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Indice
Vissi d’Arte
PER UN CINEMA AUTOBIOGRAFICO
VISIONI DI UNO SPETTATORE
Appunti sull'audiovideo
Dialoghi sull'audiovideo
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Nota di montaggio de 'La Battaglia'
Sinossi de 'La Vigilia'
Synopsis of 'The Vigil'
Su 'La Vigilia'
Lista dei dialoghi in inglese de 'La Vigilia'
Email a Lorenzo su 'Vissi d'Arte'
Seconda email a Lorenzo su 'Vissi d'Arte'
Note di regia su 'La Relazione'
Note di pre-montaggio de 'La Relazione'
La Relazione - limatura del testo parlato
Vissi d'Arte - sinossi per Pesaro 2005
Vissi d'Arte - dialoghi per Pesaro 2005
Tutte le pagine

 

 

1. La Vigilia

(Lingua parlata: spagnolo / Sottotitoli in italiano.)

 

(Santiago de Chile. Esterni.)

 

(Interno.)

 

Addio, papà… Ho scelto la tua videocamera e una cassetta usata per congedarmi. Senti… ora che mi stai vedendo e ascoltando, io non ci sarò più.

Ma ci rivedremo, stanne sicuro, sicuro come me che ero sicura persino quando mi sbagliavo… Ci rivedremo, e tu non mi rimprovererai per questo, vero?

 

Lascio ordinata la mia camera… la mamma sarà contenta almeno di questo…

No, stai calmo. Ti ricordi cosa mi dicevi quand’ero piccola? ‘Quando mi vedrai arrabbiato, per calmarmi basterà che tu mi dica, a voce bassa, fissandomi negli occhi: “calma, papà” Ecco, te lo dico ora: calma, papà, calma...

 

Non ce l’ho fatta… Non-ce-l’ho-fatta! Quante volte ci ho provato? Nemmeno questa ultima volta sono riuscita a superare l’esame di ammissione alla Scuola di Teatro…

Non mi credi? È così… Ho recitato quella scena dell’Amleto in cui Ofelia, pazza di dolore per la morte di suo padre e perchè il suo fidanzato l’ha deflorata senza grazia e senza farla felice, fa capire al Re che sta per uccidersi… Ironia del destino! Non so dove ho mancato… Dove ho sbagliato?

 

Io ti avevo convinto che ce l’avrei fatta, e tu ti sei sacrificato tanto per me, credendo in me!.. Con la tua valigetta, sempre di corsa… Povero papà… Dove?

 

Dov’è la splendida maestà di Danimarca?

 

Regina: - Ofelia, come stai?

 

Amore mio, come sarà

la tua apparizione futura?

Penitente verrai

a mendicare la mia fessura?

O guerriero a infilarmi

senza tenerezza e premura?

 

Regina: - Ofelia! Che dici?!

 

Parlavate? Ascoltate questa allora!

 

È morto mio padre, signora,

è morto ed è scomparso;

la terra copre il suo corpo,

ai suoi piedi c’è un sasso.

 

Regina: - Ma Ofelia!

 

Udite, udite!

 

Bianco come la neve pura…

 

(Entra il Re.)

 

…un sudario lo avvolse,

coprirono la sua sepoltura

fiori che il pianto innaffiò.

 

Re: - Ti senti bene, graziosa fanciulla?

 

Bene, molto bene. Che Dio vi ricompensi! Sappiamo ciò che siamo, ma non ciò che possiamo essere. Dio vi benedica.

 

Re: - Delira per suo padre…

 

Vi prego, non parliamo di questo. Ma quando vi domanderanno, risponderete così:

 

Il giorno di San Valentino

come Giulietta o Beatrice

passai sotto la tua finestra

di primissimo mattino.

Come un uccello rapace

di me ti sei impadronito

e mi hai deflorata

senza grazia e senza pace.

 

Re: - Ofelia!

 

Va bene, la farò finita senza un’imprecazione.

 

A te, giusto cielo

domando consolazione

e la Vergine m’ha dato la sua protezione.

Causa della mia disgrazia

è stata solo la sua audacia.

