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Il Sessantotto in Caserma PDF Stampa E-mail

secondo Giuliano Cabrini e Pasquale Misuraca

 

 

Il Sessantotto in Caserma

secondo Giuliano (Cabrini) e Pasquale (Misuraca)

 

 

 

 

Sul Sessantotto sono stati scritti articoli e saggi e romanzi, e realizzati film e documentari e convegni. Ecco ora un racconto soggettivo di due ragazzi del '48 che dall'estate del '68 all'autunno del '69 hanno 'fatto il militare' nella Caserma Piave di Civitavecchia. (Racconto scritto a turno, capitolo dopo capitolo, nell'anno 2012.)


 

*

 

 

1. Il Cappotto

 

La foto di copertina è stata scattata da Giuliano nell'inverno del '68. Alexandra, la donna della mia vita, ed io ci incontriamo in una strada di Civitavecchia.

 

Superando mille ostacoli insuperabili, compresa una rara nevicata laziale, lei è riuscita a venire da Roma, e ci guardiamo in extremis mentre sto per rientrare in Caserma dalla ‘libera uscita’.

 

Alexandra coronata da uno scialletto di lana, Pasquale infagottato in uno smisurato cappotto. Di questo cappotto vi voglio parlare.

 

Noi militari di leva ricevevamo in quegli anni in dotazione un vestiario fuori misura, che ciascuno poi aggiustava a proprie spese. Mi ero rifiutato di aggiustare alcunché, anche per mettere in evidenza il disfunzionamento e la prepotenza della burocrazia militare. Tutta Civitavecchia rideva del cappotto, i miei 'superiori' erano irritati. Ma Alexandra mi amava, e io la adoravo. Giuliano ne ha reso testimonianza.

 

(Pasquale)

 

*

 

 

2. Il primo giorno

 

Ho pensato - E' mai possibile che io debba cominciare il servizio militare proprio il giorno del mio compleanno?-

Non potevo presentarmi il giorno dopo - sarei stato punito, puntuale quindi mi sono presentato il 12 giugno, naturalmente a mezzanotte.

Il giorno dopo ci hanno spiegato chi eravamo e come dovevamo presentarci.

Tutti radunati in un campetto dovevamo imparare a gridare, il caporale istruttore ci chiamava uno alla volta.

- Tu chi sei? -

A ogni risposta metteva la mano all'orecchio e urlava:

- Non sento -

Sentiva benissimo, credo che si divertisse.

Quando è arrivato il mio turno la stessa domanda:

- Tu chi sei? -

Quella volta sono stato io a mettere la mano all'orecchio e a gridare: - Non sento -

Non aveva il senso dell'humor e mi ha punito, un giorno senza libera uscita.

Che cosa potevo pensare?

- COMINCIAMO BENE -

 

(Giuliano)

 

*

 

 

3. Tiro a segno

 

Sì, parecchi ufficiali si divertivano sadicamente sulla pelle delle reclute, nel 1968.

 

Giuliano ed io avevamo 20 anni, e non desideravamo subire i divertimenti della burocrazia militare.

 

Tra gli ufficiali c’era un capitano, piccolo di statura, bruno di capelli, parco di parole, un duro di professione.

 

Corse presto voce tra noi militari di leva che questo capitano aveva nella sua carriera, e specialmente negli ultimi anni nella Caserma Piave, ristretto nel carcere militare di Gaeta parecchi di coloro che montavano la guardia al deposito di munizioni di Santa Severa. Li sorprendeva, li disarmava, e li consegnava al carcere con disonore.

 

Una mattina mi convocò nel suo ufficio per dirmi che dalle informazioni in possesso dell’esercito risultava che mio nonno era stato uno dei fondatori del Partito Socialista in Calabria. E mi fissò a lungo senza dire più nulla – con un sorrisetto di sfida.

 

Venne il tempo delle esercitazioni di tiro con il moschetto 91, che si svolsero proprio a Santa Severa. Ci si doveva sdraiare a terra e sparare una serie canonica di colpi alle sagome umane distanti decine di metri, al centro del petto delle quali era sistemato un bersaglio cartaceo di cerchi concentrici bianchi e neri.

 

Lui non mi guardò per tutto il tempo della preparazione e dell’esecuzione della prova di tiro a segno, quindi mi teneva d’occhio. Io ero tranquillo. Da ragazzo, in Calabria, possedevo e adoperavo con destrezza una carabina di precisione e una doppietta calibro venti.

