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Notte e Giorno. 2003
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Sceneggiatura per un film sul sogno

 


 

 

 

Notte e Giorno

 

 

Sceneggiatura di Pasquale Misuraca

scritta e riscritta in collaborazione con Nefeli Misuraca, Alexandra Zambà, Gigino Pellegrini, Serafino Murri e Federica De Paolis.

Roma, ultima stesura: settembre 2003

 

 

SCENA 1

Bologna. Periferia > Stazione Centrale. Esterno / Interno Giorno.

 

La sagoma controluce di una ragazza, come vista dall’interno dello scompartimento di un treno che esce da una galleria, incorniciata dal finestrino. In piedi, di spalle, osserva il paesaggio.

 

Vediamo con i suoi occhi: la distesa uniforme delle palazzine grigie intercalate da strade bianche e gru nere,

 

capannoni di fabbriche sotto un cielo di nuvole,

 

le nuvole,

 

una fila indiana di operai che s’allontanano scherzando di lato ai binari.

 

Volto luminoso della RAGAZZA.

 

Voce Fuori Campo di un giovane compagno di viaggio: “Interessante?”

 

RAGAZZA, si volta, ripresa dal basso, punto di vista del compagno di viaggio seduto in scompartimento: “Tutto visto dal treno è strano… è come vedere un film, o sognare… (voltandosi – 18-20 anni) o morire…’’

 

Inquadratura a comprendere entrambi.

 

GIOVANE(24-25 anni): ‘’Uhmm… E in che si somiglierebbero viaggiare, sognare e… morire?’’

 

RAGAZZA: ‘’…tu stai fermo, e il resto continua a muoversi… (torna a guardare fuori) l’acqua dei fiumi, i ricordi, i desideri, gli operai, le nuvole...”

 

GIOVANE: “Ah… Dove vai?”

 

RAGAZZA (voltandosi): “Torno… Ti chiami?”

 

GIOVANE: “CLAUDIO… E tu?”

 

RAGAZZA: “FELICITA.”

 

FELICITA si volta verso CLAUDIO e gli indica, fuori, in alto, le nuvole…

 

Primo piano del volto luminoso di FELICITA.

 

Un UOMO (35 anni) seduto in uno scompartimento di un altro treno che viaggia in senso contrario, un po’ sbracato, con la testa appoggiata indietro, gli occhi fissi nel vuoto. Stanco. Forse triste. Si volta a guardare il corridoio.

 

Passa una RAGAZZA che si ferma di spalle a guardare fuori. Somiglia a Felicita vagamente. Ha i capelli corti, tinti di rosso fuoco.

 

L’UOMO ha un guizzo negli occhi. Imbraccia la macchina fotografica che tiene al collo, mette a fuoco e scatta una foto.

 

Un GIOVANE PRETE seduto di fronte a lui, addormentato, si sveglia a sentire lo scatto.

 

L’UOMO lo guarda, serio. Punta la macchina verso di lui. Mette a fuoco ma non scatta.

 

Il GIOVANE PRETE sorride, imbarazzato.

 

L’UOMO si sbraca di nuovo, e torna a guardare nel vuoto.

 

Come visto dalla banchina, il treno entra nella stazione, frena ancora.

 

Come visto da FELICITA, il treno finisce di frenare, si ferma: la banchina, chi scende, chi aspetta cercando qualcuno.

 

L’UOMO si alza. Esce nel corridoio, si avvicina alla porta aperta verso la banchina.

 

Passa una SIGNORA con cagnolino. Indossa una pelliccia rossa.

 

L’UOMO imbraccia la macchina. Mette a fuoco, aspetta.

 

Vediamo come da dentro l’obiettivo. L’immagine si sposta dalla donna a Un UOMO MATURO (65-70 anni) sulla banchina che va ad abbracciare una DONNA MATURA (stessa età) che lo aspettava al centro della banchina. Lei stringe in una mano la custodia di uno strumento musicale a fiato, l’UOMO MATURO l’ingombrante custodia di un violoncello. Si abbracciano a fatica e si baciano fortemente. Scatto.

 

FELICITA dal finestrino lo sta guardando.

 

Sguardo di FELICITA sull’uomo e la donna.

