La Battaglia. 2003 Stampa

Prima stesura - Vissi d'Arte è un trittico digitale sugli artisti composto da La Battaglia, La Vigilia, La Relazione.

 

 


 

 


Roma, 2003.


UNO.


Interno Mattina. Un uomo giovane d’oggi in una stanza. Evidentemente ha predisposto e acceso una videocamera e parla, spesso guardando in macchina, avanzando e arretrando, uscendo e rientrando in campo – mostrando di conoscere il campo di ripresa della videocamera e le sue caratteristiche tecniche (fuoco automatico, etc.) Sulla parete di fondo, i lampi di luce diurna riflessi dalle automobili che transitano nella strada.

Sì, Francesco, io - ti ricordi di Io?… Buongiorno, da questa parte del mare... T’immagino sola e parlo liberamente, al modo nostro. Eh sì, come vedi come senti sono riuscito a scovarti... Ti stai chiedendo come ho fatto – vedo le tue pupille leggermente dilatate... Non te lo posso dire, non ora...

Un anno mi ci e’ voluto, e tutta la mia perseveranza – vulgo ostinazione - per scoprire infine dov’eri finita – finita… diciamo riparata... Un anno e tre giorni senza un avvertimento, un’anticipazione, un cenno, una parola, un rigo: a stacco: come nei fumetti... Ed ecco che finalmente ti ritrovo, ecco che inizialmente ti trovo - no, non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo – sei capace di tutto tu... Ti mando due parole o tre, a modo mio, sempre anticipando e spiegando... sempre recitando e improvvisando...

Tra una settimana di sette giorni e sette notti sarò lì, accanto a te - sì, vengo a trovarti: domani stacco il biglietto aereo - lascio tutto e vengo da te, basta... Mi ci e’ voluto parecchio per capire, dico il tempo di capire perché eri volata via… Eri innamorata di me, ecco il perché. Eri innamorata del Francesco. E che faceva il Francesco superintelligente? Non capiva...

Questa è la cosa che mi fa impazzire di me: non capire... Ma come ho fatto a non? Poca attenzione, poca lucidità, e niente leggerezza, al solito... Quando ho capito? Due giorni fa – giovedì notte... Ho ritrovato quella registrazione video allo studio, prima del calco in gesso - ricordi? Era caduta da allora dietro la cassettiera delle stecche delle raspe degli scalpelli: la rivedo, la trivedo e di colpo, era ora! tutto diventa chiaro, limpido, evidente... Bello sforzo capire le immagini registrate mentre le rivivo col telecomando in mano! Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo, senza la videocamera o gli scalpelli in mano...

Te la ricordi? Certo che te la ricordi... La monto qui di seguito, aspetta...

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


DUE.


Interno Giorno. Macchina a mano.

La scena si svolge nello studio di uno scultore – lo studio del giovane scultore (nella realtà lo studio di Domenico Pesce detto Mimmo) – uno stanzone sotterraneo colmo di sculture in gesso - a tutto tondo, altorilievi - di giovani donne appese per le mani, per i piedi, erette, piegate: sculture intere ricavate da calchi composti di parti di giovani corpi di donne.

Entra – dal portoncino d’ingresso - una giovane donna, guarda in macchina prima sorpresa poi rassegnata, va in un angolo dello studio, si spoglia lentamente, pensosamente, per disporsi al calco in gesso, senza guardare in macchina, se non alla fine. Non dice una parola. Si muove con leggerezza, senza vergogna di fronte all’obiettivo del giovane scultore-cineasta, solo alla fine appunto, improvvisamente, quando nuda: prima si mostra aprendo le braccia poi si copre con la mano destra il pube ((sul modello della Afrodite di Cnido, di Prassitele – copia conservata a Roma, Musei Vaticani)) e rivolge al giovane che la sta riprendendo dall’inizio uno sguardo duro, di rimprovero e di dolore. La ripresa termina con uno zoom sui fulminanti occhi della giovane donna.

Solo il bianco rosato della pelle - un foulard chiaro a coprire i capelli?- insomma una scultura neoclassica bianco su bianco comprese le pupille bianche (i neoclassici ignari o dimentichi dei classici con le loro sculture colorate: le labbra colorate, e i capelli, e le cornee e le pupille. Ricordarsi almeno dei Bronzi di Riace!). Ecco, gli occhi. Si intravedono appena quando la giovane donna è inquadrata a piano a figura intero sulla soglia del portoncino d’ingresso dello studio, poi niente più, abbassa le palpebre, entra, cammina, si ferma, si denuda, si cela al modo della Afrodite di Cnido, sempre a occhi bassi, e alla fine alza le palpebre, scopre gli occhi, saltano fuori le terribili pupille e tutto è chiaro, limpido, evidente.

Si interrompe la registrazione.


TRE.


Interno Giorno (ore meridiane). Il giovane. Continua a parlare ed agire, guardando e non guardando in macchina.

Ecco: è quello sguardo, è questo sguardo che m’ha fatto capire. L’ho analizzato a lungo, avanti e indietro col telecomando, capivo e non capivo, poi l’ho fissato col fermo fotogramma e finalmente l’ho tradotto in italiano:

’Altolà Francesco! Il gioco dell’amicizia è finito. È finita l’infinita disponibilità a tutto ciò che ti piace e che ti serve. T’ho dato fin dall’inizio la mia intelligenza, la mia complicità, ti offro infine il mio corpo, anima e corpo – tutto insomma - ma sei troppo occupato da te stesso per leggermi dentro. Anche io - ti ricordi di Tu, Francesco?, - certo mai come te, mai quanto te, che ne sei completamente pieno – tiene un po’ d’amor proprio!’’

Tu mi amavi - e lo sapevi... Io, invece, di amarti non lo sapevo, te lo giuro – te lo giuro… lo sai che non giuro, te l’assicuro, ecco – io non lo sapevo quando ti amavo… L’ho scoperto dopo, stagione dopo stagione, pomeriggio dopo pomeriggio… quando non c’eri più: sentiamo per assenza diceva Ovidio… o Catullo?… Ecco, ti amo anch’io. Ho deciso di lasciare Ines, sì mi sono messo con Ines, da poco, da luglio... La lascio e vengo da te. Quanto tempo perduto! E per colpa mia, sì... Ines - lei... Perché? Ma te la ricordi? Tutta il contrario di te. Ines sempre sì, fino alla fine, e oltre: totalmente priva di amor proprio... anche come amante... Basta. Vado a dirglielo.

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


QUATTRO.


Come vedi, ho continuato il corso di video, e concluso… Due mesi fa ho vinto il Festival MontaMantova... L’ho concluso grazie a te, alla tua eterna insoddisfazione, al tuo incessante, terribile Non mollare, non mollare adesso... Hai sbagliato il calco? Ricomincia daccapo. Hai sbagliato la ripresa? Rifalla - due, tre, quattro volte, cento volte, finché viene come il Dio delle Immagini comanda... Verifichiamo insieme perché è malriuscita la ripresa, dove non ha funzionato l’innesto, dove la combinazione degli arti, spezza e ricomponi, calcola e sostituisci, no, non tirare in ballo le tue Grandi Idee, e non prendertela con gli altri, che non capiscono, gli altri, che sono mediocri, gli altri sono gli altri – non sottovalutare mai gli altri: sono la prova che esisti - e non bastano le idee, le idee e basta, devi lavorarci sopra, dentro, covarle, senza superbia, senza supponenza. Supponenza? Non ti piace questa parola vero?... Di nuovo, dai!

Mamma mia! Un supplizio! Un dito nel / Una spina nel fianco… Mi faceva andare in bestia questa tua ansia di verità a tutti i costi, e di perfezione, questo tuo non mollare mai, non retrocedere di un millimetro, ma avevi ragione, avevi ragione e adesso so lavorare, beh... non voglio ricominciare con l’inno francescano... Comunque basta. Ho deciso di appendere al chiodo raspe e videocamera, questa è l’ultima cosa che faccio qui, basta! Vengo da te, mi trovo un lavoro normale, che so - il professore, il funzionario di qualche ONG, e ci metto un punto a questa ossessione della scultura e del video. Non riesco più a dormire, calco e monto, giro e monto, monto e rimonto... Tutto è diventato virtuale intorno a me: le persone personaggi, le parole battute, gli arti simboli, gli oggetti metafore e metonimie e allegorie, basta!! Vivere, vivere con te, vivere finalmente le ore normali, mangiare, dormire, viaggiare, fare l’amore in santa pace, e basta. E fuori di qui! Lontano da Roma!

Lo senti, vero? È Serafino, sì… studia studia studia - quanti anni saranno? - e non ha trovato ancora il coraggio di fare un provino!

Che dicevo? Ah! Che lascio anche io Roma, questa città inutilmente eterna… Tutto qui e’ piccino, minuscolo, meschino, le telenovele dei politici, i pettegolezzi dei giornalisti, le mostre dei compagni, le recensioni dei critici a un tanto al pezzo, e i progetti intriganti, e le festicciole utili, e intanto Mc Donald’s dappertutto, Coca Cola a fiumi, servi provinciali e contenti insomma, e contenti di che? Delle briciole cadute sotto il tavolo? Delle promesse di una collettiva e poi vedrai? Via, via! questa città e questo paese sono moribondi e sepolti. L’avevi capito prima tu, come al solito... Sai che faccio ora? Ti registro qualche inquadratura a mano della nostra Roma per mostrarti com’è cambiata in un solo anno… anzi no, immaginala - tanto somiglia a una comune città immaginaria… No, registro gli scenari canonici delle nostre passeggiate, delle nostre discussioni – così torneremo a stare insieme ancora prima di rivederci – e se faccio ancora in tempo con la nostra luce preferita - quella sì eterna - ricordi? la ‘’luce senz’ombra’’…

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


CINQUE.


Esterno Luce senz’ombra. Roma. Macchina a mano.

Totale di Piazza di San Giovanni in Laterano con sullo sfondo la facciata della chiesa. Qualche passo in avanzamento.

Facciata di San Giovanni in Laterano: totali e particolari: le statue del coronamento. Alberi della Piazza: una quercia, un cipresso.

Totali e particolari dei giardini tra San Giovanni in Laterano e Santa Croce in Gerusalemme.

Piazza posteriore di Santa Maria Maggiore, con obelisco, gradoni. Totali, particolari, panoramiche.

Totali e particolari e panoramiche del Parco del Celio.

Totale e particolari della Piazza dei Cinquecento. Alberi e storni. Cielo e storni.

San Carlino alle Quattro Fontane: il cortile interno, l’atrio della chiesa.

Il Colosseo e il suo slargo.


SEI.


Allora vengo. Ringrazio Loredana – ecco due parole di troppo - e ti raggiungo. Ti avverto dell’ora all’ultimo momento... No, non mi dire di no, non stendere le dita non sollevare il palmo della mano rivolgendolo contro di me, non farlo, non mi contraddire sempre, sempre con i tuoi no, le tue distinzioni, e ‘’rifletti prima di fare’’, e ‘’rifletti prima di pensare’’, zitta una buona volta, lasciami fare ti dico, una volta... Non dire tu l’ultima parola. Parlo io!

Ma… sei sola? Voglio dire vivi sola? Non ti sarai messa con un altro… O sì?… Non posso crederci, non è possibile... E se ti trovo con un altro? È finita per sempre?… Non mi sguardare ancora così! O…era quello l’ultimo sguardo e mi hai messo una pietra sopra?... Un silenzio lungo un anno! Un rospo difficile da ingoiare per me… Ho schiacciato tutti i rospi che ho incontrato viaggiando, quest’autunno… Non visionerai fino in fondo questo video? Lo butterai nel secchio delle bucce di patate e dei fondi di caffè?… Non ne farò una copia per me... (Suona il cellulare. Francesco lo afferra, legge rapidamente, lo spegne.)

E la Ines? Se si ammazza? Sai com’è emotiva... Non e’ giusto no quello che le sto facendo… Lei non m’ha fatto niente… Potrà fare a meno di me?…

Sia come sia! Imparo la tua lingua madre e insegno qualcosa a qualcuno, accanto a te… Il professore di disegno? Il volontario a pagamento? All’ordine di una vicepreside o di un burocrate?… E non potrò più andare alle mostre degli altri, ai cinema degli altri, questo è certo - mi farebbe troppo male, e non potrò più vagliare la farina di gesso alabastrino, impugnare la videocamera, e mi dirò mille volte che ho sbagliato a lasciare il lavoro sui corpi e sulle ombre, e tu stessa - forse - me lo rimprovererai... Di nuovo, i rimproveri...

