Vite brevi Stampa

Ci sono vite corte, vite lunghe, vite brevi.

 


 

 

Come e perché sia morto giovane Alessandro, se raffreddato da un fiume babilonese o avvelenato da un veleno macedone, per invidia degli dèi o gelosia degli uomini, è incerto.

Aveva appena conquistato il mondo e si trattava ormai di amministrarlo: cosa da vecchi, pensò una sera di maggio.

Che importa poi se l’acqua o la polvere, la malattia o il vino, abbiano fatto il resto?

 

 


 

 

Ceutomino (“colui che cela il proprio nome”, Kerényi, II, 2, 194) scomparve prima di solcare la soglia dell’acmè. Di lui restano poche parole incerte e un unico frammento verosimile [Teodoro, XII, 3, 1948]: “Gli uomini preferiscono il male e l’infelicità poiché li ottengono più facilmente del bene , e da ciò traggono [illeggibile] di potenza.”

 

 

 


 

 

Conosciamo diversi ritratti di Cleopatra, la lussuriosa di Dante Alighieri, l’amante di William Shakespeare, la puttana di Bertolt Brecht, la statua di Pigmalione Archibios, e un solo autoritratto, la donna che offre il seno all’aspide prima d’invecchiare.

 

 


 

 

 

1/41. Camici bianchi, cieli di tutti i colori.

 

Quando adolescente, Eftimios era di tutti i colori.

 

Parlare, parlava poco, preferiva ascoltare. I cani, che si rimbeccavano di notte nella valle. Gli aerei, che atterravano e rivolavano da una striscia di terra dietro il lago, davanti al mare. I ragazzi e le ragazze in festa nei boschi e nei paesi circostanti. Facevamo a gara, lui ed io, a chi li sentiva per primo, e la prova della vittoria certa l’avevamo soltanto se il rombo o i canti si avvicinavano, l’automobile sempre prima dagli occhi di civetta, dietro alberi o curve. Non vinceva sempre lui, ma ci provava sempre.

 

Parlava poco, bastano poche parole, no? Ascoltava sempre. Si possono serrare gli occhi, ma le orecchie? Abbassi le palpebre, e a secondo della luce presente nella stanza nel corridoio sulle scale cala un velo arancione, rosso, viola, marrone, blu, nero, ma continui a sentire, anzi meglio, i sussurri, le mezze parole, i rumori dei passi per non farti sentire, gli scambi di sguardi per non farti sapere quanto stai male.

 

Erano ormai tre settimane. In una clinica ormeggiata a Roma, di fianco alla Nomentana, entravano e uscivano frusciando dalla camera singola camici bianchi di dottoresse e dottori. Aggiungi al bianco delle lenzuola, dei cuscini, dei muri, del comodino, dell’armadietto, dei fili lattiginosi delle flebo, delle tende, delle imposte delle finestre, delle angoliere, dei battiscopa, dei pavimenti, delle porte, aggiungi i bianchi dei camici ed è più del necessario, no? “Andiamo a casa, papà?” “Andiamo.” Ciao dottori.

 

Sulla Cassia, un pomeriggio dell’ottantasei, corre la familiare verso la casa tra gli alberi al lago, io alla guida lei sorreggendo in aria la flebo che finisce nello sterno ancora tenero, ancora sterno di Eftimios, lui al mio fianco. Guarda davanti a sé. Per distrarlo scherzo, lo faccio ridere e lui con la mano destra sul petto la sinistra a pregarmi ridendo piano di non farlo che gli salta la farfallina. Taccio. Volge gli occhi in alto a sinistra per un lungo tratto, poi con un filo stupefatto di voce: “Guarda papà, guarda tutti i colori del cielo…”

 

 

Eftimios, matita e pennarelli - 'la fine' (titolo autografo), 1986, cm 48 x 33

 

 

 

2/41. Gli uomini si sparano, fanno la guerra.

 

In un giorno di sole Eftimios iniziò a zoppicare.


Era il settantaquattro ed era luglio. Ci trovavamo a Limassol, il porto dell’isola di Cipro in faccia al Libano, e scoppiò la guerra tra i turco-ciprioti e i greco-ciprioti. “Gli uomini si sparano, fanno la guerra.” - disse Eftimios. Raffiche di mitragliatrice, colpi secchi isolati, qualche aereo che sorvolava le case basse. La notte uscivamo dalla villetta dei genitori di lei che ci ospitavano, lei era ed è cipriota di lingua greca, e ci mettevamo nella profonda fossa pronta lungo il viale per gli alberi futuri e buona come trincea.


Come era cominciata finì, la guerra. Una mattina uscimmo, nella cittadina assolata, verso lo zoo, che i ragazzi non avevano ancora visto. Camminando, una palazzina bucherellata di colpi. Poi, lungo i viali dello zoo, all’ombra di un sicomoro, una larga macchia di sangue rappreso. E gli animali esotici? Ricordo soltanto la macchia, il sicomoro, noi quattro che passeggiamo, all’ombra. Poi, tornando indietro, lungo un marciapiede grigio, Eftimios iniziò a zoppicare. E mi chiese, strano - pensai, non chiede mai niente, di essere preso in braccio.


“Eh no, - gli dissi, sei un ometto.” Non replicò. Continuò a camminare, zoppicando meno. Lei mi chiamò poco dopo il rientro, mi portò a lui e mi mostrò due macchie sulle sue gambe. Aveva tre anni. “Non ricordo che sia caduto, - disse pensando lei, avrà sbattuto da qualche parte?” Ma la mattina dopo zoppicava ancora, e le macchie erano diventate quattro. Lo portammo da un medico, visita, prelievo del sangue. Saluti. Attesa.


L’indomani abbiamo saputo che Eftimios aveva la leucemia. Riuscimmo a prendere solo dopo due giorni una nave per Atene, Atene-Roma in aereo, il policlinico Gemelli. Cominciarono le cure. Un bombardamento, un bombardamento dentro un bambino questo. Ho pensato spesso in questi anni a come e perché sia insorta la leucemia dentro Eftimios. Alla macchia di sangue rappreso all’ombra del sicomoro, alla sua frase iniziale: “Gli uomini si sparano, fanno la guerra.” Perché Eftimios si è fatto prendere dal cancro del sangue?

 

 

 

3/41. La leucemia non c'è più. Abbiamo vinto.

 

Ci vedremo ogni sei mesi, - disse la dottoressa. Per controllare.


Dieci anni erano durate le cure della leucemia di Eftimios. Lo sai tu che stai leggendo dentro di te, solitaria lettrice, singolo lettore, o sei in compagnia di un gruppo di amici, di una cerchia di amiche, è notte e leggete a voce alta, come si faceva nei tempi passati, l’un l’altra capitoli di romanzi, poesie, lettere di vecchi poeti a giovani poeti, con gli occhi attenti e le bocche semichiuse? Lo sai, lo sapete cos’è la leucemia e cos’erano le sue cure?


“Malattia sistematica degli organi emopoietici, caratterizzata da aumentata e anomala produzione di globuli bianchi.” Questa la leucemia sulle pagine di un dizionario. E sul corpo di un ragazzo degli anni settanta? Un campo di battaglia. Una battaglia al buio, alla cieca. Non sapevano bene chi era l’avversario, i dottori e le dottoresse, come era schierato, e sparavano, con tutto quello che avevano. Aghi, siringhe, pillole, liquidi, e raggi, raggi invisibili che sfarinavano silenziosi i suoi capelli biondo cenere.


Gli altri bambini, le altre bambine piangevano, frignavano, facevano i capricci, a casa, nell’ambulatorio, con i genitori, con gli amichetti, a scuola, per le strade. Piangevano. Lui no. Non l’ho mai visto piangere. Il colore delle sue lacrime è rimasto sconosciuto. Non gli servivano, le lacrime, né ad esprimere i suoi sentimenti né a lubrificare le sue cornee. Tanto aveva sempre gli occhi lucenti. Ecco una cosa che manca, al mondo, e non lo sa: la luce imperterrita dei suoi occhi lucenti.


E facemmo festa, finita la leucemia! Al modo dei ragazzi, con le pastarelle. Lo portai al centro del centro di Roma, era il giorno del suo compleanno, dodici anni, l’ottantatré. Una pasticceria, una pastarella. Usciamo, una piazza, una strada, altra pasticceria altra pastarella. Ancora una pasticceria, ancora una pasterella. Dodici anni, dodici pastarelle. Gli ridevano tutti i pori della pelle. Pelle profumata di campi, di piume, di fiori, di boschi, di mari, di sole e di luna. Pelle profumata di pastarelle. Dura ancora il suo profumo dolce-salato. Era il diciotto gennaio millenovecentottantatré, è il diciassette maggio del duemiladue.

 

 

 

4/41. Papà, Eftimios si muove davanti allo specchio.

 

Primo pomeriggio di una primavera di tanti anni fa.


Sto dipingendo un muro esterno della casa tra gli alberi al lago (millenovecentottantaquattro, doveva essere) e arriva di corsa Nefeli. Come una nuvola, ‘nefeli’ in greco vuol dire nuvola bianca, ma non è bianca, è annuvolata. Cerca le parole, senza fiato, senza capire. Poi: “Papà, Eftimios si muove davanti allo specchio…” La guardo dall’alto del ponteggio, le sorrido, guardandola scendo. “Andiamo, dove?” “Nel bagno di sopra.”


È davanti allo specchio grande. Si osserva muoversi. Non vuole muoversi e si muove, piccoli movimenti del capo, come torcimenti di un serpentello spezzato da un colpo caduto non sa da dove. Vuole sorridermi, non può. Mi guarda. Nefeli è dietro di me, al fianco, ne percepisco l’ombra. Metto le mani sulle spalle di entrambi: “Hai battuto da qualche parte? - dico a lui. “No… Sì, ieri a scuola.” “Dove?” “Alla porta del campetto di calcio, nell’ora di Educazione Fisica…” “Ah…”


Scendiamo di sotto. Lei non c’è, è a Roma. Ci prepariamo, dico che tanto il lavoro è finito, saliamo in auto e torniamo in città, scivolando lungo i sentieri sterrati, dentro le gallerie di alberi del bosco, la Cassia, la Storta, le teorie di palazzine ignare nel sole che cala. Lo guardo, mi guarda. Le altre auto ci sfrecciano intorno, ci superano. “Dove corrono, Eftimios?” Senza guardarmi: “Verso la morte, papà.” “Esatto.” Sorrido e: “Stiamo arrivando.”


“Contro la porta del campetto? E il professore che ha fatto?” - domanda lei. “Niente. Mi ha chiesto se avevo battuto la testa.” “Dove?” “Qui”, e si tocca la tempia destra. “E senti male, ora?” “No.” Lei ed io ci guardiamo, in silenzio. È sera, Eftimios è a letto, anche Nefeli è a letto. Abbiamo ospiti a cena. Vado a dare ad entrambi il bacio della buonanotte. Carezzo la fronte di lui. Dopo, siamo nella sala, chiacchieriamo con gli amici. Si apre piano la porta in fondo. Fanno capolino lui e lei, in pigiama. “Ma… voi vi state divertendo…” Tutti ridono. “E va bene, ma cinque minuti, eh?”

 

 

 

5/41. Che succede? Mi si sono intrecciate le ciglia.

 

Mattina del millenovecentosettantotto. Sentiamo gridare Eftimios, corriamo.


Sette otto metri non di più, quattro cinque secondi in tutto. L’avevamo lasciato qualche secondo nella cameretta ambulatoriale, per scambiare due parole con la dottoressa che lo seguiva in particolare, Luciana, un vulcano mediterraneo. Steso sul lettino, una flebo agganciata ad un trespolo grigio, un  tubo che fiorisce in una farfallina che s’infila in una delle sue invisibili vene. Era caduto? Aveva sbattuto? Aveva paura?


Gli occhi chiusi, le mani alzate. “Che succede?” “Mi si sono intrecciate le ciglia.” Ecco, ecco, aveva già gli occhi chiusi, era finita, ma le braccia? Alzate. Verso dove? Le ciglia, Pasquale, le ciglia, Alexandra. Si chiamava la chiamavo la chiamo Alexandra, lei. Le ciglia, lunghe, incurvate, ragnatele, si erano intrecciate, e lo sotterravano. Come siamo riusciti a liberare i suoi occhi quella volta? Lo sai, lo sapete, come si strecciano le ciglia di un ragazzo, e i capelli di una ragazza, e i pensieri di un uomo e una donna che prima si attorcigliavano?


