggiatura da circo
multiplanetario, ma l'hai fatto.
Il tuo piccolo circo, fatto di genuini mimi, ha il diritto di "circolare",
di essere esibito al mondo.
Io penso che "il mezzo" abbia la sua importanza, ma bisogna scegliere - il
cammino- esibirlo significa farlo: schermo gigante, pellicola, video, ciò
che tu preferisci, se scegli di andare a Pesaro, stai andando...e allora
vai.
Per vedere la Madonna del Parto del grande Piero, non c'era scelta ...si
raggiungeva la cappella...ma poi Richard Long, che installava le sue
magniloquenti opere nella strada della terra di Dio, è sceso a compromessi
con la voglia di comunicare (non di prostituirsi, non di tradirsi) e ha
portato la sua montagna da Maometto, è decollato al Palazzo delle
Esposizioni, al Moma, ha ridotto la sua opera in scala, gli ha tolto il
sapore dell'aria, è l'ha mostrata a milioni e milioni di assetati astanti.
Io capisco tutto il discorso, ma la tua "vitale anima" che vuole abbandonare
il mondo, è un attrice.
Punto e basta.
Non è arrivata la fine del circo...il tuo discorso è prematuro, certo
lungimirante, ma non ancora pronto per cadere dall'albero, e rimanere al
fresco dell'erba.
Il circo esiste e non hai scelta: devi partecipare.


Ti confesso Pasquale,
che ti immagino viaggiare per le vie di Roma, e d'oltre Oceano, con la tua
cassetta della Vigilia sottobraccio, mentre pensi e ripensi e con la tua
immensa testa da intellettuale, rifletti sulle opinioni e sulle riflessioni,
quando con quella tua dolcezza esprimi la tua dogmaticità, e alzi il calice
alla vita, il giorno del tuo compleanno (la vita che ti ha tolto
Eftimios)...
e tutto questo mi emozione e ti penso come un Titano...
e sono con te se scegli questa strada
sono comunque con te se la gioia ti emoziona
ti nutre
e ti illumina

Ti abbraccio

Federica

*

 

Da: Pasquale Misuraca

Data: lunedì 9 aprile 2001 8.51

A: Federica De Paolis

Oggetto: Quando la Montagna va a Maometto…

 

Cara Federica,

la tua lettera mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. E' diversa dalle
lettere di Serafino, di Paolo, di Nefeli, di Gigi. Parla di Pasquale tutto
intero, dalla testa immensa ai piedi ostinati, e la cassetta sottobraccio
("Con tu bolsón... siempre a la carrera..."). Considerare l'intero per la
parte e non la parte per il tutto, discutere le idee senza perdere di mente
e di vista l'uomo che le pensa e le porta, pensare le parole lungo le strade
da dove sono arrivate a noi e lungo le quali ci lasceranno, muoversi col
pensiero e commuoversi col corpo... Questo non è facile, amica mia, Dio sa
quanto è difficile, eppure lo è per te. Anche partecipare non è facile, non
è facile spostare la Montagna, pure dicono che sia possibile: lo dice
Maometto, e prima Gesù, e dopo Federica: sento voci. Allora facciamo così:
tu Federica-Maometto chiamami ed io Pasquale-Montagna ti porterò
sottobraccio le cassette di "Vita e morte di", "Le ceneri di Pasolini",
"Autoritratti vagabondi", "Amorosa Caterina", "La vita che desideri", "Prima
di cominciare", "Santarielli d'Amantea" y, por supuesto, "La Vigilia". "Sono
con te se se scegli questa strada, sono comunque con te se la gioia ti
emoziona ti nutre e ti illumina".

Hasta luego. Pasquale


*

 

Da: Pasquale Misuraca

Data: lunedì 9 aprile 2001 19.54

A: Serafino Murri

Oggetto: R: AU – DIO vs. VID – E/O

 

Caro Serafino,

 

piacquemi la tua lettera. Risponderotti tosto.

 

Cominciamo dal principio: da Te e da Me discutenti dunque (vedremo poi perché, anche delle maiuscole), e dalle radici: dall'Uomo dunque: alle radici c'è l'Uomo, per dirla con Marx di Treviri e (vedremo poi perché, anche delle maiscole) Rossellini di Roma, e aggiungiamoci (vedremo poi perchè, anche delle maiscole) Protagora di Abdera, "L'uomo è la misura di tutte le cose."

 

Ma prima di cominciare, una parola nuda e cruda sull'"immediatismo". Alla faccia dell'immediatismo, Serafino amato amico mio! Per entrare in rapporto virtuale con te, se scelgo il telefono mi risponde invariabilmente una segreteria telefonica (mai che tu prenda la cornetta, cazzo!), e se scelgo invece il computer, rispondi solo penultimo e solo se provocato (mai che tu mi scriva / c...! di tua iniziativa)

 

E ancora prima di cominciare, due proposte di lavoro.

 

La prima la ripeto, la metto per iscritto e la preciso Domanda: vuoi completare con me la sceneggiatura per il film dal titolo (provvisorio) "Ho fatto un sogno"? Hai detto sì, lo so, lo so, e questo mi ha fatto felice, perchè mi piace molto stare con te e molto mi piacerà lavorare con te, e perchè ti ritengo un ottimo sceneggiatore in nuce, ma. Ma non ti sei impegnato nel tempo e nello spazio. Mi impegno io e senza mezzi termini (conosci la mia massima preferita? E' di Arnold Schoemberg: "Tutte le vie conducono a Roma, eccetto le vie di mezzo.") ti dico: nelle prossime settimane, a casa vostra, davanti al vostro computer, o a casa nostra, davanti al nostro computer.

 

La segunda es la que sigue: all'interno del prossimo lavoro che Alexandra e io abbiamo messo in cantiere, "Tamarreide. Ritratto di un tamarro da giovane", ad un certo punto assolve il sonoro di una canzone del Tony Tammaro (oggetto-soggetto del film-documentario-musical), dal titolo "Chat line", il visivo della quale dovrebbe essere costituito, assecondando un parto malizioso della mia fervida immaginazione, dal montaggio di una serie di minuti frammenti di genere erotico costituenti nel loro insieme l'immaginario dell'uomo-spettatore contemporaneo. Ebbene, ho immaginato che questi minuti frammenti (ah, Maestro Dreyer della Minuta Frammentazione) siano estratti dai film di tutti i tempi e di tutti i luoghi: bocche, braccia, corpi, seni, fianchi, fiancate, culi. Frammenti di film irriconoscibili in quanto opere, frammenti come ricordati, come assembati, spiritosamente, surrealmente. Ti piacerebbe lavorarci con me e con Mariuccio?

 

Ma veniamo alla Cosa, all'audiovideo e all'AU-DIO vs. VID E/O. Devo subito dirti che non conosco di prima mano tutti i personaggi e tutte le citazioni che tiri fuori dal pozzo patrizio della tua spaventosa erudizione. Per ciò ho seguito i tuoi ragionamenti fino a un certo punto. Ma vediamo insieme se quello che ho capito permette di sviluppare i nostri ragionamenti. Faccio come Coriolano: "Parlo io."

 

Prendiamo Michelangelo e Rodin. Ho visitato l'altro giorno la mostra "Rodin e l'Italia" a Villa Medici, con un amico scultore, Mimmo Pesce, e ti consiglio di visitarla, e lo consiglio a Federica: un paio di ritratti, un paio di bronzi e quasi tutte le sculture di marmo valgono abbondantemente il costo del biglietto. Dicevo Michelangelo e Rodin. Precisiamo, e prendiamo il "David" dell'italiano quattrocinquecentesco e la "Meditazione" del francese ottonovecentesco. Da un punto di vista tecnico e teorico non c'è novità sostanziale della "Meditazione" rispetto al "David". Certo, il "David" è integro, intero, e la "Meditazione" è mutilata, spezzata. Ma la sostanza è quella. Rodin varia Michelangelo adeguandolo al gusto moderno e alla mentalità contemporanea, ma il concetto e la forma della scultura monumentale non cambia radicalmente. E non parlo qui della diversa grandezza dei due diversi autori, del fatto che Rodin sia incomparabilmente minore di Michelangelo in quanto scultore. Non parlo da un punto di vista estetico, no, parlo da un punto di vista tecnico e teorico.

 

Prendiamo ora "Paisà" di Rossellini e "La Vigilia" di Misuraca. Devo aggiungere che non parlerò delle due diverse opere dei due diversi autori da un punto di vista estetico, ma semplicemente da un punto di vista tecnico e teorico? Dunque: "Paisà" suppone un testimone invisibile e la cinepresa, cioè qualcuno che non sia l'attore e qualcuno che manovri la cinepresa, cioè (tecnicamente e teoricamente) suppone l'autore e il circo. Ne "La Vigilia" l'autore e il circo (tecnicamente e teoricamente) non ci sono più, o meglio non c'è prova che ci siano. Non si sa. Lo spettatore non lo sa e non lo può sapere, resta incerto, fino alla fine della visione, e oltre, tornando a casa o andandosene a letto. Questa opera, "La Vigilia" è sostanzialmente diversa e radicalmente nuova rispetto a "Paisà". Ne convieni?

 

Il problema dunque per me non è "abolire il circo a favore della partecipazione diretta ad un evento fatto per essere 'partecipato', e non subito passivamente". Il circo, grande o piccolo che sia, resterà sempre, così come l'autore, grande o piccolo che sia, resterà sempre, e lo spettatore parteciperà sempre indirettamente e mai direttamente a un evento (certo, più o meno passivamente, ma sempre indirettamente: la "partecipazione diretta", in politica o in cinema non importa, è sempre un equivoco; lo spettatore è trascinato tra gli ingranaggi della macchina come lo spettatore prerosselliniano secondo Bazin, o partecipa attivamente alla costruzione dell'opera saltando sulle pietre del greto del torrente, come lo spettatore rosselliniano secondo Bazin, ma sempre spettatore resta e non può far altro, quando ha l'occhio il cuore il cervello il fegato capaci di tanto, non può fare altro che "godere della libertà dell'autore", per dirla con Pasolini).

 

Il problema per me, Serafino, è quello di costruire una nuova forma di realismo, più soggettiva, certo, dei realismi storicamente precedenti, ma. Ma qui dobbiamo intenderci di che soggettivismo parlo. Parlo di una forma nuova e superiore di soggettivismo (lo chiamo "realismo soggettivo") rispetto al soggettivismo assoluto e assolutamente comico dei tempi nostri. Ti faccio prima un esempio, poi torno a protagora di Abdera eppoi chiudo.

 

Devi sapere che parecchi anni fa, era il 1988 se ben ricordo, mi trovavo a Berlino, invitato a seguito di "Angelus Novus" da Ulrich Gregor nel quadro di una rassegna di cinema italiano sullo schermo grande del glorioso Arsenal. Insieme a me c'erano, fra altri, Fulvio Wetzl (con "Rorret") e Francesco Calogero (con "La gentilezza del tocco"). Sai com'è, una settimana a disposizione, incontri e feste, a un certo punto di un certo giorno, non ce l'ho fatta più a sentire le sproposizioni soggettivistiche assolute di Fulvio e Francesco, e precisamente quando entrambi hanno dichiarato in coro (curiosi questi soggettivisti assoluti: amano i cori) che non è possibile definire una determinata opera esteticamente superiore ad un'altra determinata opera, mettiamo il Partenone di Atene superiore esteticamente al Tempio A di Agrigento. Il Partenone, mi spiegavano i due buontemponi, è quello che il singolo uomo sente che sia, il singolo uomo nel senso di Fulvio Wetzl e nel senso di Francesco Calogero. Il Partenone di Atene più bello del Tempio A di Agrigento? E chi lo dice? Se io non lo dico, se io Fulvio non lo dico, il Partenone più bello non è.

 

In questi casi, io metto mano a Protagora di Abdera. Il quale appunto dice "L'uomo è misura di tutte le cose" intendendo "l'uomo e non Dio", e non io o tu con la minuscola, Fulvio Wetzl o Francesco Calogero, ma Io o Tu in quanto esseri umani capaci di critica estetica, e di capaci di stare in silenzio di fronte a una opera d'arte aspettando che quella "ci rivolga la parola".

 

Ora, Serafino, io non intendo fare opere alternative, ma opere native, non opere marginali, ma opere egemoniche, non opere dirette, ma indirette. Io non sogno l'assenza dell'autore, sogno un mondo di autori. Devo ripetere che non faccio qui questione della grandezza delle opere, le quali possono essere esteticamente grandi e (tecnicamente e teoricamente) conservatrici o esteticamente piccole e (tecnicamente e teoricamente) rivoluzionarie?