E Roma, e l’Italia, la nostra città, il nostro paese? Anche io fuggirò, con la coda fra le gambe…? E chi resterà qui, infine? Gli opportunisti, le donne in carriera, i figli di papà... Forse non e’ una buona idea lasciare tutto, chinare il capo e andarsene, ricominciare tutto, un’altra volta... Ma si può veramente ricominciare? Chissà… Anzi no, no, si può solo continuare, proseguire, insistere... Certo senza te è difficile, e sarà sempre difficile... ma anche con te e’ stato difficile, e sarà sempre difficile…Comunque ho deciso… vengo, però fammi pensare, fammi... Intanto ti mando questa promessa, questa minaccia, questo audiovideo...

 


 

 

Roma, 2003.

 


UNO.


Interno Mattina. Un uomo giovane d’oggi in una stanza. Evidentemente ha predisposto e acceso una videocamera e parla, spesso guardando in macchina, avanzando e arretrando, uscendo e rientrando in campo – mostrando di conoscere il campo di ripresa della videocamera e le sue caratteristiche tecniche (fuoco automatico, etc.) Sulla parete di fondo, i lampi di luce diurna riflessi dalle automobili che transitano nella strada.


Sì, Francesco, io - ti ricordi di Io?… Buongiorno, da questa parte del mare... T’immagino sola e parlo liberamente, al modo nostro. Eh sì, come vedi come senti sono riuscito a scovarti... Ti stai chiedendo come ho fatto – vedo le tue pupille leggermente dilatate... Non te lo posso dire, non ora...

Un anno mi ci e’ voluto, e tutta la mia perseveranza – vulgo ostinazione - per scoprire infine dov’eri finita – finita… diciamo riparata... Un anno e tre giorni senza un avvertimento, un’anticipazione, un cenno, una parola, un rigo: a stacco: come nei fumetti... Ed ecco che finalmente ti ritrovo, ecco che inizialmente ti trovo - no, non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo – sei capace di tutto tu... Ti mando due parole o tre, a modo mio, sempre anticipando e spiegando... sempre recitando e improvvisando...

Tra una settimana di sette giorni e sette notti sarò lì, accanto a te - sì, vengo a trovarti: domani stacco il biglietto aereo - lascio tutto e vengo da te, basta... Mi ci e’ voluto parecchio per capire, dico il tempo di capire perché eri volata via… Eri innamorata di me, ecco il perché. Eri innamorata del Francesco. E che faceva il Francesco superintelligente? Non capiva...

Questa è la cosa che mi fa impazzire di me: non capire... Ma come ho fatto a non? Poca attenzione, poca lucidità, e niente leggerezza, al solito... Quando ho capito? Due giorni fa – giovedì notte... Ho ritrovato quella registrazione video allo studio, prima del calco in gesso - ricordi? Era caduta da allora dietro la cassettiera delle stecche delle raspe degli scalpelli: la rivedo, la trivedo e di colpo, era ora! tutto diventa chiaro, limpido, evidente... Bello sforzo capire le immagini registrate mentre le rivivo col telecomando in mano! Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo, senza la videocamera o gli scalpelli in mano...

Te la ricordi? Certo che te la ricordi... La monto qui di seguito, aspetta...

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


DUE.


Interno Giorno. Macchina a mano.

La scena si svolge nello studio di uno scultore – lo studio del giovane scultore (nella realtà lo studio di Domenico Pesce detto Mimmo) – uno stanzone sotterraneo colmo di sculture in gesso - a tutto tondo, altorilievi - di giovani donne appese per le mani, per i piedi, erette, piegate: sculture intere ricavate da calchi composti di parti di giovani corpi di donne.

Entra – dal portoncino d’ingresso - una giovane donna, guarda in macchina prima sorpresa poi rassegnata, va in un angolo dello studio, si spoglia lentamente, pensosamente, per disporsi al calco in gesso, senza guardare in macchina, se non alla fine. Non dice una parola. Si muove con leggerezza, senza vergogna di fronte all’obiettivo del giovane scultore-cineasta, solo alla fine appunto, improvvisamente, quando nuda: prima si mostra aprendo le braccia poi si copre con la mano destra il pube ((sul modello della Afrodite di Cnido, di Prassitele – copia conservata a Roma, Musei Vaticani)) e rivolge al giovane che la sta riprendendo dall’inizio uno sguardo duro, di rimprovero e di dolore. La ripresa termina con uno zoom sui fulminanti occhi della giovane donna.

Solo il bianco rosato della pelle - un foulard chiaro a coprire i capelli?- insomma una scultura neoclassica bianco su bianco comprese le pupille bianche (i neoclassici ignari o dimentichi dei classici con le loro sculture colorate: le labbra colorate, e i capelli, e le cornee e le pupille. Ricordarsi almeno dei Bronzi di Riace!). Ecco, gli occhi. Si intravedono appena quando la giovane donna è inquadrata a piano a figura intero sulla soglia del portoncino d’ingresso dello studio, poi niente più, abbassa le palpebre, entra, cammina, si ferma, si denuda, si cela al modo della Afrodite di Cnido, sempre a occhi bassi, e alla fine alza le palpebre, scopre gli occhi, saltano fuori le terribili pupille e tutto è chiaro, limpido, evidente.

Si interrompe la registrazione.


TRE.


Interno Giorno (ore meridiane). Il giovane. Continua a parlare ed agire, guardando e non guardando in macchina.

Ecco: è quello sguardo, è questo sguardo che m’ha fatto capire. L’ho analizzato a lungo, avanti e indietro col telecomando, capivo e non capivo, poi l’ho fissato col fermo fotogramma e finalmente l’ho tradotto in italiano:

’Altolà Francesco! Il gioco dell’amicizia è finito. È finita l’infinita disponibilità a tutto ciò che ti piace e che ti serve. T’ho dato fin dall’inizio la mia intelligenza, la mia complicità, ti offro infine il mio corpo, anima e corpo – tutto insomma - ma sei troppo occupato da te stesso per leggermi dentro. Anche io - ti ricordi di Tu, Francesco?, - certo mai come te, mai quanto te, che ne sei completamente pieno – tiene un po’ d’amor proprio!’’

Tu mi amavi - e lo sapevi... Io, invece, di amarti non lo sapevo, te lo giuro – te lo giuro… lo sai che non giuro, te l’assicuro, ecco – io non lo sapevo quando ti amavo… L’ho scoperto dopo, stagione dopo stagione, pomeriggio dopo pomeriggio… quando non c’eri più: sentiamo per assenza diceva Ovidio… o Catullo?… Ecco, ti amo anch’io. Ho deciso di lasciare Ines, sì mi sono messo con Ines, da poco, da luglio... La lascio e vengo da te. Quanto tempo perduto! E per colpa mia, sì... Ines - lei... Perché? Ma te la ricordi? Tutta il contrario di te. Ines sempre sì, fino alla fine, e oltre: totalmente priva di amor proprio... anche come amante... Basta. Vado a dirglielo.

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


QUATTRO.


Come vedi, ho continuato il corso di video, e concluso… Due mesi fa ho vinto il Festival MontaMantova... L’ho concluso grazie a te, alla tua eterna insoddisfazione, al tuo incessante, terribile Non mollare, non mollare adesso... Hai sbagliato il calco? Ricomincia daccapo. Hai sbagliato la ripresa? Rifalla - due, tre, quattro volte, cento volte, finché viene come il Dio delle Immagini comanda... Verifichiamo insieme perché è malriuscita la ripresa, dove non ha funzionato l’innesto, dove la combinazione degli arti, spezza e ricomponi, calcola e sostituisci, no, non tirare in ballo le tue Grandi Idee, e non prendertela con gli altri, che non capiscono, gli altri, che sono mediocri, gli altri sono gli altri – non sottovalutare mai gli altri: sono la prova che esisti - e non bastano le idee, le idee e basta, devi lavorarci sopra, dentro, covarle, senza superbia, senza supponenza. Supponenza? Non ti piace questa parola vero?... Di nuovo, dai!

Mamma mia! Un supplizio! Un dito nel / Una spina nel fianco… Mi faceva andare in bestia questa tua ansia di verità a tutti i costi, e di perfezione, questo tuo non mollare mai, non retrocedere di un millimetro, ma avevi ragione, avevi ragione e adesso so lavorare, beh... non voglio ricominciare con l’inno francescano... Comunque basta. Ho deciso di appendere al chiodo raspe e videocamera, questa è l’ultima cosa che faccio qui, basta! Vengo da te, mi trovo un lavoro normale, che so - il professore, il funzionario di qualche ONG, e ci metto un punto a questa ossessione della scultura e del video. Non riesco più a dormire, calco e monto, giro e monto, monto e rimonto... Tutto è diventato virtuale intorno a me: le persone personaggi, le parole battute, gli arti simboli, gli oggetti metafore e metonimie e allegorie, basta!! Vivere, vivere con te, vivere finalmente le ore normali, mangiare, dormire, viaggiare, fare l’amore in santa pace, e basta. E fuori di qui! Lontano da Roma!

Lo senti, vero? È Serafino, sì… studia studia studia - quanti anni saranno? - e non ha trovato ancora il coraggio di fare un provino!

Che dicevo? Ah! Che lascio anche io Roma, questa città inutilmente eterna… Tutto qui e’ piccino, minuscolo, meschino, le telenovele dei politici, i pettegolezzi dei giornalisti, le mostre dei compagni, le recensioni dei critici a un tanto al pezzo, e i progetti intriganti, e le festicciole utili, e intanto Mc Donald’s dappertutto, Coca Cola a fiumi, servi provinciali e contenti insomma, e contenti di che? Delle briciole cadute sotto il tavolo? Delle promesse di una collettiva e poi vedrai? Via, via! questa città e questo paese sono moribondi e sepolti. L’avevi capito prima tu, come al solito... Sai che faccio ora? Ti registro qualche inquadratura a mano della nostra Roma per mostrarti com’è cambiata in un solo anno… anzi no, immaginala - tanto somiglia a una comune città immaginaria… No, registro gli scenari canonici delle nostre passeggiate, delle nostre discussioni – così torneremo a stare insieme ancora prima di rivederci – e se faccio ancora in tempo con la nostra luce preferita - quella sì eterna - ricordi? la ‘’luce senz’ombra’’…

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


CINQUE.


Esterno Luce senz’ombra. Macchina a mano. Roma.

Totale di Piazza di San Giovanni in Laterano con sullo sfondo la facciata della chiesa. Qualche passo in avanzamento.

Facciata della chiesa.

Via delle Sette Sale in movimento.

Ancora Via delle Sette Sale.

Totali del Parco di Colle Oppio, come visti dal Chiosco.

Totale del Parco davanti all’Ospedale del Celio. Qualche passo in avanzamento.

Albero del Parco davanti all’Ospedale del Celio

Piccioni che mangiano le granaglie azzuffandosi (davanti a Santa Maria Maggiore)


SEI.


Allora vengo. Ringrazio Loredana – ecco due parole di troppo - e ti raggiungo. Ti avverto dell’ora all’ultimo momento... No, non mi dire di no, non stendere le dita non sollevare il palmo della mano rivolgendolo contro di me, non farlo, non mi contraddire sempre, sempre con i tuoi no, le tue distinzioni, e ‘’rifletti prima di fare’’, e ‘’rifletti prima di pensare’’, zitta una buona volta, lasciami fare ti dico, una volta... Non dire tu l’ultima parola. Parlo io!

Ma… sei sola? Voglio dire vivi sola? Non ti sarai messa con un altro… O sì?… Non posso crederci, non è possibile... E se ti trovo con un altro? È finita per sempre?… Non mi sguardare ancora così! O…era quello l’ultimo sguardo e mi hai messo una pietra sopra?... Un silenzio lungo un anno! Un rospo difficile da ingoiare per me… Ho schiacciato tutti i rospi che ho incontrato viaggiando, quest’autunno… Non visionerai fino in fondo questo video? Lo butterai nel secchio delle bucce di patate e dei fondi di caffè?… Non ne farò una copia per me... (Suona il cellulare. Francesco lo afferra, legge rapidamente, lo spegne.)