 

FELICITA che sorride e guarda l’UOMO.

 

L’UOMO continua a guardare il mondo dall’obiettivo. Scende dal predellino. Guarda a terra.

 

Vediamo da dentro l’obiettivo. Un nastro rosso che si muove, come dotato di vita propria, guizza. Scatto.

 

FELICITA guarda.

 

Quello che vede FELICITA. L’uomo che sta scattando una foto a un nastro rosso che pende da un vestito bianco di una bambina che saltella.

 

L’UOMO sposta lo sguardo, sempre tenendo la macchina sugli occhi.

 

Vediamo da dentro l’obiettivo. L’UOMO anziano fa una carezza alla DONNA anziana che sorride dolcemente. Ci spostiamo e vediamo il treno di FELICITA e FELICITA stessa. Messa a fuoco in rapido avvicinamento. Le labbra di FELICITA che sorridono. Primo piano. La macchina si abbassa.

 

L’UOMO che guarda senza macchina FELICITA. Sorride, per la prima volta.

 

FELICITA sorride. Mette la mano aperta contro il vetro

 

L’UOMO si avvicina. Il treno di FELICITA si muove.

 

Piano a comprendere entrambi.

 

Primo piano dell’UOMO, contrariato che comincia a camminare a fianco del treno.

 

FELICITA prende un libretto che aveva nella tasca posteriore dei pantaloni. Apre il finestrino e lo sporge.

 

Piano a comprendere L’UOMO che corre dietro al treno e il finestrino di lato da cui si vede sporgere il libro.

 

FELICITA lascia andare il libro.

 

L’UOMO si ferma, il treno ormai va troppo veloce. Prende il libro da terra. È “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Torna sul suo treno.

 

FELICITA vista di fronte, ancora al finestrino aperto che le sconvolge i capelli. Dietro di lei compare CLAUDIO.

 

Voce Fuori Campo di CLAUDIO: “Lo conosci?”

 

FELICITA guarda CLAUDIO sorniona: “Io? Pensavo lo conoscessi tu…”

 

CLAUDIO: “Ma guardava te…”

 

FELICITA: “Ah, sì? È una di quelle persone che avresti voluto conoscere tante volte. Ora ci siamo visti. Per caso… Sarà un semplice volgersi del fato. La conosci la canzone?” Cerca nel suo porta-CD: “Forse ce l’ho… forse ce l’ho… Eccola!”

 

Mette il cd nel lettore, porge un auricolare a lui, l’altro lo mette lei a un orecchio e sentiamo “A Simple Twist of Fate” di Bob Dylan.

 

“They sat together in the park/”

FELICITA: “Loro si sedettero nel parco/”

“As the evening sky grew dark/”

FELICITA: “Mentre il cielo s’incupiva”

“She looked at him and he felt that spark/”

FELICITA: “Lei lo guardò e lui sentì una scintilla/”

“Tingle to his bones”

FELICITA: “Pizzicargli le ossa.”

“It was then he felt alone”

FELICITA: “Fu allora che si sentì solo”

“And wished that he’d gone straight”

FELICITA: “E desiderò andare fino in fondo”

“And watched out for a Simple Twist of Fate”

FELICITA: “E aspettò un Semplice Volgersi del Fato”

 

Il volto felice di FELICITA

 

 

SCENA 2

Da Bologna verso Sud e verso Nord. Interno Giorno-Sera.

 

 

Il volto assorto dell’UOMO.

 

Il treno sul quale sta viaggiando attraversa la periferia di Bologna, nel senso inverso a quello percorso da FELICITA, e vediamo con gli occhi di lui gli stessi luoghi e particolari osservati poco prima da lei, e

 

il primo della fila indiana degli operai si china a raccogliere un foulard colorato impigliato sui binari.

 

Il volto trasognato dell'UOMO.

 

Il volto allegro di FELICITA.

 

Una serie di gallerie, dentro le quali s'imbucano i due treni, l'uno diretto al Nord l'altro al Sud.

 

Dal buio affiorano, ad ogni fuoriuscita dalle gallerie, alternati, i volti dell'UOMO e di FELICITA.

 

Come se stessero l'uno di fronte all'altra nello stesso compartimento, profilo alternato a profilo.

