Home Sceneggiature La Battaglia. 2003 - Sceneggiatura de 'La Battaglia' per la recitazione
La Battaglia. 2003 - Sceneggiatura de 'La Battaglia' per la recitazione PDF Stampa E-mail
Indice
La Battaglia. 2003
Il testo di parole
Sceneggiatura de 'La Battaglia' quando si chiamava 'L'Incertezza'
Sceneggiatura de 'La Battaglia' per la recitazione
Sceneggiatura de 'La Battaglia' per il montaggio
Sceneggiatura de 'La Vigilia' quando si chiamava 'Un crepitar de alas enloquesidas'
Sceneggiatura de 'La Vigilia' - in lingua spagnola e italiana
Sceneggiatura de 'La Relazione'
Tutte le pagine


UNO.


Interno Mattina. Un uomo giovane d’oggi in una stanza. Evidentemente ha predisposto e acceso una videocamera e parla, spesso guardando in macchina, avanzando e arretrando, uscendo e rientrando in campo – mostrando di conoscere il campo di ripresa della videocamera e le sue caratteristiche tecniche (fuoco automatico, etc.) Sulla parete di fondo, i lampi di luce diurna riflessi dalle automobili che transitano nella strada.

Sì, Francesco, io - ti ricordi di Io?… Buongiorno, da questa parte del mare... T’immagino sola e parlo liberamente, al modo nostro. Eh sì, come vedi come senti sono riuscito a scovarti... Ti stai chiedendo come ho fatto – vedo le tue pupille leggermente dilatate... Non te lo posso dire, non ora...

Un anno mi ci e’ voluto, e tutta la mia perseveranza – vulgo ostinazione - per scoprire infine dov’eri finita – finita… diciamo riparata... Un anno e tre giorni senza un avvertimento, un’anticipazione, un cenno, una parola, un rigo: a stacco: come nei fumetti... Ed ecco che finalmente ti ritrovo, ecco che inizialmente ti trovo - no, non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo – sei capace di tutto tu... Ti mando due parole o tre, a modo mio, sempre anticipando e spiegando... sempre recitando e improvvisando...

Tra una settimana di sette giorni e sette notti sarò lì, accanto a te - sì, vengo a trovarti: domani stacco il biglietto aereo - lascio tutto e vengo da te, basta... Mi ci e’ voluto parecchio per capire, dico il tempo di capire perché eri volata via… Eri innamorata di me, ecco il perché. Eri innamorata del Francesco. E che faceva il Francesco superintelligente? Non capiva...

Questa è la cosa che mi fa impazzire di me: non capire... Ma come ho fatto a non? Poca

attenzione, poca lucidità, e niente leggerezza, al solito... Quando ho capito? Due giorni fa – giovedì notte... Ho ritrovato quella registrazione video allo studio, prima del calco in gesso - ricordi? Era caduta da allora dietro la cassettiera delle stecche delle raspe degli scalpelli: la rivedo, la trivedo e di colpo, era ora! tutto diventa chiaro, limpido, evidente... Bello sforzo capire le immagini registrate mentre le rivivo col telecomando in mano! Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo, senza la videocamera o gli scalpelli in mano...

Te la ricordi? Certo che te la ricordi... La monto qui di seguito, aspetta...

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


DUE.


Interno Giorno (ora imprecisata: studiare con Mimmo la migliore luce diurna possibile). Macchina a mano.

La scena si svolge nello studio di uno scultore – lo studio del giovane scultore (nella realtà lo studio di Domenico Pesce detto Mimmo) – uno stanzone sotterraneo colmo di sculture in gesso - a tutto tondo, altorilievi - di giovani donne appese per le mani, per i piedi, erette, piegate: sculture intere ricavate da calchi composti di parti di giovani corpi di donne.

Entra – dal portoncino d’ingresso - una giovane donna, guarda in macchina prima sorpresa poi rassegnata, va in un angolo dello studio, si spoglia lentamente, pensosamente, per disporsi al calco in gesso, senza guardare in macchina, se non alla fine. Non dice una parola. Si muove con leggerezza, senza vergogna di fronte all’obiettivo del giovane scultore-cineasta, solo alla fine appunto, improvvisamente, quando nuda: prima si mostra aprendo le braccia poi si copre con la mano destra il pube ((sul modello della Afrodite di Cnido, di Prassitele – copia conservata a Roma, Musei Vaticani)) e rivolge al giovane che la sta riprendendo dall’inizio uno sguardo duro, di rimprovero e di dolore. La ripresa termina con uno zoom sui fulminanti occhi della giovane donna.