E la Ines? Se si ammazza? Sai com’è emotiva... Non e’ giusto no quello che le sto facendo… Lei non m’ha fatto niente… Potrà fare a meno di me?…

Sia come sia! Imparo la tua lingua madre e insegno qualcosa a qualcuno, accanto a te… Il professore di disegno? Il volontario a pagamento? All’ordine di una vicepreside o di un burocrate?… E non potrò più andare alle mostre degli altri, ai cinema degli altri, questo è certo - mi farebbe troppo male, e non potrò più vagliare la farina di gesso alabastrino, impugnare la videocamera, e mi dirò mille volte che ho sbagliato a lasciare il lavoro sui corpi e sulle ombre, e tu stessa - forse - me lo rimprovererai... Di nuovo, i rimproveri...

E Roma, e l’Italia, la nostra città, il nostro paese? Anche io fuggirò, con la coda fra le gambe…? E chi resterà qui, infine? Gli opportunisti, le donne in carriera, i figli di papà... Forse non e’ una buona idea lasciare tutto, chinare il capo e andarsene, ricominciare tutto, un’altra volta... Ma si può veramente ricominciare? Chissà… Anzi no, no, si può solo continuare, proseguire, insistere... Certo senza te è difficile, e sarà sempre difficile... ma anche con te e’ stato difficile, e sarà sempre difficile…Comunque ho deciso… vengo, però fammi pensare, fammi... Intanto ti mando questa promessa, questa minaccia, questo audiovideo...

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.



UNO.


Interno Mattina. Un uomo giovane d’oggi in una stanza. Evidentemente ha predisposto e acceso una videocamera e parla, spesso guardando in macchina, avanzando e arretrando, uscendo e rientrando in campo – mostrando di conoscere il campo di ripresa della videocamera e le sue caratteristiche tecniche (fuoco automatico, etc.) Sulla parete di fondo, i lampi di luce diurna riflessi dalle automobili che transitano nella strada.

Sì, Francesco, io - ti ricordi di Io?… Buongiorno, da questa parte del mare... T’immagino sola e parlo liberamente, al modo nostro. Eh sì, come vedi come senti sono riuscito a scovarti... Ti stai chiedendo come ho fatto – vedo le tue pupille leggermente dilatate... Non te lo posso dire, non ora...

Un anno mi ci e’ voluto, e tutta la mia perseveranza – vulgo ostinazione - per scoprire infine dov’eri finita – finita… diciamo riparata... Un anno e tre giorni senza un avvertimento, un’anticipazione, un cenno, una parola, un rigo: a stacco: come nei fumetti... Ed ecco che finalmente ti ritrovo, ecco che inizialmente ti trovo - no, non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo – sei capace di tutto tu... Ti mando due parole o tre, a modo mio, sempre anticipando e spiegando... sempre recitando e improvvisando...

Tra una settimana di sette giorni e sette notti sarò lì, accanto a te - sì, vengo a trovarti: domani stacco il biglietto aereo - lascio tutto e vengo da te, basta... Mi ci e’ voluto parecchio per capire, dico il tempo di capire perché eri volata via… Eri innamorata di me, ecco il perché. Eri innamorata del Francesco. E che faceva il Francesco superintelligente? Non capiva...

Questa è la cosa che mi fa impazzire di me: non capire... Ma come ho fatto a non? Poca

attenzione, poca lucidità, e niente leggerezza, al solito... Quando ho capito? Due giorni fa – giovedì notte... Ho ritrovato quella registrazione video allo studio, prima del calco in gesso - ricordi? Era caduta da allora dietro la cassettiera delle stecche delle raspe degli scalpelli: la rivedo, la trivedo e di colpo, era ora! tutto diventa chiaro, limpido, evidente... Bello sforzo capire le immagini registrate mentre le rivivo col telecomando in mano! Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo, senza la videocamera o gli scalpelli in mano...

Te la ricordi? Certo che te la ricordi... La monto qui di seguito, aspetta...

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


DUE.


Interno Giorno (ora imprecisata: studiare con Mimmo la migliore luce diurna possibile). Macchina a mano.

La scena si svolge nello studio di uno scultore – lo studio del giovane scultore (nella realtà lo studio di Domenico Pesce detto Mimmo) – uno stanzone sotterraneo colmo di sculture in gesso - a tutto tondo, altorilievi - di giovani donne appese per le mani, per i piedi, erette, piegate: sculture intere ricavate da calchi composti di parti di giovani corpi di donne.

Entra – dal portoncino d’ingresso - una giovane donna, guarda in macchina prima sorpresa poi rassegnata, va in un angolo dello studio, si spoglia lentamente, pensosamente, per disporsi al calco in gesso, senza guardare in macchina, se non alla fine. Non dice una parola. Si muove con leggerezza, senza vergogna di fronte all’obiettivo del giovane scultore-cineasta, solo alla fine appunto, improvvisamente, quando nuda: prima si mostra aprendo le braccia poi si copre con la mano destra il pube ((sul modello della Afrodite di Cnido, di Prassitele – copia conservata a Roma, Musei Vaticani)) e rivolge al giovane che la sta riprendendo dall’inizio uno sguardo duro, di rimprovero e di dolore. La ripresa termina con uno zoom sui fulminanti occhi della giovane donna.

Solo il bianco rosato della pelle - un foulard chiaro a coprire i capelli?- insomma una scultura neoclassica bianco su bianco comprese le pupille bianche (i neoclassici ignari o dimentichi dei classici con le loro sculture colorate: le labbra colorate, e i capelli, e le cornee e le pupille. Ricordarsi almeno dei Bronzi di Riace!). Ecco, gli occhi. Si intravedono appena quando Davorka è inquadrata a piano a figura intero sulla soglia del portoncino d’ingresso dello studio, poi niente più, Davorka abbassa le palpebre, entra, cammina, si ferma, si denuda, si cela al modo della Afrodite di Cnido, sempre a occhi bassi, e alla fine alza le palpebre, scopre gli occhi, saltano fuori le terribili pupille e tutto è chiaro, limpido, evidente.

Si interrompe la registrazione.


TRE.


Interno Giorno (ore meridiane). Il giovane. Continua a parlare ed agire, guardando e non guardando in macchina.

Ecco: è quello sguardo, è questo sguardo che m’ha fatto capire. L’ho analizzato a lungo, avanti e indietro col telecomando, capivo e non capivo, poi l’ho fissato col fermo fotogramma e finalmente l’ho tradotto in italiano:

’Altolà Francesco! Il gioco dell’amicizia è finito. È finita l’infinita disponibilità a tutto ciò che ti piace e che ti serve. T’ho dato fin dall’inizio la mia intelligenza, la mia complicità, ti offro infine il mio corpo, anima e corpo – tutto insomma - ma sei troppo occupato da te stesso per leggermi dentro. Anche io - ti ricordi di Tu, Francesco?, - certo mai come te, mai quanto te, che ne sei completamente pieno – tiene un po’ d’amor proprio!’’

Tu mi amavi - e lo sapevi... Io, invece, di amarti non lo sapevo, te lo giuro – te lo giuro… lo sai che non giuro, te l’assicuro, ecco – io non lo sapevo quando ti amavo… L’ho scoperto dopo, stagione dopo stagione, pomeriggio dopo pomeriggio… quando non c’eri più: sentiamo per assenza diceva Ovidio… o Catullo?… Ecco, ti amo anch’io. Ho deciso di lasciare Ines, sì mi sono messo con Ines, da poco, da luglio... La lascio e vengo da te. Quanto tempo perduto! E per colpa mia, sì... Ines - lei... Perché? Ma te la ricordi? Tutta il contrario di te. Ines sempre sì, fino alla fine, e oltre: totalmente priva di amor proprio... anche come amante... Basta. Vado a dirglielo.

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


QUATTRO.


Come vedi, ho continuato il corso di video, e concluso… Due mesi fa ho vinto il Festival MontaMantova... L’ho concluso grazie a te, alla tua eterna insoddisfazione, al tuo incessante, terribile Non mollare, non mollare adesso... Hai sbagliato il calco? Ricomincia daccapo. Hai sbagliato la ripresa? Rifalla - due, tre, quattro volte, cento volte, finché viene come il Dio delle Immagini comanda... Verifichiamo insieme perché è malriuscita la ripresa, dove non ha funzionato l’innesto, dove la combinazione degli arti, spezza e ricomponi, calcola e sostituisci, no, non tirare in ballo le tue Grandi Idee, e non prendertela con gli altri, che non capiscono, gli altri, che sono mediocri, gli altri sono gli altri – non sottovalutare mai gli altri: sono la prova che esisti - e non bastano le idee, le idee e basta, devi lavorarci sopra, dentro, covarle, senza superbia, senza supponenza. Supponenza? Non ti piace questa parola vero?... Di nuovo, dai!

Mamma mia! Un supplizio! Un dito nel / Una spina nel fianco… Mi faceva andare in bestia questa tua ansia di verità a tutti i costi, e di perfezione, questo tuo non mollare mai, non retrocedere di un millimetro, ma avevi ragione, avevi ragione e adesso so lavorare, beh... non voglio ricominciare con l’inno francescano... Comunque basta. Ho deciso di appendere al chiodo raspe e videocamera, questa è l’ultima cosa che faccio qui, basta! Vengo da te, mi trovo un lavoro normale, che so - il professore, il funzionario di qualche ONG, e ci metto un punto a questa ossessione della scultura e del video. Non riesco più a dormire, calco e monto, giro e monto, monto e rimonto... Tutto è diventato virtuale intorno a me: le persone personaggi, le parole battute, gli arti simboli, gli oggetti metafore e metonimie e allegorie, basta!! Vivere, vivere con te, vivere finalmente le ore normali, mangiare, dormire, viaggiare, fare l’amore in santa pace, e basta. E fuori di qui! Lontano da Roma!

Lo senti, vero? È Serafino, sì… studia studia studia - quanti anni saranno? - e non ha trovato ancora il coraggio di fare un provino!

Che dicevo? Ah! Che lascio anche io Roma, questa città inutilmente eterna… Tutto qui e’ piccino, minuscolo, meschino, le telenovele dei politici, i pettegolezzi dei giornalisti, le mostre dei compagni, le recensioni dei critici a un tanto al pezzo, e i progetti intriganti, e le festicciole utili, e intanto Mc Donald’s dappertutto, Coca Cola a fiumi, servi provinciali e contenti insomma, e contenti di che? Delle briciole cadute sotto il tavolo? Delle promesse di una collettiva e poi vedrai? Via, via! questa città e questo paese sono moribondi e sepolti. L’avevi capito prima tu, come al solito... Sai che faccio ora? Ti registro qualche inquadratura a mano della nostra Roma per mostrarti com’è cambiata in un solo anno… anzi no, immaginala - tanto somiglia a una comune città immaginaria… No, registro gli scenari canonici delle nostre passeggiate, delle nostre discussioni – così torneremo a stare insieme ancora prima di rivederci – e se faccio ancora in tempo con la nostra luce preferita - quella sì eterna - ricordi? la ‘’luce senz’ombra’’…

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.


CINQUE.


Esterno Luce senz’ombra. Macchina a mano. Roma.

Totale di Piazza di San Giovanni in Laterano con sullo sfondo la facciata della chiesa. Qualche passo in avanzamento.

Facciata della chiesa.

Via delle Sette Sale in movimento.

Ancora Via delle Sette Sale.

Totali del Parco di Colle Oppio, come visti dal Chiosco.

Totale del Parco davanti all’Ospedale del Celio. Qualche passo in avanzamento.

Albero del Parco davanti all’Ospedale del Celio

Piccioni che mangiano le granaglie azzuffandosi (davanti a Santa Maria Maggiore.


SEI.


Allora vengo. Ringrazio Loredana – ecco due parole di troppo - e ti raggiungo. Ti avverto dell’ora all’ultimo momento... No, non mi dire di no, non stendere le dita non sollevare il palmo della mano rivolgendolo contro di me, non farlo, non mi contraddire sempre, sempre con i tuoi no, le tue distinzioni, e ‘’rifletti prima di fare’’, e ‘’rifletti prima di pensare’’, zitta una buona volta, lasciami fare ti dico, una volta... Non dire tu l’ultima parola. Parlo io!

Ma… sei sola? Voglio dire vivi sola? Non ti sarai messa con un altro… O sì?… Non posso crederci, non è possibile... E se ti trovo con un altro? È finita per sempre?… Non mi sguardare ancora così! O…era quello l’ultimo sguardo e mi hai messo una pietra sopra?... Un silenzio lungo un anno! Un rospo difficile da ingoiare per me… Ho schiacciato tutti i rospi che ho incontrato viaggiando, quest’autunno… Non visionerai fino in fondo questo video? Lo butterai nel secchio delle bucce di patate e dei fondi di caffè?… Non ne farò una copia per me... (Suona il cellulare. Francesco lo afferra, legge rapidamente, lo spegne.)