Che ingenua che sono stata!

Cento volte hai detto

mentendo perfidamente

che mi avresti sposata.

Ora dici: - Lo avrei fatto

se nel mio letto incautamente

non ti fossi infilata.

 

Re: - Da quanto tempo è in questo stato?

 

Tutto andrà per il meglio. Abbiate un pò di pazienza. Grazie infinite per i vostri buoni consigli!

 

Avanti, la mia carrozza! Buona notte, signori; buona notte, amici miei; buona notte, buona notte.

 

Questo ho fatto, papà. Che te ne pare? Non ho interpretato bene il personaggio? E ti sei reso conto che ho modificato il testo di Shakespeare, per farlo più forte? Dovrei cercare lavoro come segretaria, e come te rinunciare a ciò che sono? Tu lo hai fatto per me… ma io ormai sono una zitella. Che altro potrei fare qui a Santiago? Non ho imparato niente a scuola… Mi appassionava solo la letteratura: il Don Chisciotte, Neruda, Gabriela Mistral…

 

Accidenti! S’è accesa la lucetta rossa: sta finendo la cassetta…

 

Mamma: le cose che restano, le bambole e i vestiti regalali alle bambine dei quartieri poveri. E tutto il resto, per favore, tutto, le collane, gli orecchini, i quaderni, le matite, i profumi: che non resti niente di mio in casa. Certo, le fotografie sono un problema… non vorrai buttare le fotografie…

 

(Altro interno.)

 

Adolfo, amore mio, me ne vado. Non ci rivedremo mai più. Ma ti lascio questo. Ti lascio come ricordo il mio corpo, questo corpo che tu credevi di amare tanto, che hai posseduto tante volte, che ti ha dato piacere, ma che non hai conosciuto veramente.

 

Beh, questa volta non puoi prendermi, perciò tranquillo!

 

Voglio regalarti i miei capelli, i miei occhi, la mia bocca, il mio collo, i miei seni, le mie braccia, le mie mani, la mia vita, i miei fianchi, le mie gambe, le dita dei piedi…

 

Con essi distinguo

la gioia dal pianto,

i due materiali

che formano il mio canto

 

Voglio lasciarti tutto il mio corpo… sensibile… trepidante… che possedevi senza tenerezza, sempre ansioso di arrivare all’unica cosa che ti interessava… No, eri buono a letto, potrai vantarti di questo, Amleto / voglio dire Adolfo… Ma la intelligenza? La grazia? La tenerezza? L’amore?

 

Penitente verrai

a mendicar la mia fessura?

O guerriero a infilarmi

senza tenerezza e premura?

 

Tenerezza rima con bellezza… Ma, sono bella? Non sono alta, non sono delicata, non sono bionda, non ho gli occhi azzurri… Una donna qualsiasi, come anche i professori mi hanno fatto notare. Una donna del mucchio che pretende distaccarsi! Ma che importa ormai? Non mi serve più, non mi è servito per essere amata, nè per recitare nel gran teatro del mondo. Il mondo lo ha rifiutato!

 

Basta!

 

(Altro interno ancora.)

 

E ora ti dico addio, mondo! Dimmi, perchè mi hai emarginato? Perchè non mi hai accettato come sono? Io volevo solo essere me stessa, estrarre da me il meglio, e offrirlo a tutti, trasformato in arte viva. Volevo accrescere la felicità del mondo, o soltanto far ridere e piangere la gente davanti allo scenario. Volevo essere come un bruco che si trasforma in farfalla, un ragno che disegna una tela alla luce della luna.

E invece tu hai lasciato morire il bruco imprigionato nel bozzolo, e hai distrutto la tela che avevo appena cominciato a tessere.

 

Cosa non ti è piaciuto di me? Sono molto indipendente? Si! Molto ambiziosa? Si…

 

Avevate ragione voi. Era un sogno folle, il mio. L’illusione di una bambina che voleva diventare regina, e che quando doveva crescere ha continuato a fare la bambina.

