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Vissi d’Arte - La Relazione - limatura del testo parlato PDF Stampa E-mail
Indice
Vissi d’Arte
PER UN CINEMA AUTOBIOGRAFICO
VISIONI DI UNO SPETTATORE
Appunti sull'audiovideo
Dialoghi sull'audiovideo
Author statement
Nota di montaggio de 'La Battaglia'
Sinossi de 'La Vigilia'
Synopsis of 'The Vigil'
Su 'La Vigilia'
Lista dei dialoghi in inglese de 'La Vigilia'
Email a Lorenzo su 'Vissi d'Arte'
Seconda email a Lorenzo su 'Vissi d'Arte'
Note di regia su 'La Relazione'
Note di pre-montaggio de 'La Relazione'
La Relazione - limatura del testo parlato
Vissi d'Arte - sinossi per Pesaro 2005
Vissi d'Arte - dialoghi per Pesaro 2005
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Fino a quel momento – quando venni catturato – avevo avuto tante vie d’uscita, e d’un tratto non me ne restava più una. Ero bloccato. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe diminuita. E perché? Gràttati pure tra gli alluci, non ne troverai la ragione. Premi pure il dorso contro le sbarre, fino quasi a tagliarti in due, non ne troverai la ragione. Non avevo una via d’uscita, ma ne dovevo inventare una, perché senza non potevo vivere. Eternamente contro la parete di quella gabbia… sarei certo crepato. Ma le scimmie di Hagenbeck non sono fatte per rimanere contro la parete d’una gabbia? Bene, io, allora, smetterò d’essere una scimmia. Chiaro, eccellente ragionamento, che dovetti ideare, non so come, con la pancia, perché le scimmie pensano con la pancia.

 

Temo non si capisca bene quello che io intendo per via d’uscita. Uso l’espressione nel senso più comune e più completo. Di proposito, non parlo di libertà. Non penso al grande, illimitato sentimento di libertà. Come scimmia, forse, lo conobbi e ho incontrato uomini che vorrebbero conoscerlo.

 

Per quanto mi riguarda, non chiedevo libertà allora e non la chiedo oggi. Brevemente: gli uomini s’ingannano troppo spesso, con la loro libertà. Siccome la libertà è annoverata tra i sentimenti sublimi, la delusione relativa è anch’essa considerata sublime. Nei teatri di varietà, prima del mio numero, sono rimasto spesso a guardare una coppia di trapezisti al lavoro. Si slanciavano, oscillavano, saltavano, volavano uno nelle braccia dell’altro; uno, con i denti, reggeva l’altro per i capelli. “Anche questa è libertà umana,” pensavo,movimento sovrano.” Derisione della santa natura! Non c’è tetto che non crollerebbe sotto le risate delle scimmie presenti a quello spettacolo.

 

No, non volevo libertà. Volevo solo una via d’uscita: a destra, a sinistra, ovunque fosse. Non avevo altre esigenze: ammesso che la via d’uscita avesse rappresentato una delusione, l’esigenza era modesta e la delusione non sarebbe stata maggiore. Andare avanti, avanti! Non rimanere immobile, le braccia levate, schiacciato contro la parete d’una gabbia.

 

Oggi vedo chiaro: senza una grande calma interiore, non sarei mai potuto scampare. Forse debbo tutto quello che sono diventato alla calma che, dopo i primi giorni, si impadronì di me sul piroscafo. Preciso ancora che questa calma la dovetti alla gente della nave. Brava gente, in fondo. Ancora oggi rammento con piacere i passi pesanti che risuonavano nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di fare ogni cosa con estrema lentezza. Se uno voleva fregarsi gli occhi, sembrava che alla mano avesse legata una zavorra. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Al loro riso si mescolava una tosse che poteva preoccupare, ma che in fondo non aveva importanza. In bocca avevano sempre qualche cosa da sputare, non importa dove.

 

La calma che acquistai in mezzo a quella gente mi trattenne, anzitutto, da ogni tentativo di fuga. Oggi mi pare che dovevo per forza avvertire la necessità di trovare una via d’uscita, se volevo vivere, e che questa via non poteva essere una fuga. Non so più se la fuga era possibile, mi parrebbe di sì: a una scimmia la fuga deve essere sempre possibile. Con i denti che ho oggi debbo stare attento a rompere una noce, ma allora sarei riuscito, con il tempo, a schiantare la serratura. Non lo feci. Che vantaggio ne avrei avuto? Appena tirata fuori la testa, mi avrebbero ripreso e rinchiuso in una gabbia ancora peggiore; a meno che non mi fossi rifugiato tra altri animali, per esempio tra gli enormi serpenti che avevo di fronte, i quali mi avrebbero soffocato tra le loro spire; forse sarei riuscito a scivolare fino in coperta e a saltare oltre la murata, per dondolarmi un momento sui flutti e annegare. Azioni disperate. Non ragionavo in modo così umano, ma, influenzato dall’ambiente, mi comportavo come se avessi ragionato.

