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Haiku rimati - Allegri semi PDF Stampa E-mail
Indice
Haiku rimati
A CHE SERVE LA POESIA?
Albeggia. Esco
Allegri semi
All'orizzonte
Amaneciste
Anche mozzato
A primera luz
Autunno. Muoio
Bacio ancóra
Come speranze
Conti cantando
Correva l'anno
Datteri rosa
Dentro un orto
Di sera muta
Dopo, sul ciglio
Due capinere
Due, tutti e due
E' sera. Tutte
Ecco compare
Eccoli! Sogno
Era di giorno
Fa giorno. Muti
Fiere cadono
Figlia sorella
Finestra, tenda,
Fiore di malva
Foglie di diari
Fuoco di paglia
Gennaio vuoto
Giugno. Sdrucciola
Guardo a destra
Il cipresso sta
Il fico verde
Il filo rosso
Il giorno perde
Il nastro rosso
Il tuffo svela
Il tuo profumo
In fine di noi
Intorno corpi
La foglia secca
La mia fortuna
Lapislazzuli
Lascia cadere
La codarossa
La luce scende
La sarpa salpa
La serpe menta
La serpe sbircia
La terraferma
La vita sembra
Le immagini
Lento, quasi un
L'erba fiorita
Lo sguardo sale
Luna immonda
Me gusta verte
Me voy - deciste
Mille e una
Nebbia di giorno
Nel cielo cieco
Nel mare mosto
Nell'oro mozze
Neve di luna
Non hai bocca né
Non mi ascolti
Non sa il fiore
Notte d'agosto
Notte d'estate.
Notturno. Grida
Novembre. Muoio
Nullu mbiscatu
Only in poetry
Passi di notte
Pazza di sole
Per annegare
Plana lo storno
Prima matina
Que bueno sería
Ridono le zie
Rosa segreti
Scoperta vuota
Sera. Scendiamo
Solo nel verso
Sopra le ciglia
Sopra le righe
Stella cadente
Sui tram la sera
Sull'Aspromonte
Sul mare nero
Taglia la corda
Toda la vida
Tu a morte io
Tu precipite -
Ubriaco di blu
Un mare muto
Un'ombra ruota
Un riccio storto
Un uomo rema
Vale la pena
Verrai? - mi chiedi.
Vienimi morte
Vivo contigo
Vivo sicuro
Tutte le pagine

 

 

 

 

 

 

Allegri semi

ti gemmano beata

roccia crepata.

 

 

 

 

Ecco i commenti seguiti alla pubblicazione di questo haiku sul sito-rivista www.fulminiesaette.it:


Inviato: 14/7/2009 16:50

Questa poesia mi fa venire in mente il vangelo di Marco, quando racconta che Gesú "si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: "Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra cadde fra i sassi, dove non c'era molta terra, e subito spuntò perché non c'era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un'altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un'altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno".
Cos'é, una cosa come un completamento della parabola con una altra possibilitá?
Anna M.


Inviato: 14/7/2009 19:45

@ Anna M.
Sì, avevo in mente la parabola narrata da Marco. Ma non prima di scrivere l'haiku. Mi è venuta in mente mentre lo componevo.
L'altro tema, l'altra immagine, da cui è nato l'haiku è la roccia - figura dura, solida, integra - che mostra un suo modo d'essere insospettato, modo accogliente, protettivo, materno. 'Beata', non solo anche se, ma proprio perché 'crepata'. Crepata, poi, vuol dire non solo spezzata, rotta, frantumata, ma anche morta... (crepare equivale a morire) e il discorso si fa più complesso: al morire si oppone il gemmare, e l'allegria si specchia nella beatitudine...

Pasquale Misuraca


Inviato: 14/7/2009 21:19

E dunque, defunta la durezza, la roccia è diventata accogliente.
Mi infonde speranza questo haiku.

Eleonora Terrile


Inviato: 15/7/2009 17:14

La roccia non è dura e fredda.
La prima intensa emozione che prova chi ha avuto modo di fare arrampicata, come lo scrivente, è il calore della roccia alla quale ci si avvicina con leggerezza. E lei risponde con calore.