 

Avevi ragione, mamma, quando mi ripetevi di crescere, di essere realista, di non volare troppo in alto perchè la caduta sarebbe stata dura.

 

Avevate ragione voi, compagne borghesi, che mi facevate sentire che non appartenevo alla vostra classe, e mi dicevate di abbassare la testa e aprire le gambe, se volevo salire la scala sociale.

 

Avevate ragione voi, amiche mie dei quartieri poveri, quando mi consigliavate di godere della vita finchè potevo, ma di pensare a farmi una posizione, un marito lavoratore e tranquillo, e di accontentarmi di essere come tutte.

 

E avevate ragione voi, professori, che infine mi avete liberato dalla mia ridicola ostinazione.

 

Perchè ha scelto di rappresentare una bella e angelica principessa, invece di una robusta contadina o una cameriera maliziosa?

 

Già, il corpo adatto al ruolo…

 

Una attrice deve avere il senso delle proporzioni… e della realtà!

 

E inoltre, essere capace di memorizzare venti benedetti versi di un testo consacrato…

 

Amico mio, s’è permessa di correggere Shakespeare, questa signorina…

 

Parlavate? Ascoltate questa dunque!

 

Professori imbecilli e crudeli

compagne astute o sottomesse

madri diffidenti e deboli

principi che vogliono schiave…

 

Hanno vinto! Sì, mi hanno vinto. Ma cosa hanno ottenuto?

 

I professori conservare i loro testi mummificati, e gareggiare tra loro a chi è il più critico?

 

Le piccolo-borghesi aprirsi il cammino, e le proletarie conformarsi a vivere senza coraggio?

 

Le madri spuntare le ali ai figli, o altrimenti ricalcare: “te lo avevo detto”?

 

E i principi azzurri spassarsela e vantarsi delle proprie conquiste?

 

No, non avete vinto niente, perchè tutto questo lo avevate senza di me, e perchè io non ho abbassato il capo. E non mi avrete, invece mi perderete per sempre… Io non diventerò come voi chiedevate… vinta… sottomessa… obbediente… oggetto sessuale… umile e rassegnata…

 

E dopo?

 

Come restano, Signore, dormendo i suicidi?

Un grumo nella bocca, le tempie svuotate,

le lune degli occhi pallide e gonfie,

le mani a un’ancora invisibile orientate?

 

O Tu arrivi dopo che gli uomini sono andati via

e abbassi la palpebra sull’occhio accecato,

componi le viscere senza dolore e rumore

e incroci le mani sopra il petto tacitato?

 

E rispondi, Signore: quando fugge l’anima

dalla porta bagnata dalle lunghe ferite,

entra nella tua zona fendendo l’aria con calma

o si ode un crepitare di ali impazzite?

 

*

 

2. La Battaglia

 

(Roma. Primo Interno Casa.)

 

Sì, Francesco, io - ti ricordi di Io? / Sì, Francesco, io - ti ricordi di Io? / Buongiorno, da questa parte del mare... Ti immagino sola e parlo liberamente, al modo nostro. Sì, come vedi e come senti sono riuscito a scovarti. Ti stai chiedendo come ho fatto – hai le pupille leggermente dilatate... Non te lo posso dire, non ora / No, non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo…

 

Mi ci è voluto un anno, e tutta la mia perseveranza – vulgo ostinazione - per capire infine dov’eri finita – finita… diciamo riparata... Un anno e tre giorni senza / Un anno e tre giorni / un avvertimento, un’anticipazione, un cenno, una parola, un rigo: a stacco, come nei fumetti... Ecco che finalmente ti ritrovo, ecco che inizialmente ti trovo - non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo / no, non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo – tu sei capace di tutto... Ti mando due parole o tre, a modo mio, sempre anticipando e spiegando, sempre recitando e improvvisando...

 

Tra una settimana di sette giorni e sette notti sarò lì, accanto a te - sì, vengo a trovarti: domani stacco il biglietto aereo - lascio tutto e vengo da te, basta... Ci è voluto parecchio per capire, dico il tempo di capire perché eri volata via… Eri innamorata di me / innamorata di me / ecco il perché. Eri innamorata del Francesco, e che faceva il Francesco superintelligente? Non capiva...