 

Tu scrivi:

"Dalla gabbia del contesto, non se ne esce se non ri-creando, all'infinito, contesti non ufficiali (anche enormi, grandi come un Circo), e non ufficializzabili, mai. Fare senza attendere il feed-back degli addetti ai lavori, e senza ambire all'Opera di mallarmiana memoria. Quel che deve restare, resterà: ma l'utopia di ritenere che agire fuori dai contesti e auto-prodursi possa poi dispensare il proprio parto dall'essere un prodotto utilizzabile da chi non solo non lo capisce, ma un po' lo disprezza e lo utilizza per tappare i buchi della produzione ufficiale di serie, dev'essere abbandonata. Il "di più" che viene dal maligno (meglio scriverlo con la minuscola, il meschinello) di cui parli tu, in questo caso è il Festival di Pesaro: un luogo sì alternativo, ma ufficiale.

 

Io replico:

Quando scrivo un libro a partire da Gramsci non lo scrivo per i marxisti, e quando scrivo un libro a partire da Gesù non lo scrivo per i cristiani, non voglio scrivere libri alternativi e non ufficiali, voglio scrivere per chi mi intende, dovunque e chiunque esso sia, voglio scrivere Libri e fare Film e Audiovideo, lavorare per il grande schermo e per il piccolo schermo, per i borghesi e i loro figli, per i sottoproletari e i loro figli. Di volta in volta riconoscendo criticamente e adottando conseguentemente tecniche e teorie, formati e collaboratori, pubblici e produttori.

 

Tu scrivi:

"Dunque: ben venga questo radicalismo, ma bisogna selezionare l'interlocutore."

 

Io replico:

Ma lo spettatore non è un verme tirato e spezzato ("sempre in due parti disuguali", direbbe Ennio Flaiano) da due tacchini. Gli amici bisogna selezionare, non gli spettatori. Considerati selezionato. Augh.

 

Pasquale Seduto

 

*

 

Da: Serafino Murri

Data: Martedì 10 aprile 2001 13.45

A: Pasquale Misuraca

Oggetto: La sostenibile ampiezza dell’umiltà partecipe

 

Caro Pasquale,

prima di replicare alla replica (come la discussione, per esser vera, pretende, nella sua funzione non di semplice esposizione narcissica ma di agone e (s)passionato confronto), ti dico:

la sceneggiatura.

Vediamo: tempielluoghi del fare dipendono da una miriade di fattori che debbono essere armonici allo sviluppo della nostra interiore affezione all'impresa. E poi, anche se non voglio parlare anche per la mia "complice" Federica (hai già sondato come e di che parla, e te ne sei commosso), ma il suo occhio e la sua capacità di sceneggiatrice in nuce (che con me co-insegna sceneggiatura) credo potrebbero aiutare in maniera sostanziale (tu e Alexandra mi capite, no?) l'affezione all'impresa, Mia, Tua, Nostra.

Quindi, rivediamo (la sceneggiatura, noi stessi medesimi) e complottiamo contro il Tiranno Kronos. Come diceva Don Klaudio Baglioni (sì, proprio lui, l'invecchiato idolo delle romantiche teenager romane): "io sono qui". E Federica pure (credo, parlatevi tra voi, che è bellissimo starvi ad ascoltare).

Poi però passiamo a quella cosa proteiforme, né bella né brutta, né giovane né vecchia che tu chiami, con una punta di passionato e coriolanesco ardore riduttivo "marginalità", contrapponendola all'opera "egemone" (per chi, davanti agli occhi di quale giudice D(=io)?). Mi sembra che la dicotomia proposta, benché efficace, sia un po' sghemba (come il verme di Flaiano), e che non ci sia una contrapposizione necessaria tra "marginale" inteso come qualcosa che non ambisce alla cretineria universale di quel soggettivismo tutto faccine sorridenti, ombretti e lucidalabbra che farcisce di nullesca virtù schermi, pagine e CD da consumo obbligatorio & quotidiano (come la carta igienica), ed "egemone" inteso come qualcosa la cui forza estetica non sia negabile dalle rassicuranti, proditorie sicumere di tuttologi scatenati alla difesa dell'indifendibile normalità (e del proprio salario di notorietà), poiché parla a chi ha orecchie per sentire, a chi ha occhi per vedere, e chi ha un corpo per farlo sobbalzare con la forza del sangue che scorre nelle emozioni. Il "mondo di autori" che tu dici di sognare è lo stesso che sogna chi si sforza di creare una élite (parola di PPP, che così marginalista poi non era) in virtù del fatto che gli umani (e senza questioni bibliche di Colpe con la maiuscola) si dividono, per vicissitudine e privilegio statistico, in coloro il cui cuore cerca i battiti e va in cerca di certe emozioni, e dunque "si mette in gioco", e coloro il cui cuore gode solo della coazione a ripetere, ragion per cui si fa trascinare sempre e per sempre su tutte le strade del mondo (festival, mostre, performances, etc.), ma alla ricerca di una rassicurante passività che confermi le capacità del pensiero senza metterle né in gioco, né in questione. E' la stessa differenza che gli psicologi fanno tra le "emozioni addomesticate" e quelle genuine, tra l'autoinduzione controllata di esperienze pseudo-liberatorie (dalla canna di marijuana alla partita allo stadio), e l'approccio senza filtri a ciò che dell'opera ci ri-guarda, guarda noi con uno sguardo che riconosciamo, e che ci emoziona proprio perché non è "il nostro", eppure è la verità "fuori di noi", l'esperienza del vero che passa attraverso i nervi e il sangue, e non solo attraverso la cosiddetta "mente" (curiosa la sua omonimia con la terza persona singolare del verbo mentire, vero?). So e vedo che tu cerchi la stessa cosa, ma la tua vocazione evangelica (quel "non parlo di Gramsci ai Marxisti, o peggio ancora ai Gramsciani, ma a coloro che non conoscono il Verbo"), a mio avviso, ti gioca degli scherzi da prete, piccole fate Morgane dove il tuo volto forte e austero si specchia su quello dell'interlocutore fino a prenderne il posto, senza considerare che lo spettatore non solo non è un verme, non è e basta. Lo spettatore lo determini tu, con quello che fai. Così, quando parlo di "selezionare l'interlocutore" non intendo certo che tu debba capire in anticipo quale sarà il pubblico che vedrà la tua opera, ma, se preferisci, di "selezionare i selezionatori" che hanno il potere di farla circolare. Quel che mi sembra ingenuo nel tuo discorso è l'esasperazione dell'idea di quel "braccio di ferro necessario" che il pragmatico Pasolini diceva di accettare, di volta in volta con i produttori, la cui unica alternativa era il suicidio intellettuale. E io dico col cazzo che è così, e proprio perché anch'io propendo tutto per la soggettività e la sua liberazione sempreché non diventi la cachetica legittimazione del farnetico pensare menefreghisticamente individuale alla Calogero o Weitzl, dico che esistono una marea di gradi e differenze di mediazione possibile (quello della segreteria telefonica è un filtro, non una mediazione, e dietro nasconde una persona fatta di volontà e di inconscio, e non un contabile delle relazioni umane): e certo il Festival di Pesaro, dietro al quale si celano i volti ben poco aperti e illuminati di uomini come Miccichè o Torri (lasciamo stare il volenteroso mediatore Spagnoletti), non è il luogo dove può avvenire un risveglio delle coscienze, ma semmai una loro rassicurante irregimentazione, certificata dal fatto che anche l'avanguardia o quel che si pone come "non-mediato" realismo è lì, disponibile come tutti gli altri sottogeneri dello spettacolo al loro fianco, e da essi, in assenza di specifica educazione, del tutto indistinguibile.

Non è lana caprina questa, caro Pasquale Seduto di Abdera, per me è linfa. Il Sessantotto con tutta la sua caterva di illusioni che noi figli dei figli scontiamo a suon di nuove e più solide gerontocrazie grottesche, nel suo liberalizzare gli accessi, si è dimenticato di liberalizzare gli strumenti, cosicché il figlio dell'operaio più debole e il cui spirito di emulazione del figlio del borghese non era così grande da farglielo imitare di sana pianta nei modi e nelle abitudini, pur se è arrivato a fare l'Università è stato cancellato dall'orizzonte della Storia e della Cultura e messo nel ghetto dei perdenti dalla nullificazione degli scampoli di cultura geroglifica a lui donati per meglio confondergli le idee. Questo è, in buona sostanza, per me il meccanismo: la solita sotria per cui le classi egemoni non si considerano classi, ma incarnazioni metonimiche dell'Umanità tutta. Come te lo spieghi tu che tutta l'arte non storicizzata che conta sta nelle case di emeriti aguzzini e bagarini del gusto che al momento opportuno investivano a pioggia su tutti gli artisti, per poi buttare via in un cesso, dopo la verifica critica, tutti i perdenti, e tenersi solo gli Schifano, i Festa, e via dicendo? Non basta dire (me lo diceva qualche sera fa con grande arguzia Federica) che questa qui ormai non è più arte nel senso che lo era per il tormentato Michelangelo e neanche per Poussin o David, e, a ben vedere, forse non è più nulla: bisogna aggiungere che lo Spirito non è di nessuno, cioè è di tutti, e dunque, la cosa più urgente da studiare è il modo di renderlo disponibile, e non di straforo e per caso, a chi ha gli strumenti, o rendere gli strumenti disponibili ha chi ha voglia e passione di capire.

Questo mi sembrava di intravedere nei tuoi tentativi audio-video, e per questo mi sembravano meritori. Il tuo "realismo soggettivo" fa ottimisticamente appello a una comunità (l'Uomo di Protagora) inesistente, giacché l'unica comunità storicamente tale è quella, "assolutamente comica", del soggettivismo assoluto che farcisce l'assoluto squallore del mercato delle idee, dell'industria culturale ormai ridotta a fabbrichetta culturaloide. Per questo ti dico che Paisà aveva nel suo circuito estetico qualcosa di diverso, che "La Vigilia" non ha: il senso imparlabile della tragedia ancora viva che aveva già dato gli strumenti di lettura ai suoi spettatori in nuce (quegli strumenti erano la paura, la povertà, la morte, lo squallore e tutte le altre esperienze che la guerra aveva regalato, e che Rossellini non ha fatto che accarezzare con tenerezza infinita da marpione qual'era). La Vigilia ha un tasso di coerenza estetica tutto suo, ma certo non lo porrei sotto l'egida del realismo (come non ci metterei "Prima di Cominciare"), ma dell'astrazione, dell'iperbole, della sospensione della verosimiglianza. Che Rossellini non voleva e non sapeva neppure come adottare. C'è molta "mente", nella corporeità impressionante della tua attrice. La finzione ce vi si respira non è certo quella di "The Blair Witch Project" (fare finta che sia vero), ma lo spiazzamento generato dalla serenità di una moritura(?) dà da pensare, assieme alla sua rabbia, e dal momento che diventa "opera" lascia intravedere al pari di Rossellini il Circo, benché ristretto. La "prova" è nel fatto che siamo liberi di credere quello che vogliamo. Che dietro non ci sono i milioni di morti, le stragi, il sangue. C'è un inno alla vita fatto da chi sta per morire. Ma non come Eftimios, suo malgrado e con forza, ma per dispetto e per debolezza. E forse, si tratta di una semplice boutade rivolta al padre: dunque, un circo privato, ma sempre un circo.

Infine, la libertà dell'autore, in questo dopostoria fatto di una tela indistinguibile di pseudo-libertà palliate dal possesso privato dei mezzi di comunicazione, internet, telecamere, e via dicendo (col permesso di trasmettere e il divieto di parlare, avrebbe detto il buon De André), non è più niente. E' un genere tra gli altri del supermercato.