Quante volte, quante volte di pomeriggio e quante di notte mi sono avvicinato a lui piano, senza respirare, per sentire se respirava? Da lontano, tutti sono morti, solo da vicino alcuni sono vivi. Socchiudo la porta, varco la soglia, un passo, due, non decido ancora, ancora un passo, il suo corpo, il suo petto, il suo volto, la sua bocca. Mi chino, il suo respiro. Ah!… Anche l’ultima volta, dopo diecimila volte, ho cercato di sentire il suo respiro. Dov’era finito il suo respiro?


E ora, dove è finito lui? Tutti pensano che stia lì, nella tomba stretta. Qualcuno va a trovarlo, alza gli occhi - verso dove? e prega. Non io. Non sta nella tomba stretta. E’ accanto a te. Di fronte a me. Vedo dondolare questa pianta fiorita da cento boccheleoni rosa e amaranto a testa in giù, piano, cullata dal vento (o è lei che muove il vento fino a te?), la vedo e so che è qui. Da dove altrimenti questa luce leggera, questo silenzio in punta di piedi, questa calma profonda? Blocco il respiro, ascolto, sento respirare. Ecco.

 

 

 

6/41. Perché scriviamo un film di fronte a tanta bellezza?

 

Nella casa tra gli alberi al lago scrivevamo “Luce senz’ombra”.


Al piano di sopra, nello studio, cioè la stanza dove lavoravo seduto, era venuto più volte, Eftimios. Si sedeva nella poltrona di legno e cuscini davanti alla scrivania e mi guardava lavorare. Pensavo, scrivevo, ripensavo, correggevo. Lo guardavo, ogni tanto, lui imparava. Poi un giorno ho capito che aveva imparato tutto, e ci siamo messi a scrivere un film insieme. Già avevamo lavorato a un altro film, “Angelus Novus”, lui si era occupato della musica. Aveva scelto certi brani di Mozart e poi li aveva lavorati Vittorio Gelmetti, dall’altra parte del lago.


Il titolo l’avevo tratto da Leonardo, “Luce senz’ombra”, a indicare quella certa luce della prima mattina e dell’ultimo pomeriggio quando i raggi del sole non sono ancora arrivati o se ne sono appena andati, e le cose del mondo raggiungono un equilibrio perfetto di volumi e colori, e tutti tacciono, gli uccelli, gli alberi, persino certe persone-che-non-la-smettono-più. Volevo dire “Eftimios” e ho scritto “Luce senz’ombra”. Eftimios in greco vuol dire “colui che porta la gioia”, ma il greco lo conoscono in pochi, la luce senz’ombra l’hanno vista molti.


Scrivevamo, con metodo. Fino alla sera in cui arriviamo alla scena in cui un giovane terrorista si fa il bagno di notte in un antico lavatoio di paese etrusco. È solo e si fa il bagno, come Agostino di Ippona - per liberarsi dal dolore. Scriviamo la scena e poi, nei giorni che seguono non scriviamo più, ma ogni tanto gli ricordo che dobbiamo continuare, perché lo abbiamo lasciato a mollo, quel giovane. Lui mi guarda e sorride, piano, a modo suo, come Mozart, che non sai mai bene se ride o pensa o tutt’e due assieme.


E un pomeriggio mi chiede: “Papà, perché scriviamo ancora un’opera, quando il mondo è pieno di grandi opere, e ci sono gli alberi, i mari, le persone, meravigliose anche quando non lo sanno?” E si pone l’indice orizzontalmente sulle labbra, e pensa con me. Mi fermo, e penso con lui. Lo guardo bene e in fine gli dico: “Perché stiamo insieme, costruiamo inventando altre opere, altri alberi, altri mari, altre persone, e intanto la vita passa.” Non risponde. Gli basta. Gli bastava poco per vivere.

 

 

 

7/41. Tutto il pomeriggio arrampicati sull'albero, davanti al lago.

 

Cercavamo una terra per una casa, era il millenovecentosettantasei.


Avevamo già perlustrato i dintorni di Roma verso est, la Salaria, la Nomentana - ricordo una casetta vuota a due passi dai binari della ferrovia, poi verso sud, poco - i latini sono chiassosi, e verso ovest, l’Aurelia fino a Cerveteri - che fichi quell’anno! Restava il nord, l’Etruria meridionale. Ci arrivammo con un’amica di lei. Lasciamo la Cassia prima di Sutri, a sinistra, poi a destra, una strada sterrata che sale sale s’imbuca dentro un bosco e poi, di colpo, secondo la lezione dei barocchi, esplode di lato a noi il lago di Bracciano, una striscia di terra, il mare!


Sotto una quercia generosa, traspirante, mangiamo la sugla di Mìmis alla cipriota, sfiorati dalla brezza che sale allegra dal Tirreno. Siamo sulla cima dei Sabatini, a sinistra guardando il lago un bosco, a destra, più lontano, un crinale di alberi alti, dietro, la vallata cimina distesa fino ai piedi dell’Appennino, sopra, il cielo. Fiori, sterpi, uccelli, mucche al pascolo brado, e greggi completi di sardi. C’è poco distante una quercetta, Nefeli ed Eftimios vi si arrampicano. Lei grida tutto il pomeriggio, lui osserva tutto. Due ragazzini su un albero.


Ci guardiamo più volte in silenzio, Alexandra ed io. È il posto per piantarci una casa e viverci, dentro, intorno. Assemblea. “Che ve ne pare?” “Una casa qui? Sì!” Passeggiamo, prima di tornare in città. Una fonte zampilla ai piedi del bosco, le impronte dei cinghiali nel fango, e nel prato dell’altopiano un serpentello mummificato da un incendio. Un corbettino, lo riconosco dalle quattro minuscole zampette. Incurvato fino a formare il numero arabo otto, ma se si sdraia il numero otto diventa il numero dell’infinito, ci hai, ci avete mai pensato?


Quella quercetta ora è una quercia, i boschi sono cambiati poco, il lago ancora meno, il mare niente visto da lontano, non parliamo del cielo. Eh sì, il tempo passa, ma non per tutti nello stesso modo con la medesima velocità. Se capiti, se capitate da quelle parti, e sentite gridare una ragazzina, e al suo fianco vedete un ragazzino che osserva tutto e finge di non vedervi, ecco il posto. C’è anche una casa, grande, ora mai troppo grande. A vederla bene si capisce che è vuota. I ragazzini e le ragazzine preferiscono le querce, meglio se piccole.

 

 

 

8/41. Siamo dispari, e nel banco da solo hanno messo me.

 

Quinto Ginnasio, nel quartiere di San Lorenzo a Roma.


Era il millenovecentottantacinque. Nel corso di quell’anno insorse dentro Eftimios il tumore al cervello. Come? Non bastava la leucemia? E perché, e da dove? Quante volte ci ho pensato, intorno al perché e da dove? L’idea che mi sono fatta è questa: la cobaltoterapia: supposizioni dei dottori, ipotesi delle dottoresse, mezze parole dei professori, riflessioni mie. Può essere, deve essere, non oso pensare altro.


Eftimios continuò ad andare a scuola, al Ginnasio. Viveva come tutti gli altri ragazzi della sua età, studiava come loro. Certo, più concentrato, più leggero, più… Lo so, state pensando, stai pensando, che esagero, che idealizzo. Capisco. Non lo avete conosciuto. Non hai avuto la grazia dei suoi occhi lucenti, il dono della sua presenza lieve. E qui non c’è che la sua ombra fatta parole. Non bastano mai le parole, lo so.


Che dicevo? Sì, la scuola. Una classe dispari. Come suddividere ragazzi e ragazze dispari nei banchi? La natura dei banchi è di essere pari, no? La professoressa di lettere provò diverse soluzioni, fino a quella che ci comunicò un giorno Eftimios, di passaggio: “Siamo dispari, e nel banco da solo hanno messo me.” Andammo a trovarla, per capire, la professoressa, e capimmo. Asettica, sorvegliata, avara di parole di colori di sensazioni, secca di palestre eppure lubrificata da saponi delicatamente detergenti, atrocemente sana.


Franz Kafka mandò all’editore della sua “Metamorfosi” una lettera intorno all’immagine da apporre alla copertina del libro, e scrisse gridando: “L’insetto no!” Non era dunque diventato insetto Gregori Samsa? Chi, cosa, gli altri temevano in lui e fuggivano? Di chi si erano liberati alla fine, con un sorriso complice i genitori, con uno stiracchiamento aggraziato la sorella? Di un essere umano dispari, insomma di un malato.

 

 

Eftimios, pennarelli, titolo autografo "gli occhi", Roma, dicembre 1985, cm 33 x 24 (particolare)

 

 

 

9/41. L'ho cullato tutta una notte ma non l'ho preso in braccio.

 

Aveva pochi mesi, era il millenovecentosettantuno.


Alexandra l’aveva partorito al Gemelli, a Roma, e dopo due mesi era ripartita per Bono, in Sardegna. Insegnava matematica e scienze nella scuola media di quel paese dell’entroterra, del quale ricordo solo la casa dove abitava una stanza, la proprietaria in nero che una sera fece il ‘carasau’, il pane leggero come un piatto croccante come un bacio di mattina, e la lattuga croccante pure lei: quando le versavi sopra un filo d’olio subito s’invenava del verde della clorofilla che aveva dentro.


Alexandra. Era andata incinta di lui di sette mesi, tornava con lui di due mesi. Orgogliosa, ‘perìfani’ dicono a Cipro i parlanti greco. Mi raccontò, un giorno, dopo, che i ragazzi e le ragazze, per metterla in difficoltà, questa professoressa del Continente, avevano cominciato a parlare tra loro in dialetto sardo. Lei aveva lasciato fare per un po’, poi aveva tenuto un’intera lezione di matematica in lingua greca. I ragazzi e le ragazze avevano capito al volo.


Eftimios aveva pochi mesi. Cresceva come tutti i bambini del mondo e mangiava tanto, voleva crescere in fretta, come tutti i bambini del mondo. Troppo. Aveva tanta fame, di latte, di sole, di mondo. Ero andato a trovarli per pochi giorni, allora lavoravo a ore in uno studio tecnico di architettura a Roma, non avevo ancora un lavoro stabile. Disegnatore di giorno, modello la sera. Ma per poco. L’ultima sera, all’Accademia Americana sul Lungotevere, durante una pausa, dissi due parole pertinenti ai disegnatori ed il professore mi congedò sottolineando che mi pagavano per tacere.


L’ho cullato tutta una notte, Eftimios, che voleva ancora mangiare ma non poteva, per via della diarrea, l’ho cullato per fagli capire che ero lì al suo fianco, ma non l’ho preso in braccio. Fermezza. Educazione alla fermezza. Quante cose gli ho negato in sedici anni? Quante parole sue non ho ascoltato? Quante non ne ascolti tu, quante non ne ascolterai?

 

 

 

10/41. Mio papà e Antonio Gramsci.

 

Scrivevamo, Luis ed io, Eftimios aveva tre quattro cinque sei anni.


Tutti i giorni, anche i sabati e le domeniche, Luis ed io scrivevamo un libro a partire dai ‘Quaderni del carcere’. Avevamo scoperto che Antonio Gramsci in carcere era andato oltre il marxismo, aveva cominciato a costruire una nuova scienza, “scienza della storia e della politica” la chiamava lui, e volevamo avvertire il mondo che c’era un nuovo bandolo della sua matassa. Vivevamo una fase di “crisi organica”, Luis veniva dal Cile di Pinochet, io dall’Italia di Berlinguer, bisognava capire, agire, interpretare e cambiare nello stesso tempo.


Ogni tanto Eftimios faceva capolino nella stanza da letto e da studio della nostra casa di fronte all’Appennino. Scambiavamo poche parole, lui ascoltava tutto e diceva l’essenziale. Lavoravamo all’università in quel periodo, Luis ricercatore a Perugia, sociologia, io a Roma, sociologia della conoscenza, e l’università era spesso sullo sfondo nei nostri ragionamenti. Così un pomeriggio Eftimios entra nella stanza, va dritto alla mia cartella, la prende e si dirige verso la porta. Io: “Dove vai?” Lui: “All’università”.