E la Ines? Se si ammazza? Sai com’è emotiva... Non e’ giusto no quello che le sto facendo… Lei non m’ha fatto niente… Potrà fare a meno di me?…

Sia come sia! Imparo la tua lingua madre e insegno qualcosa a qualcuno, accanto a te… Il professore di disegno? Il volontario a pagamento? All’ordine di una vicepreside o di un burocrate?… E non potrò più andare alle mostre degli altri, ai cinema degli altri, questo è certo - mi farebbe troppo male, e non potrò più vagliare la farina di gesso alabastrino, impugnare la videocamera, e mi dirò mille volte che ho sbagliato a lasciare il lavoro sui corpi e sulle ombre, e tu stessa - forse - me lo rimprovererai... Di nuovo, i rimproveri...

E Roma, e l’Italia, la nostra città, il nostro paese? Anche io fuggirò, con la coda fra le gambe…? E chi resterà qui, infine? Gli opportunisti, le donne in carriera, i figli di papà... Forse non e’ una buona idea lasciare tutto, chinare il capo e andarsene, ricominciare tutto, un’altra volta... Ma si può veramente ricominciare? Chissà… Anzi no, no, si può solo continuare, proseguire, insistere... Certo senza te è difficile, e sarà sempre difficile... ma anche con te e’ stato difficile, e sarà sempre difficile…Comunque ho deciso… vengo, però fammi pensare, fammi... Intanto ti mando questa promessa, questa minaccia, questo audiovideo...

Il giovane avanza verso la videocamera e interrompe la registrazione.



UNO.


Sì, Francesco, io - ti ricordi di Io?… Buongiorno, da questa parte del mare... T’immagino sola e parlo liberamente, al modo nostro. Eh sì, come vedi come senti sono riuscito a scovarti... Ti stai chiedendo come ho fatto – vedo le tue pupille leggermente dilatate... Non te lo posso dire, non ora...

Un anno mi ci e’ voluto, e tutta la mia perseveranza – vulgo ostinazione - per scoprire infine dov’eri finita – finita… diciamo riparata... Un anno e tre giorni senza un avvertimento, un’anticipazione, un cenno, una parola, un rigo: a stacco: come nei fumetti... Ed ecco che finalmente ti ritrovo, ecco che inizialmente ti trovo - no, non te lo dico come ho fatto ad avere il tuo indirizzo – sei capace di tutto tu... Ti mando due parole o tre, a modo mio, sempre anticipando e spiegando... sempre recitando e improvvisando...

Tra una settimana di sette giorni e sette notti sarò lì, accanto a te - sì, vengo a trovarti: domani stacco il biglietto aereo - lascio tutto e vengo da te, basta... Mi ci e’ voluto parecchio per capire, dico il tempo di capire perché eri volata via… Eri innamorata di me, ecco il perché. Eri innamorata del Francesco. E che faceva il Francesco superintelligente? Non capiva...

Questa è la cosa che mi fa impazzire di me: non capire... Ma come ho fatto a non? Poca attenzione, poca lucidità, e niente leggerezza, al solito... Quando ho capito? Due giorni fa – giovedì notte... Ho ritrovato quella registrazione video allo studio, prima del calco in gesso - ricordi? Era caduta da allora dietro la cassettiera delle stecche delle raspe degli scalpelli: la rivedo, la trivedo e di colpo, era ora! tutto diventa chiaro, limpido, evidente... Bello sforzo capire le immagini registrate mentre le rivivo col telecomando in mano! Quello che non capisco è ciò che mi succede mentre lo vivo, senza la videocamera o gli scalpelli in mano...

Te la ricordi? Certo che te la ricordi...


TRE.


E’ questo sguardo che m’ha fatto capire. L’ho analizzato a lungo, avanti e indietro col telecomando, capivo e non capivo, poi l’ho fissato col fermo fotogramma e finalmente l’ho tradotto in italiano:

‘’Altolà Francesco! Il gioco dell’amicizia è finito. È finita l’infinita disponibilità a tutto ciò che ti piace e che ti serve. T’ho dato fin dall’inizio la mia intelligenza, la mia complicità, ti offro infine il mio corpo, anima e corpo – tutto insomma - ma sei troppo occupato da te stesso per leggermi dentro.’’

Tu mi amavi - e lo sapevi... Io, invece, di amarti non lo sapevo, te lo giuro – te lo giuro… lo sai che non giuro, te l’assicuro, ecco – io non lo sapevo quando ti amavo… L’ho scoperto dopo, quando non c’eri più… Ecco, ti amo anch’io. Ho deciso di lasciare Ines, sì mi sono messo con Ines, da poco, da luglio... Ines - lei... Perché? Ma te la ricordi? Tutta il contrario di te. Ines sempre sì, fino alla fine, e oltre: totalmente priva di amor proprio...


QUATTRO.


Come vedi, ho continuato il corso di video, e concluso… Due mesi fa ho vinto il Festival MontaMantova... L’ho concluso grazie a te, alla tua eterna insoddisfazione, al tuo incessante, terribile “Non mollare, non mollare adesso... Hai sbagliato il calco? Ricomincia daccapo. Hai sbagliato la ripresa? Rifalla - due, tre, quattro volte, cento volte, finché viene come il Dio delle Immagini comanda... Verifichiamo insieme perché è malriuscita la ripresa, dove non ha funzionato l’innesto, dove la combinazione degli arti, spezza e ricomponi, calcola e sostituisci, no, non tirare in ballo le tue Grandi Idee, e non prendertela con gli altri, che non capiscono, gli altri, che sono mediocri, gli altri sono gli altri – non sottovalutare mai gli altri: sono la prova che esisti - e non bastano le idee, le idee e basta, devi lavorarci sopra, dentro, covarle, senza superbia, senza supponenza. Supponenza? Non ti piace questa parola vero?... Di nuovo, dai!”

Mamma mia! Un supplizio! Un dito nel / Una spina nel fianco… Mi faceva andare in bestia questa tua ansia di verità a tutti i costi, e di perfezione, questo tuo non mollare mai, non retrocedere di un millimetro, ma avevi ragione, avevi ragione e adesso so lavorare, beh... non voglio ricominciare con l’inno francescano... Comunque basta. Ho deciso di appendere al chiodo raspe e videocamera, questa è l’ultima cosa che faccio qui, basta! Vengo da te, mi trovo un lavoro normale, che so - il professore, il funzionario di qualche ONG, e ci metto un punto a questa ossessione della scultura e del video. Non riesco più a dormire, calco e monto, giro e monto, monto e rimonto... Tutto è diventato virtuale intorno a me: le persone personaggi, le parole battute, gli arti simboli, gli oggetti metafore e metonimie e allegorie, basta!! Vivere, vivere con te, vivere finalmente le ore normali, mangiare, dormire, viaggiare, fare l’amore in santa pace, e basta. E fuori di qui! Lontano da Roma!

Lo senti, vero? È Serafino, sì… studia studia studia - quanti anni saranno? - e non ha trovato ancora il coraggio di fare un provino!

Che dicevo? Ah! Che lascio anche io Roma, questa città inutilmente eterna… Tutto qui e’ piccino, minuscolo, meschino, le telenovele dei politici, i pettegolezzi dei giornalisti, le mostre dei compagni, le recensioni dei critici a un tanto al pezzo, e i progetti intriganti, e le festicciole utili, e intanto Mc Donald’s dappertutto, Coca Cola a fiumi, servi provinciali e contenti insomma, e contenti di che? Delle briciole cadute sotto il tavolo? Delle promesse di una collettiva e poi vedrai? Via, via! questa città e questo paese sono moribondi e sepolti. L’avevi capito prima tu, come al solito... Sai che faccio ora? Ti registro qualche inquadratura a mano della nostra Roma per mostrarti com’è cambiata in un solo anno… anzi no, immaginala - tanto somiglia a una comune città immaginaria… No, registro gli scenari canonici delle nostre passeggiate, delle nostre discussioni – così torneremo a stare insieme ancora prima di rivederci…


SEI.


Allora vengo. Ringrazio Loredana – ecco due parole di troppo - e ti raggiungo. Ti avverto dell’ora all’ultimo momento... No, non mi dire di no, non stendere le dita non sollevare il palmo della mano rivolgendolo contro di me, non farlo, non mi contraddire sempre, sempre con i tuoi no, le tue distinzioni, e ‘’rifletti prima di fare’’, e ‘’rifletti prima di pensare’’, zitta una buona volta, lasciami fare ti dico, una volta... Non dire tu l’ultima parola. Parlo io!

Ma… sei sola? Voglio dire vivi sola? Non ti sarai messa con un altro… O sì?… Non posso crederci, non è possibile... E se ti trovo con un altro? È finita per sempre?… Non mi sguardare ancora così! O…era quello l’ultimo sguardo e mi hai messo una pietra sopra?... Un silenzio lungo un anno! Un rospo difficile da ingoiare per me… Ho schiacciato tutti i rospi che ho incontrato viaggiando, quest’autunno… Non visionerai fino in fondo questo video? Lo butterai nel secchio delle bucce di patate e dei fondi di caffè?… Non ne farò una copia per me... (Suona il cellulare. Francesco lo afferra, legge rapidamente, lo spegne.)

E la Ines? Se si ammazza? Sai com’è emotiva... Non e’ giusto no quello che le sto facendo… Lei non m’ha fatto niente… Potrà fare a meno di me?…

Sia come sia! Imparo la tua lingua madre e insegno qualcosa a qualcuno, accanto a te… Il professore di disegno? Il volontario a pagamento? All’ordine di una vicepreside o di un burocrate?… E non potrò più andare alle mostre degli altri, ai cinema degli altri, questo è certo - mi farebbe troppo male, e non potrò più vagliare la farina di gesso alabastrino, impugnare la videocamera, e mi dirò mille volte che ho sbagliato a lasciare il lavoro sui corpi e sulle ombre, e tu stessa - forse - me lo rimprovererai... Di nuovo, i rimproveri...

E Roma, e l’Italia, la nostra città, il nostro paese? Anche io fuggirò, con la coda fra le gambe…? E chi resterà qui, infine? Gli opportunisti, le donne in carriera, i figli di papà... Forse non e’ una buona idea lasciare tutto, chinare il capo e andarsene, ricominciare tutto, un’altra volta... Ma si può veramente ricominciare? Chissà… Anzi no, no, si può solo continuare, proseguire, insistere... Certo senza te è difficile, e sarà sempre difficile... ma anche con te e’ stato difficile, e sarà sempre difficile…Comunque ho deciso… vengo, però fammi pensare, fammi... Intanto ti mando questa promessa, questa minaccia, questo audiovideo...

 

 


 

UN CREPITAR DE ALAS ENLOQUECIDAS.

un film breve

di Pasquale Misuraca


impersonato da Gayle Li Maxwell Ilabaca


(Despedida del padre) DANZA EN LA SILLA.

La joven mira la cámara. Viste blue jeans y una camiseta muy delgada, suelta. El pelo recogido en trencitas sobre la cabeza. La cara pintada, los ojos pintados, rouge en los labios.

Mezzo primo piano.

Chao, papá... Preferí tu video y un casette viejo para despedirme...

Oye... ahora que me estás viendo y escuchando, yo ya no voy a estar. Pero-nos-volveremos-a-ver, seguro... seguro como yo que siempre fui segura incluso cuando me equivocaba... (una sonrisa amarga) Nos volveremos a ver, y tu no me vas a reprochar por esto, ¿verdad?

Dejo ordenada mi pieza... la mamá va a estar contenta al menos de esto... No, tranquilo. ¿Te acuerdas de lo que me decías cuando era chica?

“...Cuando me veas enojado, para calmarme bastará que tú me digas, en voz baja, mirándome fijo a los ojos, “calma, papá...”

Bueno, ahora te lo digo, “calma, papá...calma...”

No me la pude... ¡no-me-la-pu-de! (Ríe con amargura, moviendo la cabeza.) Cuántas veces lo intenté! Tampoco esta última vez logré aprobar el examen de admisión en la Escuela de Teatro... ¿No me crees? Es así...

Representé esa escena de Hamlet en que Ofelia, loca de dolor por la muerte de su padre y porque su novio la desfloró sin gracia y sin hacerla feliz, le da a entender al Rey que va a matarse... Ironía del destino!