Giuseppe Biafora


Inviato: 16/7/2009 15:08

C’è un modo di vedere la natura fuori di noi, altro da noi.
E le pietre : “quelle che stanno sempre lì, indifferenti al nostro menare”.
Ma c’è anche un altro modo di vivere le contraddizioni di questo mondo.
C’è anche Paul Celan (poeta che armonizza con le mie corde) che si perde nella montagna cercando se stesso, tentando di stabilire un dialogo con la pietra.
E scrive:
“ Ancora vi sarà un occhio/ pur estraneo, accanto / al nostro: muto /
sotto palpebra di sasso. // Venite, forate le vostre gallerie! // Vi sarà un ciglio, /rivoltato all’interno nella pietra, / fatto d’acciaio dal pianto abolito, / la più aguzza delle punte. // Esso davanti a voi compie l’opera / come vi fossero ancora fratelli, poiché vi è pietra.”
Dell’haiku "Allegri semi", non dirò niente.
Va letto e riletto fino a diventare eco.

Alexandra Zambà


Inviato: 17/7/2009 15:27

@ Petilino
Osservazione inattesa, e commovente. Inattesa per inesperienza: sono marino e campagnolo - la montagna la conosco poco, le arrampicate poi le evito in ogni modo (tra l'altro, soffro di vertigini).

Pasquale Misuraca


Inviato: 17/7/2009 15:32

@ AlfaZita
Il tuo commento m'ha dato molto da pensare... anche in questioni del genere siamo profondamente affini. Sono (per dirla grossolanamente) un panteista soggettivo. Un giorno pubblicherò su questo nostro sito-rivista un breve testo in merito e te lo dedicherò.
Questo Paul Celan, poi, che mi ostino a non leggere... si rivela attraverso le tue parole un poeta di prima grandezza...

Pasquale Misuraca


Inviato: 18/7/2009 20:42

@fulmini
Visto che cominci a desiderare Paul Celan, vado ancora un po’ avanti.
Nel 1999 aprendo il libro “Luce coatta”, vengo a conoscere Paul Celan (1920-1970):
”scolami via
dall’incavo del gomito.
Porta con te quest’unico
Battito
Nasconditi in esso,
fuori.”
Durante tutta la lettura a fiume un dolore costante mi assaliva: averlo conosciuto tardi, aver ignorato a lungo la sua poesia …e come tutte le consapevolezze tardive mi metto a rimediare… cercando altre sue poesie… suoi scritti. E cercando lui trovo Ossip Mandel’stam (1891-1938):
“ Io mi porto questo verde alle labbra-
Questo vischioso giurare di foglie-
Questa terra che è spergiura: madre,
Di bucaneve, aceri, quercioli.”
L’ho conosciuto poggiata su una colonna di una libreria centrale di Roma, nel libro : ”Mandel’stam-Cinquanta poesie-” a cura di Remo Faccani-Einaudi-; leggevo, leggevo e non sentivo lo strusciare delle vesti, il brulichio delle voci della libreria.
Rimasi in piedi a leggere:
”Una indicibile tristezza
ha spalancato gli occhi,
un vaso di fiori s'è svegliato
ed ha versato il suo cristallo.
Tutta la stanza è impregnata di languore-dolce rimedio!
Un così piccolo regno ha risucchiato tanti sogni.
Un po' di vino rosso, un po' di maggio radioso e la bianchezza delle piccole dita fine che spezza il friabile biscotto.”
Per me, fu un colpo di fulmine, come quello che avrà avuto Paul Celan, quando nella seconda metà degli anni cinquanta lesse per la prima volta Ossip Mandel’stam:
“Un vento nero fa frusciare le foglie
che respirano confuse
e una rondine, tremando,
nel cielo oscuro traccia un cerchio.
Il crepuscolo che avanza discutendo in silenzio nel mio cuore tenero e morente con il raggio che per ultimo sparisce.
E sopra il bosco quando fa sera s'alza una luna di rame; perché mai così poca musica, perché mai un tale silenzio?”
Nessun altro poeta ebbe per Celan un impatto più forte e determinante.
Ecco una poesia di Celan di quel periodo della scoperta:
”RIESCO ANCORA A VEDERTI: un’eco
Da palpare con parole
Tattili, sullo spigolo vivo
Del congedo.
Il tuo volto lievemente si adombra,
se ad un tratto
lucente come un faro si fa in me
quel punto ove
con più dolore diciamo: mai.”
“Qualcosa di sconcertante, qualcosa di ambiguo, qualcosa di stonato”, dirà più tardi Celan di Mandel’stam.
Scopre anche il primo libro di poesie (1913) di Mandel’stam, dal titolo Kamen’ che vuol dire Pietra:
”Odio la luce
delle stelle monotone.
Salve, mio antico delirio -
crescita della torre ogivale!
Pietra, sii come merletto
e diventa una ragnatela.
Ferisci con un ago sottile
il petto vuoto del cielo!
Così sarà il mio turno -
sento un'apertura di ali.
Così - dove va
la freccia del pensiero vivo?
O forse, portati a termine la strada e la data,
io tornerò:
là - non posso amare
qua - ho paura di amare...”
Celan legge e viene travolto da Mandel’stam.
Parlare con la pietra! Una esaltante scoperta dell’affinità elettiva con Mandel’stam, “compagno di strada”, loro di comune matrice ebraico- orientale.
E’ la tensione tra i tempi, il proprio e l’altrui, ciò che conferisce alla poesia di Mandel’stam quel vibrato sordo e doloroso al quale Celan si riconosce, lui, ossessionato dal tempo della propria vita:
come un' altra poesia di Mandel’stam del 1908:
“ Un tonfo cauto e sordo-un frutto
Dal ramo s’è staccato via-
Tra l’incessante melodia
Del bosco silenzioso, muto…”
I critici collocano Mandel’stan e Celan alle origini della poesia moderna e a ragion veduta. Io aggiungerei, per non dimenticare quanto, un altro poeta grandissimo nei versi e nella lingua, ha aperto prima di tutti verso la poesia moderna, Guido Cavalcanti (1260?-1300?):
“ Noi siàn le triste penne sbigottite
le cesoiuzze e ‘l coltellin dolente,
ch’avemo scritte dolorosamente
quelle parole che vo’ avete udite.”
E mentre Cavalcanti, ha “sbigottita” l’anima, io, con gli occhi nelle mani e l’udito ai piedi, vado avanti- indietro, tenendo nel cuore il suo sbigottimento.

