Home Sceneggiature La Battaglia. 2003 - Sceneggiatura de 'La Relazione'
La Battaglia. 2003 - Sceneggiatura de 'La Relazione' PDF Stampa E-mail
Indice
La Battaglia. 2003
Il testo di parole
Sceneggiatura de 'La Battaglia' quando si chiamava 'L'Incertezza'
Sceneggiatura de 'La Battaglia' per la recitazione
Sceneggiatura de 'La Battaglia' per il montaggio
Sceneggiatura de 'La Vigilia' quando si chiamava 'Un crepitar de alas enloquesidas'
Sceneggiatura de 'La Vigilia' - in lingua spagnola e italiana
Sceneggiatura de 'La Relazione'
Tutte le pagine

 

 

UNO


L’inquadratura è composta da:

1…parte superiore di una scrivania - vista un po’ dal basso (alla maniera dei personaggi di Antonello da Messina e al modo del conferenziere come inquadrato naturalmente dall’ascoltatore normale) – e dietro questa: la spalliera di una sedia da scrivania

2…sul piano della scrivania: a) una bottiglia di vetro con tappo di vetro mezza piena d’acqua, b) un bicchiere di vetro vuoto, c) una pipa, d)…

3…alle spalle della sedia, quasi accostata alla parete del muro, una pianta da appartamento, una di quelle classiche del genere palmizio che si possono trovare nella sala d’aspetto del dentista, nello studio del notaio, nel salotto piccolo-borghese, nel campo di ripresa del giornalista o politico o storico o economista intervistati dalla tivù. Questo palmizio anonimo e delicato getta la propria ombra sulla parete della stanza che fa da sfondo al campo di ripresa.

(Se la registrazione sarà realizzata nella casa labicana (ma anche se non, a ben pensarci) dovrà essere di notte – per questioni relative al sonoro, da differenziare rispetto ai due sonori ‘’La Vigilia’’ e ‘’Il Bivio’’. Con luce artificiale, dunque, la luce notturna propria di Franz Kafka.)

Aggiustamento di campo. Entra in campo un giovane, vestito di una specie di tuta vellutata (sì: una delle due che Gabriele si è fatto confezionare a bella posta), con un microfono collarino al collo (una specie di guinzaglio, a pensarci bene…), si siede alla scrivania, parla.


IN MEZZO (secondo l’intuizione di Gabriele dell’uso degli oggetti di scena)

1…Ad un certo punto, il giovane si versa un bicchiere d’acqua e ne beve un sorso.

2…In un altro momento –forse- carezza o impugna la pipa, o altro ancora.


3…Pausa


*


Illustri Signori dell’Accademia!

Voi mi fate l’onore d’invitarmi a presentare all’Accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia.

Non potrò essere tra voi in persona – ma l’impedimento ha provocato l’idea, ed ecco vi mando un AudioVideo: un numero sufficiente di parole figurate sull’argomento e - secondo la natura del mezzo - la documentazione del mio sguardo in queste ore parigine.

Cinque anni mi separano, ormai, dal mio stadio scimmiesco, un periodo forse breve, se calcolato sul calendario, ma interminabile se lo si trascorre al galoppo, come ho fatto io, accompagnato, a tratti, da eccellenti persone, consigli, applausi, musica d’orchestra, e tuttavia, in fondo, solitario, perché gli accompagnatori rimanevano, se vogliamo continuare nell’immagine, di là dalla barriera. Questa impresa sarebbe stata impossibile se avessi voluto rimanere ostinatamente attaccato alle mie origini, ai ricordi di gioventù. Il primo comandamento che m’imposi, fu la rinuncia ad ogni ostinazione. Io, libera scimmia, mi piegai sotto quel giogo: ma, in compenso, i ricordi si fecero più remoti. In un primo tempo sarei potuto tornare indietro, se gli uomini l’avessero voluto, traverso la grande porta che il cielo forma sopra la terra; ma questa porta diventava sempre più bassa e più stretta col progredire della mia evoluzione, vivamente sollecitata: mi sentivo meglio e più inserito nel mondo umano; la tempesta, che soffiava dal fondo del mio passato, si placò, ed oggi è soltanto una corrente che mi rinfresca i talloni. Chiunque cammini sulla terra, prova quel certo solletico al tallone: il piccolo scimpanzé, come il grande Achille.


(Il giovane si versa un bicchiere d’acqua e ne beve un sorso.)