Nefeli qualche volta arrivava con i caffé. Senza vassoio, due tazzine e due piattini volanti, che più di una volta lasciavano qualche goccia sul pavimento. Poi schizzava subito via, finito il compito assegnatole dalla mamma. Ma rapida com’era a capire, qualcosa tratteneva correndo. Tanto è vero che un giorno si presentano lui e lei, Eftimios e Nefeli, con un foglio di carta scritto-disegnato a stampatello con un pennarello blu-azzurro di queste parole:


‘Gramsci è il capo dei comunisti ma l’hanno messo in carcere ed è morto. I comunisti del Cile stanno tutti morendo ma subito fanno la manifestazione e decidono di fare una guerra contro i fascisti. Il partito sta perdendosi ma con l’aiuto di mio papà vincerà tutta l’Italia. Noi dobbiamo vincere i fascisti con le nostre armi. Solo che vinciamo lo stesso con l’aiuto di mio papà.’

 

 

 

11/41. L'inquadratura più bella? Il guard-rail di notte.

 

Nella sala di proiezione di Cinecittà vedemmo ‘Angelus Novus’.


Tra scrittura, produzione, riprese, montaggio, edizione, ‘Angelus Novus’ durò due anni. Dall’ottantacinque all’ottantasette. Gli anni del tumore al cervello di Eftimios. La musica del film si deve a lui. Cioè la metà del film si deve a lui. Cos’è un film se non un po’ di musica sulla quale danzano poche ombre? Eftimios aveva studiato pianoforte, ascoltava musica: dei contemporanei preferiva Bob Dylan, degli eterni Vivaldi. Ma per ‘Angelus Novus’ scelse Mozart.


Anche io per lui ho scelto Mozart. Un registratore, una cassetta, un gruppetto di amici al cimitero di Bassano Romano, quattro parole: “Questa gli sarebbe piaciuta.” Mozart. Perché Eftimios scelse Mozart per un film sulla crisi, sulla disperazione, sulla morte? Perché Mozart non è mai disperato. Piange e ride insieme. Perché io ho scelto l’ultimo Pasolini? Perché ero disperato, vedevo Eftimios morire. Pasolini alla fine era disperato.


La proiezione di ‘Angelus Novus’. Gli occhi di Eftimios nel buio dei venti posti, al mio fianco. Tutta d’un fiato. Tutta uno sguardo.


Usciti alla luce eccessiva della sera, nei viali di Cinecittà, camminavamo lui ed io. Il film gli girava dentro, ancora. Lo lascio pensare, saliamo in auto, partiamo verso casa. “La parte più bella, Eftimios?” “Il guard-rail di notte.” Il film comincia con Pasolini che gira per Piazza del Popolo a Roma come una mosca che non sa dove andare a morire. Grigio fuori, grigio dentro. Gira, gira, poi di colpo prende Via del Muro Torto, curve, sottopassaggi, gallerie, le periferie, la tangenziale, il raccordo, si diradano le case, le auto, le luci, il mondo diventa sempre più nero, le lucette rade sempre più bianche, i paesi sono lontani e commoventi come presepi. Ed a questo punto, tra il nero del cielo e della terra, il guard-rail, una striscia di mille sfumature sfreccia ci accompagna ci segue non ci lascia più. Eftimios.

 

 

 

12/41. I figli degli amici non vengono più?

 

In certi periodi Eftimios bambino non poteva uscire di casa.


Le sue difese immunitarie - sono parole di dottoresse e dottori - erano troppo basse. Anche un raffreddore era pericoloso. Così, stava a casa, a disegnare, con tutto quello che aveva intorno tutto quello che aveva dentro. Pennarelli, cicciotelli e fini, Carand d’Ache e Standa, tempere, acquarelli, pastelli e matite, “matite Fila pastelli Giotto / se nel disegno vuoi prendere otto”, penne blu nere verdi rosse, pennelli piccoli e grandi, ore e ore. In silenzio, in musica. Fogli di carta da disegno, fogli di quaderno, fogli di notes, foglietti, fogli piegati con le tempere dentro, “farfalla!”, “ragno!”


E i castelli di legnetti colorati? Gialli, cubi gialli e rossi e blu, e ponti, e piramidi, e parallelepidedi. Nascevano dalle fondamenta castelli allegri, fantasmagorici. E il Lego? Niente Lego. E le carte? Niente carte. E le pulci? Le pulci sì. E le palline colorate? Le palline di vetro colorate dentro sì. E lo Shangai? Sì. Le mani, le mani di Eftimios. Dita lunghe, da pianista, ferme, da chirurgo, leggere, da asiatico mediterraneo.


“I figli degli amici non vengono più, papà?” “Da quanto tempo non vengono, Eftimios?” “Cinque settimane.” “Anche Paolo?” “Paolo da sette.”


Gli amici lo sapevano bene che la leucemia non è infettiva. Persone colte, l’università, la scuola, il Partito, il Sindacato, le manifestazioni, la collezione religiosa de ‘la Repubblica’, la filosofia, l’arte, i discorsi, i convegni, ma non venivano più. La matematica insegnata e la superstizione praticata, le medicine e l’astrologia, il cristianesimo no il buddismo sì, il ‘a giugno vado in India, no, meglio un’isola greca, si mangia il pesce fresco, che mare! Paolo? I professori li caricano di compiti, i ragazzi, ci vediamo una di queste sere - veniamo noi. No, Paolo no, va a letto presto.’

 

 

13/41. La partita a ping pong, di sera, dopo cena.

 

Nella casa tra gli alberi al lago c’erano due tavoli.


Il tavolo da pranzo, grande, grandissimo, per gli amici che venivano a trovarci nei loro giorni di festa. E il tavolo da ping pong. Regolare, regolamentare, implacabile nelle sue dimensioni verdi complete di strisce bianche. Gli avevo insegnato il gioco, i colpi, la posizione, le giocate italiana, cinese, coreana, i trucchi. Aveva imparato presto, non finiva di imparare e già insegnava. Beati i discepoli che diventano presto maestri! Beati i maestri che diventano presto discepoli! I veri maestri e i veri discepoli si scambiano continuamente i ruoli.


All’inizio, qualche volta lo facevo vincere. Non gli piaceva perdere. Non gli piaceva perdere troppe volte di seguito. Come mascheravo la sconfitta? Forzavo i colpi fino a farli diventare troppo difficili per me stesso. Ma lui era troppo intelligente, troppo. Mi osservava quando giocavo contro altri e si rendeva conto quando li facevo vincere a bella posta, forzando i colpi oltre il limite giusto. E poi sapeva che vincevo, quando volevo. Durante le riprese di ‘Angelus Novus’ avevo invitato la troupe al completo, turbolenta per troppa democrazia e avevo battuto tutti, inequivocabilmente. Il film poteva continuare.


Poi mi ha battuto. Non mi piaceva perdere. Tiravo fuori i trucchi per distrarlo, allacciarsi fintamente le scarpe per spezzare il ritmo, parlare d’altro, commentare i colpi. Ma gli avevo insegnato anche, soprattutto, la concentrazione. “L’eroe - gli dissi una volta citando Charles Baudelaire - è colui che è immutabilmente concentrato.” Eftimios era un eroe, aveva imparato a concentrarsi ed era un eroe. Che gioia battermi! Ero il suo idolo! Che gioia essere battuto!


Una sera, verso la fine, la pallina di ping pong non si voleva più staccare dalla sua mano sinistra. Tentava di lanciarla in aria per colpirla, per batterla, e gli rimaneva incollata. La mano sinistra. Il tumore al cervello lo colpiva ai centri motori. Quella sera la lanciò con la destra e la colpì con la destra. Lo dovetti battere, per non farlo arrabbiare. Non giocammo più a ping pong. Le racchette stanno ancora lì, nella sala da ping pong della casa tra gli alberi al lago, e di palline ce ne sono più di una tra l’erba alta, non riescono a staccarsi dall’erba alta.

 

 

 

14/41. Rotolarsi nell'erba era uno spasso per lui.

 

Specie in primavera, con tutte le erbe e tutti i fiori.


Si metteva in cima alla discesa verso la quercetta, studiava la traiettoria più lunga, si allungava tutto, corpo, gambe, braccia, testa e si lasciava andare. Uno spasso, lo rifaceva, lo rifaceva di nuovo, inesausto. L’odore dell’erba lo inebriava, i suoi occhi erano fatti d’erba? Il suo cuore era fatto d’erba?


Da qualche parte intorno al lago di Bracciano, ci sono delle terme, complete di fanghi curativi. Una conoscente di Alexandra un giorno l’incontra a Roma, sette anni fa, otto anni dopo, e le dice: “Senti Alexandra, devo dirtela questa cosa…” “Sì…” “Sai che faccio la cura dei fanghi, no? Un giorno compare un giovane massaggiatore, nuovo, non l’avevo mai visto prima, e leggo sulla sua spallina un nome: Eftimios. Rileggo, sì, Eftimios. Gli chiedo perché quel nome e lui: “Così…”


Torno, ritorno, ci conosciamo un po’ e alla fine non ce la faccio più. “Senti - gli dico, devi dirmi perché ti sei scelto quel nome…” Mi guarda. Nota la mia decisione. Si decide. “Sono capitato un mese fa al cimitero di Bassano Romano, ho una cugina e le zie da quelle parti. Cammino, alzo gli occhi e leggo una lapide: “È / finita / nel ricordo / la grazia / infinita / di Eftimios.” E di fianco alla scritta, una pietra vulcanica che ha la forma di un cuore spaccato, o un cuore che sembra una pietra esplosa. Ecco un bel nome, mi sono detto. Ecco.”


Eftimios non è più nel cimitero di Bassano Romano, non ci andare, non ci andate. Eftimios è in uno stabilimento termale intorno al lago di Bracciano. E’ giovane, non lo avete mai visto prima. Come riconoscerlo? Dal nome, forse. Ma se vi fate fare un massaggio da un giovane e sentite il pizzicore fresco delle sue mani d’erba sulle tempie sulla fronte sugli occhi siatene certi.

 

 

 

15/41. La caduta dietro il tavolo e i suoi occhi.

 

Scendendo le scale interne della casa tra gli alberi al lago lo vedo cadere dietro il tavolo.


Si rialza a fatica, e i suoi occhi mi chiedono: “Perché sono caduto papà?” Perplessi scrutano i miei occhi. Avanzo piano, non corro, non lo aiuto. Si siede. “Stavi pensando ad altro?” Non risponde, mi guarda senza lasciare i miei occhi, né io i suoi. Non dubito. Ha dubitato alla fine, Eftimios?


Quella sera mi ha guardato a più riprese, sorvegliando i miei gesti, i miei occhi. Perché non l’ho ucciso durante una delle sue ultime notti immobili? Prima che dubitasse. Potevo farlo, e nessuno avrebbe saputo, forse lo avrebbe capito il dottore che lo seguiva, un San Luigi napoletano in forma di medico di campagna. Non l’ho fatto perché era sereno, fino alla fine degli ultimi giorni. Gli bastava poco per vivere, e aveva quella dote propria dei grandi esseri umani di fare di poco, di niente, tutto.


Quella notte della caduta era una notte di luna piena. Ci siamo affacciati, dopo, alla grande finestra rivolta a mezzogiorno: il lago, la striscia di terra, il mare, più vicino a noi i boschi, vicinissimi gli alberi da frutto, da ombra, da arrampicata. Luce azzurro grigia della luna nelle sere d’estate! I contorni delle piante sfumano nella terra, i contorni della terra nel mare, e del mare nel cielo. Silenzio stupefatto. Tutti tacciono, le civette, i cani, l’usignolo s’affila piano il becco aspettando l’ora prima dell’alba. Stiamo zitti anche noi. Mi mette una mano sulla spalla.