 

Finita la serie dei colpi col moschetto 91, il capitano fece recuperare i bersagli, si avvicinò a noi tiratori, e diede a ciascuno il suo. Il mio aveva sei centri. Ci guardammo.

 

Non si fece vivo durante le mie guardie armate a Santa Severa.

 

(Pasquale)

 

Ancora uno scatto di Giuliano (Alexandra ed io a Civitavecchia nel 1968)

 

 

*

 

 

4. Un sergente

 

Una passeggiata con Doris, una ragazza di Tubingen appena conosciuta, ho incontrato la ronda, il sergente mi ha guardato con uno strano sorriso:

- Ti dai alla dolce vita? Domani mattina presentati in fureria-

Che cosa avevo fatto?

- Per questa volta va bene, la prossima ti faccio rientrare in caserma-

- Posso chiedere il perché?-

- IMBRANATO. Quella ragazza camminava alla tua sinistra il regolamento prevede che le ragazze siano a destra, è una questione di rispetto-

Ho rivisto Doris soltanto un'altra volta e ancora ho incontrato la ronda, questa volta lei camminava alla mia destra, ancora il sorriso dello stesso sergente, ho dato un bacetto sulla guancia di Doris.

Sono uscito dalla camerata per andare a prendere un caffè allo spaccio, pioveva.

Non volevo bagnarmi la camicia e me la sono tolta, mi sono tolto anche la maglietta e sono entrato allo spaccio a dorso nudo, ancora lo stesso sergente con il solito sorrisino:

- Fai il fusto?-

Non ricordo che cosa ho risposto, ricordo solo che mi sono ritrovato in cella, motivo della punizione, uniforme in disordine e linguaggio irriguardoso nei confronti di un superiore.

 

Giuliano nell’estate del 1968

 

(Giuliano)

 

*

 

 

5. Il Gruppo di Studio.

 

Tra i militari di leva della Caserma Piave, nell’anno a cavallo tra il 1968 e il 1969 - che qui chiamiamo “il Sessantotto”, c’era un certo numero di amanti del leggere e dialogare. Tutti poveri in canna: il soldo dei soldati semplici era pochissimo allora, e i ricchi di famiglia stavano tra gli ufficiali di complemento.

 

Anche Giuliano ed io avevamo quasi niente da spendere in libri, una delle nostre comuni passioni. Ma il problema non era tanto nostro, che i libri li trovavamo sempre e comunque, di riffe o di raffe, bensì dei compagni d’armi che ci dintornavano negli scambi di informazioni e opinioni e idee che fiorivano nelle pause delle lezioni e delle esercitazioni, alla mensa fragorosa, nelle camerate dei letti a castello, tra i viali puntinati di gelsi, insomma continuamente.

 

Nella Caserma non c’era una Biblioteca, né grande né piccola, e gli orari delle libere uscite ci impedivano di frequentare la Biblioteca Comunale di Civitavecchia.

 

Così un giorno decisi di scrivere a un paio di case editrici, la Feltrinelli e la Garzanti. Siamo un bel gruppo di militari di leva con poca disponibilità di denaro e gran voglia di leggere buoni libri, di storia e di letteratura e di scienza, scrissi – rivolgendomi ai loro “responsabili” col tono diretto e sicuro che hanno sempre le mie lettere impossibili.

 

Parecchi immaginavano utopistica l’iniziativa. Arrivarono due pacchi pesanti. Vecchie edizioni di libri di ogni materia, che accogliemmo come la manna nel deserto, e condividemmo come base di un Gruppo di Studio, che si svolse per settimane e settimane, infuocato dalle meravigliose discussioni della giovinezza.

 

Ne vennero a conoscenza i superiori. I militari di complemento sorrisero più o meno benevolmente. Comunque, anche i più aperti fra loro mal sopportarono che un subalterno discordasse dalle loro laureate opinioni. Pochi giorni fa – scrivo nel gennaio del 2013 - Giuliano Memoria Di Ferro mi ha ricordato l’epilogo di una discussione di 45 anni fa sulla disciplina militare tra il tenente Ics Ypsilon e me. Lui, agitato: “Misuraca non ti capisco!” Io, calmo: “La cosa mi addolora ma non mi stupisce.”