 

È questa è la cosa che mi fa impazzire di me: non capire... Ma come ho fatto a non? Poca lucidità, poca attenzione, e niente leggerezza, al solito... Quando ho capito? Giovedì notte, due giorni fa… Ho ritrovato la registrazione video allo studio, prima del calco in gesso – ti ricordi? Era caduta da allora dietro la cassettiera delle stecche delle raspe degli scalpelli: la rivedo, la trivedo e di colpo tutto diventa chiaro, limpido, evidente... Bello sforzo capire le immagini mentre le rivedo col telecomando in mano! Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo / Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo / Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo… Te la ricordi? Certo che te la ricordi...

 

(Roma. Interno Laboratorio di Scultura.)

Senza parole. Percussioni.

 

(Roma. Secondo Interno Casa.)

 

È quello sguardo, è questo sguardo che mi ha fatto capire. L’ho analizzato a lungo, avanti e indietro col telecomando, capivo e non capivo, poi alla fine l’ho fissato col fermo fotogramma e l’ho tradotto in italiano: “Altolà Francesco! Il gioco dell’amicizia è finito. È finita l’infinita disponibilità a tutto ciò che ti piace e che ti serve.”

 

Tu mi amavi - e lo sapevi... Io, invece, di amarti non lo sapevo – Io non lo sapevo quando ti amavo, te lo giuro – io sai che non giuro, ecco, te l’assicuro… L’ho saputo dopo, quando non c’eri più… Ti amo anch’io. Domani lascio Ines e vengo da te… Sì, mi sono messo con Ines, da poco, a luglio... Ines - lei... Ma perché? Ma te la ricordi? Tutta il contrario di te. Ines sempre sì, fino alla fine, e oltre... Basta! Vado a dirglielo!

 

(Roma. Esterni.)

Senza parole. Percussioni.

 

(Roma. Terzo Interno Casa.)

 

Come vedi, ho continuato il corso di video, e concluso… Due mesi fa ho vinto il Festival MontaMantova... L’ho concluso grazie a te, alla tua eterna insoddisfazione, al tuo incessante, terribile “Non mollare, non mollare mai... Hai sbagliato il calco? Ricomincia daccapo. Hai sbagliato la ripresa? Rifalla - due, tre, quattro volte, cento volte, finché viene come il Dio delle Immagini comanda... Verifichiamo perché è malriuscita la ripresa, dove non ha funzionato l’innesto, dove la combinazione degli arti, spezza e ricomponi, calcola e sostituisci, e non tirare in ballo le tue Grandi Idee, e non prendertela con gli altri, che non capiscono, gli altri, che sono mediocri, gli altri sono gli altri – non sottovalutare mai gli altri: sono la prova che esisti… E non bastano le idee, le idee e basta, bisogna lavorarci sopra, dentro, covarle, senza superbia, senza supponenza... Supponenza… Questa non è una parola che ti piace troppo, vero?... E di nuovo, dai!…”

 

Mamma mia! Un supplizio! Un dito nel / Una spina nel fianco… Mi faceva andare in bestia questa tua ansia terribile di verità a tutti i costi, questo tuo non mollare mai, non retrocedere mai di un millimetro… Ma avevi ragione, avevi ragione e adesso so lavorare... Comunque basta, ho deciso. Ho deciso di appendere al chiodo raspe e videocamera. Questo è l’ultimo lavoro che faccio qui! Vengo da te. Mi trovo un lavoro normale, che so - professore, funzionario di qualche ONG, e ci metto un punto a questa ossessione della scultura e del video.

 

Non riesco più a dormare – scusami , a dormire, calco e monto, giro e monto, monto e rimonto... Tutto è diventato virtuale intorno a me: le persone personaggi, le parole battute, gli arti simboli, gli oggetti metafore e metonimie e allegorie, basta! Voglio vivere, vivere con te, vivere finalmente ore normali, mangiare, dormire, viaggiare, fare all’amore…Fuori di qui! Lontani da qui, lontani da Roma!