Per questo credo che la partecipazione diretta non sia un equivoco, ma una realtà misconosciuta: ogni giorno prendiamo parte a quel che accade, siamo più o meno consapevoli complici di questo andazzo orrendo del mondo. Ma possiamo esserlo anche scegliendo, scegliendo di stare accanto alle cose mentre avvengono, mobilitandoci non solo come artisti, ma anche come danzatori, spettatori di cinema che fischiano o appaludono, e non prendono tutto con lo stronzo irenismo di chi sa, ascoltatori che si commuovono, impenitenti bambini, Sartre che rifiutano i Nobel: se l'emozione non ti sembra partecipazione, che cos'altro lo è? Ma l'emozione ha i suoi codici, e non è soggetta a fraintesi: o c'è o non c'è, e nessuna mediazione la può generare. L'universalità è il vero inganno, dunque, se la si misura col già stato, con la grandezza che, storicamente si è sancita come tale. Quando tu citi Protagora, citi solo una parte della verità: l'altra mi sembra di trovarla in Eraclito di Efeso, quando si occupava dell'Origine (del resto, sei tu che dici che vuoi un'opera "nativa"): "se tutte le cose che sono diventassero fumo, le narici le distinguerebbero", e soprattutto "se non speri l'Insperabile, non lo scoprirai, perché è chiuso alla ricerca e ad esso non conduce nessuna strada". Quanto al realismo, Schonberg per Schonberg, viene da dire: "io dipingo un quadro, non una sedia", (io giro un film, non un usicidio), e così l'oggetto non ha così tanta importanza rispetto al gesto, ed è il gesto che credo vada condiviso. Chi si commuove perché George Clooney, Tom Cruise o Monica Bellucci sono belli, di certo resta incatenato alle emozioni addomesticate ed educate a suon di pubblicità quotidiana. Svegliarsi alla bellezza è un'arte, la più grande di tutte: e io credo, in cuor mio, che lo spettatore che ci riesce, che si emoziona e con-prende, fa diventare parte di sé l'esperienza che è frutto del gesto artistico ancora non codificato (o fuori della sua codificazione), è autore quanto il pittore, il cineasta e il musicista. Tutto il resto fa parte del mistero dell'inquietudine e della sua sorella per bene, la buona volontà.

Col tempismo che desideravi,

a presto

Serafino

 

*

 

Da: Pasquale Misuraca

Data: mercoledì 11 aprile 2001 14.47

A: Serafino Murri

Oggetto: Hola y Chao

 

Eh sì, Serafino, la discussione vera pretende di essere continuata: alle
repliche debbono seguire le controrepliche, agli argomenti i
controargomenti. Aggiungerei che la discussione vera pretende anche qualcos’
altro, ancora più profondo e più pericoloso. Io, (e leggendoti vedo che
anche tu) quando discuto, cerco di perseguire anche questo qualcos’altro:
prima di tutto, chiarire a me stesso il fenomeno mettendolo in problema, a
me stesso e contemporaneamente all’altro, tenendo conto di volta in volta
della sua speciale persona, della sua identità e del suo movimento; in
secondo luogo, ascoltare ciò che l’altro mi viene dicendo, intelligendolo,
leggendo dentro le sue parole il suo cuore, leggendo dentro il suo passato
il suo presente; e poi viene il bello: avanzare in territori nuovi in
compagnia dell’altro, guidati dal risultato progressivo della discussione,
la quale scuote entrambi dalle fondamenta e trasforma entrambi
incessantemente, in modo che la bussola non sia la mediazione geometrica dei
punti di vista di partenza ma la costruzione di un processo di vista
odisseo.

Anche la costruzione creativa di un’opera d’arte (di una sceneggiatura, in
questo caso) mi affascina. Leggo che sei determinato a lavorare
concretamente a “Ho fatto un sogno”. Che ne dici se iniziamo il lavoro di
seguito alle feste pasquali? Facciamo Martedì 17 aprile dopo cena a casa
vostra? Mi parli anche di Federica, vorresti coinvolgerla nel lavoro di
scrittura del film. Io ne sarei felice. Ma sono in attesa. Di che cosa?
Attendo che Federica, donna molto autonoma amico mio, legga la bozza attuale
della sceneggiatura che vi ho spedito via email e mi dica se le piace l’idea
generale, e se sì, a quel punto mi piacerebbe chiederle di mettere le mani e
la testa in questa struttura che vuol essere un’altra struttura.

Ed ora, Serafino, proviamoci a proseguire la discussione partendo dalla tua
forte e chiara lettera.

Penso intanto, per dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di
Dio, che bisogna costruire opere egemoni e non marginali, nel senso di opere
che conquistino il centro del fenomeno audiovisivo mettendolo teoricamente
in problema e creando praticamente opere che spingano ai margini le opere
“trasparenti come frittatine” (uso la formula flaianea).

Penso poi che dobbiamo riunire gli uomini divisi, mettendoli tutti in gioco.
Quando gli evangelisti attribuiscono a Gesù la frase “Sono venuto a dividere
il fratello dal fratello” so che lo confondono con il Maestro di Giustizia
capo della Setta degli Esseni. Un “mondo di autori” domanda, secondo me, la
riunificazione del fratello con il fratello e dell’uomo con se stesso,
facendoli diventare ciò che sono: fratelli, uomini. E’ una vocazione
evangelica, questa? Se intendi con questo dire che voglio immaginare “l’uomo
reale” come “l’Uomo Ideale” e ridurre “lo spettatore reale” allo
“Spettatore Ideale” che ho in testa, sono d’accordo: è una vocazione
evangelica. Ma sei sicuro che sia la mia? Ma cos’è “l’uomo”, amico mio? E
cosa può diventare, e come?

Ora, Serafino, tu sai che su questo ho scritto nei mesi scorsi un libro e ho
avanzato un ragionamento e una proposta. Non intendo qui riassumere quello e
questa, e aspetto che tu legga e mi dica ciò che pensi a proposito. Ma devo
anticipare che oggi, a mio modo di vedere, la tua ricognizione antropologica
dell’uomo contemporaneo come processo catastrofico dei suoi atti
contemporanei non mi convince. Penso che la tua ricognizione antropologica
degli atti contemporanei degli uomini contemporanei sia filosoficamente
catastrofica. (“Il tuo ‘realismo soggettivo’ fa ottimisticamente appello a
una comunità (l'Uomo di Protagora) inesistente, giacché l'unica comunità
storicamente tale è quella, ‘assolutamente comica’, del soggettivismo
assoluto che farcisce l'assoluto squallore del mercato delle idee,
dell'industria culturale ormai ridotta a fabbrichetta culturaloide.”)

“Ogni filologia contiene una filosofia”, diceva il Prigioniero (le chiamano
ancora “Lettere del carcere”, e sono invece “Lettere del Prigioniero”, non
trovi?), e dunque la tua “filologia” la tua “filosofia”. Orbene, io credo
che la mia filologia (ricognizione antropologica) dell’uomo contemporaneo
sia feroce, crudele, spietata quanto e forse più della tua, ma che la mia
filosofia non sia catastrofica. Qui mi pare che ci sia, qui e ora, una bella
differenza (da discutere, naturalmente: non credo a una discussione in cui
ad un certo punto si dica “beh, io sono fatto così, e non ci posso fare
niente”).

E veniamo alla questione lasciata aperta anche da Marx (“chi educherà gli
educatori?”): come “selezionare i selezionatori”. Non mi convince il tuo
rifiuto del Festival di Pesaro come luogo utile alla battaglia culturale che
andiamo facendo, in quanto “luogo dove non può avvenire un risveglio delle
coscienze, ma semmai una loro rassicurante irregimentazione, certificata dal
fatto che anche l'avanguardia… è lì, disponibile come tutti gli altri
sottogeneri dello spettacolo al loro fianco, e da essi, in assenza di
specifica educazione, del tutto indistinguibile”. E non ci puoi e non ci
devi venire, a Pesaro, a fare opera di “specifica educazione”?

Tu scrivi:
“Non basta dire (me lo diceva qualche sera fa con grande arguzia Federica)
che questa ((arte degli Schifano, dei Festa, degli eccetera)) qui ormai non
è più arte nel senso che lo era per il tormentato Michelangelo e neanche per
Poussin o David, e, a ben vedere, forse non è più nulla: bisogna aggiungere
che lo Spirito non è di nessuno, cioè è di tutti, e dunque, la cosa più
urgente da studiare è il modo di renderlo disponibile, e non di straforo e
per caso, a chi ha gli strumenti, o rendere gli strumenti disponibili ha chi
ha voglia e passione di capire.”

Io domando:
E Pesaro non può diventare utile in questa santa prospettiva?

Tu scrivi:
“’Paisà’ aveva nel suo circuito estetico qualcosa di diverso, che ‘La
Vigilia’ non ha: il senso imparlabile della tragedia ancora viva che aveva
già dato gli strumenti di lettura ai suoi spettatori in nuce (quegli
strumenti erano la paura, la povertà, la morte, lo squallore e tutte le
altre esperienze che la guerra aveva regalato, e che Rossellini non ha fatto
che accarezzare con tenerezza infinita da marpione quale era). ‘La Vigilia’
ha un tasso di coerenza estetica tutto suo, ma certo non lo porrei sotto
l'egida del realismo (come non ci metterei ‘Prima di cominciare’), ma
dell'astrazione, dell'iperbole, della sospensione della verosimiglianza. Che
Rossellini non voleva e non sapeva neppure come adottare. C'è molta ‘mente’,
nella corporeità impressionante della tua attrice. La finzione che vi si
respira non è certo quella di ‘The Blair Witch Project’ (fare finta che sia
vero), ma lo spiazzamento generato dalla serenità di una moritura (?) dà da
pensare, assieme alla sua rabbia, e dal momento che diventa ‘opera’ lascia
intravedere al pari di Rossellini il Circo, benché ristretto. La ‘prova’ è
nel fatto che siamo liberi di credere quello che vogliamo. Che dietro non ci
sono i milioni di morti, le stragi, il sangue. C'è un inno alla vita fatto
da chi sta per morire. Ma non come Eftimios, suo malgrado e con forza, ma
per dispetto e per debolezza. E forse, si tratta di una semplice boutade
rivolta al padre: dunque, un circo privato, ma sempre un circo.”

Io ascolto la recensione critica in silenzio. E concordo poi sulla eternità
del Circo (e del circo). Ma non hai detto ancora una parola sulla Soggettiva
Libera Indiretta e sulla Soggettiva Giustificata Diretta, Serafino.

Tu scrivi;
“Svegliarsi alla bellezza è un'arte, la più grande di tutte: e io credo, in
cuor mio, che lo spettatore che ci riesce, che si emoziona e con-prende, fa
diventare parte di sé l'esperienza che è frutto del gesto artistico ancora
non codificato (o fuori della sua codificazione), è autore quanto il
pittore, il cineasta e il musicista.”

E io ti abbraccio.

A presto. Pasquale

 

 

 



 

 

Author statement


Why I asked that my audiovideos not be projected on the big screen.


I believe that cinema is dying. By that I mean the historic form of audiovisual art that presupposes film stock, the large theatre, the big screen, the mass public, and the circus: the camera and cameraman, the lights and the cinematographer, the dolly and the operator, the set and the artistic designer, the costumes and the costume designer, the actress and the make-up artist. The list of all the devices needed to create film goes on, devices that up until yesterday inevitably came between the onlooker and the event, the spectator and the work. Cinema is dying because the historical social model that created it and kept it alive is dying: the society of political parties, of labour and farm unions, of nationstates, of mass movements. From its ashes (still hot and full of burning embers) another society is growing, which is building a different kind of audiovisual art from, the principal product of which is exactly the “audiovideo” that I am going to present. Naturally, I am speaking about my audiovideos because, having made them, I know them best, and because deep down a director theorises about his work. So, let us set aside Leonardo Sciascia Self-Portrait and Vittorio De Sica Self-Portrait, two edited videos that I created for Italian television (Rai Educational) using only archival material, and let us examine La Vigilia, an audiovideo that I shot (shot?) in Santiago de Chile and edited (edited?) in Rome, in the beginning of 2001. Between the spectator and the work there is no more circus: the protagonist turns on the camera and records and is recorded. A subjective shot finally directed and justified. The first audiovideo work was born: first person singular of the present indicative. I audio and video for you, single subject spectator. This realism is different from New and True Realism, in which one saw and heard through an invisible witness that, however, substituted the circus; and different from “Nouvelle” and “Vague” Realism, with its ostentatious presentation of the circus in the frames and in the conspicuous editing. Yet this aspect of the audiovideo is not only a new technical possibility, a new material condition that is fundamental, however, for the very reason that the condition is essential to the endeavour itself. To quote Karl Marx (you remember his marvellous Preface to A Contribution to the Critique of Political Economy?): “Mankind always sets itself only such tasks as it can solve; since, looking at the matter more closely, it will always be found that the task itself arises only when the material conditions of its solution already exist or are at least in the process of formation”. The audiovideo is also a new category of linguistic effects, to practice and to theorise about: from the already established material conditions to the practical and theoretical initiatives that are possible and therefore necessary. Therefore, to get back to the screening, the watching and listening of audiovideo works should be done, for the love of clarity and with the art of consequence, with a video player and a television (“Everything that is excess comes from evil.”). In front of which are a handful of spectators who know and recognise each other, a handful of you.

 

 

 


 

Fotogramma de La Battaglia (2004) - parte seconda del trittico 'Vissi d'Arte' (2005)

 

Nevrotico, spezzato, veloce, il montaggio che Francesco (interpretato da Francesco Guzzo) fa dei suoi brani parlati. Quando Francesco gira le scene poi montate nella videolettera (il modello: Luce senz’ombra) la sua azione di operatore è invece calma, unita, lenta.