La prima cosa che imparai, fu a dare la mano. Se la stretta di mano significa franchezza, oggi, all’apice della carriera, dico: la mia franca parola possa accompagnare quella prima stretta di mano. Tale franchezza non porterà all’Accademia nulla di sostanzialmente nuovo, rimarrà anzi, molto al di sotto di quanto mi si è chiesto e di quanto io, con la migliore volontà, non saprei dire: essa mostrerà tuttavia, la direzione che un’ex-scimmia ha seguito per penetrare nel mondo degli uomini e come in questo mondo si è stabilita. Aggiungo che non potrei dire neppure quel poco che ascolterete, se non fossi sicuro di me stesso, e se la mia posizione non si fosse consolidata, sino a diventare irremovibile, su tutti i grandi teatri di varietà del mondo civile.

Io sono originario della Costa d’Oro. Per sapere come venni catturato, debbo rifarmi a testimonianze altrui. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck – con il cui capo vuotai in seguito diverse bottiglie di buon rosso – una spedizione di caccia era dunque appostata nella macchia lungo il fiume, quando, una sera, m’accostai a bere col mio branco. Quelli spararono, io fui l’unico ad essere colpito: presi due pallottole. Il colpo sulla guancia fu cosa da poco. La seconda pallottola, mi colpì sotto l’anca. Una brutta botta, per cui ancora oggi cammino zoppicando. In un articolo d’uno dei diecimila cervelloni che nei giornali si scatenano contro di me, lessi di recente che la mia natura scimmiesca non sarebbe ancora del tutto cancellata: lo proverebbe il fatto che io, quando ho dei visitatori, sono solito abbassare i calzoni per mostrare il segno di quel colpo.


(Il giovane fa una breve pausa, guarda in macchina carezzandosi il lobo auricolare.)


A quel signore bisognerebbe far saltare con un revolver ogni ditino della mano con cui scrive. Per me, dico che ho il diritto di abbassare i calzoni davanti a chi mi pare: si vedrà solo una pelliccia ben curata e la cicatrice lasciata da un colpo – per ragioni determinate, usiamo qui una certa espressione, ma non vorrei che si equivocasse – da un colpo criminale. Tutto è chiarissimo, non c’è nulla da nascondere: quando è in gioco la verità, anche la persona più esigente trascura il galateo. Se quel certo scrittore si togliesse i calzoni quando riceve una visita, la cosa acquisterebbe un altro aspetto: capisco che non lo fa, perché la ragione glielo proibisce. Ma allora mi lasci in pace, con la sua delicatezza!

Dopo quei colpi mi destai – e qui cominciano i miei ricordi personali – in una gabbia posta sottocoperta nel vapore di Hagenbeck. La gabbia, costruita impiegando una cassa, aveva tre lati con le sbarre, la quarta parete era di legno. L’insieme era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Io me ne stavo rannicchiato, con le ginocchia ripiegate e tremanti, voltato verso la parete di legno, con le sbarre che mi penetravano nella schiena, perché da principio non volevo vedere nessuno, e desideravo solo stare al buio. Si ritiene che questo sistema, adottato in un primo tempo nei confronti degli animali feroci, dia i suoi frutti; per l’esperienza che ne ho fatta, non posso negare che, dal punto di vista umano, la cosa è esatta.

Ma allora non pensavo a questo. Per la prima volta in vita mia, mi trovavo senza via d’uscita: o almeno non ce n’era nessuna davanti a me, perché davanti avevo la cassa, con le sue assi saldamente connesse. C’era, sì, una fessura che arrivava da parte a parte – quando lo scoprii la prima volta, la salutai con l’urlo di gioia dell’insipienza – ma tale fessura non bastava neppure a far passare la coda e non ci fu forza scimmiesca capace d’allargarla.

Da quanto mi dissero in seguito, mi comportavo con insolita moderazione; gli esperti conclusero che ero vicino a morire, ma, se mi fosse riuscito di superare il periodo critico, sarei stato un ottimo soggetto. Superai quel periodo. Sordi singhiozzi, dolorosa ricerca di pulci, stanche leccate a una noce di cocco, colpi di testa contro la cassa, un palmo di lingua se qualcuno si faceva vicino: ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. In mezzo a tutto questo, un’unica sensazione: quella d’essere senza via d’uscita. Oggi, naturalmente, posso tradurre solo nel linguaggio umano quello che allora sentivo come scimmia, e quindi, di necessità lo deformo; ma anche se non posso più ritrovare l’antica verità scimmiesca, questa si trova, non c’è dubbio, nella direzione che indico.


(Il giovane smette di parlare, guarda di lato carezzandosi il lobo auricolare, guarda in macchina alzandosi, esce di campo dirigendosi verso la videocamera. S’interrompe la registrazione.)