Solo il bianco rosato della pelle - un foulard chiaro a coprire i capelli?- insomma una scultura neoclassica bianco su bianco comprese le pupille bianche (i neoclassici ignari o dimentichi dei classici con le loro sculture colorate: le labbra colorate, e i capelli, e le cornee e le pupille. Ricordarsi almeno dei Bronzi di Riace!). Ecco, gli occhi. Si intravedono appena quando Davorka è inquadrata a piano a figura intero sulla soglia del portoncino d’ingresso dello studio, poi niente più, Davorka abbassa le palpebre, entra, cammina, si ferma, si denuda, si cela al modo della Afrodite di Cnido, sempre a occhi bassi, e alla fine alza le palpebre, scopre gli occhi, saltano fuori le terribili pupille e tutto è chiaro, limpido, evidente.

Si interrompe la registrazione.


TRE.


Interno Giorno (ore meridiane). Il giovane. Continua a parlare ed agire, guardando e non guardando in macchina.

Ecco: è quello sguardo, è questo sguardo che m’ha fatto capire. L’ho analizzato a lungo, avanti e indietro col telecomando, capivo e non capivo, poi l’ho fissato col fermo fotogramma e finalmente l’ho tradotto in italiano:

’Altolà Francesco! Il gioco dell’amicizia è finito. È finita l’infinita disponibilità a tutto ciò che ti piace e che ti serve. T’ho dato fin dall’inizio la mia intelligenza, la mia complicità, ti offro infine il mio corpo, anima e corpo – tutto insomma - ma sei troppo occupato da te stesso per leggermi dentro. Anche io - ti ricordi di Tu, Francesco?, - certo mai come te, mai quanto te, che ne sei completamente pieno – tiene un po’ d’amor proprio!’’

Tu mi amavi - e lo sapevi... Io, invece, di amarti non lo sapevo, te lo giuro – te lo giuro… lo sai che non giuro, te l’assicuro, ecco – io non lo sapevo quando ti amavo… L’ho scoperto dopo, stagione dopo stagione, pomeriggio dopo pomeriggio… quando non c’eri più: sentiamo per assenza diceva Ovidio… o Catullo?… Ecco, ti amo anch’io. Ho deciso di lasciare Ines, sì mi sono messo con Ines, da poco, da luglio... La lascio e vengo da te. Quanto tempo perduto! E per colpa mia, sì... Ines - lei... Perché? Ma te la ricordi? Tutta il contrario di te. Ines sempre sì, fino alla fine, e oltre: totalmente priva di amor proprio... anche come amante... Basta. Vado a dirglielo.

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


QUATTRO.


Come vedi, ho continuato il corso di video, e concluso… Due mesi fa ho vinto il Festival MontaMantova... L’ho concluso grazie a te, alla tua eterna insoddisfazione, al tuo incessante, terribile Non mollare, non mollare adesso... Hai sbagliato il calco? Ricomincia daccapo. Hai sbagliato la ripresa? Rifalla - due, tre, quattro volte, cento volte, finché viene come il Dio delle Immagini comanda... Verifichiamo insieme perché è malriuscita la ripresa, dove non ha funzionato l’innesto, dove la combinazione degli arti, spezza e ricomponi, calcola e sostituisci, no, non tirare in ballo le tue Grandi Idee, e non prendertela con gli altri, che non capiscono, gli altri, che sono mediocri, gli altri sono gli altri – non sottovalutare mai gli altri: sono la prova che esisti - e non bastano le idee, le idee e basta, devi lavorarci sopra, dentro, covarle, senza superbia, senza supponenza. Supponenza? Non ti piace questa parola vero?... Di nuovo, dai!

Mamma mia! Un supplizio! Un dito nel / Una spina nel fianco… Mi faceva andare in bestia questa tua ansia di verità a tutti i costi, e di perfezione, questo tuo non mollare mai, non retrocedere di un millimetro, ma avevi ragione, avevi ragione e adesso so lavorare, beh... non voglio ricominciare con l’inno francescano... Comunque basta. Ho deciso di appendere al chiodo raspe e videocamera, questa è l’ultima cosa che faccio qui, basta! Vengo da te, mi trovo un lavoro normale, che so - il professore, il funzionario di qualche ONG, e ci metto un punto a questa ossessione della scultura e del video. Non riesco più a dormire, calco e monto, giro e monto, monto e rimonto... Tutto è diventato virtuale intorno a me: le persone personaggi, le parole battute, gli arti simboli, gli oggetti metafore e metonimie e allegorie, basta!! Vivere, vivere con te, vivere finalmente le ore normali, mangiare, dormire, viaggiare, fare l’amore in santa pace, e basta. E fuori di qui! Lontano da Roma!