In Luce senz’ombra (un primo RITRATTO DI COSE) prevale la panoramica lenta, il campo fisso, la contemplazione.

 

 


 

Una donna cilena alle soglie della maturità. Ha desiderato da sempre fare l’attrice, e ha tentato più volte invano di essere ammessa alla Scuola di recitazione del Teatro di Santiago. Disperata per l’irrealizzabiltà del suo sogno, offesa dall’amore volgare del suo amante, delusa dall’indifferenza del mondo, decide di uccidersi.

Alla vigilia del gesto estremo, prende la telecamera del padre e incide il suo volto, il suo corpo, le sue ragioni, le sue domande, registrando una serie di addii al padre, alla madre, all’amante, alle amiche, ai professori, al mondo, a Dio.

 

 


 

A chilean woman at the beginning of maturity. She always wished to be an actress ., and she tried many fruitlessly times to be accepted in the School of Theatre of Santiago. Hopeless for her unrealizable dream, offended by the common love of her lover, disappointed by the indifference of the world, decides to kill herself.

At THE VIGIL of the extreme action, she takes the telecamera of her father and engraves her face, her body, her reasons, her questions, taping a sequence of goodbyes to her father, her mother, her lover, her girlfriends, to professors, to world, to God.

 

 


 

Da tanti anni faccio un sogno: un’opera audiovisiva che lasci incerto lo spettatore se ciò che sta vedendo e sentendo sia un documentario o un film, che riconduca la trinità dei punti di vista soggettivi dello spettatore, del personaggio, dell’autore all’unità dell’obiettivo (e così facendo getti un po’ di luce sul mistero della Realtà).


Prima è stato il “Cinema”: specie i cortometraggi “La bobina dell’occhio ferito” (1990) e “Vita e morte di” (1991) e i capitoli “Chi sei?” e “Da un certo punto di vista” del lungometraggio “Non ho parole” (1992).


Poi è venuto il “Video”, e nei mesi scorsi ho realizzato “LA VIGILIA”. A me pare che il Video abbia rispetto al Cinema potenzialità tecniche e linguistiche diverse e nuove per la realizzazione del mio sogno. Ma vedi e senti un po’ tu, spettatore. Fammi sapere.

 


 

LISTA DEI DIALOGHI IN INGLESE DE “LA VIGILIA”



***


(Titles)


The Vigil


it is an audiovideo work byPasquale Misuraca


acted by Gayle Li Maxwell Ilabaca


***


What are you doing Dad?

Goodbye dad... I preferred to choose your camera and a used video of yours to say goodbye...

Listen... when you’ll be seeing and hearing me, I won’t be alive anymore.

But we will see each other again, be sure of it... as sure as I am; and I was sure even when I was wrong...

We’ll meet again and you won’t scold me for this, will you?

I’ll leave my room tidy... mom will be happy of one thing at least...

Be calm, dad. Remember what you told me when I was little?

When you’ll see me angry, to calm me down it’ll be enough for you to say, in a low voice, looking me straight in the eyes: “calm down, dad”

Well, here it comes: “calm down, dad, calm down...”

I couldn’t make it... I couldn’t make it!

How many times have I tried it?

Not even this last time I could pass the admission exam to the School of Theatre...

Don’t you believe me? It is true...

I played that scene from Hamlet where Ophelia, grief-stricken for her father’s death and because her boyfriend raped her gracelessly and making her unhappy, let the King know she is about to kill herself... The irony of destiny!

I don’t know where I got it wrong... Where did I make a mistake?

I convinced you I could make it, and you made so many sacrifices for me, believing in me!...

With your suitcase, always on a rush... Poor daddy...

Where?

Where is your splendid Majesty of Denmark?

QUEEN: - Ophelia, how are you?

My love, how will you come to me in the future?

Will you come penitent to beg for my slit?

Or, like a warrior, to run through me with no tenderness or care?

QUEEN: - Alas, sweet lady, what imports this song?

Say you? nay, pray you, mark.

He is dead and gone, lady,

He is dead and gone;

At his head a grass-green turf,

At his heels a stone.

QUEEN: - Nay, but, Ophelia!

Pray you, mark.

White his shroud as the mountain snow…

Enter KING

…larded with sweet flowers

which be wept to the grave did go

with true-love showers.

KING: - How do you, pretty lady?

Well, God‘ild you! They say the owl was a baker's daughter. Lord, we know what we are, but know not what we may be. God be at your table!

KING: - Conceit upon her father…

Pray you, let's have no words of this; but when they

ask you what it means, say you this:

Tomorrow is Saint Valentine's day,

As Juliet or Beatrice

All in the morning betimes

And I a maid at your window.

Like a bird of prey

You have taken me

And you deflowered me

With no grace nor peace.

KING: - Pretty Ophelia!

Indeed, without an oath, I'll make an end on it:

To you, righteous sky, I ask for consolation

And the Virgin gave me her protection.

The cause to my misery

Has been his audacity.

What a fool I have been!

A hundred times you told me,

Wickedly lying

That you would have married me.

Now you say: I would have done it

If you did not unwarily

Had gott yourself into my bed.

KING: - How long has she been thus?

Everything will be for the best: have a little patience. Thank you so much for your good advice! Have my carriage ready! Good night everybody; good night my friends; good night, good night.

Here, dad. What do you think?

Was I getting the character straight?

And did you notice that I changed Shakespeare’s words to make them stronger?

Would I become a secretary and give up, just like you, what I am?

You did it for me, but I am already an old maid.

What else can I do here in Santiago? I didn’t learn a thing in school...

It was only literature that I loved: Don Quixote, Neruda, Gabriela Mistral...

Damn! The red light is on... the tape is almost over...

Mom: about the rest... give my dolls and my clothes to poor girls.

And for the rest, please... everything: necklaces, earrings, pencils, notebooks... nothing should remain at home...

Well, of course there are the pictures... you wouldn’t throw them away, would you?

Adolfo, my love, I am going.

We won’t see each other anymore.

But I am leaving you this.

I leave you my body to remember, this very body that you thought you loved so much, this body you had so many times, this body that gave you pleasure, but that you didn’t really know.

Well, you can’t have me this time, so: be calm!

I want to give you my hair, my eyes, my mouth, my neck, my arms, my breasts, my hands, my waist, my hips, my legs, the fingers on my feet.

Through them I can part joy from weeping

The two fabrics of my singing

I want to leave you all of my body... sensible... anxious... and you took it always with no tenderness, always looking forward to the only thing you really wanted...

No, you were good in bed, you can brag about this, Hamlet... I mean, Adolfo...

But what about intelligence? Grace? Tenderness? Love?

My love, how will you come

To me in the future?

Will you come penitent

To beg for my slit?

Or, like a warrior, to run through me

With no tenderness or care?

Tenderness rhymes with niceless... But, am I nice?

I am not tall, nor delicate, nor blond, nor have I blue eyes...

An ordinary woman... just like the professors told me. A face in the crowd striving for recognition.

What does it matter now anyway? I can’t use it anymore, I couldn’t use it to be loved, nor to act in the great theatre that the world is. The world refused it!

Enough!


***


And now, world, I bid you farewell!

Tell me, why did you push me away? Why didn’t you accept me as I am?

I only wanted to be myself, find the best in me and give it to everybody, transform it in living art.

I wanted to make the world a happier place, or maybe just make people laugh and cry in front of the scene.

I wanted to be the caterpillar transforming into a butterfly, a spider drawing its web under the moon rays.

But you left the caterpillar die inside its cocoon and you destroyed the web I just started.

What is it you did not like in me? Am I too independent? Yes! Too ambitious? Yes...

Aren’t I most beautiful? Aren’t I excellent? So? Do only homecoming queens and straight A’s students have the right to express themselves?

You were right, it was a crazy dream the one I had. The illusion of a little girl wanting to be the Queen. But when she grew up, she remained a little girl.

You were right, mom, when you told me to grow up. To be realist, not to fly too high because the fall would have been all the more hard.

You were right, my middle class girlfriends, you, that made me feel out of place. You told me to keep my head down and my legs wide open if I wanted to climb the social ladder.

You were right, my poor neighbourhoods girlfriends, when you told me to enjoy life while I could. But you also told me to find myself a place, a calm and working husband and to be happy to be just like all the rest.

And you were right, professors. You finally freed me of my ridiculous stubbornness.

Why did you choose to act an angelic and beautiful princess instead of a robust peasant or a coquettish maid?

Right, the proper body for the role…

An actress must have a sense of proportions… and of reality!

And she must be able to memorize twenty blasted verses of a sacred text…

My friend, she dared correct Shakespeare!

Were you talking? Well, listen to this!

Cruel and imbecile professors

Slick or submissive classmates

Distrustful and weak mothers

Princes who want slaves…

They won! Yes, they won over me.

What did they gain, anyway?

The professor got to preserve their mummified texts and compete on whose the most critical?

The middle class girls to get their way and the low class to conform to a life without courage?

The mothers got to cut the wings of their children or otherwise repeat: “I told you so”?

And the blue princes, what did they get? To have a good time and brag about their conquests?

No, you did not win anything because you already had it before me and I did not keep my head down.

And you won’t have me. Instead, you’ll lose me…

I won’t be as you wanted me… won over… submitted… obedient… sexual object… humble and resigned…

What next?

How do they rest, Lord, sleeping the suicides?

A lump in their mouth, emptied heads,

The sockets of their eyes pale and swollen,

Their hands oriented towards and invisible anchor?

Or do You just come after men have left

And turn down the eyelid on the blinded eye,

Reassess the interiors with no pain or sound

And cross your hands on my silent chest?

Do answer me, Lord: when the soul runs away

From the door, long wet by deep wounds,

Does it enter in your orbit cutting calmly through air

Or does it make the shrieking sound of maddened wings?


***


(Titles)


The Vigil is dedicated to an adolescent named Eftimios


The theatrical, musical, poetical parts are excerpts from:

Hamlet by William Shakespeare


Gracias a la vida by Violeta Parra

Interrogaciones by Gabriela Mistral


music

Claudio Barría Mancilla

 

photography and sound engineering

(February 2001)


Gabriel Razeto

editing

(March 2001)


Mario Di Chiara

post production

Videostar


production

ALFAZITA di Alexandra Zambà


acting

Gayle Li Maxwell Ilabaca


written and directed by

Pasquale Misuraca

 


 

 

Sei sulla buona strada, Lorenzo, quando pensi che "Edipo Re" di Sofocle è una tragedia sul potere. Ti stai avvicinando. Vogliamo avvicinarci ancora di più al testo di Sofocle fino a pensarlo con la sua testa fino al punto che la "sua testa" e il "suo testo" coincidano?

Cominciamo dal titolo. "Edipo Re" - è un titolo impreciso: Sofocle avrebbe dovuto scrivere "Edipo Tiranno". Infatti il Re è un potente che eredita il potere, mentre il Tiranno è un uomo che conquista il potere, con l'intelligenza. Edipo di fatto conquista il potere risolvendo con l'intelligenza un problema, e precisamente un enigma, l'Enigma della Sfinge.

Ma c'è un titolo ancora migliore di "Edipo Tiranno", ed è "Il Bivio". "Edipo Re" racconta infatti la tragedia della incompatibilità tra potere e conoscenza: potere e conoscenza non si possono avere insieme: o l'uno o l'altro, e se vuoi averli insieme, ecco la tragedia. (Questa tragedia nel mondo antico l'hanno raccontata prima Sofocle e poi Gesù, nel mondo moderno prima Shakespeare - con "Amleto" - e poi Gogol' - con "Diario di un pazzo").

Parliamo soltanto di Sofocle, oggi. Edipo conquista il Potere con la Conoscenza, e tutto va bene fino a quando non pretende di avere insieme Potere e Conoscenza: l'esercizio del potere ostacola la conoscenza della verità, e quando la verità salta fuori (prima o poi la verità salta sempre fuori, fuori del potere) Edipo perde il potere. Edipo dice infatti dal principio alla fine che vuole conoscere la verità, a tutti i costi, ma poi,

ogni volta che la verità fa capolino, lui la rifiuta, sente puzza di complotto per rubargli il potere. Alla fine ha la verità ed ha perso il potere.

Questo dovrebbero capire gli intellettuali (antichi e moderni e futuri, come te): la conoscenza dissolve il potere, il potere ostacola la conoscenza. Certo, Edipo è un "eroe": alla fine sceglie la verità. Amleto è un "uomo a metà", e non riesce a scegliere. Poproscin (il protagonista del "Diario di un pazzo") è un "antieroe" e impazzisce: è un uomo senza potere (un Impotente) che s'immagina d'essere un Re - il Re di Spagna (un Potente). Questo era nella testa di Sofocle, questo è nel suo testo.