 

Il volto contratto dell’UOMO che vede sé e lei riflessi nel finestrino del corridoio, come se lei fosse veramente seduta nel suo stesso compartimento. Non si gira verso di lei ma continua a guardarla riflessa.

 

FELICITA, che imita scherzosamente l’espressione di lui.

 

L’UOMO, trattenendo un sorriso, solleva il libro davanti a sé.

 

FELICITA lo osserva.

 

Lui apre il libro. C’è il nome di FELICITA e un brano della poesia di Baudelaire “A una passante”

 

Un lampo… poi la notte! – O fugace bellezza,

Il tuo sguardo m’ha ridato la vita,

Non ti rivedrò che nell’eternità?

Altrove, lontano da qui! Troppo tardi! Forse mai!

Io non so dove fuggi, tu ignori dove vada,

O te che avrei amato, o tu che lo sapevi!

 

Sfoglia il libro. Inizia a leggere a FELICITA un brano dal libro. Ma il rumore del treno sovrasta le sue parole.

 

FELICITA gli fa cenno di non sentire la sua voce.

 

L’UOMO (cancella con un lento gesto della mano ogni rumore e riprende a leggere): “Ormai era tutta presa dalla curiosità: lo rincorse attraverso il campo e per fortuna arrivò in tempo per vederlo infilarsi in una grande tana, sotto una siepe.

Un istante dopo s’infilava nella tana dietro di lui: non le venne neppure in mente di chiedersi come avrebbe poi fatto ad uscire da quel posto.

Per un pezzo la tana era diritta come una galleria...”

 

L’UOMO rialza gli occhi e guarda davanti a sé e vede, con dolore,

 

FELICITA nello scompartimento del suo treno, voltata verso CLAUDIO, che la guarda.

 

Nel silenzio assoluto riaffiora il rumore del treno e il finestrino torna a riflettere il suo scompartimento.

 

Il rumore del treno viene a poco a poco sovrastato da un fruscio, sempre più insistente: quello delle pagine di un giornale.

 

Le pagine di un giornale sfogliate velocemente.

 

L’UOMO si guarda intorno.

 

Seduto nell’angolo opposto dello scompartimento, il GIOVANE PRETE anglicano che mastica una gomma e legge il quotidiano.

 

L’UOMO lo osserva trasognato.

 

Il GIOVANE PRETE, rispondendo allo sguardo e offrendo il giornale: “Prego! Io l’ho già letto... (sorride)”

 

L’UOMO, abbozza un sorriso di circostanza: “Grazie... non m’interessa...”

 

IL GIOVANE PRETE: “Quel libro sarà più interessante… (sorride di nuovo cercando complicità)”

 

L’UOMO: “…inseguivo un pensiero… che inseguiva un coniglio…”

 

IL GIOVANE PRETE: ‘’ Coniglio? Bianco? The White Rabbit? Ah! Bianconiglio, certo! Meglio che in inglese! La traduzione italiana è eccellente, fantasiosa… «E’ tardi, è tardi ormai, neppur posso dirti ciao: ho fretta ho fretta assai… »’’

 

L’UOMO fa un debole sorriso e si volge a guardare fuori dal finestrino.

 

 

 

 

SCENA 3

Reggio Calabria. Stazione ferroviaria. Esterno Notte.

 

 

Come visti dal finestrino aperto di un treno che rallenta e infine si ferma, il promontorio incastonato dalle luci dei lampioni e delle case di Reggio Calabria, coronata dal Castello, la stazione ferroviaria e, sulla banchina, un uomo di mezza età che tiene per mano una bambina di cinque anni.

 

I loro volti s’illuminano.

 

FELICITA risponde felice al loro sguardo e

 

scende saltando dal treno. I tre s’abbracciano e abbracciati escono dalla stazione, s’infilano in un’auto e salgono verso la città vecchia scolpita sotto il Castello, di fronte al mare Tirreno, infinito sotto la luna. Dal mormorio delle onde cresce il rumore di un treno e lo stridore dei suoi freni.

 

 

 

 

SCENA 4

Padova. Stazione ferroviaria. Esterno Notte.

 

 

Un treno si ferma alla stazione di Padova. Scende, fra altri viaggiatori, l’UOMO, imbocca il sottopassaggio, scomparendo alla nostra vista. Il treno riparte e s’allontana.