I suoi occhi di luce di luna, quella sera. Come ha fatto Eftimios a resistere tanto, con quella leggerezza tanto dolore? I dottori e le dottoresse non capivano. Pensavano fosse tutto merito nostro, di Nefeli, di Alexandra, mio. Dell’ambiente. Da quando gli esseri umani non credono più a Dio, credono nell’ambiente.

 

 

 

16/41. Una lacrima in tredici anni di cure.

 

Durante una cobaltoterapia ho visto una lacrima.


Gli avevano detto i dottori e le dottoresse di non muoversi durante la cobaltoterapia. E lui, sdraiato di fianco sul lettino, stava buono, immobile. Si preparava tranquillo, senza fretta, senza parole, saliva sul lettino, lo aggiustavano, prendevano le misure, uscivano e si mettevano al nostro fianco, dietro l’oblò che ci permetteva di controllare l’operazione. Lui ci guardava per tutto il tempo. Quanto dura il tempo di una cobaltoterapia?


Un giorno del settantasetteotto, aveva seisette anni, nel mezzo dell’operazione mi pare di vedere una lacrima tracimare dalla sua palpebra, indugiare prima, e poi calare lentamente, lentissimamente dal ciglio alla guancia, tonda, tersa, trasparente. Una sola. Una sola lacrima in tredici anni di cure. Quando lo abbiamo portato fuori, la lacrima non c’era più. Me l’ero inventata io da dietro l’oblò?


Perché gli esseri umani piangono? Per comunicarsi, per comunicare uno stato d’animo di sofferenza, per commiserarsi e per farsi commiserare. Perché Eftimios non piangeva? Il dolore fisico lo provava, certo. Ma c’erano dei sentimenti, degli stati d’animo che non conosceva. Non sapeva odiare, non sapeva invidiare, odiare perché? invidiare chi? Non si faceva sovrastare dal dolore, non sovrastava con le parole, non stravinceva, non si abbandonava alla sconfitta prima di perdere, non era modesto, non era superbo, i vizi non lo interessavano, lezioni non ne dava.


Era scesa quella lacrima, dal ciglio alla guancia? O era salita? Può salire una lacrima? Forse una volta l’ha fatto. Provaci, provatelo. Entrate in una saletta per cobaltoterapia, sdraiatevi, aspettate, guardate gli altri che restano fuori e vi guardano. Sono commoventi, no? O se vuoi, se volete, andate in giro per il mondo, entrate in un mercato di Tunisi o in una chiesa di Arezzo, guardate gli esseri umani che comprano e vendono, pregano e si fanno pregare. Sono commoventi, no?

 

 

Eftimios, pennarelli, giugno 1976, cm 22 x 28

 

 

 

17/41. Come va? Sono un po' imbarazzato.

 

Aveva una compagnuccia, il nome non lo ricordo.


Era robusta, capelli neri, occhi neri, faccia bianca tra il quadrato e il cerchio. Una volta, un pomeriggio, c’era una festa a casa nostra, quando abitavamo ancora nel quartiere ancora nuovo di Colli Aniene, tra il Tiburtino Terzo e l’Appennino. Ce ne andammo da quel quartiere, da quella casa quando dallo studio, costruite palazzine e palazzine, pian piano l’Appennino scomparve alla vista. C’era una festa dunque, ed Eftimios e lei non li trovavamo più.


Stavano sotto il tavolo tondo coperto da una tovaglia quadrata, grande, traforata, fatta a mano da una mano cipriota, che arrivava con i quattro angoli quasi fino a terra. A un certo punto ne sbucarono fuori. Pare che si fossero dati un bacio. Chi me lo ha detto? Lui? O lo aveva detto ad Alexandra e lei lo aveva poi detto a me? Un bacio. Una fidanzatina. Niente altro. Non mi sono accorto di altro, di altre. E’ morto a sedici anni, Eftimios, amava tutti e tutte. Ma non ha incontrato un grande amore. Per questo è morto?


Un mese prima della fine, lei venne a trovarlo nella casa tra gli alberi al lago, sui Monti Sabatini. Era a letto lui. Non riusciva più a camminare, a muoversi bene. Il tumore lo aveva colpito ai centri motori, e si bloccava lentamente, irreversibilmente. Andammo a prenderla a Sutri e salimmo verso la casa. La accompagnammo nella sua camera e li lasciammo soli per un paio d’ore. Cosa si dissero? Dio solo lo sa. Dopo, la sera, entrando nella sua camera, gli chiesi: “Come va?” E lui, quattro sole parole: “Sono un po’ imbarazzato.”

 

 

 

18/41. La spietratura, l'aratura, la misura, gli alberelli.

 

Un triangolo equilatero di canne, cinque metri di lato.


Questa terra in cima ai monti Sabatini, tra i paesi dell’Etruria meridionale e i boschi di tanti cinghiali ed un tasso (non l’ho visto lui o lei, ma ho toccato con mano le profonde unghiate sul dorso di una quercia a due passi dalla nostra casa) quella terra era incolta da anni e stagioni, ridotta a un povero pascolo di mucche brade. Un tempo, quando valeva la pena, quando i contadini si accontentavano di poco per vivere, in quel tempo seminavano mietevano facevano il grano.


Rovi, ginestre, cardi, gramigne. Non ci si poteva nemmeno camminare sopra agevolmente. Cominciammo con la spietratura. Un trattore provvisto di un dente profondo un metro la solcò tutta e vennero a galla enormi pietre, che ammucchiammo parte in basso, in fondo, per trattenere la terra, parte di lato al perimetro progettato della casa. Spezzò più d’una volta il dente, Renato che adesso non c’è più, ma allora era un uomo forte e allegro.


Poi l’aratura, e un’estate intera di zolle al sole. In autunno le buche, grandi, col braccio meccanico, perché imbucare gli alberelli in un pozzetto è sbagliato. Per radicarsi gli alberi hanno bisogno di spazio, come gli esseri umani. Ma come individuare il posto regolare degli alberi, in modo che risultassero belli allineati? Ci pensammo bene, Eftimios ed io, e adoperammo le canne del fosso nella valle. Canne legate tra di loro in modo da formare un triangolo equilatero di cinque metri esatti di lato, ruotando in quale e tenendo fermo uno qualsiasi degli angoli, individuavamo e segnavamo i punti vitali giusti per tutti.


Gli alberelli infine. Peri, meli, peschi, pruni, ulivi, e fichi, albicocchi, ciliegi, sorbi, mandorli, melograni, noci. alberelli tutti diversi nella figura e tutti eguali nel tracciato. Li piantammo, Eftimios ed io, non prima di aver sparso nelle buche tre palate di concime, tre palate di terra per non bruciare le radici, infine tanta terra soffice pigiata danzando torno torno e un paletto a difesa dai venti autunni. Chi, e perché, poi, ha scompaginato l’allegro disegno dei triangoli democratici?

 

 

Eftimios, matita e acquerelli, 1976, cm 27,8 x 21,8

 

 

 

19/41. Vita morte e miracoli di un nespolo bonsai.

 

Vivevamo in un appartamento, ho tentato un bonsai.


Un amico teneva un nespolino in un vaso sul suo balcone e me lo regalò. Lo portai sul mio di balcone, il vaso era piccolo, il balcone era stretto, e mi venne in mente la pratica orientale del bonsai. Si fa così, mi disse qualcuno o qualcuna, gli tagli torno torno la corteccia, gli incidi l’anima con un punteruolo, poca acqua, niente e di rado, e lui cresce poco, si adatta, sopravvive in minuscolo.


Detto, fatto. Taglio, incido, nego, sorveglio, osservo. Cresceva poco, infatti. Se ne stava lì, silenzioso, rattrappito, come un cane che aspetta ad occhi chiusi una bastonata e si fa piccolo piccolo, ma faceva spuntare qualche fogliolina, qualche fiore, l’anno dopo fece persino un nespolo, nespolo giapponese, i nespoli nostri sono in realtà nespoli giapponesi, i nostri, i nespoli italiani, sono più tondi e schiacciati ai poli, più scuri, marrone scuro, lo sapevate, lo sapevi?


Ma quando fu pronta la terra per gli alberi, lo trasportammo in campagna, in collina, e lo sistemammo dentro una grande e bella buca. Acqua, luce, sole, aria, gli altri alberi fratelli intorno, gli uccelli, la brezza del mare, la pioggia del cielo. Esplose. In pochi mesi diventò un vero e grande e meraviglioso albero, come gli alberi con le foglie grandi e belle e dure dei quadri di Giotto.


Poi, di colpo, morì. Troppa la gioia, credo. Gli altri alberi intorno, tutta quella luce, quell’aria. Troppo. Non immaginava possibile tutto questo. Era il Paradiso, pensò, e morì.

 

 

 

20/41. Che te ne pare, Eftimios? "Continuate."

 

Costruivamo un portico in faccia al lago.

 

Il sole batte forte con l’aria pura a cinquecento metri d’altitudine, se la casa è esposta come la casa tra gli alberi al lago a mezzogiorno. Prendemmo in assemblea la decisione di costruire un portico, di castagno stagionato in mezzo ai boschi di castagni fioriti. Arrivarono i pali grandi colonne quadrate, buone, ma un po’ interstiziate. Sergio, che ho conosciuto meglio dopo, per troppo poco tempo (che fretta c’era di andarsene, anche lui?) si scoprì amico del venditore di pali, gli domandò dei pali imperfetti e l’altro: “A qualcuno dovevo darli, no?”

 

Stefano, l’amico che non ha mai finito la facoltà di Architettura ma i muratori lo chiamano comunque “Archité”, venne a trovarci un pomeriggio, era l’ottantasette. Eftimios era ora mai bloccato nel letto della sua camera ombrata tra l’Appennino e il Tirreno. “Mi dai due mani, Stefano?” “Certo. Che facciamo?” - rispose subito Stefano il buono. “Vieni.”

 

Presi una delle sedie svedesi con i braccioli, quelle portate da Cipro, dalla villetta all’inglese di Alexandra completa a suo tempo di nascondiglio per i partigiani ciprioti anti-inglesi, e vi intronammo Eftimios. Lo sollevammo a quattro mani e lo portammo sul montarozzo spianato fra il portico in costruzione e il lago. Eftimios era allegro dentro, allegro fuori, come sempre. Avanzava in cielo, in alto a sinistra, come un principe orientale con occhi grandi e lunghi, protetti da immense ciglia paraboliche. Guardò.

“Che te ne pare?” - gli domandai dopo un po’. Eftimios iniziò una lenta panoramica circolare, di quelle che Pier Paolo Pasolini ha scritto che sono la manifestazione palpabile della divinità, che sono tecnicamente divine. Il bosco con tutti gli alberi, uno ad uno, Rocca Romana piramide etrusca, il lago da un lato all’altro con tutte le onde crespe e tutti i pesci affioranti, Monte Termine e i suoi alberi d’alto fusto, le ginestre, i cardi, le allodole che salgono salgono quando decidono di morire, guardò me, e disse: “Continuate”.

 

 

 

21/41. Le partite a scacchi, dove tutti sono in Paradiso.

 

Il suo gioco preferito era il gioco degli scacchi.


I grandi, quando i bambini giocano, siccome hanno visto le trasmissioni di Piero Angela, il giornalista televisivo che ti dà le soluzioni e ti fa dimenticare i problemi, quando i bambini giocano i grandi sorridono comprensivi e dicono: “Serve a prepararli alla vita.” Le cose, oggi, servono a qualcos’altro da quello che sono. Giocare serve a imparare a vivere. Sì? E vivere, a che serve?


Il gioco è il Paradiso. Dove tutti sono leggeri come gli uccelli e non come le piume, dove tutte e tutti hanno le medesime possibilità e non le medesime idee, gli stessi occhi e non gli stessi corpi, sono uguali e diversi nello stesso tempo e nello stesso luogo. Finalmente. Bianchi e neri, rossi e gialli, uomini e donne, bambini e vecchi, pari e dispari, Tutti e Tutte in Paradiso.


Che partite di scacchi! Lunghe, fulminee, un minuto, un pomeriggio, una settimana. O delizia delle partite con Eftimios figlio mio amico mio padre mio! Murphy. Murphy sopra tutti, secondo lui. Quel giocatore che ti faceva mangiare i suoi pezzi migliori, persino la Regina, e tu rimanevi con tutto, tutto inutile, non sapevi più che farci dei tuoi pezzi, sovrastanti per numero e peso, niente. Lui ti aveva portato all’inferno del troppo. Voleva farmi capire, Eftimios, farci capire, farti capire che tante cose non bastano, per vivere, e poche sono sufficienti per giocare?