 

Lo senti? È Serafino. Da quanto tempo è che prova?… Non è ancora riuscito a trovare il coraggio di fare un provino!

 

Che stavo dicendo? Ah! Che ho deciso di lasciare Roma anch’io. Roma: questa città inutilmente eterna… Tutto qui è piccino, minuscolo, meschino, le telenovele dei politici, i pettegolezzi dei giornalisti, le mostre dei compagni, le recensioni dei critici a un tanto al pezzo, e i progetti intriganti, le festicciole utili… e intanto McDonald’s dappertutto, Coca Cola a fiumi, servi provinciali e contenti insomma, ma contenti di che? Delle briciole cadute sotto il tavolo? Delle promesse di una collettiva e poi vedrai? Questa città e questo paese sono moribondi e sepolti... Sai che faccio ora? Ti registro qualche inquadratura a mano della nostra Roma per mostrarti com’è cambiata in un solo anno… Anzi no, immaginala - tanto è la solita comune città immaginaria…

 

(Viaggio in treno. Voce fuori campo.)

 

Allora vengo. Ringrazio Loredana – ecco due parole di troppo - e ti raggiungo. No, non dire di no, non stendere le dita, non sollevare il palmo della mano rivolgendolo contro di me, e non mi contraddire sempre…

 

Ma sei sola? Sì, voglio dire, vivi sola? Non ti sarai messa con qualcuno? O sì?… Non ci posso credere, non è possibile... E se ti trovo con un altro? È finita per sempre?… Mi hai messo una pietra sopra?… E la Ines? Se si ammazza?… Potrà fare a meno di me? Sia come sia! Io imparo la tua lingua madre e insegno qualcosa a qualcuno, accanto a te.

 

E Roma? E l’Italia? La nostra città, il nostro paese… Anche io fuggirò con la coda fra le gambe? E chi resterà qui, infine? Gli opportunisti, le donne in carriera, i figli di papà... Ma sarà poi giusto andarsene? Lasciare tutto e chinare il capo? Ricominciare tutto daccapo un’altra volta? Ma si può? No. No. Si può solo continuare, proseguire, insistere... Comunque, vengo, però fammi… fammi… però fammi... fammi… Intanto ti mando questa promessa, questa minaccia, questo…

 

*

 

3. La Relazione

 

(Parigi. Interno albergo.)

 

Illustri Signori dell’Accademia!

 

Voi mi fate l’onore d’invitarmi a presentare all’Accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia. Non potrò essere tra voi in persona – ma l’impedimento ha provocato l’idea, ed ecco vi mando un AudioVideo: un numero sufficiente di parole figurate sull’argomento e - secondo la natura del mezzo - la documentazione del mio sguardo in queste ore parigine.

 

Cinque anni mi separano, ormai, dal mio stadio scimmiesco, un periodo forse breve, se calcolato sul calendario, ma interminabile se lo si trascorre al galoppo, come ho fatto io, accompagnato, a tratti, da eccellenti persone, consigli, applausi, musica d’orchestra, e tuttavia, in fondo, solitario, perché gli accompagnatori rimanevano, se vogliamo continuare nell’immagine, di là dalla barriera. Questa impresa sarebbe stata impossibile se avessi voluto rimanere ostinatamente attaccato alle mie origini, ai ricordi di gioventù. Il primo comandamento che m’imposi, fu la rinuncia ad ogni ostinazione. Io, libera scimmia, mi piegai sotto quel giogo: ma, in compenso, i ricordi si fecero più remoti. In un primo tempo sarei potuto tornare indietro, se gli uomini l’avessero voluto, traverso la grande porta che il cielo forma sopra la terra; ma questa porta diventava sempre più bassa e più stretta col progredire della mia evoluzione, vivamente sollecitata: mi sentivo meglio e più inserito nel mondo umano; la tempesta, che soffiava dal fondo del mio passato, si placò, ed oggi è soltanto una corrente che mi rinfresca i talloni. Chiunque cammini sulla terra, prova quel certo solletico al tallone: il piccolo scimpanzé, come il grande Achille.