No sé donde fallé... ¿En-qué-me-equivoqué? ¡Yo te tenía convencido de que me la podía, y tu te has sacrificado tanto por mí, creyendo en mí!.. Con tu bolsón, siempre a la carrera... Pobre papá... ¿Dónde?

¿Dónde está Su Majestad hermosa de Dinamarca?

Reina: - Ofelia, ¿cómo estás?

(Ofelia, casi cantando)

Mi amor, ¿cómo será

tu aparición futura?

¿Penitente vendrás

a rogar mi hendidura?

¿O guerrero a ensartar

tu espolón sin ternura?

Reina: - ¡Ofelia! ¿qué dices?!

(Ofelia)

¿Hablabais? ¡Escuchad ésta entonces!

(casi cantando)

Se murió mi padre, señora,

Se murió y se fue;

la tierra cubre su cuerpo,

hay una piedra a sus pies.

Reina: - ¡Pero Ofelia!...

(Ofelia)

Oíd, oíd.

(casi cantando)

Blanco cual la nieve pura...

(hablando)

(Entra el Rey.)

(casi cantando)

... un sudario lo envolvió,

cubrieron su sepultura

flores que el llanto regó.

Rey: -¿Te sientes bien, jovencita?

(Ofelia)

Bien, muy bien. ¡Dios os lo premie, señor!

Sabemos lo que somos, pero no lo que seremos.

Dios os bendiga.

Rey: - Ella desvaría por su padre...

(Ofelia)

¡Por Dios! No hablemos de esto; cuando os pregunte, decidle:

(casi cantando)

El día de San Valentín

a una hora muy temprana

pasé bajo a tu ventana

cual Julieta o Beatriz.

Como ave rapaz

de mi te adueñaste

y me desfloraste

sin gracia y solaz.

Rey: - ¡Ofelia!

(Ofelia)

Espere, espere, quiero terminarla, sin maldecir.

(casi cantando)

De ti, justo cielo,

reclamo consuelo

y la Virgen su amparo me dé.

Causó mi desgracia

tan sólo su audacia.

¡Qué ingenua, de ti me fié!

Cien veces dijiste

y aleve mentiste

que te ibas conmigo a casar.

Tu: “hubiéralo hecho

si incauta a mi lecho

no me hubieras venido a buscar”.

Rey: - ¿Desde cuándo está ella así?

(Ofelia)

Todo será para bien: tened paciencia. ¡Muchas gracias por vuestros buenos consejos! ¡Que venga mi carroza! Buenas noches, señores; buenas noches, amigos míos; buenas noches, buenas noches.

(Joven)

Eso fue, papá. ¿Qué te parece? ¿No correspondía bien al personaje? ¿Y te diste cuenta de que cambié el texto de Shakespeare, para hacerlo más fuerte?

¿Tendré que buscar trabajo como secretaria, y como tu renunciar a lo que soy? Tú lo hiciste por mí... pero yo voy ya para solterona. ¿Qué mas podría hacer aquí en Santiago?... No aprendí nada en el colegio... En clases, la única cosa que me gustaba era la literatura...

¡Ey! Se prendió la lucecita roja... el casette se va a terminar...

Mamá: las cosas que quedan..., las muñecas y los vestidos regálaselos a los niños de la población. Y todo lo demás, por favor, TODO, los collares, los aros, los cuadernos, los lápices, ¡los perfumes!... ¡qué no quede nada de mí en la casa... claro, las fotografías son un problema... no querrás botar las fotografías/

(El casette se interrumpe).

*******************************************************************************************

(Despedida del pololo-amante.) DANZA DE PIE.

La joven frente a el espejo, de espaldas a la cámara, de pie.

Piano americano.

Mirándose a el espejo, destrenza los cabellos, los peina, después los recompone sobre la cabeza. Se quita la pintura de los ojos, de la boca y de toda la cara.

Adolfo, mi amor, me voy. NO NOS VOLVEREMOS A VER. Pero te dejo esto... Te dejo como recuerdo mi cuerpo, este cuerpo que tu creías amar tanto, que tuviste tantas veces, que te dio placer, pero que no conociste de verdad...

(Mirando ahora a la cámara)

Claro; esta vez no me puedes tomar, así que, tranquilo!

Quiero regalarte... mi cabellos... mis ojos... mi boca... mi cuello... mis brazos... mis manos... mis senos... mi cintura... mis caderas... mis piernas... los dedos de los pies...

(cantando)

“...Con ellos distingo

risa de quebranto,

los dos materiales

que forman mi canto...”

Se pone crema en la cara, en el cuello, en los brazos, bajo los sobacos, sobre los senos.

Quiero dejarte TODO mi cuerpo... expresivo... sensitivo... tembloroso... que tu tomabas sin ternura, siempre apurado por llegar a lo único que te interesaba...

(Mirando ahora a la cámara)

No, eres bueno en la cama, podrás jactarte de esto, Hamlet... quiero decir Adolfo...

Pero la inteligencia? La gracia? La ternura? El amor?

(Recita, irónicamente:)

Mi amor, ¿cómo será

tu aparición futura?

¿Penitente vendrás

a rogar mi hendidura?

¿O guerrero a ensartar

tu espolón sin ternura?

Ternura rima con hermosura... Pero ¿soy hermosa? (Se mira al espejo) No soy alta, no soy delgada, no soy rubia, no tengo los ojos azules... Una mujer común y corriente... como incluso los profesores me lo hicieron notar. Una mujer del montón que pretende destacarse!

Pero ¿qué importa ya? No me sirve más, ni me sirvió para ser amada, ni para hacer el gran teatro del mundo. ¡El mundo lo rechazó!

¡Ya, basta!

(Se vuelve, cubriéndose los senos, se acerca a la cámara y la apaga).

*******************************************************************************************

(Despedida del mundo y de Dios). DANZA EN PIE.

La joven lleva una camisa de noche blanca, ligera. Esta frente a la cámara, de pie.

Primissimo piano.

Y ahora te digo adiós, ¡mundo!

Dime, ¿por qué me marginaste? ¿Por qué no me aceptaste como soy? Yo quería sólo ser yo misma, sacar de mí lo mejor de mí, y ofrecérselo a todos, transformada en arte vivo...

Quería dar felicidad, o sólo hacer reír y llorar a la gente desde el escenario. Quería ser como un gusano que se transforma en mariposa, una araña que dibuja una tela a la luz de la luna.

Y en cambio tú dejaste que el gusano muriera encerrado en el capullo, y destruiste la tela cuando recién empezaba a tejerla.

¿Qué no te gustó de mí? ¿Soy muy independiente? Sí! ¿Muy ambiciosa? Sí...

¿No soy bellísima? ¿No soy descollante? ¡Y qué! Sólo las reinas de belleza y los primeros de la clase tienen derecho de expresar lo que tienen adentro?

Tenían razón ustedes. Era un sueño loco, el mío. La ilusión de una niña que quería ser reina, y que cuando debía madurar siguió siendo una niña.

Tenías razón, mamá, cuando me repetías que creciera, que fuera realista, que no tratara de volar muy alto porque la caída sería dura.

Tenían razón ustedes, compañeras del colegio, burguesitas, que me hacían sentir que no era de su clase, y me decían que tenía que bajar la cabeza y abrir las piernas, si quería subir de nivel.

Tenían razón, amigas mías de la población, cuando me aconsejaban que gozara de la vida mientras pudiera, pero que me preocupara por hacerme una situación, un marido trabajador y tranquilo, y me contentara con ser como todas.

Y tenían razón ustedes, malditos examinadores, que por fin me despertaron y sacaron de mi ridícula obstinación.

(Recita, imitando las voces de los examinadores:)

“¿Por qué escogió representar a una princesa angelical y hermosa, en vez de a una robusta campesina o a una camarera maliciosa? (Primer examinador, el viejo actor)

“Ya, “le fisique du rol”... (La voz de un segundo)

“Una actriz debe tener el sentido de las proporciones... y de la realidad!” (Una mujer histerica)

“Y además, ser capaz de memorizar veinte benditos versos de un texto consagrado.” (el “cura”)

“Mira, mi amigo, se permitió alterar a Shakespeare, esta señorita...” (dice el segundo).

(Como Ofelia)

¿Hablabais? ¡Escuchad ésta entonces!

(improvisando)

Profesores crueles e imbéciles

compañeras astutas o arrastradas

mamás recelosas y... débiles

príncipes que quieren esclavas

...

¡Ganaron!, sí, me ganaron...

¿Pero qué ganaron?

¡los profesores conservar sus textos momificados, y competir entre ellos a quién es más crítico?

¡las pequeño burguesas abrirse el camino, y las pobladoras conformarse de vivir sin valentía?

¡las mamás cortar las alas de los hijos, y si no, recalcar “te lo había dicho”?

¡y los príncipes azules pasarlo bien y alardear de sus hazañas?

No, ustedes no han ganado nada, porque todo eso ya lo tenían sin mi, y porque yo no agaché la cabeza...

Y no me tendrán, en cambio, me perderán. Yo no seré una más como ustedes quisieran... vencida... sometida... obediente... objeto sexual... humilde y resignada... una copia de copias...

(Cae en un profundo silencio. Se mira el cuerpo.)

¿Y después?

Rialza la testa, guardando di lato, all’infinito, fuori campo, non piu’ alla telecamera, strizza gli occhi e poi li spalanca, attivando nella memoria la poesia di Gabriela Mistral, che inizia a fiorire dalla sua bocca.

¿Cómo quedan, Señor, durmiendo los suicidas?

¿Un cuajo entre la boca, las dos sienes vaciadas,

las lunas de los ojos albas y engrandecidas,

hacia un ancla invisible las manos orientadas?

¿O tú llegas después de que los hombres se han ido

y les bajas el párpado sobre los ojos cegados,

acomodas las vísceras sin dolor y sin ruido

y entrecruzas las manos sobre el pecho callado?

Y responde, Señor: cuando se fuga el alma

por la mojada puerta de las largas heridas,

¿entra en la zona tuya hendiendo el aire en calma

o se oye un crepitar de alas enloquecidas?

... un crepitar de alas enloquecidas? ...

A questo punto, inizia, ispirata, a danzare, allontanandosi dalla telecamera: prova liberamente e compone la coreografia di un breve pezzo sul tema “se oye un crepitar de alas enloquecidas”.

William Shakeaspeare, HAMLET

Violeta Parra, GRACIAS A LA VIDA

Gabriela Mistral, INTERROGACIONES

Etc.

 


 

(Titoli di testa)



LA VIGILIA



LA VIGILIA


es una obra audiovideo de Pasquale Misuraca


e’ un’opera audiovideo di Pasquale Misuraca


representada por Gayle Li Maxwell Ilabaca


recitata da Gayle Li Maxwell Ilabaca


Scena Prima


(Una giovane donna prende la telecamera del padre, vvi inserisce una cassetta video in parte gia’ registrata, la accende, si pone di fronte ad essa, e seduta sul proprio letto, in mezzo primo piano, lascia al padre, e alla madre, un messaggio d’addio: ha deciso di uccidersi.)


***


Chao, papá... Preferí tu video y un casette viejo para despedirme...

Arrivederci, papa’… Ho preferito la tua telecamera e una cassetta usata per congedarmi…

Oye... ahora que me estás viendo y escuchando, yo ya no voy a estar.

Senti… ora che mi stai vedendo e ascoltando, io non ci saro’ piu’.

Pero-nos-volveremos-a-ver, seguro... seguro como yo que siempre fui segura incluso cuando me equivocaba...

Ma ci rivedremo, stanne sicuro… sicuro come me che ero sicura persino quando mi sbagliavo…

Nos volveremos a ver, y tu no me vas a reprochar por esto, ¿verdad?

Ci rivedremo, e tu non mi rimprovererai per questo, vero?

Dejo ordenada mi pieza... la mamá va a estar contenta al menos de esto...

Lascio ordinata la mia camera… la mamma sara’ contenta almeno di questo…

No, tranquilo. ¿Te acuerdas de lo que me decías cuando era chica?

No, stai calmo. Ti ricordi cosa mi dicevi quand’ero piccola?

Cuando me veas enojado, para calmarme bastará que tú me digas, en voz baja, mirándome fijo a los ojos, “calma, papá...”