Le nostre partite a volte duravano settimane. Una mossa, la sera. L’altro ci pensava, andava a dormire e la mattina dopo appena alzato il primo pensiero era la mossa. Eftimios tornava da scuola, passava a controllare se avevo fatto la mia mossa nel corso della mattinata, no, veniva al tavolo, mangiavamo. Per provocarlo, qualche volta mi alzavo nel bel mezzo del pranzo, andavo nel salone, dove troneggiava la scacchiera con i pezzi ben disposti alla battaglia, tornavo in silenzio, mi sedevo, continuavo a mangiare. Non passava molto tempo, si alzava, andava a osservare la scacchiera, tornava con un sorriso. La tua prossima mossa, la tua prossima mossa, Eftimios, quale sarà?

 

 

Eftimios, penna e acquerelli, cm 70 x 50

 

 

 

22/41. Il chirurgo si diverte, si vanta, ma è solo un tecnico.

 

La natura del chirurgo è misurare, mirare, tastare, tagliare.


Il chirurgo di cui vi parlo si è salvato dalla mia ira solo perché denunciandolo avrei turbato i giorni di Alexandra e Nefeli, ed Eftimios nei suoi ultimi giorni. Chi starà frugando e tagliando ora? “C’è un tumore? Bene. Individuare, aprire, incidere, asportare, ecco. Semplice perché razionale, razionale perché tecnicamente solubile. Io sono un tecnico: risolvo problemi.” Tecnico: un essere umano che riduce i problemi della vita e della morte altrui a mezzi della propria esibizione professionale.


In una clinica affacciata su Viale Regina Elena a Roma, Eftimios restò ricoverato per diverse settimane. In una lunga doppia tripla sala, dentro la quale di giorno e di notte, col sole e con la pioggia, tutti i pazienti gridavano a turno e tutte le dottoresse verdi ticchettavano sugli zoccoli bianchi, Eftimios aspettava le analisi, le lastre, le visite mattutine, le flebo ad ogni ora.


“Affidatevi a me. So quello che faccio. Qui, vedete la lastra, qui c’è un’ombra, è questo. Bisogna operare. So quello che faccio.” Perché l’ho lasciato fare, non una ma due volte? La scienza. La fiducia nella scienza. Ma la scienza nelle mani degli scienziati desiderosi si curare l’altro è una mano santa, una mano diabolica è negli artigli dei tecnici vogliosi di esibirsi.


Per finirla presto, ché l’ira ancora non è tutta sfumata, il chirurgo di cui ti parlo legge, misura, calcola, affila, addormenta, apre, incide, non trova, strano, non trova l’ombra, richiude, cuce, riapre, riincide, non trova, strano, l’ombra c’era sulle lastre, non capisco, è la prima volta che mi capita… “ “La seconda.” “La seconda?” “Sì, la seconda.” “Ah… vi assicuro che… strano c’era l’ombra... strano non l’abbia trovata…” Sulla tempia di Eftimios, in alto a sinistra restò per qualche settimana, per qualche mese la doppia ferita, la doppia sacrilega cucitura. Poi niente.

 

 

 

23/41. Non poteva vedere i cardi.

 

“Andiamo a fare una passeggiata, Eftimios?”

Aveva sempre tempo, per sé e per gli altri. Non diceva “subito” e poi ti faceva aspettare, o “un momento solo” o ancora “due telefonate e vengo”. Veniva. La prima cosa di cui si provvedeva era una canna o un bastone. Andavamo, lungo i sentieri, sui prati, nei boschi, in silenzio, o scambiavamo una parola due tre. Ragazzo di poche parole, quelle tonde e vissute.

A che gli servivano la canna o il bastone? A distruggere i cardi che incontrava sul suo cammino. I cardi non li sopportava. Achille in battaglia, il feroce Saladino, Gesù… sì Gesù. Ricordi, ricordate la parabola del fico? Se la prende, il Nazareno, con un fico che non dava fichi. Debole di nervi, Gesù? Un caratteraccio? Perché Gesù di Nazareth inveisce contro il fico sterile e lo maledice?

Cosa state facendo in questi giorni, cosa stai facendo in queste notti? Siete sterili dentro? Siete alberi di fico e non date ai passanti i fichi per cui siete nati e vissuti? Avete gli occhi e non vedete? Avete le orecchie e non sentite? Avete il cuore e non amate? Siete alberi? Date fiori e frutti dunque, e fiori e frutti insieme se siete fichi. Siete uomini e donne? Date donne e uomini. Date, datevi.

I cardi hanno e non danno. Dentro si tengono il frutto e la polpa dolcissimi, fuori mostrano i denti, ergono le spine. Non così i carciofi. Foglia dietro foglia si spendono per tutti, fino al cuore, tenero, pulsante, se andate fino in fondo, se vai fino in fondo vedrai che pulsa ancora.

 

 

 

24/41. Il castagno più bello e più generoso.

 

La stradina era interrotta da un pugno di uomini armati.


Impugnavano seghe meccaniche, roncole, accette, ma sembravano una banda di briganti intenti ad un assalto. Contadini e villeggianti invece erano, di solito in contrasto tra di loro, ora finalmente uniti nel bene comune. Stroncavano il castagno più bello e più generoso di tutta la zona.


Eftimios ed io scendevamo verso Bassano, lungo via del Pertuso. Ci siamo dovuti fermare, avanti non si andava, i rami già tagliati e spezzati ostruivano la carreggiata, indietro neppure, aveva piovuto da poco, c’era fango dappertutto. Così ci siamo disposti ad aspettare, dentro l’auto, e capire. Perché? Quel giovane castagno non dava fastidio a nessuno, né con le radici né con le fronde. In primavera avvolgeva i dintorni col profumo dei suoi calici di fiorellini bianchi ocra nocciola. D’estate svettava. In autunno, grandi castagne saporite, le migliori, i ‘marroni’. In inverno, foglie alla terra e agli occhi uno scheletro degno di Pieter Brueghel il Vecchio. E allora?


Ci siamo scambiati lo sguardo. Abbiamo rivolto questo sguardo agli armati ed abbiamo capito, insieme. Eccoli, sudati, allegri, urlanti, spietati. Più tagliavano, più spezzavano e più si eccitavano, come una muta di cani dietro una volpe dalla coda ondeggiante, dietro una lepre dalle lunghe zampe a molla, dietro una gazzella, una donna… Era la sua bellezza, la sua generosità, non richiesta, gratuita, magnanima, leggera, a irritarli e armarli.


E tutto questo accadeva sotto i nostri occhi in via del Pertuso. “Che vuol dire ‘pertuso’, papà?” “Vuol dire buco, Eftimios.” “Buco… e ‘buco’ viene da bocca in latino, vero?” “Sì…” “Com’era quella definizione dell’uomo comune che mi hai letto venerdì, papà, quella di Leonardo… ‘transito di cibo’… è così?” “Esattamente.” “Lo divorano, vero papà? Lo spezzano, lo frantumano, lo divorano - sono come vermi solo bocca stomaco e buco… ” - disse, e restò per tutto il giorno sovrappensiero.

 

 

 

25/41. Come un pesce nell'acqua.

 

Eftimios era lento.


La prima volta che l’ho visto era retto dalle braccia e dal camice bianco di un’infermiera senza testa. La testa di lei è fuori campo, anche le mani a guardare bene. Come in una natura morta di Cèzanne spiccano sul panno bianco mosso da un po’ di grigio e segni blu le mele colorate, sul camice dell’infermiera sta allungato, sospeso come la Vergine morta affogata del Caravaggio, Eftimios vivo. Devo guardarlo a lungo per convincermi che sia vivo, si muove ma lentamente, come le lucertole al primo sole.


Non è orizzontale, retto dal camice pieghettato, è appena un po’ inclinato, al principio penso ad una statuina di bronzo pescata in un mare mediterraneo, mi sorprende un movimento lento, ecco perché ho pensato al mare, è un pesce nell’acqua. Ha vissuto tutta la sua vita come un pesce nell’acqua, con la lentezza dei pesci, con la leggerezza dei pesci, con la fluidità dei pesci, sospesi nel liquido materno, anche lui senza testa e senza braccia. Pensando bene ad Eftimios si capisce che gli esseri umani prima erano pesci.


Io sono dei Pesci, ma aggiungo sempre alla risposta dovuta a chi mi domanda il segno zodiacale (nove volte su dieci una donna) che sono dei pesci fuor d’acqua. Ho vissuto tutta la vita fuor d’acqua, boccheggiando: hai visto, avete mai visto un pesce boccheggiare morendo? Respira, ma non è l’aria che gli serve, è l’acqua. Dov’è l’acqua? - pensa con gli occhi disperati, ma sdraiato com’è non riesce a vedere dove. Ho tentato di trovare l’acqua tutta la vita, per questo scrivo, è una specie di acqua la scrittura, no?


Eftimios invece viveva nell’acqua. Se lo mettevi nel mare, dovevi afferrargli subito il tallone, stava prendendo il largo, il fondo, spinto da un vento che non vedevi. Un giorno vincemmo in una festa dell’Unità un pesciolino rosso, lo portammo a casa, dalle parti di Forte Braschi allora, e lo sistemammo in una boccia tonda. Che un giorno seguente cadde e si ruppe. Il pesciolino saltava, Eftimios lo guardava come un fratello, lo confortava muovendo le branchie, i pesci parlano tra loro muovendo le branchie, non ve l'avevo detto, non te l'avevo detto che lui al posto delle orecchie aveva le branchie?

 

 

 

26/41. L'ultima partita mi concesse la patta.

 

Su un cavalletto da pittore avevo posto una scacchiera magnetica.


Le partite a scacchi le facevamo da qualche tempo così. Dal letto lui decideva la sua mossa, io spostavo il suo pezzo, poi facevo la mia mossa. Osservava, rifletteva, indicava la sua nuova mossa. Matisse, così dipingeva Matisse alla fine, dal letto, con l’aiuto di un assistente. Pochi pittori hanno dipinto la gioia. Fra gli occidentali, sopra tutti Matisse. Anche alla fine, anche sdraiato, anche attraverso gli altri.


Il gioco è il gioco. Si gioca non tanto per vincere, come nella vita, ma per giocare bene, per offrire all’altro, all’altra la possibilità di una buona e bella mossa. Non si innervosiva mai Eftimios, giocando. A meno che tu non giocassi male, impedendogli così di giocare bene. Qui dovrebbe entrare in campo Alekhin, il maestro delle combinazioni, che una volta schiaffeggiò un suo avversario di gioco, per la semplice ragione che questi, facendo una mossa deforme, gli aveva tolto la possibilità di concludere la sua meravigliosa combinazione.


Eftimios non ha mai schiaffeggiato nessuno, ma qualche volta me lo sarei meritato, qualche volta ce lo meritiamo, no? E quella volta? Quella volta giocavamo alla pari, volevo batterlo a tutti i costi, perché dovesse continuare a tutti i costi, a vivere, a chiedermi la rivincita. I pezzi danzavano sulla scacchiera, come certe donne di prima mattina. Le mosse, diceva Eftimios, non dovevano essere soltanto buone - utili, funzionali, razionali - dovevano essere buone e belle. La scacchiera era come un quadro, è come un quadro, no?


Ma non c’era niente da fare, vinceva lui. Aveva deciso di chiudere la partita. Ma a modo suo: qualche mossa prima della sua certa vittoria, prima della morte del mio Re, girò gli occhi lucenti mi guardò e mi concesse la patta.

 

 

 

27/41. Non si potano tutti gli alberi, papà?

 

Sofia abbracciava gli alberi, da piccola.


Gli alberi che Eftimios ha piantato, Sofia ha abbracciato. Lui non c’era più. Dov’era? Dentro gli alberi, credo. Per questo lei abbracciava gli alberi, tenendoli stretti, ché non volassero via.
Eftimios l’aveva tenuta fra le sue braccia Sofia. Si erano dati presto il cambio, il testimone. Sofia ha lo stesso suo portamento, il suo medesimo odore. Per ciò scrivo questa testimonianza, Sofia, per fartelo conoscere, e per farlo conoscere un po’ a te che leggi a voce muta, a voi che leggete a voce alta, a turno, gli uni alle altre, nelle serate della nostra terra che ruota intorno al nostro sole.