Per rispondere, infine, alla tua domanda su quello che sto facendo, poche parole. Sto affrontando lo stesso problema di Sofocle, oggi, nel mondo moderno. Una prova? Il secondo AudioVideo della trilogia "Vissi d'arte" (un "lungo" composto di tre "corti") ha come protagonista una specie di Amleto moderno, e s'intitola "La Battaglia". Un'altra prova? Il film digitale che sto registrando (un "lungo" composto di quarantadue "cortissimi") è uno sviluppo del "Diario di un pazzo" di Gogol'. Perchè quarantadue? Chiedilo a Guido, facendogli precisamente questa domanda: "Papà, perchè per ammorbidire il polpo (dopo averlo catturato e ammazzato), bisogna batterlo quarantadue volte sulla dura pietra?"

 

 


 

Insomma aprire, allargare, svolgere, distendere, un foglio di carta, un

tappeto, un ragionamento, un'opera. Mi dispiego, caro Lorenzo (non

completamente: sarebbe troppo lungo).


1. LA SECONDA STORIA


Un cineasta e scultore che vive a Roma registra una videolettera per la sua

amica del cuore improvvisamente scomparsa, per comunicarle che ha finalmente

capito che lei lo amava, lui non se n'era accorto, ma ora l'ama anche lui,

perciò ha deciso di abbandonare cinema e scultura, non vuole più vivere una

vita d'artista, va a vivere con lei. Sennonchè questa videolettera, invece

di essere spontanea si rivela artefatta, cioè precisamente fatta ad arte, ed

in special modo nel montaggio, manifestandosi come opera d'arte, vale a dire

il contrario di ciò che diceva di voler fare il nostro incerto personaggio.


2. LA TERZA STORIA


Una scimmia della Costa d'Oro viene catturata da esseri umani e per

sopravvivere decide di imitare gli esseri umani, fino a diventare un'artista

del teatro di varietà. Gli illustri signori di una accademia gli chiedono

tempo dopo, mentre si trova nella città di Parigi, una relazione sulla sua

precedente vita di scimmia, lui accetta, ma non potendo (o non volendo)

essere presente materialmente alla riunione degli accademici registra su una

cassetta video la sua relazione. Il soggetto e il testo parlato del LA

RELAZIONE sono tratti da un racconto di Franz Kafka.


3. IL MONTAGGIO DELLA STORIA 2 (cioè de LA BATTAGLIA)


I "tagli" - come li chiami giustamente tu - sono una invenzione di Nefeli, e

servono a mostrare l'incertezza del nostro personaggio, il quale dice una

cosa e pensa un'altra, e un'altra ne fa, e un'altra ne sogna. Come fare a

mostrare questa "rottura interna" del personaggio, questo suo essere fatto

"a strisce"? Rompendo l'unità della ripresa, tagliandola e infilandoci

dentro l'altro che pensa, l'altro che fa, l'altro che sogna. Questa grande

idea di montaggio è di Nefeli - come ti scrivevo - ed io l'ho condivisa

subito (se ricordo bene in meno di un secondo) in quanto profondamente

coerente con l'idea originaria di regia ed in quanto sviluppo creativo di

quella idea.


4. IL MONTAGGIO DEL VIAGGIO IN TRENO


Hai visto tutto, ed anche di più, del montaggio del treno in VISSI D'ARTE

(ce n'è un'altro niente male anche in NON HO PAROLE): il personaggio parla

mentre la vita gli scorre sotto gli occhi: esattamente come... uno

spettatore, come un... sognatore, come un... morto, un... viaggiatore.

Aggiungo soltanto che il treno al principio ESCE dalla Stazione Termini

(verso di lei) e alla fine RIENTRA alla Stazione Termini (rinuncia a lei).

Un viaggio circolare. L'incertezza resa plasticamente, visivamente, ed anche

acusticamente.


 

La Relazione

 

1…Che questo AUDIOVIDEO sia un documento-di-servizio e non un film-a-soggetto è chiaro fin dall’inizio, quindi lo spettatore dovrà dubitare irresolubilmente in un’altra direzione, e precisamente della identità del soggetto: è una scimmia che imita un uomo? è un uomo che imita una scimmia? è un uomo che imita una scimmia che imita un uomo? è un artista che imita una scimmia che imita un uomo?

 

2…Interpretazioni possibili del testo:


Passaggio dall’Infanzia alla Maturità (Lucio Lombardo Radice

 

Metamorfosi dall’Autore al Funzionario delle sovrastrutture (Pasquale Inverso)


Transizione dal Vivere la vita allo Scrivere la vita o Viceversa

Il decimo figlio, ovvero l’Ironia (Franz Kafka)


(quale sceglie Gabriele, tale che lo guidi interiormente?)

 

3…Azioni concrete dell’attore:


Tenuto conto dell’incompiutezza della metamorfosi, cioè della metafora in atto:

 

4…Lo sguardo

 

Sguardo simpatico dell’animale diretto ai personaggi della natura non umana (la foresta…) e Sguardo ironico dell’artista diretto agli esseri umani (gli accademici…)


5…Le mani, i piedi, la postura

 

a…Il modo di usare le mani (un artista del teatro di varietà: e precisamente un attore, zoppo, che deve divertire il pubblico stando seduto)


b… Il modo di usare i piedi (zoppica per la ferita ricevuta)

 

c…La postura (impettita con distratti cedimenti – quanno tu me dici, distratta, a verità)


6…I DUE TONI


a…TONO VIGILE: dell’ironia (volontario)


b…TONO DORMIVEGLIA: del ricordo, dell’emozione (involontario)

Le parti ‘’animali’’ sono recitate con la pancia, sono state pensate con la pancia, con la pancia vuol dire come si percepisce il vuoto d’aria quando si viaggia in aereo o in auto o in barca… (di volta in volta a stacco, oppure frenando > pianissimo > accelerando, oppure…)


7…I GESTI


a…INVOLONTARI. Il fischio. Il lobo del padiglione auricolare.


b…INVOLONTARI. Bicchiere, Bottiglia, Tappo della bottiglia, Versare e bere acqua, La pipa


8… Thelonius Monk prima, Joy To The World poi /

 

SCENOGRAFIA


1…Interno. Notte. Casa Gelsina.


L’inquadratura è composta da:


1…parte superiore di un tavolo, coperto da una tovaglia o coperta o tappeto- e dietro questo: la spalliera di una sedia


2…sul piano del tavolo: a) una bottiglia di vetro con tappo di vetro mezza piena d’acqua, b) un bicchiere di vetro vuoto, c) una pipa, d) una sciarpa


3…alle spalle della sedia, appeso alla parete che fa da sfondo al campo di ripresa, un panno o drappo o arazzo.

Aggiustamento di campo. Entra in campo un giovane, vestito di una sorta di tuta vellutata (una delle due che Gabriele si è fatto confezionare tempo addietro), o con un distinto vestito di una persona distinta, si siede alla scrivania, parla.

Il giovane smette di parlare, guarda di lato carezzandosi il lobo auricolare, guarda in macchina, dice: “Si sta facendo giorno…” afferra la sciarpa e alzandosi se la mette intorno al collo, esce di campo dirigendosi verso la videocamera. Si interrompe la registrazione.)


2…Interno. Notte. Casa Gelsina.


Aggiustamento di campo, fino a trovare e fissare un campo leggermente più stretto del precedente.

Entra in campo il giovane uomo, si toglie la sciarpa, si siede, versa un po’ d’acqua nel bicchiere, ne beve un sorso, parla.

 

 


 

 


Fotogramma de La Relazione (2004) - parte terza del trittico 'Vissi d'Arte' (2005)


Ex-scimmia divenuta Artista del teatro di varietà.

 

Cosa vede passeggiando? Bianchi e Neri, Fiori Recisi e Spade Alzate, Fiere e Schiene…


Come registra con la sua videocamera? Quando la visione è insostenibile: Panoramiche a Schiaffo…

 

*

 

Nero. Cammina all’ALBA da dx a sx (panoramica a seguire) (38’ 24’’ >)

 

*

 

Bianco Bianco. Cammina da dx a sx (panoramica a seguire) (39’ 39’’ > 40’ 09’’)

 

*

 

Omino Rosso, Omino Verde, Voce di un bambino nel buio, Lampo, Strada vuota… sbuca una macchina - panoramica a schiaffo (1’ 35’’ > 1’ 49’’)

 

*

 

Strada vuota - panoramica a schiaffo - Donna Rampicante, un uomo inseguito da un altro uomo – panoramica a schiaffo (6’ 58’’ > 7’ 52’’)

 

*

 

Fiori recisi, finendo con panoramica a schiaffo (8’ 53’’ > 9’ 28’’ – 1,3,5, ultimo con panoramica iniziale e panoramica a schiaffo finale)

 

*

 

Tre Formelle di NOTRE DAME con giovani che mozzano bambini, re, draghi (23’ 08’’ >)

 

*

 

Macchina a mano verso la Senna, con sonoro delle campane di Notre Dame (14’ 47’’ > 16’ 01’’)

 

*

 

Dall’inizio dello SKATE BOARD al Ragazzo Azzurro che esce di campo a sx (14’ 40’’ > 15’ 06’’)

 

*

 

Ragazzo Bianco da sx a dx fino a totale dall’altra parte della strada (15’ 50’’ > 16’ 32’’)

 

*

 

Il Nero canta, circondato, fino a prima che entri in campo da dx il Ragazzo Bianco (19’ 33’’ > 21’ 19’’)

 

*

 

Panoramica a schiaffo da dx a sx, i due Ragazzi Blu saltano, fino a che i due stanno per uscire di campo (15’ 11’’ > 15’ 27’’)

 

*

 

Panoramica a schiaffo da sx a dx (15’ 06’’ > 15’ 08’’)

 

*

 

Da dopo il passaggio del Ragazzo Blu fino alla fine (23’ 08’’ > 24’ 00’’)

 

[VARIE]

 

Acqua della Senna e Notre Dame

 

Giovane Bianco con cappellino bianco (19’ 50’’ >)

 

Re con testa mozzata fra due angeli (22’ 55’’ > 23’ 03’’)

 

Cortile interno livido con arco (30’’ > 45’’)

 


 

Fino a quel momento – quando venni catturato – avevo avuto tante vie d’uscita, e d’un tratto non me ne restava più una. Ero bloccato. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe diminuita. E perché? Gràttati pure tra gli alluci, non ne troverai la ragione. Premi pure il dorso contro le sbarre, fino quasi a tagliarti in due, non ne troverai la ragione. Non avevo una via d’uscita, ma ne dovevo inventare una, perché senza non potevo vivere. Eternamente contro la parete di quella gabbia… sarei certo crepato. Ma le scimmie di Hagenbeck non sono fatte per rimanere contro la parete d’una gabbia? Bene, io, allora, smetterò d’essere una scimmia. Chiaro, eccellente ragionamento, che dovetti ideare, non so come, con la pancia, perché le scimmie pensano con la pancia.

 

Temo non si capisca bene quello che io intendo per via d’uscita. Uso l’espressione nel senso più comune e più completo. Di proposito, non parlo di libertà. Non penso al grande, illimitato sentimento di libertà. Come scimmia, forse, lo conobbi e ho incontrato uomini che vorrebbero conoscerlo.

 

Per quanto mi riguarda, non chiedevo libertà allora e non la chiedo oggi. Brevemente: gli uomini s’ingannano troppo spesso, con la loro libertà. Siccome la libertà è annoverata tra i sentimenti sublimi, la delusione relativa è anch’essa considerata sublime. Nei teatri di varietà, prima del mio numero, sono rimasto spesso a guardare una coppia di trapezisti al lavoro. Si slanciavano, oscillavano, saltavano, volavano uno nelle braccia dell’altro; uno, con i denti, reggeva l’altro per i capelli. “Anche questa è libertà umana,” pensavo,movimento sovrano.” Derisione della santa natura! Non c’è tetto che non crollerebbe sotto le risate delle scimmie presenti a quello spettacolo.

 

No, non volevo libertà. Volevo solo una via d’uscita: a destra, a sinistra, ovunque fosse. Non avevo altre esigenze: ammesso che la via d’uscita avesse rappresentato una delusione, l’esigenza era modesta e la delusione non sarebbe stata maggiore. Andare avanti, avanti! Non rimanere immobile, le braccia levate, schiacciato contro la parete d’una gabbia.