 

L’UOMO fuoriesce dall’altra parte del sottopassaggio, e si trova di fronte

 

la città.

 

Solo, s’incammina.

 

 

 

 

SCENA 5

Padova. Strade del Centro. Esterno Notte.

 

 

Vediamo con gli occhi dell’UOMO in movimento le strade deserte del centro della città, che vanno a finire in un mare di nebbia.

 

Il mare di nebbia che inghiotte l’UOMO. Dopo qualche secondo affiora l’UOMO, si guarda a sinistra, esce di campo a sinistra. Qualche secondo ancora, e entra in campo da sinistra ed esce a destra.

 

 

 

 

SCENA 6

Reggio Calabria. Casa di FELICITA. Esterno Notte.

 

 

Una palazzina moderna tipica di Reggio. In alto, un balcone illuminato dall’interno.

 

 

 

 

SCENA 7

Reggio Calabria. Casa di FELICITA. Interno Notte.

 

 

Ora ci troviamo all’interno della grande stanza che dà accesso al balcone. A un grande tavolo preparato per la cena sta seduta FELICITA. Entra in campo una VECCHIA DOMESTICA portando una zuppiera fumante, che poggia sul tavolo borbottando: “Si è freddato tutto, questi ritardi, i treni, io come lo sapevo…”, e si volta a guardare, fuori campo,

 

la BAMBINA, in piedi, davanti a un teatrino per bambini sistemato su un tavolinetto e non s’accorge di essere osservata. Sta giocando con due marionette: una madre e una bambina. Parlotta da sola.

 

La VECCHIA DOMESTICA si avvicina a FELICITA e le sussurra: “L’hai vista, la nonna?” ma si arresta imbarazzata improvvisamente quando

 

entra il PADRE e vede la BAMBINA che

 

parlotta con le marionette. Voce Fuori Campo del PADRE: “Sofia… è pronto, dai...” E va a sedersi al tavolo.

 

 

 

SOFIA: “Eccomi, papà.” E corre a sedersi al tavolo. La VECCHIA DOMESTICA, facendosi quasi di nascosto il segno della croce, comincia a servire la cena parlando tra sé. “Se ci fosse più religione… anche in questa casa…” Si avvicina al PADRE, e fa per servirlo. Questi, che ha tirato fuori una sigaretta dal pacchetto e la batte ripetutamente sul dorso della mano, dove all’anulare si nota una vistosa fede nuziale d’altri tempi, con un gesto indica alla VECCHIA DOMESTICA di servire prima FELICITA

 

FELICITA, carezzando la tovaglia, guarda intensamente il padre, che prende l’accendino sul tavolo e si accende la sigaretta.

 

Dopo una boccata, il PADRE (a FELICITA): “Allora… come l’hai trovata?”

 

FELICITA: “Come me l’aspettavo…”

 

Il PADRE stringe gli occhi e aspetta.

 

FELICITA: “Gelida.”

 

SOFIA (a FELICITA): “Chi hai visto, Feli?”

 

Il PADRE e la VECCHIA DOMESTICA guardano SOFIA. Il PADRE (a SOFIA): “Ha visto una città. A Nord, lontano lontano. Su, adesso mangiamo, che si fredda…”

 

SOFIA (a FELICITA): “Chi è Félida? Chi hai visto?”

 

FELICITA (a SOFIA): “Si dice gélida, non félida… La felida e’ una gatta che vive al Polo Nord, ha i baffi di ghiaccio e cattura le sue prede soffiando vento freddo. (e soffia sulla minestra fumante)”

 

SOFIA: “Se la gatta soffia il freddo, allora non si muove però. Quando sei tutta fredda che esce il fumo dalla bocca non ti puoi muovere che ti senti paralizzata. Lo sai?”

 

FELICITA: “(guardando il PADRE) E’ proprio così... Lei non si può muovere. Penso che la lascerò lì dov’è.”

 

Il PADRE guarda FELICITA. Spegne la sigaretta: “Eppure Torino è una bella città… D’inverno è così, un po’ malinconica… Non devi lasciarti intristire. L’Università è buona. Sai cosa penso delle persone che ti ospiterebbero, ma non lasciarti influenzare nemmeno da questo.”