 

La prima cosa che imparai, fu a dare la mano. Se la stretta di mano significa franchezza, oggi, all’apice della carriera, dico: la mia franca parola possa accompagnare quella prima stretta di mano. Tale franchezza non porterà all’Accademia nulla di sostanzialmente nuovo, rimarrà anzi, molto al di sotto di quanto mi si è chiesto e di quanto io, con la migliore volontà, non saprei dire: essa mostrerà tuttavia, la direzione che un’ex-scimmia ha seguito per penetrare nel mondo degli uomini e come in questo mondo si è stabilita. Aggiungo che non potrei dire neppure quel poco che ascolterete, se non fossi sicuro di me stesso, e se la mia posizione non si fosse consolidata, sino a diventare irremovibile, su tutti i grandi teatri di varietà del mondo civile.

 

Io sono originario della Costa d’Oro. Per sapere come venni catturato, debbo rifarmi a testimonianze altrui. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck – con il cui capo vuotai in seguito diverse bottiglie di buon rosso – una spedizione di caccia era dunque appostata nella macchia lungo il fiume, quando, una sera, m’accostai a bere col mio branco. Quelli spararono, io fui l’unico ad essere colpito: presi due pallottole. Il colpo sulla guancia fu cosa da poco. La seconda pallottola, mi colpì sotto l’anca. Una brutta botta, per cui ancora oggi cammino zoppicando. In un articolo d’uno dei diecimila cervelloni che nei giornali si scatenano contro di me, lessi di recente che la mia natura scimmiesca non sarebbe ancora del tutto cancellata: lo proverebbe il fatto che io, quando ho dei visitatori, sono solito abbassare i calzoni per mostrare il segno di quel colpo.

 

A quel signore bisognerebbe far saltare con un revolver ogni ditino della mano con cui scrive. Per me, dico che ho il diritto di abbassare i calzoni davanti a chi mi pare: si vedrà solo una pelliccia ben curata e la cicatrice lasciata da un colpo – per ragioni determinate, usiamo qui una certa espressione, ma non vorrei che si equivocasse – da un colpo criminale. Tutto è chiarissimo, non c’è nulla da nascondere: quando è in gioco la verità, anche la persona più esigente trascura il galateo. Se quel certo scrittore si togliesse i calzoni quando riceve una visita, la cosa acquisterebbe un altro aspetto: capisco che non lo fa, perché la ragione glielo proibisce. Ma allora mi lasci in pace, con la sua delicatezza!

 

Dopo quei colpi mi destai – e qui cominciano i miei ricordi personali – in una gabbia posta sottocoperta nel vapore di Hagenbeck. La gabbia, costruita impiegando una cassa, aveva tre lati con le sbarre, la quarta parete era di legno. L’insieme era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Io me ne stavo rannicchiato, con le ginocchia ripiegate e tremanti, voltato verso la parete di legno, con le sbarre che mi penetravano nella schiena, perché da principio non volevo vedere nessuno, e desideravo solo stare al buio. Si ritiene che questo sistema, adottato in un primo tempo nei confronti degli animali feroci, dia i suoi frutti; per l’esperienza che ne ho fatta, non posso negare che, dal punto di vista umano, la cosa è esatta.

 

Ma allora non pensavo a questo. Per la prima volta in vita mia, mi trovavo senza via d’uscita: o almeno non ce n’era nessuna davanti a me, perché davanti avevo la cassa, con le sue assi saldamente connesse. C’era, sì, una fessura che arrivava da parte a parte – quando lo scoprii la prima volta, la salutai con l’urlo di gioia dell’insipienza – ma tale fessura non bastava neppure a far passare la coda e non ci fu forza scimmiesca capace d’allargarla.