 

Oggi vedo chiaro: senza una grande calma interiore, non sarei mai potuto scampare. Forse debbo tutto quello che sono diventato alla calma che, dopo i primi giorni, si impadronì di me sul piroscafo. Preciso ancora che questa calma la dovetti alla gente della nave. Brava gente, in fondo. Ancora oggi rammento con piacere i passi pesanti che risuonavano nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di fare ogni cosa con estrema lentezza. Se uno voleva fregarsi gli occhi, sembrava che alla mano avesse legata una zavorra. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Al loro riso si mescolava una tosse che poteva preoccupare, ma che in fondo non aveva importanza. In bocca avevano sempre qualche cosa da sputare, non importa dove.

 

La calma che acquistai in mezzo a quella gente mi trattenne, anzitutto, da ogni tentativo di fuga. Oggi mi pare che dovevo per forza avvertire la necessità di trovare una via d’uscita, se volevo vivere, e che questa via non poteva essere una fuga. Non so più se la fuga era possibile, mi parrebbe di sì: a una scimmia la fuga deve essere sempre possibile. Con i denti che ho oggi debbo stare attento a rompere una noce, ma allora sarei riuscito, con il tempo, a schiantare la serratura. Non lo feci. Che vantaggio ne avrei avuto? Appena tirata fuori la testa, mi avrebbero ripreso e rinchiuso in una gabbia ancora peggiore; a meno che non mi fossi rifugiato tra altri animali, per esempio tra gli enormi serpenti che avevo di fronte, i quali mi avrebbero soffocato tra le loro spire; forse sarei riuscito a scivolare fino in coperta e a saltare oltre la murata, per dondolarmi un momento sui flutti e annegare. Azioni disperate. Non ragionavo in modo così umano, ma, influenzato dall’ambiente, mi comportavo come se avessi ragionato.

 

Non ragionavo dunque, ma osservavo tutto con calma. Guardavo gli uomini andare e venire, sempre gli stessi visi, gli stessi movimenti, spesso mi pareva che fosse sempre la stessa persona. L’uomo o gli uomini che fossero, si muovevano liberamente. Intravidi allora una grande meta. Nessuno mi prometteva che la gabbia si sarebbe aperta, se fossi diventato uguale a quelli: non si fanno mai promesse per azioni che non si possono attuare. Se però l’azione viene attuata, ecco apparire le promesse, dove prima uno le aveva invano cercate.

 

Quegli uomini non avevano nulla che mi attirasse molto. Fossi stato un partigiano di quella specie di libertà rammentata prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che m’appariva nello sguardo torbido di quella gente. In ogni modo, prima di pensare a queste cose, li avevo osservati a lungo e furono proprio queste ripetute osservazioni a spingermi in una direzione particolare. Era così facile, imitare la gente!

 

Sputare, sapevo già farlo nei primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda: la sola differenza era che io, dopo, mi leccavo la faccia, loro no. Presto fumai la pipa come un vecchio; se cacciavo il pollice nel fornello, tutti, sottocoperta, giubilavano, però, per lungo tempo, non capii la differenza tra una pipa piena e una pipa vuota.

 

Ripeto che non mi tirava punto di imitare gli uomini, li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita. Quando, ad Amburgo, venni consegnato al mio primo domatore, mi resi subito conto delle due possibilità che mi si offrivano: giardino zoologico o teatro di varietà. Non esitai, mi dissi: “Poni ogni impegno per arrivare al varietà, il giardino zoologico significa solo una nuova gabbia, se ci arrivi sei finito.”

Allora imparai, Signori. Vi assicuro che s’impara, quando si è costretti; s’impara, quando si cerca una via d’uscita; s’impara a corpo perduto. Si sorveglia se stessi con la sferza, ci si strazia alla minima difficoltà. La natura scimmiesca si precipitò fuori di me a gran salti mortali; il mio primo maestro rischiò di diventare, a sua volta, una scimmia, dovette interrompere le lezioni ed essere ricoverato in una clinica. Ne uscì, per fortuna, non molto dopo. Consumai molti maestri, parecchi anche in una volta sola. Quando fui diventato più sicuro delle mie capacità, e il pubblico prese a seguire i miei progressi, e il futuro cominciò a risplendere, assunsi io stesso degli insegnanti: li facevo sedere in cinque camere in fila, e prendevo le lezioni da tutti insieme, saltando da una stanza all’altra.

 

Quei progressi! La penetrazione dei raggi della scienza in un cervello che si desta! Non lo nego: ero felice. Ma confesso anche che non esageravo, e che ancora meno lo faccio oggi. Con uno sforzo che sinora non s’è ripetuto sulla terra, ho fatto mia la cultura media d’un europeo. In sé, forse, il fatto è insignificante, ma la sua importanza fu che m’aiutò a uscire dalla gabbia, procurandomi una particolare via d’uscita, una via d’uscita nel mondo umano. Voi conoscete l’espressione: tagliare la corda. È quanto feci. Non avevo altra strada, dato che non volevo scegliere la libertà.

 

Se considero la mia evoluzione e gli scopi che fino ad oggi essa si è prefissi, non mi lamento né mi rallegro. Le mani in tasca, la bottiglia del vino sul tavolo, siedo riverso sulla mia sedia a dondolo e guardo dalla finestra. La sera c’è quasi sempre spettacolo, ottengo successi che non potranno essere più grandi. Quando, a tarda notte, rientro da banchetti, da società scientifiche, da piacevoli riunioni in case private, c’è da aspettarmi una piccola scimpanzé semi-addomesticata, e con lei mi abbandono ai diletti della nostra specie. Di giorno non voglio vederla, perché ha nello sguardo la follia della bestia domata: sono il solo ad accorgermene, e non posso sopportarlo.

 

Ma insomma, sono arrivato dove volevo arrivare. Non si dica che non ne valeva la pena. D’altra parte, non m’importa di giudizi umani, cerco solo di diffondere delle cognizioni, mi limito a informare, così come ho informato voi, illustri signori dell’Accademia.

 


 

Vissi d’Arte è un trittico digitale itinerante sul tema della vita d’artista: il ‘prima’ (il desiderio di diventare ciò che si è, a Santiago de Chile), il ‘durante’ (l’ossessione dell’attività creativa, a Roma), il ‘dopo’ (la nostalgia della vita naturale, a Parigi).

 

1. La Vigilia

 

Una giovane cilena, mancata ancora una volta l’ammissione all’Accademia teatrale di Santiago, decide di morire. Alla vigilia del gesto scrive il testamento con la videocamera: seguitando a registrare una cassetta che contiene brevi riprese della città natale, si congeda dai genitori, dall’amante, dalle amiche, dai professori, dal mondo, da Dio.

 

2. La Battaglia

 

Un giovane italiano scultore e cineasta di professione, combattuto tra la vita d’artista e una vita normale, compone una videolettera per una grande amica misteriosamente riparata in un paese lontano. La descrizione della propria battaglia interiore è più volte interrotta da brevi riprese della città di Roma, dove vive e che vorrebbe abbandonare.

 

3. La Relazione

 

Un giovane scimpanzé della Costa d’Oro sopravvive alla cattura umana facendo di sé un artista del teatro di varietà. Invitato dai membri di un’Accademia a tenere una relazione sulla propria esperienza, sceglie di registrarla con la videocamera, inframezzandola con brevi riprese della città di Parigi, dove si trova per ragioni di lavoro.

 


 

 

1. La Vigilia

(Lingua parlata: spagnolo / Sottotitoli in italiano.)

 

(Santiago de Chile. Esterni.)

 

(Interno.)

 

Addio, papà… Ho scelto la tua videocamera e una cassetta usata per congedarmi. Senti… ora che mi stai vedendo e ascoltando, io non ci sarò più.

Ma ci rivedremo, stanne sicuro, sicuro come me che ero sicura persino quando mi sbagliavo… Ci rivedremo, e tu non mi rimprovererai per questo, vero?

 

Lascio ordinata la mia camera… la mamma sarà contenta almeno di questo…

No, stai calmo. Ti ricordi cosa mi dicevi quand’ero piccola? ‘Quando mi vedrai arrabbiato, per calmarmi basterà che tu mi dica, a voce bassa, fissandomi negli occhi: “calma, papà” Ecco, te lo dico ora: calma, papà, calma...

 

Non ce l’ho fatta… Non-ce-l’ho-fatta! Quante volte ci ho provato? Nemmeno questa ultima volta sono riuscita a superare l’esame di ammissione alla Scuola di Teatro…

Non mi credi? È così… Ho recitato quella scena dell’Amleto in cui Ofelia, pazza di dolore per la morte di suo padre e perchè il suo fidanzato l’ha deflorata senza grazia e senza farla felice, fa capire al Re che sta per uccidersi… Ironia del destino! Non so dove ho mancato… Dove ho sbagliato?

 

Io ti avevo convinto che ce l’avrei fatta, e tu ti sei sacrificato tanto per me, credendo in me!.. Con la tua valigetta, sempre di corsa… Povero papà… Dove?

 

Dov’è la splendida maestà di Danimarca?

 

Regina: - Ofelia, come stai?

 

Amore mio, come sarà

la tua apparizione futura?

Penitente verrai

a mendicare la mia fessura?

O guerriero a infilarmi

senza tenerezza e premura?

 

Regina: - Ofelia! Che dici?!

 

Parlavate? Ascoltate questa allora!

 

È morto mio padre, signora,

è morto ed è scomparso;

la terra copre il suo corpo,

ai suoi piedi c’è un sasso.

 

Regina: - Ma Ofelia!

 

Udite, udite!

 

Bianco come la neve pura…

 

(Entra il Re.)

 

…un sudario lo avvolse,

coprirono la sua sepoltura

fiori che il pianto innaffiò.

 

Re: - Ti senti bene, graziosa fanciulla?

 

Bene, molto bene. Che Dio vi ricompensi! Sappiamo ciò che siamo, ma non ciò che possiamo essere. Dio vi benedica.

 

Re: - Delira per suo padre…

 

Vi prego, non parliamo di questo. Ma quando vi domanderanno, risponderete così:

 

Il giorno di San Valentino

come Giulietta o Beatrice

passai sotto la tua finestra

di primissimo mattino.

Come un uccello rapace

di me ti sei impadronito

e mi hai deflorata

senza grazia e senza pace.

 

Re: - Ofelia!

 

Va bene, la farò finita senza un’imprecazione.

 

A te, giusto cielo

domando consolazione

e la Vergine m’ha dato la sua protezione.

Causa della mia disgrazia

è stata solo la sua audacia.

Che ingenua che sono stata!

Cento volte hai detto

mentendo perfidamente

che mi avresti sposata.

Ora dici: - Lo avrei fatto

se nel mio letto incautamente

non ti fossi infilata.

 

Re: - Da quanto tempo è in questo stato?

 

Tutto andrà per il meglio. Abbiate un pò di pazienza. Grazie infinite per i vostri buoni consigli!

 

Avanti, la mia carrozza! Buona notte, signori; buona notte, amici miei; buona notte, buona notte.

 

Questo ho fatto, papà. Che te ne pare? Non ho interpretato bene il personaggio? E ti sei reso conto che ho modificato il testo di Shakespeare, per farlo più forte? Dovrei cercare lavoro come segretaria, e come te rinunciare a ciò che sono? Tu lo hai fatto per me… ma io ormai sono una zitella. Che altro potrei fare qui a Santiago? Non ho imparato niente a scuola… Mi appassionava solo la letteratura: il Don Chisciotte, Neruda, Gabriela Mistral…

 

Accidenti! S’è accesa la lucetta rossa: sta finendo la cassetta…

 

Mamma: le cose che restano, le bambole e i vestiti regalali alle bambine dei quartieri poveri. E tutto il resto, per favore, tutto, le collane, gli orecchini, i quaderni, le matite, i profumi: che non resti niente di mio in casa. Certo, le fotografie sono un problema… non vorrai buttare le fotografie…

 

(Altro interno.)

 

Adolfo, amore mio, me ne vado. Non ci rivedremo mai più. Ma ti lascio questo. Ti lascio come ricordo il mio corpo, questo corpo che tu credevi di amare tanto, che hai posseduto tante volte, che ti ha dato piacere, ma che non hai conosciuto veramente.

 

Beh, questa volta non puoi prendermi, perciò tranquillo!

 

Voglio regalarti i miei capelli, i miei occhi, la mia bocca, il mio collo, i miei seni, le mie braccia, le mie mani, la mia vita, i miei fianchi, le mie gambe, le dita dei piedi…

 

Con essi distinguo

la gioia dal pianto,

i due materiali

che formano il mio canto

 

Voglio lasciarti tutto il mio corpo… sensibile… trepidante… che possedevi senza tenerezza, sempre ansioso di arrivare all’unica cosa che ti interessava… No, eri buono a letto, potrai vantarti di questo, Amleto / voglio dire Adolfo… Ma la intelligenza? La grazia? La tenerezza? L’amore?