 

FELICITA: “La nonna è stata molto cara. Sono passati più di due anni, forse dovresti ammorbidirti un po’.”

 

PADRE: “Avrebbe dovuto comportarsi diversamente. Avrebbe dovuto farlo allora. Adesso è tardi.”

 

FELICITA: “Tardi per cosa? Anche lei è una madre. Ha sofferto, ha perso una figlia… e ora vorrebbe tornare…”

 

PADRE, adirato, posa il cucchiaio e si accende un’altra sigaretta: “Ci sono madri che non tornano, lo sa questo lei?”

 

FELICITA: “Si è confusa all’inizio, lei non…”

 

SOFIA: “Io non ci credo! Tutte le mamme tornano. Le mamme si muovono. Escono, fanno la spesa, fanno la spesa lontano lontano qualche volta e ci mettono taaanto tempo a ritrovare la strada. Ma i piccoli non lo sanno dove vanno, allora sono le mamme che devono tornare!”

 

FELICITA: “Beh, non sempre riescono a trovare la strada... ”

 

SOFIA: “Tu non capisci, FELICITA. Le mamme sanno sempre ritrovare i figli per il filo della pancia. (si solleva la maglietta e mostra l’ombelico) Questo è il buco della pancia dove ci stava il filo della mamma. Adesso non lo vedi, però io lo sento che c’è sempre il filo fino alla mamma.”

 

Il PADRE fa segno a SOFIA, portando l’indice sulla bocca, di tacere. “Mangia adesso...”

 

SOFIA: “Però papà no. Per questo manda TETELLA a fare la spesa, sennò lui si perde e non ci trova più... perché non abbiamo il filo suo, noi. (Sorride e comincia a mangiare)”

 

 

 

 

SCENA 8

Padova. Abitazione dell’UOMO. Esterno Notte.

 

 

Una anonima palazzina padovana. Di fronte, un cartellone pubblicitario illuminato da lampadine che s’accendono e si spengono ritmicamente.

 

 

 

 

SCENA 9

Padova. Appartamento dell’UOMO. Interno Notte.

 

 

L’interno della cucina d’un appartamento dell’ultimo piano della palazzina, immerso in una penombra triste ritmicamente impallidita dai lontani lampi dell’insegna giù in strada. Si sentono: la porta d’ingresso aprirsi e richiudersi, i passi dell’UOMO, lo scatto del pulsante della segreteria telefonica, una VOCE di DONNA:

“Ancora non sei tornato?… FOSCO, chiamami quando arrivi. Oggi è… è mezzanotte...”,

lo spegnersi della segreteria telefonica, ancora passi di FOSCO. S’accende la luce della cucina, ed entra in campo FOSCO.

 

Panoramica dal punto di vista di FOSCO sul tavolo su ci sono, in disordine, un pentolino usato e incrostato; quattro o cinque bicchieri sporchi, piatti sporchi.

 

Primo piano di FOSCO.

 

FOSCO avvicina la mano per spostare gli oggetti, ma rimane a mezz’aria e finisce per accantonarli in modo da lasciare un angolo libero.

 

Tira fuori dalla valigetta a mano un tramezzino nella plastica. Lo mette su un piatto e solleva una delle due fette di pane in cassetta. Con una forchetta ne estrae i pezzi di tacchino e li dispone da una parte del piatto, poi le foglie d’insalata e le dispone sull’altro lato. Butta le fette di pane. Primo piano del piatto con tacchino e insalata. FOSCO tira fuori dalle tasche le cartine, il tabacco e si fa rapidamente una sigaretta, quindi cerca nelle tasche l’accendino, non lo trova, non lo trova, guarda la finestra vuota nella notte – vede una giovane donna nel palazzo di fronte che mette a letto un bambino. Affiora il suo riflesso, specchiandosi, sorride, si avvicina alla cucina, e si accende la sigaretta al fornello. Lasciandolo acceso, va al telefono, compone un numero, inserisce il Viva Voce, si sdraia sul letto. La voce della DONNA della segreteria risponde.

 

FOSCO: “Ciao…”

DONNA: “Ma dove sei?”