Quando mi vedrai arrabbiato, per calmarmi bastera’ che tu mi dica, a voce bassa, fissandomi negli occhi: “calma, papa’”

Bueno, ahora te lo digo, “calma, papá...calma...”

Ecco, te lo dico ora: “calma, papa’, calma…”

No me la pude... ¡no-me-la-pu-de!

Non ce l’ho fatta… Non-ce-l’ho-fatta!

Cuántas veces lo intenté? Tampoco esta última vez logré aprobar el examen de admisión en la Escuela de Teatro...

Quante volte ci ho provato? Nemmeno questa ultima volta sono riuscita a superare l’esame di ammissione alla Scuola di Teatro…

No me crees? Es así...

Non mi credi? E’ cosi…

Representé esa escena de Hamlet en que Ofelia, loca de dolor por la muerte de su padre y porque su novio la desfloró sin gracia y sin hacerla feliz, le da a entender al Rey que va a matarse...

Ho recitato quella scena dell’Amleto in cui Ofelia, pazza di dolore per la morte di suo padre e perche’ il suo fidanzato l’ha deflorata senza grazia e senza farla felice, fa capire al Re che sta per uccidersi…

Ironía del destino!

Ironia del destino!

No sé donde fallé... ¿En-qué-me-equivoqué?

Non so dove ho mancato… Dove ho sbagliato?

¡Yo te tenía convencido de que me la podía, y tu te has sacrificado tanto por mí, creyendo en mí!..

Io ti avevo convinto che ce l’avrei fatta, e tu ti sei sacrificato tanto per me, credendo in me!..

Con tu bolsón, siempre a la carrera... Pobre papá... ¿Dónde?

Con la tua valigetta, sempre di corsa… Povero papa’… Dove?

¿Dónde está Su Majestad hermosa de Dinamarca?

Dov’e’ la splendida maesta’ di Danimarca?

Reina: - Ofelia, ¿cómo estás?

Regina: - Ofelia, come stai?

Mi amor, ¿cómo será

tu aparición futura?

¿Penitente vendrás

a rogar mi hendidura?

¿O guerrero a ensartar

tu espolón sin ternura?

Amore mio, come sara’

la tua apparizione futura?

Penitente verrai

a mendicare la mia fessura?

O guerriero a infilarmi

senza tenerezza e premura?

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

INIZIO DEL PRIMO BRANO

Reina: - ¡Ofelia! ¿qué dices?!

Regina: - Ofelia! Che dici?!

¿Hablabais? ¡Escuchad ésta entonces!

Parlavate? Ascoltate questa allora!

Se murió mi padre, señora,

se murió y se fue;

la tierra cubre su cuerpo,

hay una piedra a sus pies.

E’ morto mio padre, signora,

e’ morto ed e’ scomparso;

la terra copre il suo corpo,

ai suoi piedi c’e’ un sasso.

Reina: - ¡Pero Ofelia!...

Regina: - Ma Ofelia!

Oíd, oíd!

Udite, udite!

Blanco cual la nieve pura...

Bianco come la neve pura…

(Entra el Rey.)

(Entra il Re.)

... un sudario lo envolvió,

cubrieron su sepultura

flores que el llanto regó.

…un sudario lo avvolse,

coprirono la sua sepoltura

fiori che il pianto innaffio’.

Rey: -¿Te sientes bien, jovencita?

Re: - Ti senti bene, graziosa fanciulla?

Bien, muy bien. ¡Dios os lo premie, señor! Sabemos lo que somos, pero no lo que seremos. Dios os bendiga.

Bene, molto bene. Che Dio vi ricompensi! Sappiamo cio’ che siamo, ma non cio’ che possiamo essere. Dio vi benedica.

Rey: - Ella desvaría por su padre...

Re: - Delira per suo padre…

¡Por Dios! No hablemos de esto; cuando os pregunte, decidle:

Vi prego, non parliamo di questo. Ma quando vi domanderanno, risponderete cosi:

El día de San Valentín

a una hora muy temprana

pasé bajo a tu ventana

cual Julieta o Beatriz.

Como ave rapaz

de mi te adueñaste

y me desfloraste

sin gracia y solaz.

Il giorno di San Valentino

come Giulietta o Beatrice

passai sotto la tua finestra

di primissimo mattino.

Come un uccello rapace

di me ti sei impadronito

e mi hai deflorata

senza grazia e senza pace.

Rey: - ¡Ofelia!

Re: - Ofelia!

Espere, espere, quiero terminarla, sin maldecir.

Va bene, la faro’ finita senza un’imprecazione.

De ti, justo cielo,

reclamo consuelo

y la Virgen su amparo me dé.

Causó mi desgracia

tan sólo su audacia.

¡Qué ingenua, de ti me fié!

Cien veces dijiste

y aleve mentiste

que te ibas conmigo a casar.

Tu: “hubiéralo hecho

si incauta a mi lecho

no me hubieras venido a buscar”.

A te, giusto cielo

domando consolazione

e la Vergine m’ha dato la sua protezione.

Causa della mia disgrazia

e’ stata solo la sua audacia.

Che ingenua che sono stata!

Cento volte hai detto

mentendo perfidamente

che mi avresti sposata.

Ora dici: - Lo avrei fatto

se nel mio letto incautamente

non ti fossi infilata.

Rey: - ¿Desde cuándo está ella así?

Re: - Da quanto tempo e’ in questo stato?

FINE DEL PRIMO BRANO

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

Todo será para bien: tened paciencia. ¡Muchas gracias por vuestros buenos consejos!

Tutto andra’ per il meglio. Abbiate un po’ di pazienza. Grazie infinite per i vostri buoni consigli!

¡Que venga mi carroza! Buenas noches, señores; buenas noches, amigos míos; buenas noches, buenas noches.

Avanti, la mia carrozza! Buona notte, signori; buona notte, amici miei; buona notte, buona notte.

Eso fue, papá. ¿Qué te parece? ¿No correspondía bien al personaje?

Questo ho fatto, papa’. Che te ne pare? Non ho interpretato bene il personaggio?

¿Y te diste cuenta de que cambié el texto de Shakespeare, para hacerlo más fuerte?

E ti sei reso conto che ho modificato il testo di Shakespeare, per farlo piu’ forte?

¿Tendré que buscar trabajo como secretaria, y como tu renunciar a lo que soy?

Dovrei cercare lavoro come segretaria, e come te rinunciare a cio’ che sono?

Tú lo hiciste por mí... pero yo voy ya para solterona.

Tu lo hai fatto per me… ma io ormai sono una zitella.

¿Qué mas podría hacer aquí en Santiago?... No aprendí nada en el colegio...

Che altro potrei fare qui a Santiago? Non ho imparato niente a scuola…

En clases, la única cosa que me gustaba era la literatura: el Quijote, Neruda, la Mistral…

Mi appassionava solo la letteratura: il Don Chisciotte, Neruda, la Mistral…

¡Pucha! Se prendió la lucecita roja... el casette se va a terminar...

Accidenti! S’e’ accesa la lucetta rossa… sta finendo la cassetta…

Mamá: las cosas que quedan..., las muñecas y los vestidos regálaselos a los niños de la población.

Mamma: le cose che restano, le bambole e i vestiti regalali alle bambine dei quartieri poveri.

Y todo lo demás, por favor, todo, los collares, los aros, los cuadernos, los lápices, ¡los perfumes!... ¡qué no quede nada de mí en la casa...

E tutto il resto, per favore, tutto, le collane, gli orecchini, i quaderni, le matite, i profumi… che non resti niente di mio in casa…

Claro, las fotografías son un problema... no querrás botar las fotografías/

Certo, le fotografie sono un problema… non vorrai buttare le fotografie…


**********************************************************


Scena Seconda


(La giovane donna riaccende la telecamera, inserendovi un’altra cassetta, per lasciare un addio all’amante. E’ inquadrata di spalle, in piano americano, davanti ad un grande specchio. La vediamo dunque anche di fronte, riflessa.

In silenzio si strucca, si spazzola i capelli, e continuando a prepararsi per la morte, infine parla all’amante, guardando nello specchio l’occhio della telecamera.)

*

Adolfo, mi amor, me voy. No nos volveremos a ver.

Adolfo, amore mio, me ne vado. Non ci rivedremo mai piu’.

Pero te dejo esto. Te dejo como recuerdo mi cuerpo, este cuerpo que tu creías amar tanto, que tuviste tantas veces, que te dio placer, pero que no conociste de verdad.

Ma ti lascio questo. Ti lascio come ricordo il mio corpo, questo corpo che tu credevi di amare tanto, che hai posseduto tante volte, che ti ha dato piacere, ma che non hai conosciuto veramente.

Claro; esta vez no me puedes tomar, así que, tranquilo!

Beh, questa volta non puoi prendermi, percio’ tranquillo!

Quiero regalarte mi cabellos, mis ojos, mi boca, mi cuello, mis manos, mis senos, mis caderas, mis piernas, los dedos de los pies...

Voglio regalarti i miei capelli, i miei occhi, la mia bocca, il mio collo, i miei seni, le mie braccia, le mie mani, la mia vita, i miei fianchi, le mie gambe, le dita dei piedi…

“…Con ellos distingo

dicha de quebranto,

los dos materiales

que forman mi canto”...

Con essi distinguo

la gioia dal pianto,

i due materiali

che formano il mio canto

Quiero dejarte TODO mi cuerpo... sensitivo... tembloroso... que tu tomabas sin ternura, siempre apurado por llegar a lo único que te interesaba...

Voglio lasciarti tutto il mio corpo… sensibile… trepidante… che possedevi senza tenerezza, sempre ansioso di arrivare all’unica cosa che ti interessava…

No, eres bueno en la cama, podrás jactarte de esto, Hamlet... quiero decir Adolfo...

No, eri buono a letto, potrai vantarti di questo, Amleto… voglio dire Adolfo…

Pero la inteligencia? La gracia? La ternura? El amor?

Ma la intelligenza? La grazia? La tenerezza? L‘amore?

Mi amor, ¿cómo será

tu aparición futura?

¿Penitente vendrás

a rogar mi hendidura?

¿O guerrero a ensartar

tu espolón sin ternura?

Amore mio, come sara’

la tua apparizione futura?

Penitente verrai

a mendicar la mia fessura?

O guerriero a infilarmi

senza tenerezza e premura?

Ternura rima con hermosura... Pero ¿soy hermosa?

Tenerezza rima con bellezza… Ma, sono bella?

No soy alta, no soy delgada, no soy rubia, no tengo los ojos azules...

Non sono alta, non sono delicata, non sono bionda, non ho gli occhi azzurri…

Una mujer común y corriente... como incluso los profesores me lo hicieron notar. Una mujer del montón que pretende destacarse!

Una donna qualsiasi… come anche i professori mi hanno fatto notare. Una donna del mucchio che pretende distaccarsi!

Pero ¿qué importa ya? No me sirve más, ni me sirvió para ser amada, ni para hacer el gran teatro del mundo. ¡El mundo lo rechazó!

Ma che importa ormai? Non mi serve piu’, non mi e’ servito per essere amata, ne’ per recitare nel gran teatro del mondo. Il mondo lo ha rifiutato!

¡Ya, basta!

Basta!

(Si avvicina alla telecamera e la spegne.)


**********************************************************


Scena Terza.


(La giovane da’ l’addio al mondo, e a Dio. In piedi, in un terzo ambiente, parla davanti alla telecamera, in primo piano. A conclusione, si allontana dalla telecamera e prova nella stanza alle sue spalle passi di danza: un uccello che vola, viene colpito, cade, riprende il volo.)

*

Y ahora te digo adiós, ¡mundo! Dime, ¿por qué me marginaste? ¿Por qué no me aceptaste como soy?

E ora ti dico addio, mondo! Dimmi, perche’ mi hai emarginato? Perche’ non mi hai accettato come sono?

Yo quería sólo ser yo misma, sacar de mí lo mejor de mí, y ofrecérselo a todos, transformada en arte vivo.

Io volevo solo essere me stessa, estrarre da me il meglio, e offrirlo a tutti, trasformato in arte viva.

Yo quería agrandar la felicidad del mundo, o tan sólo hacer reír y llorar la gente desde el escenario.

Volevo accrescere la felicita’ del mondo, o soltanto far ridere e piangere la gente davanti allo scenario.

Quería ser como un gusano que se transforma en mariposa, una araña que dibuja una tela a la luz de la luna.

Volevo essere come un bruco che si trasforma in farfalla, un ragno che disegna una tela alla luce della luna.