Gli alberi. Gli alberi sono diversi. Uno dice “gli alberi”, ma dire “gli alberi” è come dire “i cinesi”, che sembrano tutti uguali e sono tutti diversi. Prendete Susy che fa la cameriera in un ristorante cinese sulla Casilina, e poi prendete Li, che anche lei fa la cameriera nello stesso ristorante. Una principessa ed una schiava. Susy sa e intima, Li tentenna e china il capo.  Susy ha occhi per tutti e per te, Li gli occhi li punta a terra o verso se stessa. Diversi, specie da specie, individuo da individuo. Ma fermiamoci un momento sulle specie.


Se potate un pruno come un ulivo, lo uccidete. Il pruno va potato poco, l’ulivo poco o molto non importa. Il pruno vive qualche anno, l’ulivo qualche secolo. E la quercia? E il melo? A ciascuno il suo taglio. Ma potare bisogna. Tutti gli alberi, come tutti gli uomini e tutte le donne: l’educazione è una potatura. Se non poti, l’albero si inselvatichisce.


Prendi, prendete i figli del Sessantotto: non li hanno potati e si sono inselvatichiti. L’ho capito subito, un’alba del Sessantasette. Fuoriesco di mattina presto dalla Facoltà di Architettura (di Roma) che occupavamo, e vedo un gruppetto di ragazzi e ragazze che ballano, senza regole, senza grazia. Pensavano bastasse liberarsi delle regole, per raggiungere la grazia. Ho capito che era finita prima di cominciare. Regolare bisogna, potare bisogna. Con una sola eccezione: i fichi. I fichi non hanno bisogno di niente, di concime, di acqua, di niente, tanto meno di potatura. Stanno bene come stanno.

 

 

 

28/41. Tanto, restano gli occhi.

 

Se vi cambiano i pezzi, cosa non dovete mai cambiare?


Cominciano a cambiarci i pezzi che non funzionano - dobbiamo funzionare, che non ci piacciono -  dobbiamo piacere. Il cuore, il naso, le mani, i reni. Fate pure, fai pure, ma gli occhi no. Gli occhi sei tu. Anche se sei cieco sei tu. Non hai gli occhi di dentro, forse?


Prima le cure della leucemia, poi le cure del tumore, avevano cambiato Eftimios. Il cortisone. Il cortisone lo gonfiava. La cobaltoterapia gli sfarinava i capelli. I farmaci in polvere, i liquidi nelle vene, le iniezioni nel midollo, lo cambiavano. Di fuori. Una delle caratteristiche proprie di Eftimios era che non era influenzabile, condizionabile, conformabile. L’essere umano autonomo, che si dà le regole da solo, e le osserva, rinnovandole continuamente, tenendo in conto gli altri, tutti gli altri, la loro felicità, il loro bene. Autonomo, ho scritto, non indipendente: il rovescio di un ente non è il suo contrario, no?


Le persone si fanno le opinioni imitando gli altri, o contrapponendosi agli altri: “distinguersi per apparire”, no? Eftimios era diverso, costruiva il suo pensiero senza appigli, senza stampelle, senza note a pie’ di pagina. Quando incontrava un problema o un altro essere, partiva dal problema e dall’altro, trovava la sua soluzione, il suo altro. Cominciando sempre, incessantemente, dal principio, sempre di nuovo, sempre nuovo.


Il corpo no. Quello va per conto suo, come una casa, che tende a cadere, a corrompersi, come una nota del pianoforte, che tende a diminuire per quanto si batta forte sulla tastiera. Gli cambiavano il corpo, la natura, i farmaci, i dottori e le dottoresse, lo gonfiavano, lo impallidivano, lo invecchiavano, il tumore è una accelerazione mostruosa del tempo, no? Ma gli occhi? Gli occhi no. Restano sempre gli stessi, sempre uguali al principio. Tu apri gli occhi e hai il tuo sguardo, solo tuo. Il mondo fa bene a rassegnarsi a quel tuo sguardo. Dietro la faccia, dietro le palpebre, gli occhi di Eftimios sono rimasti sempre gli stessi, fino alla fine, e oltre.

 

 

Eftimios, acquerelli e penna, febbraio 1976, cm 33 x 22

 

 

 

29/41. Un pugno sul muro, sì, qualche volta s'arrabbiava anche lui.

 

Era una sera dell’ottantacinque, ero furibondo.


"Il Direttore Democristiano di una Rete Televisiva Pubblica mi ha convocato per dirmi che quel film non lo finanziava, un film contro il partito al quale si onorava di appartenere. Non lo finanziava e per sovrappiù mi avrebbe impedito di farlo, Angelus Novus." A Eftimios riferivo tutto ciò che desiderava sapere del lavoro creativo e di me.


"E prima di incontrare il Direttore - continuavo arretrando nel resoconto - ho incontrato, lungo il corridoio che portava a lui, il Regista Comunista, il quale prendendomi sottobraccio m’aveva pregato di non impuntarmi, ché il Direttore mi avrebbe fatto una buona proposta, insomma d’essere ragionevole, urbano, politico." “E cosa ti ha proposto e hai rifiutato?” - mi domandò con un sorriso Eftimios. “Di scrivere una delle sceneggiature per una serie di film televisivi, intitolata “Feeling”, nella quale erano impegnati altri Cineasti Comunisti. “Che gli hai risposto precisamente? - incalzò Eftimios che andava sempre in fondo, come il Piccolo Principe. “Lo faccia fare agli altri. Di 'feeling' non me ne intendo.”


“E dopo, papà?” “Dopo, scendendo le scale salate, era venuto incontro a me il Vicedirettore Comunista della Rete Democristiana. E gli avevo riferito che il Direttore mi aveva avvertito di stare in ogni caso tranquillo, che tanto le decisioni le prendeva lui: 'il vicedirettore non contava un cazzo'.” “Ah sì?” dice il Vicedirettore Comunista “Lascia fare a me.” “E… - mi invitò Eftimios a dire. “E mi ha telefonato un paio d’ore dopo, per dirmi che il Direttore lo aveva rassicurato: lui, il Vicedirettore, contava, contava moltissimo.”


Si sollevò annuvolandosi dalla panca della cucina, mi girò intorno, fece tre passi, tornò indietro, si avvicinò al muro della cucina e vi batté forte il pugno chiuso.

 

 

 

30/41. Quando bambino, mangiava la terra col cucchiaio.

 

L’appartamento era al piano terra, e aveva un giardinetto.


Quei giardinetti delle periferie romane, una striscia di terra larga e profonda un palmo e mezzo, inverdita da piante comuni e infiorata da uno stendino, uno stendino di panni comuni della metà degli anni Settanta. Terra scura, nera. Più d’una volta l’abbiamo pescato, Eftimios, con un cucchiaio in mano e la bocca già piena, di quella terra.


I bambini bambini assaggiano tutto, come i disperati di fame, toccano tutto, come i pescatori i contadini gli artigiani gli operai. Eftimios tutto assaggiava, tutto toccava, tutto guardava, tutto annusava, tutto sentiva. Nefeli era una cinepresa, Eftimios un radar. Nefeli, quando avevamo ospiti nuovi a cena, si sistemava in fondo alla sala e li osservava entrare, piano a figura intera, primo piano, panoramica, primissimi piani, li accompagnava con lo sguardo fino alle sedie, alle poltrone, poi ricominciava con un altro, un’altra. Come Ford, come Pasolini.


Eftimios li sondava intorno, dentro. Per tutto il tempo che ha avuto. Per tutta la sua vita breve. Dall’alto, da lontano, da vicino, dal basso, come un condor, come una talpa. Non aveva nemmeno bisogno di guardarli. Non importunava con lo sguardo, passava intorno e dentro alle cose e agli umani come i venti sui boschi e i pensieri nei libri.


Perché mangiava la terra, quella terra, Eftimios? Voleva comprendere, voleva sentire, voleva sapere di che materia erano fatti gli uomini e le donne, le piante e gli animali delle periferie. Di cosa sa ha la terra dei giardinetti delle periferie? Di rassegnazione, della mancanza di prospettive, del passato terricolo che non si ricorda più e del futuro fuggitivo che non si spera più, delle vestaglie a fiori delle donne, dei caffé al vetro degli uomini, dei lecca lecca dei bambini, dei sigari dei vecchi, dei capelli sfioriti delle vecchie, degli orti intorno alle marane, e cani, gatti, qualche criceto che rumina in silenzio in gabbia, qualche pappagallo libero, in alto, come una freccia, che grida ma non sa più perché.

 

 

 

31/41. Filava come una locomotiva a vapore.

 

A Viterbo, c’erano le gare di atletica degli adolescenti.

Il millenovecentottantaquattro. Primavera? Autunno? Si somigliano le stagioni di passaggio, verso il caldo, verso il freddo. Un campo pieno di ragazzi e ragazze, sorrisi, grida, gambe, capelli. Eftimios non doveva partecipare, ma Giuseppe il Subacqueo, quello che scende in fondo al mare, sta, aspetta che i pesci curiosi si avvicinino e zac!, il mio fratello sportivo, il terzo, sportivo come il quarto, Edoardo il Bello, lui però tiro con l’arco e lotta greco-romana, Giuseppe lo coinvolge e lui si mette i pantaloncini, la maglietta, corre davanti a tutti, vince.

Una locomotiva col fumo bianco sotto il cielo azzurro, una scheggia - come dicono da queste parti. E gli altri? Il campioncino etrusco non credeva potesse perdere. Gli scarpini chiodati, il babbo e la mamma sicuri, le amichette veneranti. Agli stacchi di partenza s’inginocchia, scalcia come ha visto fare in televisione, come gli ha detto l’allenatore, per sciogliere i muscoli, ma in realtà perché è un puledro, un cervo, c’è il sole, le ragazze e deve vincere. Ma non vince, corre, spinge, si agita, s’impalla, ed Eftimios fila via come un treno leggero, col fumo in testa.

Arriva con la coppa di latta bagnata d’oro. Aveva vinto i campionati regionali senza sforzo. E poi, il tumore al cervello, che non gli farà vivere l'estate. Eftimios ha detto mai una parola su Dio? No. Nelle chiese entrava solo per vedere i quadri, gli affreschi, gli stucchi, le sculture.

L’ultima visita fu - come si chiama quella chiesa di fianco al fontanone della mostra dell’Acqua Felice a Roma, col Mosé gonfio come un tacchino? Insomma, dentro, c’è la Santa Teresa del Bernini. Ci andiamo lui ed io in una mattinata dell'ottantasei, luce grigia, echi di voci. Entriamo, avanziamo e appare. Il volto di Teresa in estasi, gli occhi sono aperti o chiusi?, il volto dell’Angelo che la punta, la freccia sospesa con due dita, il sorriso rapito di lui ragazzo, il rantolo di lei più grande, donna, e il manto di lei, spezzato, rifrangente, lamelle di luce fredda, una cascata di ghiaccio, tutta espressiva, tutta contenuto, tutta falsa, tutta vera, un mare, una tempesta. Eftimios osserva e non dice. Gli luccicano gli occhi, aveva gli occhi lucenti.

 

 

 

32/41. La paperella piumino giallo cenerino.

 

L’avevamo comperata in un mercatino rionale.

Aveva il piumaggio dello stesso colore dei capelli di Eftimios. Stava in una scatola di cartone con altre paperelle, ma non si muoveva, non pigolava, piegato il capo ti guardava, vi guardava, pensierosa. Eftimios piegò il capo come lei, dall’altro lato lei lo imitò, poi lui dall’altra, e come lui lei.

La portammo in auto, e fuori faceva freddo, era inverno, era il millenovecentosettantacinque. Eftimios preparò con me una minuscola scatola di cartone, sul fondo un panno, accanto una ciotolina per l’acqua. Lui camminava per le poche stanze dell’appartamento, lei dietro, lui si sedeva alla scrivania, lei gli si sdraiava accanto e poggiava il capo sulle sue scarpe. Le scarpe scamosciate, i pantaloni di velluto a coste morbide e larghe, una camicia col colletto sempre abbottonato, un maglione. Così l’abbiamo vestito alla fine, e messo nella cassa.