Alexandra Zambà


Inviato: 18/7/2009 22:27

@ AlfaZita
Grazie. Ho letto. Ri-leggerò. (Mi pare che qui, nel tuo commento, si celi un modo... inatteso, inedito... di storia dei poeti e della poesia.

Pasquale Misuraca


Inviato: 19/7/2009 16:11

@ AlfaZita, ancora
Scrivevo ieri: "inedita... storia dei poeti e della poesia", cominciando a riflettere sul tuo commento, o per meglio dire sulla tua testimonianza attuale e attiva...
Storia testimoniale - si potrebbe forse dire questa questa tua, pensata e scritta ricordando e intrecciando le letture tue di Celan, le sue di Mandel'stam, le ri-letture tue di Cavalcanti moderno tra i moderni...
Storia tutta al presente - i poeti assorbono tutto il tempo passato e futuro (e persino tutto lo spazio) in una catena di martiri sbigottiti, chiamandosi l'un l'altro attraverso lettori-poeti sospesi in librerie, case, treni, navi, aerei...
Storia attiva - imprevista dai giornali, dalle accademie, dalle dottissime ciarle / ecco infatti che prende la parola unendosi alla compagnia Majakovskij: "Professore, si tolga gli occhiali-biciclo. Io stesso racconterò del tempo, e di me!"...

Pasquale Misuraca


Inviato: 19/7/2009 18:16

@Fulmini
Certo, la tua aggiunta è provocatoria!
Majakovskij (1893-1930) nel 1913 pubblica la sua prima raccolta di poesie Ja! (Io!) in trecento copie litografate. Muore suicida nel 1930 con un colpo di pistola al cuore.
Anche Celan ( 1920-1970) muore suicida, però sparisce nel nulla, forse gettandosi nella Senna.
Mandel'stam (1891-1938) nel 1913 pubblica, come Majakovskij, la sua prima raccolta: Kamen'-Pietra- Deportato in Siberia per comportamenti controrivoluzionari, muore di stenti.
E Cavalcanti ( 1255-1300)? Muore in esilio di malaria, ma quella, è un altra storia.

Alexandra Zambà