*


DUE.


(Brani montati da riprese digitali realizzate a Parigi nel 2002.)


*


TRE.


Aggiustamento di campo, fino a trovare e fissare un campo leggermente più stretto del precedente.

Entra in campo il giovane uomo, si siede, versa un po’ d’acqua nel bicchiere, ne beve un sorso, parla.

Fino a quel momento – quando venni catturato – avevo avuto tante vie d’uscita, e d’un tratto non me ne restava più una. Ero bloccato. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe diminuita. E perché? Gràttati pure tra gli alluci, non ne troverai la ragione. Premi pure il dorso contro le sbarre, fino quasi a tagliarti in due, non ne troverai la ragione. Non avevo una via d’uscita, ma ne dovevo inventare una, perché senza non potevo vivere. Eternamente contro la parete di quella gabbia… sarei certo crepato. Ma le scimmie di Hagenbeck non sono fatte per rimanere contro la parete d’una gabbia? Bene, io, allora, smetterò d’essere una scimmia. Chiaro, eccellente ragionamento, che dovetti ideare, non so come, con la pancia, perché le scimmie pensano con la pancia.

Temo non si capisca bene quello che io intendo per via d’uscita. Uso l’espressione nel senso più comune e più completo. Di proposito, non parlo di libertà. Non penso al grande, illimitato sentimento di libertà. Come scimmia, forse, lo conobbi e ho incontrato uomini che vorrebbero conoscerlo. Per quanto mi riguarda, non chiedevo libertà allora e non la chiedo oggi. Brevemente: gli uomini s’ingannano troppo spesso, con la loro libertà. Siccome la libertà è annoverata tra i sentimenti sublimi, la delusione relativa è anch’essa considerata sublime. Nei teatri di varietà, prima del mio numero, sono rimasto spesso a guardare una coppia di trapezisti al lavoro. Si slanciavano, oscillavano, saltavano, volavano uno nelle braccia dell’altro; uno, con i denti, reggeva l’altro per i capelli. “Anche questa è libertà umana,” pensavo,movimento sovrano.” Derisione della santa natura! Non c’è tetto che non crollerebbe sotto le risate delle scimmie presenti a quello spettacolo.

No, non volevo libertà. Volevo solo una via d’uscita: a destra, a sinistra, ovunque fosse. Non avevo altre esigenze: ammesso che la via d’uscita avesse rappresentato una delusione, l’esigenza era modesta e la delusione non sarebbe stata maggiore. Andare avanti, avanti! Non rimanere immobile, le braccia levate, schiacciato contro la parete d’una gabbia.

Oggi vedo chiaro: senza una grande calma interiore, non sarei mai potuto scampare. Forse debbo tutto quello che sono diventato alla calma che, dopo i primi giorni, si impadronì di me sul piroscafo. Preciso ancora che questa calma la dovetti alla gente della nave. Brava gente, in fondo. Ancora oggi rammento con piacere i passi pesanti che risuonavano nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di fare ogni cosa con estrema lentezza. Se uno voleva fregarsi gli occhi, sembrava che alla mano avesse legata una zavorra. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Al loro riso si mescolava una tosse che poteva preoccupare, ma che in fondo non aveva importanza. In bocca avevano sempre qualche cosa da sputare, non importa dove.


(Il giovane fa una breve pausa, guarda in macchina carezzandosi il lobo auricolare.)


La calma che acquistai in mezzo a quella gente mi trattenne, anzitutto, da ogni tentativo di fuga. Oggi mi pare che dovevo per forza avvertire la necessità di trovare una via d’uscita, se volevo vivere, e che questa via non poteva essere una fuga. Non so più se la fuga era possibile, mi parrebbe di sì: a una scimmia la fuga deve essere sempre possibile. Con i denti che ho oggi debbo stare attento a rompere una noce, ma allora sarei riuscito, con il tempo, a schiantare la serratura. Non lo feci. Che vantaggio ne avrei avuto? Appena tirata fuori la testa, mi avrebbero ripreso e rinchiuso in una gabbia ancora peggiore; a meno che non mi fossi rifugiato tra altri animali, per esempio tra gli enormi serpenti che avevo di fronte, i quali mi avrebbero soffocato tra le loro spire; forse sarei riuscito a scivolare fino in coperta e a saltare oltre la murata, per dondolarmi un momento sui flutti e annegare. Azioni disperate. Non ragionavo in modo così umano, ma, influenzato dall’ambiente, mi comportavo come se avessi ragionato.