 

I militari di carriera ci tennero doppiamente d’occhio. La messa in questione dell’autoritarismo era tracimata dalle Università lungo le Strade e le Piazze ed era entrata nelle Caserme.

 

(Pasquale)

 

*

 

 

6. Scuola di Artiglieria

 

Che cosa ci facevo in quella Caserma? Scuola di artiglieria, dove ci dicevano che gli ordini si eseguono senza discutere e che non si parla di politica. Gli ufficiali sapevano che l'anno prima era stato ucciso Ernesto “Che” Guevara ma se lo era meritato. Sembrava che non sapessero che i colonnelli greci avevano condannato a morte Aleko Panagulis. Fuori, giovani operai e studenti manifestavano insieme. Nella Caserma Piave ordine e disciplina, ma era il Sessantotto.

 

In camerata

 

Dopo il silenzio si spegnevano le luci, restava accesa per motivi di sicurezza solo una lampadina blu che diffondeva una luce fioca, più che una luce si poteva definire una gradazione di buio. Tuttavia qualcuno riusciva a leggere, quando molti erano assonnati, soddisfatti di riposare, improvvisamente una voce:

A GENTILE RICHIESTA LEGGERO' KAFKA

era Pasquale, poi la voce di Antonio:

PASQUALE MALEFICO!

Ormai era diventata una consuetudine, volavano scarponi ma il lettore notturno riusciva a evitarli senza interrompere la lettura che nessuno aveva richiesto. La cosa mi divertiva e continuava. Poi una sera silenzio, di soppiatto sono andato dalla branda di Pasquale, dormiva.

- Pasquale, mbeh Kafka? -

Mentre si alzava sono tornato velocemente alla mia branda aspettando divertito la reazione di Antonio ma qualcosa stava per cambiare.

- A gentile richiesta leggerò Kafka -

GIULIANO MALEDETTO!

Antonio mi aveva visto.

 

(Giuliano)

 

 

*

 

 

7. Un sottotenente

 

La nascita e l’attività del Gruppo di Studio in Caserma aveva messo in allarme gli ufficiali di carriera, e innervosito gli ufficiali di complemento. Specialmente i sottotenenti, coetanei dei soldati semplici come me e Giuliano, ma… laureati. Il fastidio era di classe, di ceto, di rango. Questi ‘coetanei laureati’, meglio pagati e meglio vestiti di noi, provvisti di funzioni di comando e di insegnamento, guardavano dall’alto in basso i coetanei che non frequentavano o non avevano frequentato le università.

 

‘Funzioni di insegnamento’ vuol dire che alcuni di loro erano docenti del corso di formazione tecnica degli ORV, Osservatori Rilevatori Vampa, artiglieri specializzati nel rilevare topograficamente, nel bel mezzo della battaglia, le vampe nemiche, e comunicare alle proprie batterie le coordinate dei mezzi nemici da tacitare. La Caserma Piave era una Caserma di Artiglieria.

 

Fra i docenti sottotenenti ve n’era uno che si mostrava più democratico degli altri, e si sforzava di parlare con gli studenti soldati, specialmente quelli che frequentavano il Gruppo di Studio. Si mostrava. Si sforzava.

 

Nel corso di una lezione, seduto in un banco in fondo all’aula, rispondo ad una richiesta di informazione del compagno di banco mostrandogli il mio quaderno di appunti. Dalla cattedra si alza un grido. È il sottotenente che grida. “Misuraca! Cosa fai mentre spiego? Ti occupi d’altro? Fermo lì! Mostrami il quaderno!”

 

Si avvicina rapidamente, a larghi passi, sperando di cogliere in fallo questo Misuraca che nei dialoghi pubblici non manifesta la minima deferenza nei riguardi di una persona graduata e laureata quale è, e argomenta liberamente.

 

Gli porgo il quaderno dicendo: “Mostravo la formula matematica che aveva appena cancellato dalla lavagna.” Afferra, constata, gira i tacchi e se ne va.

 

Io: “Verificato il suo errore, adesso può chiedermi scusa.” Lui, voltandosi di scatto, incredulo: “Io chiedere scusa a te? Un sottotenente a un soldato?” Io: “La funzione di docenza o di comando non cancella i doveri della buona educazione.” Non replica, mi guarda dicendo con gli occhi sbarrati e col gonfiore delle vene del collo: “Non finisce qui, caro il mio maestro dell’arte del vivere civile. Questa me la paghi. Stai in campana…” e torna in cattedra, sotto gli sguardi misti di sorpresa, ammirazione, riprovazione, dell’intera classe.