 

Da quanto mi dissero in seguito, mi comportavo con insolita moderazione; gli esperti conclusero che ero vicino a morire, ma, se mi fosse riuscito di superare il periodo critico, sarei stato un ottimo soggetto. Superai quel periodo. Sordi singhiozzi, dolorosa ricerca di pulci, stanche leccate a una noce di cocco, colpi di testa contro la cassa, un palmo di lingua se qualcuno si faceva vicino: ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. In mezzo a tutto questo, un’unica sensazione: quella d’essere senza via d’uscita. Oggi, naturalmente, posso tradurre solo nel linguaggio umano quello che allora sentivo come scimmia, e quindi, di necessità lo deformo; ma anche se non posso più ritrovare l’antica verità scimmiesca, questa si trova, non c’è dubbio, nella direzione che indico.

 

(Parigi. Esterni.)

 

(Parigi. Altro interno albergo.)

 

Fino a quel momento – quando venni catturato – avevo avuto tante vie d’uscita, e d’un tratto non me ne restava più una. Ero bloccato. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe diminuita. E perché? Gràttati pure tra gli alluci, non ne troverai la ragione. Premi pure il dorso contro le sbarre, fino quasi a tagliarti in due, non ne troverai la ragione. Non avevo una via d’uscita, ma ne dovevo inventare una, perché senza non potevo vivere. Eternamente contro la parete di quella gabbia… sarei certo crepato. Ma le scimmie di Hagenbeck non sono fatte per rimanere contro la parete d’una gabbia? Bene, io, allora, smetterò d’essere una scimmia. Chiaro, eccellente ragionamento, che dovetti ideare, non so come, con la pancia, perché le scimmie pensano con la pancia.

 

Temo non si capisca bene quello che io intendo per via d’uscita. Uso l’espressione nel senso più comune e più completo. Di proposito, non parlo di libertà. Non penso al grande, illimitato sentimento di libertà. Come scimmia, forse, lo conobbi e ho incontrato uomini che vorrebbero conoscerlo. Per quanto mi riguarda, non chiedevo libertà allora e non la chiedo oggi. Brevemente: gli uomini s’ingannano troppo spesso, con la loro libertà. Siccome la libertà è annoverata tra i sentimenti sublimi, la delusione relativa è anch’essa considerata sublime. Nei teatri di varietà, prima del mio numero, sono rimasto spesso a guardare una coppia di trapezisti al lavoro. Si slanciavano, oscillavano, saltavano, volavano uno nelle braccia dell’altro; uno, con i denti, reggeva l’altro per i capelli. “Anche questa è libertà umana, ” pensavo, “movimento sovrano.” Derisione della santa natura! Non c’è tetto che non crollerebbe sotto le risate delle scimmie presenti a quello spettacolo.

 

No, non volevo libertà. Volevo solo una via d’uscita: a destra, a sinistra, ovunque fosse. Non avevo altre esigenze: ammesso che la via d’uscita avesse rappresentato una delusione, l’esigenza era modesta e la delusione non sarebbe stata maggiore. Andare avanti, avanti! Non rimanere immobile, le braccia levate, schiacciato contro la parete d’una gabbia.

 

Oggi vedo chiaro: senza una grande calma interiore, non sarei mai potuto scampare. Forse debbo tutto quello che sono diventato alla calma che, dopo i primi giorni, si impadronì di me sul piroscafo. Preciso ancora che questa calma la dovetti alla gente della nave. Brava gente, in fondo. Ancora oggi rammento con piacere i passi pesanti che risuonavano nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di fare ogni cosa con estrema lentezza. Se uno voleva fregarsi gli occhi, sembrava che alla mano avesse legata una zavorra. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Al loro riso si mescolava una tosse che poteva preoccupare, ma che in fondo non aveva importanza. In bocca avevano sempre qualche cosa da sputare, non importa dove.