Non ragionavo dunque, ma osservavo tutto con calma. Guardavo gli uomini andare e venire, sempre gli stessi visi, gli stessi movimenti, spesso mi pareva che fosse sempre la stessa persona. L’uomo o gli uomini che fossero, si muovevano liberamente. Intravidi allora una grande meta. Nessuno mi prometteva che la gabbia si sarebbe aperta, se fossi diventato uguale a quelli: non si fanno mai promesse per azioni che non si possono attuare. Se però l’azione viene attuata, ecco apparire le promesse, dove prima uno le aveva invano cercate.

Quegli uomini non avevano nulla che mi attirasse molto. Fossi stato un partigiano di quella specie di libertà rammentata prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che m’appariva nello sguardo torbido di quella gente. In ogni modo, prima di pensare a queste cose, li avevo osservati a lungo e furono proprio queste ripetute osservazioni a spingermi in una direzione particolare. Era così facile, imitare la gente! Sputare, sapevo già farlo nei primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda: la sola differenza era che io, dopo, mi leccavo la faccia, loro no. Presto fumai la pipa come un vecchio; se cacciavo il pollice nel fornello, tutti, sottocoperta, giubilavano, però, per lungo tempo, non capii la differenza tra una pipa piena e una pipa vuota.


(Il giovane fa una breve pausa, carezzando la pipa.)


Ripeto che non mi tirava punto di imitare gli uomini, li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita. Quando, ad Amburgo, venni consegnato al mio primo domatore, mi resi subito conto delle due possibilità che mi si offrivano: giardino zoologico o teatro di varietà. Non esitai, mi dissi: “Poni ogni impegno per arrivare al varietà, il giardino zoologico significa solo una nuova gabbia, se ci arrivi sei finito.”

Allora imparai, Signori. Vi assicuro che s’impara, quando si è costretti; s’impara, quando si cerca una via d’uscita; s’impara a corpo perduto. Si sorveglia se stessi con la sferza, ci si strazia alla minima difficoltà. La natura scimmiesca si precipitò fuori di me a gran salti mortali; il mio primo maestro rischiò di diventare, a sua volta, una scimmia, dovette interrompere le lezioni ed essere ricoverato in una clinica. Ne uscì, per fortuna, non molto dopo. Consumai molti maestri, parecchi anche in una volta sola. Quando fui diventato più sicuro delle mie capacità, e il pubblico prese a seguire i miei progressi, e il futuro cominciò a risplendere, assunsi io stesso degli insegnanti: li facevo sedere in cinque camere in fila, e prendevo le lezioni da tutti insieme, saltando da una stanza all’altra.

Quei progressi! La penetrazione dei raggi della scienza in un cervello che si desta! Non lo nego: ero felice. Ma confesso anche che non esageravo, e che ancora meno lo faccio oggi. Con uno sforzo che sinora non s’è ripetuto sulla terra, ho fatto mia la cultura media d’un europeo. In sé, forse, il fatto è insignificante, ma la sua importanza fu che m’aiutò a uscire dalla gabbia, procurandomi una particolare via d’uscita, una via d’uscita nel mondo umano. Voi conoscete l’espressione: tagliare la corda. È quanto feci. Non avevo altra strada, dato che non volevo scegliere la libertà.

(Il giovane versa un po’ d’acqua nel bicchiere, ne beve un sorso.)

Se considero la mia evoluzione e gli scopi che fino ad oggi essa si è prefissi, non mi lamento né mi rallegro. Le mani in tasca, la bottiglia del vino sul tavolo, siedo riverso sulla mia sedia a dondolo e guardo dalla finestra. La sera c’è quasi sempre spettacolo, ottengo successi che non potranno essere più grandi. Quando, a tarda notte, rientro da banchetti, da società scientifiche, da piacevoli riunioni in case private, c’è da aspettarmi una piccola scimpanzé semi-addomesticata, e con lei mi abbandono ai diletti della nostra specie. Di giorno non voglio vederla, perché ha nello sguardo la follia della bestia domata: sono il solo ad accorgermene, e non posso sopportarlo.

Ma insomma, sono arrivato dove volevo arrivare. Non si dica che non ne valeva la pena. D’altra parte, non m’importa di giudizi umani, cerco solo di diffondere delle cognizioni, mi limito a informare, così come ho informato voi, illustri signori dell’Accademia.

(Il giovane smette di parlare, si alza, esce di campo dirigendosi verso la videocamera, qualche secondo di campo vuoto, si interrompe la registrazione.


*


QUATTRO.


…alla stanza da letto, dove troviamo una giovane donna che danza, nuda, al suono di ‘Joy To The World’. S’interrompe la registrazione.