 

Penitente verrai

a mendicar la mia fessura?

O guerriero a infilarmi

senza tenerezza e premura?

 

Tenerezza rima con bellezza… Ma, sono bella? Non sono alta, non sono delicata, non sono bionda, non ho gli occhi azzurri… Una donna qualsiasi, come anche i professori mi hanno fatto notare. Una donna del mucchio che pretende distaccarsi! Ma che importa ormai? Non mi serve più, non mi è servito per essere amata, nè per recitare nel gran teatro del mondo. Il mondo lo ha rifiutato!

 

Basta!

 

(Altro interno ancora.)

 

E ora ti dico addio, mondo! Dimmi, perchè mi hai emarginato? Perchè non mi hai accettato come sono? Io volevo solo essere me stessa, estrarre da me il meglio, e offrirlo a tutti, trasformato in arte viva. Volevo accrescere la felicità del mondo, o soltanto far ridere e piangere la gente davanti allo scenario. Volevo essere come un bruco che si trasforma in farfalla, un ragno che disegna una tela alla luce della luna.

E invece tu hai lasciato morire il bruco imprigionato nel bozzolo, e hai distrutto la tela che avevo appena cominciato a tessere.

 

Cosa non ti è piaciuto di me? Sono molto indipendente? Si! Molto ambiziosa? Si…

 

Avevate ragione voi. Era un sogno folle, il mio. L’illusione di una bambina che voleva diventare regina, e che quando doveva crescere ha continuato a fare la bambina.

 

Avevi ragione, mamma, quando mi ripetevi di crescere, di essere realista, di non volare troppo in alto perchè la caduta sarebbe stata dura.

 

Avevate ragione voi, compagne borghesi, che mi facevate sentire che non appartenevo alla vostra classe, e mi dicevate di abbassare la testa e aprire le gambe, se volevo salire la scala sociale.

 

Avevate ragione voi, amiche mie dei quartieri poveri, quando mi consigliavate di godere della vita finchè potevo, ma di pensare a farmi una posizione, un marito lavoratore e tranquillo, e di accontentarmi di essere come tutte.

 

E avevate ragione voi, professori, che infine mi avete liberato dalla mia ridicola ostinazione.

 

Perchè ha scelto di rappresentare una bella e angelica principessa, invece di una robusta contadina o una cameriera maliziosa?

 

Già, il corpo adatto al ruolo…

 

Una attrice deve avere il senso delle proporzioni… e della realtà!

 

E inoltre, essere capace di memorizzare venti benedetti versi di un testo consacrato…

 

Amico mio, s’è permessa di correggere Shakespeare, questa signorina…

 

Parlavate? Ascoltate questa dunque!

 

Professori imbecilli e crudeli

compagne astute o sottomesse

madri diffidenti e deboli

principi che vogliono schiave…

 

Hanno vinto! Sì, mi hanno vinto. Ma cosa hanno ottenuto?

 

I professori conservare i loro testi mummificati, e gareggiare tra loro a chi è il più critico?

 

Le piccolo-borghesi aprirsi il cammino, e le proletarie conformarsi a vivere senza coraggio?

 

Le madri spuntare le ali ai figli, o altrimenti ricalcare: “te lo avevo detto”?

 

E i principi azzurri spassarsela e vantarsi delle proprie conquiste?

 

No, non avete vinto niente, perchè tutto questo lo avevate senza di me, e perchè io non ho abbassato il capo. E non mi avrete, invece mi perderete per sempre… Io non diventerò come voi chiedevate… vinta… sottomessa… obbediente… oggetto sessuale… umile e rassegnata…

 

E dopo?

 

Come restano, Signore, dormendo i suicidi?

Un grumo nella bocca, le tempie svuotate,

le lune degli occhi pallide e gonfie,

le mani a un’ancora invisibile orientate?

 

O Tu arrivi dopo che gli uomini sono andati via

e abbassi la palpebra sull’occhio accecato,

componi le viscere senza dolore e rumore

e incroci le mani sopra il petto tacitato?

 

E rispondi, Signore: quando fugge l’anima

dalla porta bagnata dalle lunghe ferite,

entra nella tua zona fendendo l’aria con calma

o si ode un crepitare di ali impazzite?

 

*

 

2. La Battaglia

 

(Roma. Primo Interno Casa.)

 

Sì, Francesco, io - ti ricordi di Io? / Sì, Francesco, io - ti ricordi di Io? / Buongiorno, da questa parte del mare... Ti immagino sola e parlo liberamente, al modo nostro. Sì, come vedi e come senti sono riuscito a scovarti. Ti stai chiedendo come ho fatto – hai le pupille leggermente dilatate... Non te lo posso dire, non ora / No, non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo…

 

Mi ci è voluto un anno, e tutta la mia perseveranza – vulgo ostinazione - per capire infine dov’eri finita – finita… diciamo riparata... Un anno e tre giorni senza / Un anno e tre giorni / un avvertimento, un’anticipazione, un cenno, una parola, un rigo: a stacco, come nei fumetti... Ecco che finalmente ti ritrovo, ecco che inizialmente ti trovo - non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo / no, non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo – tu sei capace di tutto... Ti mando due parole o tre, a modo mio, sempre anticipando e spiegando, sempre recitando e improvvisando...

 

Tra una settimana di sette giorni e sette notti sarò lì, accanto a te - sì, vengo a trovarti: domani stacco il biglietto aereo - lascio tutto e vengo da te, basta... Ci è voluto parecchio per capire, dico il tempo di capire perché eri volata via… Eri innamorata di me / innamorata di me / ecco il perché. Eri innamorata del Francesco, e che faceva il Francesco superintelligente? Non capiva...

 

È questa è la cosa che mi fa impazzire di me: non capire... Ma come ho fatto a non? Poca lucidità, poca attenzione, e niente leggerezza, al solito... Quando ho capito? Giovedì notte, due giorni fa… Ho ritrovato la registrazione video allo studio, prima del calco in gesso – ti ricordi? Era caduta da allora dietro la cassettiera delle stecche delle raspe degli scalpelli: la rivedo, la trivedo e di colpo tutto diventa chiaro, limpido, evidente... Bello sforzo capire le immagini mentre le rivedo col telecomando in mano! Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo / Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo / Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo… Te la ricordi? Certo che te la ricordi...

 

(Roma. Interno Laboratorio di Scultura.)

Senza parole. Percussioni.

 

(Roma. Secondo Interno Casa.)

 

È quello sguardo, è questo sguardo che mi ha fatto capire. L’ho analizzato a lungo, avanti e indietro col telecomando, capivo e non capivo, poi alla fine l’ho fissato col fermo fotogramma e l’ho tradotto in italiano: “Altolà Francesco! Il gioco dell’amicizia è finito. È finita l’infinita disponibilità a tutto ciò che ti piace e che ti serve.”

 

Tu mi amavi - e lo sapevi... Io, invece, di amarti non lo sapevo – Io non lo sapevo quando ti amavo, te lo giuro – io sai che non giuro, ecco, te l’assicuro… L’ho saputo dopo, quando non c’eri più… Ti amo anch’io. Domani lascio Ines e vengo da te… Sì, mi sono messo con Ines, da poco, a luglio... Ines - lei... Ma perché? Ma te la ricordi? Tutta il contrario di te. Ines sempre sì, fino alla fine, e oltre... Basta! Vado a dirglielo!

 

(Roma. Esterni.)

Senza parole. Percussioni.

 

(Roma. Terzo Interno Casa.)

 

Come vedi, ho continuato il corso di video, e concluso… Due mesi fa ho vinto il Festival MontaMantova... L’ho concluso grazie a te, alla tua eterna insoddisfazione, al tuo incessante, terribile “Non mollare, non mollare mai... Hai sbagliato il calco? Ricomincia daccapo. Hai sbagliato la ripresa? Rifalla - due, tre, quattro volte, cento volte, finché viene come il Dio delle Immagini comanda... Verifichiamo perché è malriuscita la ripresa, dove non ha funzionato l’innesto, dove la combinazione degli arti, spezza e ricomponi, calcola e sostituisci, e non tirare in ballo le tue Grandi Idee, e non prendertela con gli altri, che non capiscono, gli altri, che sono mediocri, gli altri sono gli altri – non sottovalutare mai gli altri: sono la prova che esisti… E non bastano le idee, le idee e basta, bisogna lavorarci sopra, dentro, covarle, senza superbia, senza supponenza... Supponenza… Questa non è una parola che ti piace troppo, vero?... E di nuovo, dai!…”

 

Mamma mia! Un supplizio! Un dito nel / Una spina nel fianco… Mi faceva andare in bestia questa tua ansia terribile di verità a tutti i costi, questo tuo non mollare mai, non retrocedere mai di un millimetro… Ma avevi ragione, avevi ragione e adesso so lavorare... Comunque basta, ho deciso. Ho deciso di appendere al chiodo raspe e videocamera. Questo è l’ultimo lavoro che faccio qui! Vengo da te. Mi trovo un lavoro normale, che so - professore, funzionario di qualche ONG, e ci metto un punto a questa ossessione della scultura e del video.

 

Non riesco più a dormare – scusami , a dormire, calco e monto, giro e monto, monto e rimonto... Tutto è diventato virtuale intorno a me: le persone personaggi, le parole battute, gli arti simboli, gli oggetti metafore e metonimie e allegorie, basta! Voglio vivere, vivere con te, vivere finalmente ore normali, mangiare, dormire, viaggiare, fare all’amore…Fuori di qui! Lontani da qui, lontani da Roma!

 

Lo senti? È Serafino. Da quanto tempo è che prova?… Non è ancora riuscito a trovare il coraggio di fare un provino!

 

Che stavo dicendo? Ah! Che ho deciso di lasciare Roma anch’io. Roma: questa città inutilmente eterna… Tutto qui è piccino, minuscolo, meschino, le telenovele dei politici, i pettegolezzi dei giornalisti, le mostre dei compagni, le recensioni dei critici a un tanto al pezzo, e i progetti intriganti, le festicciole utili… e intanto McDonald’s dappertutto, Coca Cola a fiumi, servi provinciali e contenti insomma, ma contenti di che? Delle briciole cadute sotto il tavolo? Delle promesse di una collettiva e poi vedrai? Questa città e questo paese sono moribondi e sepolti... Sai che faccio ora? Ti registro qualche inquadratura a mano della nostra Roma per mostrarti com’è cambiata in un solo anno… Anzi no, immaginala - tanto è la solita comune città immaginaria…

 

(Viaggio in treno. Voce fuori campo.)

 

Allora vengo. Ringrazio Loredana – ecco due parole di troppo - e ti raggiungo. No, non dire di no, non stendere le dita, non sollevare il palmo della mano rivolgendolo contro di me, e non mi contraddire sempre…

 

Ma sei sola? Sì, voglio dire, vivi sola? Non ti sarai messa con qualcuno? O sì?… Non ci posso credere, non è possibile... E se ti trovo con un altro? È finita per sempre?… Mi hai messo una pietra sopra?… E la Ines? Se si ammazza?… Potrà fare a meno di me? Sia come sia! Io imparo la tua lingua madre e insegno qualcosa a qualcuno, accanto a te.

 

E Roma? E l’Italia? La nostra città, il nostro paese… Anche io fuggirò con la coda fra le gambe? E chi resterà qui, infine? Gli opportunisti, le donne in carriera, i figli di papà... Ma sarà poi giusto andarsene? Lasciare tutto e chinare il capo? Ricominciare tutto daccapo un’altra volta? Ma si può? No. No. Si può solo continuare, proseguire, insistere... Comunque, vengo, però fammi… fammi… però fammi... fammi… Intanto ti mando questa promessa, questa minaccia, questo…

 

*

 

3. La Relazione

 

(Parigi. Interno albergo.)

 

Illustri Signori dell’Accademia!

 

Voi mi fate l’onore d’invitarmi a presentare all’Accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia. Non potrò essere tra voi in persona – ma l’impedimento ha provocato l’idea, ed ecco vi mando un AudioVideo: un numero sufficiente di parole figurate sull’argomento e - secondo la natura del mezzo - la documentazione del mio sguardo in queste ore parigine.