FOSCO: “Ancora una volta a Padova…”

DONNA: “Ti sento male…”

FOSCO: “E’ il Viva Voce.”

DONNA: “Prendi la cornetta, per favore?”

 

FOSCO allunga il braccio, schiaccia un pulsante e afferra la cornetta.

 

DONNA: “Vieni?”

FOSCO: “No, sono morto… già a letto… Questo viaggio è stato troppo lungo, VALERIA…”

VALERIA: “Vuoi che venga io?…”

FOSCO: “Dài… è quasi giorno… Buongiorno…”

VALERIA: ‘’E’ ancora notte. Buonanotte.’’

 

FOSCO rimette a posto la cornetta.

 

FOSCO, di lato al letto scomposto, nella penombra intermittente comincia a spogliarsi.

 

Vede l’immagine del proprio corpo, nudo, riflessa sul vetro di un grande disegno incorniciato alla parete. Si guarda. Vede una serie di foto professionali alla parete di una donna, sempre seria e in posa.

Affiora il sonoro di un treno sulle rotaie.

Canta: “Se tu fossi una brava ragazza,

Non mi diresti che la notte sogni di avermi accanto qui nel tuo letto...” (sorride)

(si fa serio) “Se tu fossi una brava ragazza, la ragazza che sognavo di incontrare...”

 

Mentre si sente la Voce Fuori Campo, panoramica sulla serie di foto che finisce sulla finestra da cui si vede la finestra del palazzo di fronte. Zoom verso la finestra di fronte che in dissolvenza incrociata diventa quella a cui è affacciata FELICITA che sorride. Zoom sul suo volto mentre lei chiude le imposte e si volta

 

 

 

SCENA 10

Reggio Calabria. Cameretta di SOFIA. Interno Notte.

 

 

SOFIA in piedi sul proprio lettino, la testa coperta dal proprio pigiama, dal quale fatica a districarsi: “Aiuto, FELICITA!” FELICITA entra in campo e la aiuta a indossare il pigiama. Sbucata fuori dal pigiama, SOFIA, irrequieta, si sporge dal letto, trae a sé lo zaino di FELICITA, fruga ma non trova qualcosa che cerca. Prende il lettore di CD. Come a riprendere un discorso mai interrotto, SOFIA a FELICITA: “Che vuol dire gelida?”

 

FELICITA : “Vuol dire molto fredda.”

 

SOFIA (poggiando il lettore sulla guancia): “Come questo? Allora se lo ascolti ti gelidi!”

 

FELICITA: “Ti geli. Come le bambine che quando non si mettono subito a letto si gelano, si ammalano e poi devono passare il giorno del compleanno in cameretta senza uscire...”

 

SOFIA che si infila nel letto e la luce che si spegne.

 

FELICITA accosta la porta della stanza di SOFIA e sente la voce della bambina: “Importante non è la speranza, importante è la forza. E la sapienza, che è del morire.”

 

FELICITA: “E questo dove lo hai imparato?”

 

SOFIA: “Non me lo ricordo... Dalla mia testa!”

 

FELICITA guarda e vede riflesso nel vetro di una cornice

 

Il viso di FOSCO come visto dal treno. Zoom sulle labbra che si aprono in un sorriso.

 

 

 

 

SCENA 11

Padova. Appartamento di FOSCO. Interno Notte.

 

 

FOSCO, dal primissimo piano delle labbra alla mezza figura sdraiato nel letto, a occhi aperti, immagina

 

FELICITA che lo sta guardando dal treno, la mano poggiata al finetrino. La sua immagine si allontana nel quadrato del finestrino.

 

Come osservato dal treno immaginario, FOSCO nel letto che si allontana mentre allunga la mano aperta.

 

 

 

 

 

 

SCENA 12

Reggio Calabria. Camera di FELICITA. Interno Notte.

 

Accanto al proprio letto, vista da dietro, FELICITA, in piedi, nuda.

 

Primo piano da dietro, in asse, di FELICITA. Si gira lentamente a cercare con gli occhi qualcosa sul letto.

 

Ora s’infila dall’alto la camicia da notte, che vela e nel contempo sottolinea, scendendo e impigliandosi delicatamente, il suo corpo.