Y en cambio tú, dejaste que el gusano muriera encerrado en el capullo,

y destruiste la tela cuando recién empezaba a tejerla.

E invece tu hai lasciato morire il bruco imprigionato nel bozzolo, e hai distrutto la tela che avevo appena cominciato a tessere.

¿Qué no te gustó de mí? ¿Soy muy independiente? Sí! ¿Muy ambiciosa? Sí...

Cosa non ti e’ piaciuto di me? Sono molto indipendente? Si! Molto ambiziosa? Si…

Tenían razón ustedes. Era un sueño loco, el mío. La ilusión de una niña que quería ser reina, y que cuando debía madurar siguió siendo una niña.

Avevate ragione voi. Era un sogno folle, il mio. L’illusione di una bambina che voleva diventare regina, e che quando doveva crescere ha continuato a fare la bambina.

Tenías razón, mamá, cuando me repetías que creciera, que fuera realista, que no tratara de volar muy alto porque la caída sería dura.

Avevi ragione, mamma, quando mi ripetevi di crescere, di essere realista, di non volare troppo in alto perche’ la caduta sarebbe stata dura.

Tenían razón ustedes, compañeras del colegio, pequeño burguesas, que me hacían sentir que no era de su clase, y me decían que tenía que bajar la cabeza y abrir las piernas, si quería subir de nivel.

Avevate ragione voi, compagne borghesi, che mi facevate sentire che non appartenevo alla vostra classe, e mi dicevate di abbassare la testa e aprire le gambe, se volevo salire la scala sociale.

Tenían razón, amigas mías de la población, cuando me aconsejaban que gozara de la vida mientras pudiera, pero que me preocupara por hacerme una situación, un marido trabajador y tranquilo, y me contentara con ser como todas.

Avevate ragione voi, amiche mie dei quartieri poveri, quando mi consigliavate di godere della vita finche’potevo, ma di pensare a farmi una posizione, un marito lavoratore e tranquillo, e di accontentarmi di essere come tutte.

Y tenían razón ustedes, profesores, que por fin me despertaron y sacaron de mi ridícula obstinación.

E avevate ragione voi, professori, che infine mi avete liberato dalla mia ridicola ostinazione.

“¿Por qué escogió representar a una princesa angelical y hermosa, en vez de a una robusta campesina o a una camarera maliciosa? (Primer examinador)

Perche’ ha scelto di rappresentare una bella e angelica principessa, invece di una robusta contadina o una cameriera maliziosa?

“Ya, “le fisique du rol”... (La voz de un segundo)

Gia’, il corpo adatto al ruolo…

“Una actriz debe tener el sentido de las proporciones... y de la realidad!” (Una voz femenina)

Una attrice deve avere il senso delle proporzioni… e della realta’!

“Y además, ser capaz de memorizar veinte benditos versos de un texto consagrado...” (el primer examinador)

E inoltre, essere capace di memorizzare venti benedetti versi di un testo consacrato…

“Beh, mi amigo, se permitió alterar a Shakespeare, esta señorita.” (dice el tercero).

Amico mio, s’e’ permessa di correggere Shakespeare, questa signorina…

¿Hablabais? ¡Escuchad ésta entonces!

Parlavate? Ascoltate questa dunque!

Profesores crueles e imbéciles

compañeras astutas o arrastradas

mamás recelosas y débiles

príncipes que quieren esclavas…

Professori imbecilli e crudeli

compagne astute o sottomesse

madri diffidenti e deboli

principi che vogliono schiave…

¡Ganaron!, sí, me-ga-na-ron. ¿Pero qué ganaron?

Hanno vinto! Si, mi hanno vinto. Ma cosa hanno ottenuto?

¡los profesores conservar sus textos momificados, y competir entre ellos a quién es más crítico?

I professori conservare i loro testi mummificati, e gareggiare tra loro a chi e’ il piu’ critico?

¡las pequeño burguesas abrirse el camino, y las pobladoras vivir sin valentía?

Le piccolo-borghesi aprirsi il cammino, e le proletarie conformarsi a vivere senza coraggio?

¡las mamás cortar las alas de los hijos, y si no, recalcar: “te lo había dicho”?

Le madri spuntare le ali ai figli, o altrimenti ricalcare: “te lo avevo detto”?

¡y los príncipes azules pasarlo bien y alardear de sus hazañas?

E i principi azzurri spassarsela e vantarsi delle proprie conquiste?

No, ustedes no han ganado nada, porque todo eso ya lo tenían sin mi, y porque yo no agaché la cabeza.

No, non avete vinto niente, perche’ tutto questo lo avevate senza di me, e perche’ io non ho abbassato il capo.

Y no me tendrán, en cambio me perdieron para siempre... yo no seré una más como ustedes quisieran... vencida... sometida... obediente... objeto sexual... humilde y resignada...

E non mi avrete, invece mi perderete per sempre… Io non diventero’ come voi chiedevate… vinta… sottomessa… obbediente… oggetto sessuale… umile e rassegnata…

¿Y después?

E dopo?

¿Cómo quedan, Señor, durmiendo los suicidas?

¿Un cuajo entre la boca, las dos sienes vaciadas,

las lunas de los ojos albas y engrandecidas,

hacia un ancla invisible las manos orientadas?

Come restano, Signore, dormendo i suicidi?

Un grumo nella bocca, le tempie svuotate,

le lune degli occhi pallide e gonfie,

le mani a un’ancora invisibile orientate?

¿O tú llegas después de que los hombres se han ido

y les bajas el párpado sobre los ojos cegados,

acomodas las vísceras sin dolor y sin ruido

y entrecruzas las manos sobre el pecho callado?

O Tu arrivi dopo che gli uomini sono andati via

e abbassi la palpebra sull’occhio accecato,

componi le viscere senza dolore e rumore

e incroci le mani sopra il petto tacitato?

Y responde, Señor: cuando se fuga el alma

por la mojada puerta de las largas heridas,

¿entra en la zona tuya hendiendo el aire en calma

o se oye un crepitar de alas enloquecidas?

E rispondi, Signore: quando fugge l’anima

dalla porta bagnata dalle lunghe ferite,

entra nella tua zona fendendo l’aria con calma

o si ode un crepitare di ali impazzite?


(Titoli di coda)


La Vigilia está dedicada a un adolescente de nombre Eftimios


La Vigilia e’ dedicata a un adolescente di nome Eftimios


Fragmentos teatrales, musicales, poéticos:


I brani teatrali, musicali, poetici sono tratti da:


Hamlet por William Shakespeare,


Amleto di William Shakespeare,


Gracias a la vida por Violeta Parra,


Grazie alla vita di Violeta Parra


Interrogaciones por Gabriela Mistral.


Domande di Gabriela Mistral.


música


Claudio Barrìa Mancilla


musica


Claudio Barrìa Mancilla


riprese audiovideo (febbraio 2001)


Gabriel Razeto


rodaje audiovideo (febrero del 2001)


Gabriel Razeto


montaggio (marzo 2001)


Mario Di Chiara


montaje (marzo del 2001)


Mario Di Chiara


post produzione  Videostar - Roma


post producción Videostar - Roma


produzione


Alexandra Zamba’ per AlfaZita


producción


Alexandra Zamba’ (AlfaZita)


personificazione


Gayle Li Maxwell Ilabaca


representación


Gayle Li Maxwell Ilabaca


soggetto, sceneggiatura, regia


Pasquale Misuraca


sujeto, guión, dirección de escena


Pasquale Misuraca

 

 


 

 

UNO


L’inquadratura è composta da:

1…parte superiore di una scrivania - vista un po’ dal basso (alla maniera dei personaggi di Antonello da Messina e al modo del conferenziere come inquadrato naturalmente dall’ascoltatore normale) – e dietro questa: la spalliera di una sedia da scrivania

2…sul piano della scrivania: a) una bottiglia di vetro con tappo di vetro mezza piena d’acqua, b) un bicchiere di vetro vuoto, c) una pipa, d)…

3…alle spalle della sedia, quasi accostata alla parete del muro, una pianta da appartamento, una di quelle classiche del genere palmizio che si possono trovare nella sala d’aspetto del dentista, nello studio del notaio, nel salotto piccolo-borghese, nel campo di ripresa del giornalista o politico o storico o economista intervistati dalla tivù. Questo palmizio anonimo e delicato getta la propria ombra sulla parete della stanza che fa da sfondo al campo di ripresa.

(Se la registrazione sarà realizzata nella casa labicana (ma anche se non, a ben pensarci) dovrà essere di notte – per questioni relative al sonoro, da differenziare rispetto ai due sonori ‘’La Vigilia’’ e ‘’Il Bivio’’. Con luce artificiale, dunque, la luce notturna propria di Franz Kafka.)

Aggiustamento di campo. Entra in campo un giovane, vestito di una specie di tuta vellutata (sì: una delle due che Gabriele si è fatto confezionare a bella posta), con un microfono collarino al collo (una specie di guinzaglio, a pensarci bene…), si siede alla scrivania, parla.


IN MEZZO (secondo l’intuizione di Gabriele dell’uso degli oggetti di scena)

1…Ad un certo punto, il giovane si versa un bicchiere d’acqua e ne beve un sorso.

2…In un altro momento –forse- carezza o impugna la pipa, o altro ancora.


3…Pausa


*


Illustri Signori dell’Accademia!

Voi mi fate l’onore d’invitarmi a presentare all’Accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia.

Non potrò essere tra voi in persona – ma l’impedimento ha provocato l’idea, ed ecco vi mando un AudioVideo: un numero sufficiente di parole figurate sull’argomento e - secondo la natura del mezzo - la documentazione del mio sguardo in queste ore parigine.

Cinque anni mi separano, ormai, dal mio stadio scimmiesco, un periodo forse breve, se calcolato sul calendario, ma interminabile se lo si trascorre al galoppo, come ho fatto io, accompagnato, a tratti, da eccellenti persone, consigli, applausi, musica d’orchestra, e tuttavia, in fondo, solitario, perché gli accompagnatori rimanevano, se vogliamo continuare nell’immagine, di là dalla barriera. Questa impresa sarebbe stata impossibile se avessi voluto rimanere ostinatamente attaccato alle mie origini, ai ricordi di gioventù. Il primo comandamento che m’imposi, fu la rinuncia ad ogni ostinazione. Io, libera scimmia, mi piegai sotto quel giogo: ma, in compenso, i ricordi si fecero più remoti. In un primo tempo sarei potuto tornare indietro, se gli uomini l’avessero voluto, traverso la grande porta che il cielo forma sopra la terra; ma questa porta diventava sempre più bassa e più stretta col progredire della mia evoluzione, vivamente sollecitata: mi sentivo meglio e più inserito nel mondo umano; la tempesta, che soffiava dal fondo del mio passato, si placò, ed oggi è soltanto una corrente che mi rinfresca i talloni. Chiunque cammini sulla terra, prova quel certo solletico al tallone: il piccolo scimpanzé, come il grande Achille.


(Il giovane si versa un bicchiere d’acqua e ne beve un sorso.)


La prima cosa che imparai, fu a dare la mano. Se la stretta di mano significa franchezza, oggi, all’apice della carriera, dico: la mia franca parola possa accompagnare quella prima stretta di mano. Tale franchezza non porterà all’Accademia nulla di sostanzialmente nuovo, rimarrà anzi, molto al di sotto di quanto mi si è chiesto e di quanto io, con la migliore volontà, non saprei dire: essa mostrerà tuttavia, la direzione che un’ex-scimmia ha seguito per penetrare nel mondo degli uomini e come in questo mondo si è stabilita. Aggiungo che non potrei dire neppure quel poco che ascolterete, se non fossi sicuro di me stesso, e se la mia posizione non si fosse consolidata, sino a diventare irremovibile, su tutti i grandi teatri di varietà del mondo civile.

Io sono originario della Costa d’Oro. Per sapere come venni catturato, debbo rifarmi a testimonianze altrui. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck – con il cui capo vuotai in seguito diverse bottiglie di buon rosso – una spedizione di caccia era dunque appostata nella macchia lungo il fiume, quando, una sera, m’accostai a bere col mio branco. Quelli spararono, io fui l’unico ad essere colpito: presi due pallottole. Il colpo sulla guancia fu cosa da poco. La seconda pallottola, mi colpì sotto l’anca. Una brutta botta, per cui ancora oggi cammino zoppicando. In un articolo d’uno dei diecimila cervelloni che nei giornali si scatenano contro di me, lessi di recente che la mia natura scimmiesca non sarebbe ancora del tutto cancellata: lo proverebbe il fatto che io, quando ho dei visitatori, sono solito abbassare i calzoni per mostrare il segno di quel colpo.