 

Cinque anni mi separano, ormai, dal mio stadio scimmiesco, un periodo forse breve, se calcolato sul calendario, ma interminabile se lo si trascorre al galoppo, come ho fatto io, accompagnato, a tratti, da eccellenti persone, consigli, applausi, musica d’orchestra, e tuttavia, in fondo, solitario, perché gli accompagnatori rimanevano, se vogliamo continuare nell’immagine, di là dalla barriera. Questa impresa sarebbe stata impossibile se avessi voluto rimanere ostinatamente attaccato alle mie origini, ai ricordi di gioventù. Il primo comandamento che m’imposi, fu la rinuncia ad ogni ostinazione. Io, libera scimmia, mi piegai sotto quel giogo: ma, in compenso, i ricordi si fecero più remoti. In un primo tempo sarei potuto tornare indietro, se gli uomini l’avessero voluto, traverso la grande porta che il cielo forma sopra la terra; ma questa porta diventava sempre più bassa e più stretta col progredire della mia evoluzione, vivamente sollecitata: mi sentivo meglio e più inserito nel mondo umano; la tempesta, che soffiava dal fondo del mio passato, si placò, ed oggi è soltanto una corrente che mi rinfresca i talloni. Chiunque cammini sulla terra, prova quel certo solletico al tallone: il piccolo scimpanzé, come il grande Achille.

 

La prima cosa che imparai, fu a dare la mano. Se la stretta di mano significa franchezza, oggi, all’apice della carriera, dico: la mia franca parola possa accompagnare quella prima stretta di mano. Tale franchezza non porterà all’Accademia nulla di sostanzialmente nuovo, rimarrà anzi, molto al di sotto di quanto mi si è chiesto e di quanto io, con la migliore volontà, non saprei dire: essa mostrerà tuttavia, la direzione che un’ex-scimmia ha seguito per penetrare nel mondo degli uomini e come in questo mondo si è stabilita. Aggiungo che non potrei dire neppure quel poco che ascolterete, se non fossi sicuro di me stesso, e se la mia posizione non si fosse consolidata, sino a diventare irremovibile, su tutti i grandi teatri di varietà del mondo civile.

 

Io sono originario della Costa d’Oro. Per sapere come venni catturato, debbo rifarmi a testimonianze altrui. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck – con il cui capo vuotai in seguito diverse bottiglie di buon rosso – una spedizione di caccia era dunque appostata nella macchia lungo il fiume, quando, una sera, m’accostai a bere col mio branco. Quelli spararono, io fui l’unico ad essere colpito: presi due pallottole. Il colpo sulla guancia fu cosa da poco. La seconda pallottola, mi colpì sotto l’anca. Una brutta botta, per cui ancora oggi cammino zoppicando. In un articolo d’uno dei diecimila cervelloni che nei giornali si scatenano contro di me, lessi di recente che la mia natura scimmiesca non sarebbe ancora del tutto cancellata: lo proverebbe il fatto che io, quando ho dei visitatori, sono solito abbassare i calzoni per mostrare il segno di quel colpo.

 

A quel signore bisognerebbe far saltare con un revolver ogni ditino della mano con cui scrive. Per me, dico che ho il diritto di abbassare i calzoni davanti a chi mi pare: si vedrà solo una pelliccia ben curata e la cicatrice lasciata da un colpo – per ragioni determinate, usiamo qui una certa espressione, ma non vorrei che si equivocasse – da un colpo criminale. Tutto è chiarissimo, non c’è nulla da nascondere: quando è in gioco la verità, anche la persona più esigente trascura il galateo. Se quel certo scrittore si togliesse i calzoni quando riceve una visita, la cosa acquisterebbe un altro aspetto: capisco che non lo fa, perché la ragione glielo proibisce. Ma allora mi lasci in pace, con la sua delicatezza!

 

Dopo quei colpi mi destai – e qui cominciano i miei ricordi personali – in una gabbia posta sottocoperta nel vapore di Hagenbeck. La gabbia, costruita impiegando una cassa, aveva tre lati con le sbarre, la quarta parete era di legno. L’insieme era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Io me ne stavo rannicchiato, con le ginocchia ripiegate e tremanti, voltato verso la parete di legno, con le sbarre che mi penetravano nella schiena, perché da principio non volevo vedere nessuno, e desideravo solo stare al buio. Si ritiene che questo sistema, adottato in un primo tempo nei confronti degli animali feroci, dia i suoi frutti; per l’esperienza che ne ho fatta, non posso negare che, dal punto di vista umano, la cosa è esatta.

 

Ma allora non pensavo a questo. Per la prima volta in vita mia, mi trovavo senza via d’uscita: o almeno non ce n’era nessuna davanti a me, perché davanti avevo la cassa, con le sue assi saldamente connesse. C’era, sì, una fessura che arrivava da parte a parte – quando lo scoprii la prima volta, la salutai con l’urlo di gioia dell’insipienza – ma tale fessura non bastava neppure a far passare la coda e non ci fu forza scimmiesca capace d’allargarla.

 

Da quanto mi dissero in seguito, mi comportavo con insolita moderazione; gli esperti conclusero che ero vicino a morire, ma, se mi fosse riuscito di superare il periodo critico, sarei stato un ottimo soggetto. Superai quel periodo. Sordi singhiozzi, dolorosa ricerca di pulci, stanche leccate a una noce di cocco, colpi di testa contro la cassa, un palmo di lingua se qualcuno si faceva vicino: ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. In mezzo a tutto questo, un’unica sensazione: quella d’essere senza via d’uscita. Oggi, naturalmente, posso tradurre solo nel linguaggio umano quello che allora sentivo come scimmia, e quindi, di necessità lo deformo; ma anche se non posso più ritrovare l’antica verità scimmiesca, questa si trova, non c’è dubbio, nella direzione che indico.

 

(Parigi. Esterni.)

 

(Parigi. Altro interno albergo.)

 

Fino a quel momento – quando venni catturato – avevo avuto tante vie d’uscita, e d’un tratto non me ne restava più una. Ero bloccato. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe diminuita. E perché? Gràttati pure tra gli alluci, non ne troverai la ragione. Premi pure il dorso contro le sbarre, fino quasi a tagliarti in due, non ne troverai la ragione. Non avevo una via d’uscita, ma ne dovevo inventare una, perché senza non potevo vivere. Eternamente contro la parete di quella gabbia… sarei certo crepato. Ma le scimmie di Hagenbeck non sono fatte per rimanere contro la parete d’una gabbia? Bene, io, allora, smetterò d’essere una scimmia. Chiaro, eccellente ragionamento, che dovetti ideare, non so come, con la pancia, perché le scimmie pensano con la pancia.

 

Temo non si capisca bene quello che io intendo per via d’uscita. Uso l’espressione nel senso più comune e più completo. Di proposito, non parlo di libertà. Non penso al grande, illimitato sentimento di libertà. Come scimmia, forse, lo conobbi e ho incontrato uomini che vorrebbero conoscerlo. Per quanto mi riguarda, non chiedevo libertà allora e non la chiedo oggi. Brevemente: gli uomini s’ingannano troppo spesso, con la loro libertà. Siccome la libertà è annoverata tra i sentimenti sublimi, la delusione relativa è anch’essa considerata sublime. Nei teatri di varietà, prima del mio numero, sono rimasto spesso a guardare una coppia di trapezisti al lavoro. Si slanciavano, oscillavano, saltavano, volavano uno nelle braccia dell’altro; uno, con i denti, reggeva l’altro per i capelli. “Anche questa è libertà umana, ” pensavo, “movimento sovrano.” Derisione della santa natura! Non c’è tetto che non crollerebbe sotto le risate delle scimmie presenti a quello spettacolo.

 

No, non volevo libertà. Volevo solo una via d’uscita: a destra, a sinistra, ovunque fosse. Non avevo altre esigenze: ammesso che la via d’uscita avesse rappresentato una delusione, l’esigenza era modesta e la delusione non sarebbe stata maggiore. Andare avanti, avanti! Non rimanere immobile, le braccia levate, schiacciato contro la parete d’una gabbia.

 

Oggi vedo chiaro: senza una grande calma interiore, non sarei mai potuto scampare. Forse debbo tutto quello che sono diventato alla calma che, dopo i primi giorni, si impadronì di me sul piroscafo. Preciso ancora che questa calma la dovetti alla gente della nave. Brava gente, in fondo. Ancora oggi rammento con piacere i passi pesanti che risuonavano nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di fare ogni cosa con estrema lentezza. Se uno voleva fregarsi gli occhi, sembrava che alla mano avesse legata una zavorra. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Al loro riso si mescolava una tosse che poteva preoccupare, ma che in fondo non aveva importanza. In bocca avevano sempre qualche cosa da sputare, non importa dove.

 

La calma che acquistai in mezzo a quella gente mi trattenne, anzitutto, da ogni tentativo di fuga. Oggi mi pare che dovevo per forza avvertire la necessità di trovare una via d’uscita, se volevo vivere, e che questa via non poteva essere una fuga. Non so più se la fuga era possibile, mi parrebbe di sì: a una scimmia la fuga deve essere sempre possibile. Con i denti che ho oggi debbo stare attento a rompere una noce, ma allora sarei riuscito, con il tempo, a schiantare la serratura. Non lo feci. Che vantaggio ne avrei avuto? Appena tirata fuori la testa, mi avrebbero ripreso e rinchiuso in una gabbia ancora peggiore; a meno che non mi fossi rifugiato tra altri animali, per esempio tra gli enormi serpenti che avevo di fronte, i quali mi avrebbero soffocato tra le loro spire; forse sarei riuscito a scivolare fino in coperta e a saltare oltre la murata, per dondolarmi un momento sui flutti e annegare. Azioni disperate. Non ragionavo in modo così umano, ma, influenzato dall’ambiente, mi comportavo come se avessi ragionato.

 

Non ragionavo dunque, ma osservavo tutto con calma. Guardavo gli uomini andare e venire, sempre gli stessi visi, gli stessi movimenti, spesso mi pareva che fosse sempre la stessa persona. L’uomo o gli uomini che fossero, si muovevano liberamente. Intravidi allora una grande meta. Nessuno mi prometteva che la gabbia si sarebbe aperta, se fossi diventato uguale a quelli: non si fanno mai promesse per azioni che non si possono attuare. Se però l’azione viene attuata, ecco apparire le promesse, dove prima uno le aveva invano cercate.

 

Quegli uomini non avevano nulla che mi attirasse molto. Fossi stato un partigiano di quella specie di libertà rammentata prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che m’appariva nello sguardo torbido di quella gente. In ogni modo, prima di pensare a queste cose, li avevo osservati a lungo e furono proprio queste ripetute osservazioni a spingermi in una direzione particolare. Era così facile, imitare la gente! Sputare, sapevo già farlo nei primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda: la sola differenza era che io, dopo, mi leccavo la faccia, loro no. Presto fumai la pipa come un vecchio; se cacciavo il pollice nel fornello, tutti, sottocoperta, giubilavano, però, per lungo tempo, non capii la differenza tra una pipa piena e una pipa vuota.

 

Ripeto che non mi tirava punto di imitare gli uomini, li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita. Quando, ad Amburgo, venni consegnato al mio primo domatore, mi resi subito conto delle due possibilità che mi si offrivano: giardino zoologico o teatro di varietà. Non esitai, mi dissi: “Poni ogni impegno per arrivare al varietà, il giardino zoologico significa solo una nuova gabbia, se ci arrivi sei finito.”

 

Allora imparai, Signori. Vi assicuro che s’impara, quando si è costretti; s’impara, quando si cerca una via d’uscita; s’impara a corpo perduto. Si sorveglia se stessi con la sferza, ci si strazia alla minima difficoltà. La natura scimmiesca si precipitò fuori di me a gran salti mortali; il mio primo maestro rischiò di diventare, a sua volta, una scimmia, dovette interrompere le lezioni ed essere ricoverato in una clinica. Ne uscì, per fortuna, non molto dopo. Consumai molti maestri, parecchi anche in una volta sola. Quando fui diventato più sicuro delle mie capacità, e il pubblico prese a seguire i miei progressi, e il futuro cominciò a risplendere, assunsi io stesso degli insegnanti: li facevo sedere in cinque camere in fila, e prendevo le lezioni da tutti insieme, saltando da una stanza all’altra.

 

Quei progressi! La penetrazione dei raggi della scienza in un cervello che si desta! Non lo nego: ero felice. Ma confesso anche che non esageravo, e che ancora meno lo faccio oggi. Con uno sforzo che sinora non s’è ripetuto sulla terra, ho fatto mia la cultura media d’un europeo. In sé, forse, il fatto è insignificante, ma la sua importanza fu che m’aiutò a uscire dalla gabbia, procurandomi una particolare via d’uscita, una via d’uscita nel mondo umano. Voi conoscete l’espressione: tagliare la corda. È quanto feci. Non avevo altra strada, dato che non volevo scegliere la libertà.

 

Se considero la mia evoluzione e gli scopi che fino ad oggi essa si è prefissi, non mi lamento né mi rallegro. Le mani in tasca, la bottiglia del vino sul tavolo, siedo riverso sulla mia sedia a dondolo e guardo dalla finestra…