 

Nei giorni seguenti, il Gruppo di Studio si accrebbe ulteriormente.

 

(Pasquale)

 

Esercitazione degli ORV (io - Pasquale - sono al centro e prendo appunti) - 1968.

 

 

*

 

 

8. Un maresciallo

 

A vent'anni capita di avere fame e la porta della cucina era aperta, un panino e una pera, sarebbe bastato chiedere ma non l'ho fatto.

All'aperto mangiavo tranquillamente la pera quando ho sentito una voce dietro di me

-Artigliere preferisci un biglietto di punizione o un calcio in culo?-

Aveva i piedi grandi il maresciallo, tuttavia

-Un calcio signor maresciallo-

-Bene-

Posso dire che appoggiò semplicemente il piede, mi guardava divertito e:

-Il maresciallo Bistecca si vanta di poter dire che in tanti anni di onorata carriera non ha mai fatto un biglietto di punizione ma... calci in culo ne ha dati tanti-

Bistecca? Era il soprannome che qualcuno gli aveva dato, non sapevamo che lui lo sapesse.

Era simpatico il maresciallo.

 

(Giuliano)

 

 

*

 

 

9. Le due mense

 

Sì, era bonario, il maresciallo tratteggiato da Giuliano.

 

Ed era cattivo, in quanto complice dell’ingiusta gestione delle due mense della Caserma Piave, quella degli ufficiali e quella dei soldati.

 

C’era questo caseggiato basso e largo e tozzo, ai margini del piazzale delle esercitazioni, dove facevamo colazione e pranzo e cena noi militari di leva. L’enorme sala con i lunghi tavoli e le lunghe panche, il bancone, i secchioni, il rumore infernale dei piattoni composti di vaschette d’acciaio.

 

La scarsa qualità del vitto. Della pasta, del pane, della verdura, della frutta, del pesce, della carne. Restava, nella vaschetta della carne, uno strato spesso, grigiastro, di grasso. Si solidificava presto, nel corso del pranzo o della cena, e si lavava con difficoltà. Lo notavo di volta in volta, nei miei turni di lavaggio. Poi, nei giorni in cui mi toccò lavorare all’interno della cucina, ricevendo in consegna le carni per la lavorazione dei cuochi, scoprii che c’erano due tipi di carne per le due mense.

 

Un tipo di carne arrivava dal macello di Civitavecchia. La parte migliore di questa carne fresca finiva nella mensa degli ufficiali, la parte peggiore nella nostra mensa.

 

Un secondo tipo di carne arrivava non so da quale deposito frigorifero romano, era argentina, era carne congelata, e portava impresse sui cartoni date surreali. Primi anni sessanta, anni cinquanta, persino il 1948: l’anno in cui ero nato.

 

Ne parlammo, ne discutemmo, nel Gruppo di Studio, e decidemmo lo sciopero della fame.

 

(Pasquale)

 

 

*

 

 

10. Il giorno dell'esame

 

La notizia nel pomeriggio:

-Domani mattina l'esame, tutti i radaristi in aula radar-

 

Una specie di garage con la porta aperta sulla strada, entravamo due alla volta, due domande semplici, il nome del radar e come funzionava.

Sono stato tra i primi a essere interrogato con Menotti, fuori radaristi in attesa e altri militari curiosi.

Menotti, lui ci teneva a superare l'esame in modo eccellente e quindi rispondeva a voce alta scandendo le parole:

 

-Radar AN TPS 25 Green Arcer, radar contro mortai-

 

-LI MORTAI VOSTRI-

 

La voce arrivava da fuori, non ero stato io ma non avrei dovuto ridere.

Tutti superammo l'esame, l'istruttore ci aveva detto che cosa dovevamo rispondere, dovevamo dire che il radar rilevava la posizione del mortaio per estrapolazione, se ci avessero chiesto il significato della parola non lo avremmo saputo. Io e Menotti ottenemmo il punteggio più alto, diciotto ventesimi, quindi saremo rimasti alla caserma Piave.

Ci siamo chiesti perché avessimo avuto un punteggio superiore agli altri, non sapevamo più degli altri e tutti avevamo risposto allo stesso modo.