(Il giovane fa una breve pausa, guarda in macchina carezzandosi il lobo auricolare.)


A quel signore bisognerebbe far saltare con un revolver ogni ditino della mano con cui scrive. Per me, dico che ho il diritto di abbassare i calzoni davanti a chi mi pare: si vedrà solo una pelliccia ben curata e la cicatrice lasciata da un colpo – per ragioni determinate, usiamo qui una certa espressione, ma non vorrei che si equivocasse – da un colpo criminale. Tutto è chiarissimo, non c’è nulla da nascondere: quando è in gioco la verità, anche la persona più esigente trascura il galateo. Se quel certo scrittore si togliesse i calzoni quando riceve una visita, la cosa acquisterebbe un altro aspetto: capisco che non lo fa, perché la ragione glielo proibisce. Ma allora mi lasci in pace, con la sua delicatezza!

Dopo quei colpi mi destai – e qui cominciano i miei ricordi personali – in una gabbia posta sottocoperta nel vapore di Hagenbeck. La gabbia, costruita impiegando una cassa, aveva tre lati con le sbarre, la quarta parete era di legno. L’insieme era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Io me ne stavo rannicchiato, con le ginocchia ripiegate e tremanti, voltato verso la parete di legno, con le sbarre che mi penetravano nella schiena, perché da principio non volevo vedere nessuno, e desideravo solo stare al buio. Si ritiene che questo sistema, adottato in un primo tempo nei confronti degli animali feroci, dia i suoi frutti; per l’esperienza che ne ho fatta, non posso negare che, dal punto di vista umano, la cosa è esatta.

Ma allora non pensavo a questo. Per la prima volta in vita mia, mi trovavo senza via d’uscita: o almeno non ce n’era nessuna davanti a me, perché davanti avevo la cassa, con le sue assi saldamente connesse. C’era, sì, una fessura che arrivava da parte a parte – quando lo scoprii la prima volta, la salutai con l’urlo di gioia dell’insipienza – ma tale fessura non bastava neppure a far passare la coda e non ci fu forza scimmiesca capace d’allargarla.

Da quanto mi dissero in seguito, mi comportavo con insolita moderazione; gli esperti conclusero che ero vicino a morire, ma, se mi fosse riuscito di superare il periodo critico, sarei stato un ottimo soggetto. Superai quel periodo. Sordi singhiozzi, dolorosa ricerca di pulci, stanche leccate a una noce di cocco, colpi di testa contro la cassa, un palmo di lingua se qualcuno si faceva vicino: ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. In mezzo a tutto questo, un’unica sensazione: quella d’essere senza via d’uscita. Oggi, naturalmente, posso tradurre solo nel linguaggio umano quello che allora sentivo come scimmia, e quindi, di necessità lo deformo; ma anche se non posso più ritrovare l’antica verità scimmiesca, questa si trova, non c’è dubbio, nella direzione che indico.


(Il giovane smette di parlare, guarda di lato carezzandosi il lobo auricolare, guarda in macchina alzandosi, esce di campo dirigendosi verso la videocamera. S’interrompe la registrazione.)


*


DUE.


(Brani montati da riprese digitali realizzate a Parigi nel 2002.)


*


TRE.


Aggiustamento di campo, fino a trovare e fissare un campo leggermente più stretto del precedente.

Entra in campo il giovane uomo, si siede, versa un po’ d’acqua nel bicchiere, ne beve un sorso, parla.

Fino a quel momento – quando venni catturato – avevo avuto tante vie d’uscita, e d’un tratto non me ne restava più una. Ero bloccato. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe diminuita. E perché? Gràttati pure tra gli alluci, non ne troverai la ragione. Premi pure il dorso contro le sbarre, fino quasi a tagliarti in due, non ne troverai la ragione. Non avevo una via d’uscita, ma ne dovevo inventare una, perché senza non potevo vivere. Eternamente contro la parete di quella gabbia… sarei certo crepato. Ma le scimmie di Hagenbeck non sono fatte per rimanere contro la parete d’una gabbia? Bene, io, allora, smetterò d’essere una scimmia. Chiaro, eccellente ragionamento, che dovetti ideare, non so come, con la pancia, perché le scimmie pensano con la pancia.

Temo non si capisca bene quello che io intendo per via d’uscita. Uso l’espressione nel senso più comune e più completo. Di proposito, non parlo di libertà. Non penso al grande, illimitato sentimento di libertà. Come scimmia, forse, lo conobbi e ho incontrato uomini che vorrebbero conoscerlo. Per quanto mi riguarda, non chiedevo libertà allora e non la chiedo oggi. Brevemente: gli uomini s’ingannano troppo spesso, con la loro libertà. Siccome la libertà è annoverata tra i sentimenti sublimi, la delusione relativa è anch’essa considerata sublime. Nei teatri di varietà, prima del mio numero, sono rimasto spesso a guardare una coppia di trapezisti al lavoro. Si slanciavano, oscillavano, saltavano, volavano uno nelle braccia dell’altro; uno, con i denti, reggeva l’altro per i capelli. “Anche questa è libertà umana,” pensavo,movimento sovrano.” Derisione della santa natura! Non c’è tetto che non crollerebbe sotto le risate delle scimmie presenti a quello spettacolo.

No, non volevo libertà. Volevo solo una via d’uscita: a destra, a sinistra, ovunque fosse. Non avevo altre esigenze: ammesso che la via d’uscita avesse rappresentato una delusione, l’esigenza era modesta e la delusione non sarebbe stata maggiore. Andare avanti, avanti! Non rimanere immobile, le braccia levate, schiacciato contro la parete d’una gabbia.

Oggi vedo chiaro: senza una grande calma interiore, non sarei mai potuto scampare. Forse debbo tutto quello che sono diventato alla calma che, dopo i primi giorni, si impadronì di me sul piroscafo. Preciso ancora che questa calma la dovetti alla gente della nave. Brava gente, in fondo. Ancora oggi rammento con piacere i passi pesanti che risuonavano nel mio dormiveglia. Avevano l’abitudine di fare ogni cosa con estrema lentezza. Se uno voleva fregarsi gli occhi, sembrava che alla mano avesse legata una zavorra. I loro scherzi erano grossolani, ma cordiali. Al loro riso si mescolava una tosse che poteva preoccupare, ma che in fondo non aveva importanza. In bocca avevano sempre qualche cosa da sputare, non importa dove.


(Il giovane fa una breve pausa, guarda in macchina carezzandosi il lobo auricolare.)


La calma che acquistai in mezzo a quella gente mi trattenne, anzitutto, da ogni tentativo di fuga. Oggi mi pare che dovevo per forza avvertire la necessità di trovare una via d’uscita, se volevo vivere, e che questa via non poteva essere una fuga. Non so più se la fuga era possibile, mi parrebbe di sì: a una scimmia la fuga deve essere sempre possibile. Con i denti che ho oggi debbo stare attento a rompere una noce, ma allora sarei riuscito, con il tempo, a schiantare la serratura. Non lo feci. Che vantaggio ne avrei avuto? Appena tirata fuori la testa, mi avrebbero ripreso e rinchiuso in una gabbia ancora peggiore; a meno che non mi fossi rifugiato tra altri animali, per esempio tra gli enormi serpenti che avevo di fronte, i quali mi avrebbero soffocato tra le loro spire; forse sarei riuscito a scivolare fino in coperta e a saltare oltre la murata, per dondolarmi un momento sui flutti e annegare. Azioni disperate. Non ragionavo in modo così umano, ma, influenzato dall’ambiente, mi comportavo come se avessi ragionato.

Non ragionavo dunque, ma osservavo tutto con calma. Guardavo gli uomini andare e venire, sempre gli stessi visi, gli stessi movimenti, spesso mi pareva che fosse sempre la stessa persona. L’uomo o gli uomini che fossero, si muovevano liberamente. Intravidi allora una grande meta. Nessuno mi prometteva che la gabbia si sarebbe aperta, se fossi diventato uguale a quelli: non si fanno mai promesse per azioni che non si possono attuare. Se però l’azione viene attuata, ecco apparire le promesse, dove prima uno le aveva invano cercate.

Quegli uomini non avevano nulla che mi attirasse molto. Fossi stato un partigiano di quella specie di libertà rammentata prima, avrei certo preferito l’oceano alla via d’uscita che m’appariva nello sguardo torbido di quella gente. In ogni modo, prima di pensare a queste cose, li avevo osservati a lungo e furono proprio queste ripetute osservazioni a spingermi in una direzione particolare. Era così facile, imitare la gente! Sputare, sapevo già farlo nei primi giorni. Ci sputavamo in faccia a vicenda: la sola differenza era che io, dopo, mi leccavo la faccia, loro no. Presto fumai la pipa come un vecchio; se cacciavo il pollice nel fornello, tutti, sottocoperta, giubilavano, però, per lungo tempo, non capii la differenza tra una pipa piena e una pipa vuota.


(Il giovane fa una breve pausa, carezzando la pipa.)


Ripeto che non mi tirava punto di imitare gli uomini, li imitavo solo perché cercavo una via d’uscita. Quando, ad Amburgo, venni consegnato al mio primo domatore, mi resi subito conto delle due possibilità che mi si offrivano: giardino zoologico o teatro di varietà. Non esitai, mi dissi: “Poni ogni impegno per arrivare al varietà, il giardino zoologico significa solo una nuova gabbia, se ci arrivi sei finito.”

Allora imparai, Signori. Vi assicuro che s’impara, quando si è costretti; s’impara, quando si cerca una via d’uscita; s’impara a corpo perduto. Si sorveglia se stessi con la sferza, ci si strazia alla minima difficoltà. La natura scimmiesca si precipitò fuori di me a gran salti mortali; il mio primo maestro rischiò di diventare, a sua volta, una scimmia, dovette interrompere le lezioni ed essere ricoverato in una clinica. Ne uscì, per fortuna, non molto dopo. Consumai molti maestri, parecchi anche in una volta sola. Quando fui diventato più sicuro delle mie capacità, e il pubblico prese a seguire i miei progressi, e il futuro cominciò a risplendere, assunsi io stesso degli insegnanti: li facevo sedere in cinque camere in fila, e prendevo le lezioni da tutti insieme, saltando da una stanza all’altra.

Quei progressi! La penetrazione dei raggi della scienza in un cervello che si desta! Non lo nego: ero felice. Ma confesso anche che non esageravo, e che ancora meno lo faccio oggi. Con uno sforzo che sinora non s’è ripetuto sulla terra, ho fatto mia la cultura media d’un europeo. In sé, forse, il fatto è insignificante, ma la sua importanza fu che m’aiutò a uscire dalla gabbia, procurandomi una particolare via d’uscita, una via d’uscita nel mondo umano. Voi conoscete l’espressione: tagliare la corda. È quanto feci. Non avevo altra strada, dato che non volevo scegliere la libertà.

(Il giovane versa un po’ d’acqua nel bicchiere, ne beve un sorso.)

Se considero la mia evoluzione e gli scopi che fino ad oggi essa si è prefissi, non mi lamento né mi rallegro. Le mani in tasca, la bottiglia del vino sul tavolo, siedo riverso sulla mia sedia a dondolo e guardo dalla finestra. La sera c’è quasi sempre spettacolo, ottengo successi che non potranno essere più grandi. Quando, a tarda notte, rientro da banchetti, da società scientifiche, da piacevoli riunioni in case private, c’è da aspettarmi una piccola scimpanzé semi-addomesticata, e con lei mi abbandono ai diletti della nostra specie. Di giorno non voglio vederla, perché ha nello sguardo la follia della bestia domata: sono il solo ad accorgermene, e non posso sopportarlo.

Ma insomma, sono arrivato dove volevo arrivare. Non si dica che non ne valeva la pena. D’altra parte, non m’importa di giudizi umani, cerco solo di diffondere delle cognizioni, mi limito a informare, così come ho informato voi, illustri signori dell’Accademia.

(Il giovane smette di parlare, si alza, esce di campo dirigendosi verso la videocamera, qualche secondo di campo vuoto, si interrompe la registrazione.


*


QUATTRO.


…alla stanza da letto, dove troviamo una giovane donna che danza, nuda, al suono di ‘Joy To The World’. S’interrompe la registrazione.