Lo senti, vero? È Serafino, sì… studia studia studia - quanti anni saranno? - e non ha trovato ancora il coraggio di fare un provino!

Che dicevo? Ah! Che lascio anche io Roma, questa città inutilmente eterna… Tutto qui e’ piccino, minuscolo, meschino, le telenovele dei politici, i pettegolezzi dei giornalisti, le mostre dei compagni, le recensioni dei critici a un tanto al pezzo, e i progetti intriganti, e le festicciole utili, e intanto Mc Donald’s dappertutto, Coca Cola a fiumi, servi provinciali e contenti insomma, e contenti di che? Delle briciole cadute sotto il tavolo? Delle promesse di una collettiva e poi vedrai? Via, via! questa città e questo paese sono moribondi e sepolti. L’avevi capito prima tu, come al solito... Sai che faccio ora? Ti registro qualche inquadratura a mano della nostra Roma per mostrarti com’è cambiata in un solo anno… anzi no, immaginala - tanto somiglia a una comune città immaginaria… No, registro gli scenari canonici delle nostre passeggiate, delle nostre discussioni – così torneremo a stare insieme ancora prima di rivederci – e se faccio ancora in tempo con la nostra luce preferita - quella sì eterna - ricordi? la ‘’luce senz’ombra’’…

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


CINQUE.


Esterno Luce senz’ombra. Macchina a mano. Roma.

Totale di Piazza di San Giovanni in Laterano con sullo sfondo la facciata della chiesa. Qualche passo in avanzamento.

Facciata della chiesa.

Via delle Sette Sale in movimento.

Ancora Via delle Sette Sale.

Totali del Parco di Colle Oppio, come visti dal Chiosco.

Totale del Parco davanti all’Ospedale del Celio. Qualche passo in avanzamento.

Albero del Parco davanti all’Ospedale del Celio

Piccioni che mangiano le granaglie azzuffandosi (davanti a Santa Maria Maggiore.


SEI.


Allora vengo. Ringrazio Loredana – ecco due parole di troppo - e ti raggiungo. Ti avverto dell’ora all’ultimo momento... No, non mi dire di no, non stendere le dita non sollevare il palmo della mano rivolgendolo contro di me, non farlo, non mi contraddire sempre, sempre con i tuoi no, le tue distinzioni, e ‘’rifletti prima di fare’’, e ‘’rifletti prima di pensare’’, zitta una buona volta, lasciami fare ti dico, una volta... Non dire tu l’ultima parola. Parlo io!

Ma… sei sola? Voglio dire vivi sola? Non ti sarai messa con un altro… O sì?… Non posso crederci, non è possibile... E se ti trovo con un altro? È finita per sempre?… Non mi sguardare ancora così! O…era quello l’ultimo sguardo e mi hai messo una pietra sopra?... Un silenzio lungo un anno! Un rospo difficile da ingoiare per me… Ho schiacciato tutti i rospi che ho incontrato viaggiando, quest’autunno… Non visionerai fino in fondo questo video? Lo butterai nel secchio delle bucce di patate e dei fondi di caffè?… Non ne farò una copia per me... (Suona il cellulare. Francesco lo afferra, legge rapidamente, lo spegne.)

E la Ines? Se si ammazza? Sai com’è emotiva... Non e’ giusto no quello che le sto facendo… Lei non m’ha fatto niente… Potrà fare a meno di me?…

Sia come sia! Imparo la tua lingua madre e insegno qualcosa a qualcuno, accanto a te… Il professore di disegno? Il volontario a pagamento? All’ordine di una vicepreside o di un burocrate?… E non potrò più andare alle mostre degli altri, ai cinema degli altri, questo è certo - mi farebbe troppo male, e non potrò più vagliare la farina di gesso alabastrino, impugnare la videocamera, e mi dirò mille volte che ho sbagliato a lasciare il lavoro sui corpi e sulle ombre, e tu stessa - forse - me lo rimprovererai... Di nuovo, i rimproveri...

E Roma, e l’Italia, la nostra città, il nostro paese? Anche io fuggirò, con la coda fra le gambe…? E chi resterà qui, infine? Gli opportunisti, le donne in carriera, i figli di papà... Forse non e’ una buona idea lasciare tutto, chinare il capo e andarsene, ricominciare tutto, un’altra volta... Ma si può veramente ricominciare? Chissà… Anzi no, no, si può solo continuare, proseguire, insistere... Certo senza te è difficile, e sarà sempre difficile... ma anche con te e’ stato difficile, e sarà sempre difficile…Comunque ho deciso… vengo, però fammi pensare, fammi... Intanto ti mando questa promessa, questa minaccia, questo audiovideo...

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.