Forse abbiamo capito il motivo il giorno di Santa Barbara festa, dell'artiglieria, quel giorno la caserma era aperta al pubblico per la cerimonia, entrambi alti un metro e settantaquattro centimetri stavamo bene di guardia ai lati della porta del palazzo delle camerate.

Il reparto corsi era aperto non solo agli artiglieri ma anche a altri corpi, quella volta non c'erano paracadutisti quindi ci hanno fatto mettere il basco da paracadutista ma l'uniforme era dell'artiglieria. Si è avvicinato un maggiore paracadutista:

-Ragazzi siete di Pisa o di Livorno?-

Che cosa potevo dire?

-Guardi le mostrine signor maggiore-

-Ah artiglieri-

Se ne è andato ridendo.

 

(Giuliano)

 

 

Ancora Giuliano nel 1968

 

 

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11. Lo sciopero della fame

 

La reazione iniziale degli ufficiali della Caserma Piave allo sciopero della fame di buona parte dei militari di leva fu l’incredulità, puntinata da aggrottamenti di ciglia (ufficiali di carriera) e sorrisetti nervosi (ufficiali di complemento). Non credevano ai propri occhi e ai propri orecchi: a colazione, a pranzo, a cena, ordinatamente, una fila silenziosa di giovani in divisa militare prendeva il rancio e, invece di sedersi ai tavoli e consumarlo, continuava a camminare fino in fondo alla sala, lo rovesciava nei secchioni, impilava i piatti e usciva.

 

Ci alimentavamo con panini, comprati in libera uscita. Ci fu anche chi lo fece rigorosamente, lo sciopero – non mangiando in alcun modo, concedendosi solo qualche bevanda.

 

Molti, i componenti il Gruppo di Studio primi fra tutti, furono convocati singolarmente, prima dagli ufficiali della Caserma, poi, trascorsi tre giorni, da ufficiali accorsi da Roma a indagare la manifestazione e i manifestanti.

 

Ci convocarono infine tutti al cinema della Caserma, e interrogarono pubblicamente, intimidatoriamente, a caso. Qualcuno si confuse, qualcun altro si impaurì, l’insieme tenne duro. A Giuliano domandarono le ragioni della protesta e lui non rispose direttamente, guardando dritto negli occhi un ufficiale indispettito, facendo capire che il motivo dello sciopero non era semplicemente la qualità scadente del rancio bensì l’arroganza della burocrazia militare.

 

Andammo avanti per una settimana. Ci riunimmo nel Gruppo di Studio, valutammo la situazione, lo sciopero era sostanzialmente riuscito, decidemmo di sospendere. Da quel momento, nei rapporti tra gli ufficiali di carriera e di complemento e noi militari di leva, rilevammo dei cambiamenti significativi. Da parte loro erano aumentati il sospetto e il rispetto, da parte nostra erano diminuiti il senso di umiliazione e il timore del comando.

 

(Pasquale)

 

In camerata - 1969

 

 

*

 

 

12. Pulizia lavandini e gabinetti

 

Al CAR di Intra era andata bene, non volevo andare alla messa domenicale, avevo detto che non ero cattolico, che ero evangelista e che sarei andato volentieri nella chiesa evangelica battista, naturalmente mi avevano detto che risultavo cattolico ma  avevo risposto che nessuno mi aveva chiesto il mio credo, fui creduto e... due piccioni con una fava, non solo non sarei andato alla messa ma avrei anche avuto il permesso di libera uscita.

Non me la sentivo di fare la stessa cosa a Civitavecchia, andare alla messa era considerato un servizio, si poteva rifiutare ma in quel caso veniva affidato un altro servizio, nel mio caso pulizia lavandini e gabinetti.

Non era difficile, pochi minuti, due secchiate di acqua in terra, passare velocemente uno straccio.

Non avevo ancora cominciato quando entrò un militare che non conoscevo e andò nel gabinetto, il muro che divideva il locale dei lavandini dai gabinetti non arrivava al soffitto era appena più alto della porta quindi si sentivano gli odori.

Non poteva aspettare che io finissi?  Una secchiata d'acqua, non in terra ma in alto a superare quel muro basso, un urlo confermò che avevo centrato il bersaglio.

Uscì scusandosi:

-Scusa non ti avevo visto-

-Scusa tu, non ti ho visto entrare-

 

Due bugiardi.

 

(Giuliano)

 

 

1968