 

La calma che acquistai in mezzo a quella gente mi trattenne, anzitutto, da ogni tentativo di fuga. Oggi mi pare che dovevo per forza avvertire la necessità di trovare una via d’uscita, se volevo vivere, e che questa via non poteva essere una fuga. Non so più se la fuga era possibile, mi parrebbe di sì: a una scimmia la fuga deve essere sempre possibile. Con i denti che ho oggi debbo stare attento a rompere una noce, ma allora sarei riuscito, con il tempo, a schiantare la serratura. Non lo feci. Che vantaggio ne avrei avuto? Appena tirata fuori la testa, mi avrebbero ripreso e rinchiuso in una gabbia ancora peggiore; a meno che non mi fossi rifugiato tra altri animali, per esempio tra gli enormi serpenti che avevo di fronte, i quali mi avrebbero soffocato tra le loro spire; forse sarei riuscito a scivolare fino in coperta e a saltare oltre la murata, per dondolarmi un momento sui flutti e annegare. Azioni disperate. Non ragionavo in modo così umano, ma, influenzato dall’ambiente, mi comportavo come se avessi ragionato.

 

Non ragionavo dunque, ma osservavo tutto con calma. Guardavo gli uomini andare e venire, sempre gli stessi visi, gli stessi movimenti, spesso mi pareva che fosse sempre la stessa persona. L’uomo o gli uomini che fossero, si muovevano liberamente. Intravidi allora una grande meta. Nessuno mi prometteva che la gabbia si sarebbe aperta, se fossi diventato uguale a quelli: non si fanno mai promesse per azioni che non si possono attuare. Se però l’azione viene attuata, ecco apparire le promesse, dove prima uno le aveva invano cercate.

 

Quegli uomini non avevano nulla che mi attirasse molto. Fossi stato un partigiano di quella specie di libertà rammentata prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che m’appariva nello sguardo torbido di quella gente. In ogni modo, prima di pensare a queste cose, li avevo osservati a lungo e furono proprio queste ripetute osservazioni a spingermi in una direzione particolare. Era così facile, imitare la gente! Sputare, sapevo già farlo nei primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda: la sola differenza era che io, dopo, mi leccavo la faccia, loro no. Presto fumai la pipa come un vecchio; se cacciavo il pollice nel fornello, tutti, sottocoperta, giubilavano, però, per lungo tempo, non capii la differenza tra una pipa piena e una pipa vuota.

 

Ripeto che non mi tirava punto di imitare gli uomini, li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita. Quando, ad Amburgo, venni consegnato al mio primo domatore, mi resi subito conto delle due possibilità che mi si offrivano: giardino zoologico o teatro di varietà. Non esitai, mi dissi: “Poni ogni impegno per arrivare al varietà, il giardino zoologico significa solo una nuova gabbia, se ci arrivi sei finito.”

 

Allora imparai, Signori. Vi assicuro che s’impara, quando si è costretti; s’impara, quando si cerca una via d’uscita; s’impara a corpo perduto. Si sorveglia se stessi con la sferza, ci si strazia alla minima difficoltà. La natura scimmiesca si precipitò fuori di me a gran salti mortali; il mio primo maestro rischiò di diventare, a sua volta, una scimmia, dovette interrompere le lezioni ed essere ricoverato in una clinica. Ne uscì, per fortuna, non molto dopo. Consumai molti maestri, parecchi anche in una volta sola. Quando fui diventato più sicuro delle mie capacità, e il pubblico prese a seguire i miei progressi, e il futuro cominciò a risplendere, assunsi io stesso degli insegnanti: li facevo sedere in cinque camere in fila, e prendevo le lezioni da tutti insieme, saltando da una stanza all’altra.

 

Quei progressi! La penetrazione dei raggi della scienza in un cervello che si desta! Non lo nego: ero felice. Ma confesso anche che non esageravo, e che ancora meno lo faccio oggi. Con uno sforzo che sinora non s’è ripetuto sulla terra, ho fatto mia la cultura media d’un europeo. In sé, forse, il fatto è insignificante, ma la sua importanza fu che m’aiutò a uscire dalla gabbia, procurandomi una particolare via d’uscita, una via d’uscita nel mondo umano. Voi conoscete l’espressione: tagliare la corda. È quanto feci. Non avevo altra strada, dato che non volevo scegliere la libertà.

 

Se considero la mia evoluzione e gli scopi che fino ad oggi essa si è prefissi, non mi lamento né mi rallegro. Le mani in tasca, la bottiglia del vino sul tavolo, siedo riverso sulla mia sedia a dondolo e guardo dalla finestra…