 

Non ragionavo dunque, ma osservavo tutto con calma. Guardavo gli uomini andare e venire, sempre gli stessi visi, gli stessi movimenti, spesso mi pareva che fosse sempre la stessa persona. L’uomo o gli uomini che fossero, si muovevano liberamente. Intravidi allora una grande meta. Nessuno mi prometteva che la gabbia si sarebbe aperta, se fossi diventato uguale a quelli: non si fanno mai promesse per azioni che non si possono attuare. Se però l’azione viene attuata, ecco apparire le promesse, dove prima uno le aveva invano cercate.

 

Quegli uomini non avevano nulla che mi attirasse molto. Fossi stato un partigiano di quella specie di libertà rammentata prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che m’appariva nello sguardo torbido di quella gente. In ogni modo, prima di pensare a queste cose, li avevo osservati a lungo e furono proprio queste ripetute osservazioni a spingermi in una direzione particolare. Era così facile, imitare la gente!

 

Sputare, sapevo già farlo nei primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda: la sola differenza era che io, dopo, mi leccavo la faccia, loro no. Presto fumai la pipa come un vecchio; se cacciavo il pollice nel fornello, tutti, sottocoperta, giubilavano, però, per lungo tempo, non capii la differenza tra una pipa piena e una pipa vuota.

 

Ripeto che non mi tirava punto di imitare gli uomini, li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita. Quando, ad Amburgo, venni consegnato al mio primo domatore, mi resi subito conto delle due possibilità che mi si offrivano: giardino zoologico o teatro di varietà. Non esitai, mi dissi: “Poni ogni impegno per arrivare al varietà, il giardino zoologico significa solo una nuova gabbia, se ci arrivi sei finito.”

Allora imparai, Signori. Vi assicuro che s’impara, quando si è costretti; s’impara, quando si cerca una via d’uscita; s’impara a corpo perduto. Si sorveglia se stessi con la sferza, ci si strazia alla minima difficoltà. La natura scimmiesca si precipitò fuori di me a gran salti mortali; il mio primo maestro rischiò di diventare, a sua volta, una scimmia, dovette interrompere le lezioni ed essere ricoverato in una clinica. Ne uscì, per fortuna, non molto dopo. Consumai molti maestri, parecchi anche in una volta sola. Quando fui diventato più sicuro delle mie capacità, e il pubblico prese a seguire i miei progressi, e il futuro cominciò a risplendere, assunsi io stesso degli insegnanti: li facevo sedere in cinque camere in fila, e prendevo le lezioni da tutti insieme, saltando da una stanza all’altra.

 

Quei progressi! La penetrazione dei raggi della scienza in un cervello che si desta! Non lo nego: ero felice. Ma confesso anche che non esageravo, e che ancora meno lo faccio oggi. Con uno sforzo che sinora non s’è ripetuto sulla terra, ho fatto mia la cultura media d’un europeo. In sé, forse, il fatto è insignificante, ma la sua importanza fu che m’aiutò a uscire dalla gabbia, procurandomi una particolare via d’uscita, una via d’uscita nel mondo umano. Voi conoscete l’espressione: tagliare la corda. È quanto feci. Non avevo altra strada, dato che non volevo scegliere la libertà.

 

Se considero la mia evoluzione e gli scopi che fino ad oggi essa si è prefissi, non mi lamento né mi rallegro. Le mani in tasca, la bottiglia del vino sul tavolo, siedo riverso sulla mia sedia a dondolo e guardo dalla finestra. La sera c’è quasi sempre spettacolo, ottengo successi che non potranno essere più grandi. Quando, a tarda notte, rientro da banchetti, da società scientifiche, da piacevoli riunioni in case private, c’è da aspettarmi una piccola scimpanzé semi-addomesticata, e con lei mi abbandono ai diletti della nostra specie. Di giorno non voglio vederla, perché ha nello sguardo la follia della bestia domata: sono il solo ad accorgermene, e non posso sopportarlo.

 

Ma insomma, sono arrivato dove volevo arrivare. Non si dica che non ne valeva la pena. D’altra parte, non m’importa di giudizi umani, cerco solo di diffondere delle cognizioni, mi limito a informare, così come ho informato voi, illustri signori dell’Accademia.