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NATURE VIVE / Liray (Chile), 28 agosto 2009 6:04

 

NATURE VIVE / Mondello (Sicilia, Italia), 18 marzo 2010 16:58

 

 

 

NATURE VIVE / Roma, 8 ottobre 2006 - nei pressi di San Gregorio al Celio - tarda mattinata

 

 

 

NATURE VIVE / Roma, Parco di Colle Oppio, 7 dicembre 2008

 

(Commento) Inviato: 16/2/2009 6:20 (sul sito-rivista)

Autore: Pasquale Misuraca

Questa foto è cominciata a formarsi attraverso le orecchie.

Abito in via Labicana, a Roma - tra Piazza San Giovanni in Laterano, il Parco del Celio, il Colosseo, e Colle Oppio. Quando esco per mettere il cielo sopra la testa inizio la passeggiata scegliendo una direzione tra le quattro possibili: a sud mi aspetta la pineta del Borromini, a ovest il limone di Madre Teresa di Calcutta, a nord l’albero di Giuda, a est la pineta di Apollodoro. Questa domenica avevo scelto l’albero di Giuda, per rivederlo coricato certo nudo sulle pendici del Palatino, forse ancora stecchito dal nostro reale inverno o da quel suo immaginario peccato originale. E camminavo. Ma, arrivato ai piedi della scalinata travertina di Colle Oppio, sento voci, dall’alto a destra, da dentro la pineta, fuori campo, voci allegre di ragazze eppure spezzate, non di ragazze ma di donne sincopate, voci provenienti non dal presente adolescente, dal passato remoto, forse, o dal futuro anteriore.

Resto incerto per un lungo momento, infine cedo e mi lascio trascinare all’insù dalle voci di dentro e di fuori lungo la scalinata, infilando le mani nelle tasche, una trova e inforca gli occhiali, l’altra trova e accende la digitale, le voci s’interrompono, mi fermo, come un gatto nell’erba, riprendono, avanzo ancora, piano ma non troppo, la lucertola, l'orbettino, la biscia, si possono rintanare, ancora, faccio capoccetta, vedo e scatto.

 

 

 

NATURE VIVE / Roma, 15 novembre 2008

 

 

 

NATURE VIVE E MORTE / Roma - Pistoia 16 aprile 2012 7:52

Ha scritto ha scritto ha scritto - senza guardare nessuno - poi si è messo il cappuccio in testa. Quando sono sceso dal treno stava ancora così.

 

 

 

NATURE MORTE / Roma, via Principe Amedeo, 17 aprile 2010 10:22

 

 

 

NATURE MORTE / Viterbo, 25 dicembre 2006 13:41

 

 

 

NATURE MORTE / Roma, via Ruggero Bonghi, 12 gennaio 2013

 

 

 

NATURE MORTE / Roma, via Merulana - 12 giugno 2013

 

 

 

NATURE MORTE / Palermo, 8 luglio 2011 7.54

 

 

 

NATURE MORTE / Roma, Autobus 105 a Piazza Vittorio, 28 settembre 2006 10:06

 

 

 

 

 

NATURE MORTE / Roma - Via Labicana, 24 giugno 2012 10.09

 

 

 

NATURE MORTE / Roma, via Labicana - 14 febbraio 2009 10:34

 

Commento di Simone Barillari, sito-rivista www.fulminiesaette.it, 24 febbraio 2009.

 

Non sono certo, non lo sono mai stato, che il titolo che ho suggerito a Fulmini in un fiotto di entusiasmo (Trasfusione) sia così buono, sono certo invece che non è buono come la foto: ha quantomeno il torto di ridurne le possibilità, mentre anche solo la data in cui è stata scattata, il giorno di San Valentino, aggiunge nuovo significato al fiore di sangue dell’immagine. Uno dei motivi per cui le foto di Fulmini mi sembrano più di una volta così eccezionali, le foto di un grande artista, è che sono fotografie letterali, “una maggiorazione immobile dell’inafferrabile”, come le definì Barthes, e proprio per questo profondamente artistiche. Mi è parso interessante il dibattito suscitato nei commenti a un post di Bovary da una risposta di Lorenzo Levrini, che è giovanissimo e sta maturando un suo stile molto interessante. Proprio nel momento in cui il ritocco in postproduzione ricongiunge la fotografia alla pittura da cui quasi due secoli fa si è distaccata, la fotografia letterale diventa, ritorna a essere, la specificità della fotografia rispetto alla pittura: quella di essere l’immediata riproduzione letterale di un momento che sia un accumulo della realtà, un coagulo del tempo che la pittura, riproduzione ed elaborazione di quel momento da una lontananza e da una lentezza, può riprodurre solo in maniera mediata. Per essere arte, la fotografia oggi deve scoprire in che modo, attraverso il ritocco in fotocomposizione, fare cose che la pittura non può fare, eccedere la pittura, oppure attestarsi prima di essa, e facendo di nuovo cose che la pittura non può fare, precedere la pittura. Questo brano da cui ho tratto la definizione di “fotografia letterale” proviene da 'Fotografie-choc', in "Miti d’oggi" di Roland Barthes.

“La maggior parte delle fotografie-choc che ci sono state mostrate sono false in quanto appunto hanno scelto uno stato inermedio tra il fatto letterale e il fatto maggiorato: troppo intenzionali per essere fotografia e troppo esatte per essere pittura, perdono necessariamente, a un tempo, lo scandalo della lettera e la verità dell’arte: si è voluto farne segni puri, senza risolversi a dare almeno a questi segni l’ambiguità, il ritardo di uno spessore. […] Privata del suo canto e della sua spiegazione, la naturalezza di queste immagini obbliga lo spettatore a un’interrogazione violenta, lo impegna sulla via di un giudizio che egli stesso elabora senza essere intralciato dalla presenza demiurgica del fotografo. In questo caso dunque si tratta proprio di quella catarsi critica richiesta da Brecht, e non più, come nella pittura di soggetto, di una purga emotiva. La fotografia letterale introduce allo scandalo dell’orrore, non all’orrore in sé”.

 

*

 

Risposta dell’autore, sito-rivista www.fulminiesaette.it, 24 febbraio 2009.

 

Grazie della descrizione critica supplementare. Ricambio con una descrizione artigiana: ricostruisco cosa ho fatto facendo questa foto.

Esco da casa per andare a trovare un amico, faccio pochi passi e vedo da lontano, sul manto stradale, lungo la linea bianca laterale, un panno appallottolato? un pupazzetto caduto da una bicicletta o da una macchina? un colombo giovane? Avanzo con l’impressione di lievi movimenti dei suoi contorni, ma è il vento, ed è un colombo, non c’è più niente da fare – lo fisso e sta fermo di profilo.

Ora di fianco a lui, sporgendomi dal granito, l’ammiro intero e quieto, immobile eppure in qualche modo irreale in movimento, non capisco se lo vedo dall’alto di sopra o dal lato in alto, e divento sordo, e sono investito da più immagini e fitte e odori – niente rumori niente segni della città fuori campo, tutto accade tra il suo riquadro e la mia mente.

Prendo la digitale, l’accendo, inquadro, scatto. Poi un’altra foto, analoga, diffidente delle macchine come sono, tanto scelgo sempre la prima. Non lo guardo più, vado via, sento un autobus, torna la città intorno, vado via.