Se ne vanno i migliori, si dice. Perché se ne vanno proprio i migliori, quelli che ci servono come il pane, come l’acqua, come il sole? Dove vanno non importa, purché vadano a vivere da qualche parte. Perché non è partito, di notte, Eftimios, per le lontane Americhe, su una nave grande e bianca? Oggi avrebbe trentuno anni, sarebbe grande, alto, bello tra le indiane, o le cilene, con un grande cappello sui riccioli, seguito da tanti figli e figlie come la paperella del settantacinque. Dove allora?

Le bastava niente per vivere, un po’ d’acqua, un pezzettino di pane bagnato, meglio se bagnato, altrimenti – asciutto - lo seguiva e lo spingeva per tutta la stanza ticche ticche ticche, un po’ di sole, poco, e ogni tanto il bagno nella bacinella. Eftimios prendeva la bacinella e lei panoramicava subito, si sollevava di scatto e gli correva dietro. Lui apriva il rubinetto della fontanella del giardinetto e lei saltava saltava gioiosamente. Lui poggiava la bacinella a terra, anzi prima ancora di poggiarla lei si tuffava, e immersioni, spruzzamenti, sorrisi, nuotatine corte, perle di sole, perle di vento, perle di lacrime. Un giorno io distratto le misi un piede sopra, le uscì un filo di sangue color malva, la misi nella busta della spazzatura. C’è qualcuno da qualche parte dell’universo che mette il piede distratto sugli innocenti di questo mondo? Eftimios osservò tutto e tacque tutto.

 

 

Eftimios, pennarelli, 1975, cm 30 x 20,5

 

 

 

33/41. Il fringuello. Nero, grigio, verde chiaro, giallo scuro.

 

Figlio di cacciatore, anche Eftimios ha cacciato, una volta.

Mio padre si chiamava Lucrezio, l’ho seppellito in collina di fronte al mare Ionio e sulla sua tomba ho fatto scrivere ciò che era stato: “cacciatore e scrittore”. Immenso cacciatore, discreto scrittore. Nel tempo in cui cacciare la selvaggina era un’arte, cani addestrati, un colpo solo in canna, ferma, acconsentimento, via! fucilata, riporto, le viscere ai cani, la selvaggina nel carniere.

Ad Eftimios ho insegnato qualcosa, lui mi ha insegnato il resto del mondo, e di me. Lui imparava e insegnava sempre, insieme. Parlare o mostrare e vederlo o sentirlo accanto! Comprendeva ciò che volevi dentro, ciò che dovevi fare, aveva appena già imparato e già insegnava. A Nefeli insegnava a suonare il pianoforte, ad Alexandra il domani, a me lui. Lo stai, lo state imparando? Lo state, lo stai insegnando?

Ogni tanto prendevo il fucile, portavo un fagiano. Avevamo anche una carabina. Un pomeriggio abbiamo fatto il tiro al barattolo, con gli amici venuti a trovarci in cima al mondo. Partecipò anche Eftimios. Sbagliava il bersaglio di poco, ma sempre nella stessa direzione, nel medesimo punto. “Questo è il segno chiaro che sei un grande tiratore in erba.” - gli dissi. “I tiratori veri sbagliano sempre, in principio, sempre nella stessa direzione e colpiscono lo stesso punto.”

Un giorno, di fronte alla finestra dello studio della casa tra gli alberi al lago, a una ventina di passi, arrivò un fringuello, si sistemò in cima a un cardo e si mise ad aspettare. Eftimios stava davanti a me, gli feci un cenno, in punta di piedi andammo a prendere il fucile, gli mostrai come si carica, lo fece e tenendo la canna sempre rivolta in alto come mi aveva visto fare, uscimmo piano, fece pochi passi, lo vide il fringuello, il fringuello vide lui, Eftimios lo puntò e fece fuoco. Colpito! Mi diede il fucile e corse a prenderlo. Tornò camminando piano, col fringuello nelle due palme aperte delle mani. Lo disegnai ancora caldo, nero, grigio, verde chiaro, giallo scuro. Glielo mostrai: “E’ lui, no?” - gli domandai. “Il suo disegno” - rispose.

 

 

 

34/41. Il pettirosso, il camino acceso, il salto nella luce.

 

Il pettirosso è un uccello coraggioso.

Protegge il suo territorio da tutti gli altri pettirossi con una decisione da non crederci. Ce n’era uno che aveva conquistato i dintorni della nostra casa tra gli alberi al lago. Due briciole, uno sguardo, ed era contento. Dove riposasse la notte non si sapeva. All’imbrunire scompariva, ciao a domattina, presto, s’intende. L’indomani era lì ad aspettarci, l’occhio girato verso noi, la coda puntata in alto, il petto gonfio.

L’ottantuno, o l’ottantadue, la casa non era ancora finita. Mancavano le imposte delle finestre e delle porte, gli intonaci, gli impianti, ma il tetto c’era. Arrivarono le imposte, il giorno dopo i muratori dovevano montarle e decidemmo di restare la notte, Eftimios ed io, per evitare che qualcuno li rubasse. Accendemmo un grande fuoco nel camino, che era grande di suo. I ciocchi di castagno scoppiettavano nella caverna, il fuoco ballava in cima, sulle punte che s’infilavano nella cappa, rosa e rosse, ma al centro bianco, d’un bagliore folgorante.

Di solito le persone, tu, io, voi, guardiamo rapiti il fuoco. Sono le fiamme sempre variate che ci attirano, le punte, il movimento, la distruzione. Il centro del fuoco è insostenibile, troppo bianco, troppo fermo, troppo. Eftimios amava il centro. Il centro del fuoco, il centro delle cose, l’essenza, l’anima, il troppo bianco. Stavamo lì, io a guardare le fiamme, lui il centro, e penetra dalla finestra il pettirosso. Si mette a due passi da noi, sul tavolo ancora apparecchiato, come non ci fossimo. Cosa guardava? Il fuoco. Le fiamme?

Eftimios si girò lentamente verso di lui. Si guardarono in silenzio. Tornarono a guardare all’unisono il fuoco. Il pettirosso strinse gli occhi per vedere meglio, sempre meglio, vide, si gonfiò tutto, spiccò il volo verso il fuoco e s’infilò dritto al suo centro, nel bianco incandescente. Subito divenne un punto nero e subito ridiventò tutto bianco. Eftimios strinse gli occhi.

 

 

 

35/41. Peso si frappone tra me ed Igor.

 

Peso era il nome di un cane lupo bellissimo e autonomo.

Gli avevamo dato quel nome perché da cucciolo mangiava più dei suoi nove fratelli ed era tondo tondo come un uovo, un peso massimo. Crescendo, si era affilato, non era il più grande, non era il più forte, ma i fratelli le sorelle la madre gli obbedivano. Da dove traeva la sua autorevolezza?

Erano rimasti a noi, regalati gli altri e altre, liberi sul vasto terreno della casa tra gli alberi al lago, lui, Peso, la madre, Sascia, e Igor, un fratello, un gregario. Igor era più grande, più robusto, più forte, ma gli era secondo. Sempre, anche quando mangiavano. Portavo fuori, levandola fumante dal camino, la grande pentola di zinco, piena di pezzi di carne ben cotta, la ponevo a terra, mi volgevo ai due e dicevo loro: “E’ ancora troppo calda. Aspettate un po’.” Peso non si muoveva, fino al momento giusto, Igor non riusciva a trattenersi, più d’una volta ogni volta si avvicinava furtivo, per rubarne un pezzo.

Al momento giusto, Peso si sollevava e col suo passo alla John Wayne si accostava alla pentola, sceglieva un bel pezzo, lo portava ai piedi dell’albicocco, tornava, ne sceglieva un altro, lo portava col collo eretto accanto al primo, si accucciava e mangiava, calmo, lento, regale. Igor invece infilava il muso dentro la pentola e non lo levava più fino a che aveva non era pulita, leccata, lavata. Giocavano tra di loro, a volte, Igor per prepararsi alla vita, Peso per giocare. Eftimios li comandava con gli occhi.

Un giorno, di ritorno da un breve viaggio, troviamo la rete del pollaio sfondata, piume di galline faraone sparse dintorno, Peso sotto la quercia, e Igor? Igor era rintanato lontano, il muso nell’erba, due piume di gallina faraona ancora attaccate al naso umido. Era pentito, lo diceva con gli occhi, col collo basso, con la coda tra le gambe, canaglia. Decisi di dargli la giusta punizione. Andai a prendere una canna, la canna è flessibile e non fa troppo male sulla schiena, mi avvicinai e gli comminai una cannata, due, tre. Prima che lo colpissi  per la quarta volta, Peso, sbucato dal nulla, si frappose fra me e lui. Aveva deciso che era giusta di tre, la punizione. Era già morto, Eftimios. Peso aveva preso il suo posto.

 

 

 

36/41. La storia come storia delle persone e dei personaggi.

 

Prendi, prendete la vita o la letteratura, è la stessa cosa.

Ci sono persone, ci sono scrittori che pensano ci sia la storia da prima e dentro poi ci mettono le persone e i personaggi. Insomma, i Tizi, i Semproni, i cristiani, i marxisti, eccetera. C’è un disegno, da prima, tutto è scritto, le cose vanno come devono andare, e se non c’era Napoleone ci sarebbe stato un altro con altro nome che avrebbe agito nello stesso modo, e tu, voi adesso capite perché Dio o l'Evoluzione piano piano ha creato o ha determinato le condizioni per capire eccetera.

Le altre persone si sposano, e loro persone - i Tizi e i Semproni  - si sposano. I personaggi devono inserirsi in una trama e loro scrittori  - i cristiani e i marxisti - ce li inseriscono. La storia detta persone e personaggi, loro eseguono, si fanno vivere e scrivere dalla storia. Tronchi trascinati da un fiume, rotelle articolate da un ingranaggio, insomma carni degli spiriti dei loro tempi. Prendete, prendi un cineasta meccanico e la sua storia ricevuta, ci sistema dentro i personaggi, sceglie gli attori che li impersonino, i critici che li promuovano. E la storia del conformismo, no?

E poi ci sono altre persone, altri scrittori che partono da loro stessi e dai personaggi, e la storia che inventano è la storia propria di queste persone e di questi personaggi. La storia di Eftimios che sto scrivendo è proprio la storia di Eftimios, come la storia che lui ha vissuto è la sua propria storia. Perciò non paragonatelo, non paragonarlo meccanicamente ad altre persone, ad altri personaggi. Eftimios è Eftimios, tu sei tu.

Certo, si può rivivere la storia di una persona e si può riscrivere la storia di un personaggio, ma non è la sua stessa storia di vita e la medesima sua storia di fantasia. Sono una variazione a partire da un modello e una invenzione a cominciare da un’idea. Ma sono appunto altre storie. Possiamo somigliare quanto vogliamo, puoi scrivere quanto vuoi, siamo sempre tu e io. Certo, ognuno di noi può comprendere gli altri. Se li comprende tutti è raro. Mi viene in mente Gesù, mi viene in mente Eftimios.

 

 

 

37/41. Tre volte ho rivisto Eftimios fuori di me.

 

La seconda, era Peso. La prima? Allevavo colombi, liberi sui Monti Sabatini.

 

Al principio erano i colombi che conosci tu, che conoscete voi, grigi e blu e macchie di viola e di bianco delle città. Me ne aveva regalato due coppie un ragazzo della scuola media di Settevene, quando insegnavo Educazione Artistica sulla Tiburtina. Li avevo portati sulla terra tra gli alberi al lago, avevo costruito una voliera per fargli fare i primi nidi. Così erano restati di seguito, liberi, nella zona. Dove fai il tuo nido è la tua casa. No?

 

Dopo qualche mese avevo cominciato a incrociarli con colombi bianchi, mi piacciono i colombi bianchi. Il primo, un maschio, lo avevo trovato ai piedi del mulino di Capranica, dove compravamo la farina fresca di grano. Aspettavo il mio turno, dietro una famigliola, e lui scende, a cercare qualche chicco di grano sfuggito. Si poggia a terra, fa due passetti e m’accorgo che è zoppo, no, non zoppo, ha un filo di canna da lenza attorcigliato alla zampa. Sta tra il muro e me. Lo guardo e mi ricordo che da ragazzo sono stato portiere, portiere di calcio, “termatofìlakas” dicono i parlanti greco, e vuol dire “il difensore dell’ultima linea”. Mi avvicino, vola, mi tuffo, lo paro.

 

Ad un certo punto, Eftimios non c’era più, i colombi bianchi erano tanti, non tutti, e fra i tanti noto uno, più bello, più aggraziato, più coraggioso: quando capitavo vicino a lui non volava via spaventato come tutti gli altri. Che voli, nel vasto cielo Sabatino! Solo, solitario, grandi giri, lunghe picchiate, arrivava sfrecciando, saliva aquilando. Maestoso come un colombaccio, bianco come un fantasma, leggero come un raggio.

 

Un pomeriggio stavo seduto di fianco al tavolo di marmo grigio piantato sotto la quercia, a pochi passi dalla casa. Brezza dal mare e dal lago, poggio il braccio sul marmo. Arriva lui, il grande colombo bianco, e si poggia ad un palmo dalla mia mano destra. Mi guarda, fermo, calmo. Poi, stende l’ala destra sul marmo, vi si sdraia sopra, e muore. Ecco. La prima volta. La seconda è stata con Peso. La terza? Avete gli occhi e non vedete? Avete le orecchie e non sentite? Non ricordate la ‘cerimonia del tu’?

 

 

 

38/41. Un'estate degli anni Settanta andammo verso il mare.

 

Ho una foto sulla scrivania di lato alla finestra.

In bianco e grigio e nero, alta e stretta. A sinistra, Nefeli, le guance pesche, gli occhietti sorridenti, la boccuccia atteggiata a un sorriso dolce, il naso a patatina, la fronte tonda incorniciata da due trecce raccolte a coroncina dietro la nuca, una striscia di pelle che regge qualcosa forse una borsetta girata sui fianchi, una camicetta appena scollata e sbuffata, bianca sparata dal sole che risparmia solo fiorellini ricamati da una mano leggera e sicura, un braccio e la mano scorciati, i pantaloncini retti da un fiocco fine che echeggia l’infinito. Guarda Eftimios.

Di profilo, Eftimios è di profilo. Indossa una maglietta a strisce orizzontali di tutti i bianchi, tutti i grigi, tutti i neri, ordinatamente abbottonata fino in cima. Dalle mezze maniche scendono le sue braccia, scolpite come colonne doriche complete di éntasis, le mani sono fuori campo, pantaloni bianchi, non si vede se corti o lunghi, ma so che sono lunghi. I giocatori di tennis del tempo del pane non giocavano soltanto e sempre in pantaloni lunghi e bianchi?

Al mio fianco come sempre discreta, come sempre, Alexandra. Dietro, il mare Ionio, il mare di mille onde ricce crespe vibranti che sfumano nel cielo grigio chiaro. L’orizzonte è inclinato. Da sinistra a destra. Perché è inclinato? La foto l’ho scattata io, non mi inclino mai, non sono un uomo inclinato. Sembra inclinato da un profondo pensiero silenzioso. Di chi? Guardo, guardo e vedo, infine.

Vedo l’espressione di Eftimios. Ricordi, ricordate l’espressione di quel vitello scolpito da Fidia nel fregio del Partendone, quell’altro giovane condotto senza peccato senza ragione verso la fine prossima? È rapito, non si sa da cosa, come un bambino cullato da una madre, una madre che lo abbraccia piegata d’amore. Dal volto di Eftimios, salgo all’estremità superiore della foto alta e stretta, e trovo il margine inferiore di una nuvola grigio ferro. Già, la nuvola grigio ferro. E la piega della bocca di Eftimios, verso l’alto, ma non sorride, stringe i denti.

 

 

 

 

 

39/41. Da dove sei sbucato fuori, dall'Inferno?


Tornammo in pullman, quella sera.

“Lo prendiamo, il pullman, o ci facciamo prendere da lui?” - gli chiesi, per farlo pensare e sorridere insieme. Ed Eftimios sorrise e pensò insieme. Il posto lo trovammo a stento, il pullman fu assalito da uno sciame di militarini gracchianti e turbolenti tanto che dovetti alzare il volume della voce, e ringhiare. “Mostra i denti il pescecane e si vede che li ha” - sussurrai a Eftimios, strizzandogli un occhio.

È notte ormai. Scendiamo al bivio sulla Cassia, buio intorno, il pullman seguita verso Viterbo, noi due ci incamminiamo per il breve tratto di strada che ci divide dall’automobile posteggiata ad aspettarci. Io all’interno della strada, lui all’esterno: perché non sono sempre attento e non penso tutto? Eftimios cade, dietro di me, e batte la testa. Mi volto e nella oscurità di una notte senza luna intravedo Eftimios a terra e di lato a lui un motorino rovesciato e un’ombra di ragazzo. Sollevo Eftimios, lo guardo in volto, è smarrito, si tiene la tempia, nel punto in cui ha subito l’operazione. Con una mano lo reggo, con l’altra afferro l’ombra che si è avvicinata a noi.

“Da dove sei sbucato fuori, dall’Inferno?” - urlo. “I fari non mi funzionano al motorino…” “Dove abiti?” “Qui dietro, abito qui dietro…” e indica con la mano. Quattro passi e siamo all’automobile. Faccio salire Eftimios davanti, al mio fianco, il ragazzo dietro. “Dimmi la strada.” - gli intimo. Eftimios non parla. Mi osserva, guarda il coetaneo che guidava il motorino nella notte senza luna e senza fari. Nemmeno duecento metri, due curve, una salita breve e posteggio davanti ad una villa. I cani, richiamati da una donna. Chiedo del padre del ragazzo, lei ci accompagna precedendoci, dando un’occhiata spenta al figlio.

Sdraiato in poltrona, un uomo di mezza età, con gli occhiali, un tono di voce piatto, disanimato. Dice qualche parola sprezzante in direzione del figlio, senza guardarlo, chiede scusa dell’incidente, si informa se c’è bisogno dell’ambulanza. Lui in poltrona, il figlio in piedi, la donna di lato alla porta. Ci guardiamo, Eftimios ed io, ed usciamo all’unisono, senza dire una parola. Sì, dall’Inferno era sbucato quel ragazzo.

 

 

 

40/41. Il cappuccino si freddava in silenzio.


Non chiedeva mai nulla, Eftimios.

Mai diceva voglio questo, voglio quest’altro, mi compri, mi regali, mi passi il sale, niente. Gli bastava niente per vivere. Gli bastava vivere. Vivere e scrivere. Passava lunghe ore alla sua scrivania. Leggeva, scriveva. Scriveva con le parole, scriveva soprattutto con quei segni che stanno tra le cose e le parole, i disegni. Come Gesù: ricordate, ricordi i suoi segni?

Non dirò una parola sui suoi disegni. Spero che evitino di parlare i medici specialisti sui suoi disegni, e soprattutto i critici estetici. I disegni non hanno bisogno di parole. E disegni Eftimios ne faceva di mille generi. Disegnava disegnando, disegnava vivendo.

Camminava e disegnava. Osservava e disegnava. Pensava e disegnava. Tutte le volte che andavamo in riva al mare, la sua attività preferita era quella di disegnare sulla battigia, dove non si capisce dove finisce la terra e comincia il mare. Con un rametto, con un dito, tracciava linee, costruiva forme, che le onde del mare subito cancellavano, e lui ne faceva altre e altre ancora, senza fine, senza altro fine che disegnare. Ci sono evidentemente cose che non si possono dire, e si devono disegnare.

Certi pomeriggi, nella casa di Colli Aniene prima e poi nella casa tra gli alberi al lago, andavo a trovarlo nella sua camera e lo trovavo alla scrivania. Arrivavo con un cappuccino caldo, non me lo aveva chiesto, non chiedeva mai nulla, ma sapevo che gli piaceva il cappuccino, forse perché, come diceva Cesare Zavattini, non si capisce dove finisce il latte e dove comincia il caffé. Poggiavo il cappuccino al suo fianco e mi ritiravo in punta di piedi. Tornavo dopo un’ora, due ore, lui disegnava, il cappuccino era al suo fianco, ormai freddo. Il cappuccino era freddato in silenzio. Lui disegnava e il resto del mondo freddava in silenzio, stupito.

 

 

 

41/41. Si è alzato e cammina.

 

Una mattina di sole sulla casa tra gli alberi al lago.

Sofia non è ancora nata. Alexandra è incinta, ma non ancora tonda. Il sole fresco d’autunno, sì, autunno. Silenzio intorno, sui Monti Sabatini, intorno e dentro la casa. Nefeli? E’ già a scuola, al liceo, a Viterbo. Alexandra è al piano di sotto. Eftimios a letto, nella sua stanza del piano di sopra. Da diverse settimane non può più alzarsi da solo.

Mi preparo a uscire, a scendere. Devo prendere farmaci a Bassano Romano? Devo andare a Roma? Sono al piano di sotto, davanti al portico colonnato di grandi pali di castagno. Vado alla quercia, sotto la quercia c’è l’auto, salgo, arrivo al cancello, lo apro, sposto fuori l’auto ma non richiudo il cancello dietro di me e non parto. Torno verso la casa, mi sono dimenticato qualcosa. Entro dal piano di sopra, nell’atrio, poi nello studio che guarda a sinistra Monte Guerrano e Rocca Romana, davanti il Lago di Anguillara.

Cerco qualcosa, sposto cartelle, la sedia, apro cassetti della scrivania. Sento improvvisamente passi rapidi salire dal piano di sotto, dalla scala interna. Mi fermo. Appare sulla soglia dello studio Alexandra. Ansimante, gli occhi sbarrati, lucidi, brillanti di una luce subito strozzata da un’ombra di dolore, di delusione, di follia. “Che c’è?” - le chiedo senza capire. Abbassa gli occhi e china il capo. “Niente...” - risponde a voce bassa e rialzando gli occhi, attraversati da un lungo lampo soffocato, aggiunge “... credevo fosse Eftimios...”

Aveva sentito rumori al piano di sopra, e aveva sperato: “Si è alzato e cammina”. Era la fine di maggio del 1987, oggi è la fine di maggio del 2002. Il tempo è passato, il tempo non è passato.

 

 


 

 

Era un bel giovane dai capelli rossi (questo voleva dire il suo nome). Viveva fin da bambino come bambina nella reggia dell’isola di Sciro. Enieo, questo il nome del re e voleva dire “buon guerriero”, lo aveva allevato insieme alle sue figlie, una delle quali, Deidamia (“colei che obbliga i nemici”), si attorcigliò amorevolmente con lui. Lo stesso giorno in cui Pirro divenne padre di Neottolemo (“il rinnovatore della guerra”), Enieo gli rivelò che il suo padre naturale Peleo (“fatto di argilla”) lo aveva nascosto presso di lui per evitargli il destino di morire giovane in guerra. Pirro pensò al significato dei giorni e dei nomi, al divertimento degli dèi spettatori delle tragedie umane e dei lettori testimoni delle loro rappresentazioni, baciò la moglie e il figlio, indossò le armi e il nome di Achille (che vuol dire “senza labbra”), e partì per la guerra di Troia.

 


 

 

Aveva ventotto anni e sperava di fuggire. Solo quando fu sicuro di stare morendo, perché sentiva il pizzicore del veleno in un braccio della morte del Texas, sputò sorridendo la chiave delle manette che celava in bocca. Per la Grande Fuga non serviva.

 


 

 

Il misterioso biologo turco noto solo alla cerchia dei competenti visse una vita straordinariamente breve, ma trovò il tempo di elaborare una variante innatista della teoria dell’evoluzione, secondo la quale gli uomini discendono non tutti dai primati, ma alcuni dai mammiferi, per esempio gli italiani, altri dagli uccelli, per esempio i lettori. “Prova ne sia - lasciò manoscritto su un foglio volante – che i porci si lavano con il fango, gli uccelli con la cenere.”