 

Si guarda nello specchio che occupa tutto lo sportello centrale di un armadio a tre ante.

 

Primo piano del volto di FELICITA, di fronte.

 

FELICITA riflessa nello specchio dell’armadio, che ora s’apre cigolando lentamente, scoprendo nel vano dello sportello aperto, una serie di vestiti femminili ordinatamente stipati e,

 

Appeso dietro lo sportello, un vecchio cappellino bianco di raso, ingiallito dal tempo.

 

Vista da dietro, FELICITA si avvicina in punta di piedi all’armadio, stacca il cappellino, ne sfiora delicatamente i rilievi del tessuto, lo pone sulla propria testa, si volta verso lo specchio e resta, esitante, a guardarsi. Poi ripone il cappellino, torna verso il letto, si allunga sopra le coperte. Zoom centrato sul volto di FELICITA.

 

 

SCENA 13

Padova. Appartamento di FOSCO. Interno Notte.

 

Zoom centrato sul volto di FOSCO.

 

 

SCENA 14

Reggio Calabria. Camera di FELICITA. Interno Notte.

 

FELICITA ad un certo punto (primo piano) chiude gli occhi.

 

 

SCENA 15

Padova. Appartamento di FOSCO. Interno Notte.

 

FOSCO, ad un certo punto (primo piano) chiude gli occhi.

 

 

SCENA 16

Milano. Stazione ferroviaria centrale. Interno Notte.

 

(Passaggio al sogno = scena di puro montaggio.)

Intermittenza di immagini di ciò che hanno visto, e suoni che hanno sentito, Fosco e Felicita, alternati a frammenti del sogno che sta per iniziare = montaggio di brevissimi pezzi a posteriori, alcuni dei quali rallentati o accelerati. Il Bianconiglio che corre, inseguito dallo sguardo di Alice. Immagini di inseguimenti. Di seguito, sonoro del treno e frammenti di immagini viste dal treno.

 

(Sogno)

 

Scale mobili brulicanti di viaggiatori.

 

Come visto da un treno in corsa nella notte, un altro treno che sfreccia sul binario parallelo in senso contrario.

 

Interno vastissimo della Stazione.

 

(Campo medio) Una DONNA DI MEZZA ETÀ, vestita di scuro e con una borsetta nera alla spalla, sola, isolata nel flusso delle scale mobili, di spalle, trascinata verso l’alto. Voce Fuori Campo di FELICITA: ‘‘Mamma, dove vai?”

 

(Piano a figura intera) La donna si volta, e comincia a scendere la scala mobile. Il movimento della scala fa sì che la donna, pur scendendo, resti immobile (conservi lo stesso valore del campo).

 

(Primo piano) La donna respira forte e dalla sua bocca esce la striscia di fumo di quando fa molto freddo.

 

(Primissimo piano) La donna ha le vibrisse di ghiaccio.

Si solleva la camicetta e mostra la pancia senza ombelico.

 

FELICITA si solleva la camicetta e cerca l’ombelico, che non c’è.

 

L’asta verticale innanzi alla portiera centrale di un treno. Una mano femminile afferra l’asta, per sostenersi.

 

Si avvicina una mano maschile.

 

La mano femminile scivola verso il basso, per lasciare spazio alla presa della mano che sopraggiunge.

 

La mano maschile, che s’indirizzava verso il basso, si ferma a mezz’asta.

 

La mano femminile, a questo punto, si sposta verso l’alto. Come la mano maschile. Giunte entrambi in alto, scivolano insieme verso il basso.

 

 

SCENA 17

Roma. Università La Sapienza. Esterno Giorno.

 

Sotto una pioggia fredda e silenziosa, studenti a frotte s’infilano ridendo e scherzando rumorosamente sotto un portico.

 

Un albero al centro di un prato.

 

Una finestra, da cui si gonfia e protende una tenda e s’odono grida di un uomo e una donna che litigano.

 

Un PROFESSORE, che riconosciamo essere l’anziano musicista della Stazione di Bologna della SCENA 1, cammina spedito sotto la pioggia senza ombrello portando la custodia del contrabbasso, ed entra in un portone.

 

 

SCENA 18

Roma. Teatro Anatomico. Interno Giorno.

 

Il Teatro Anatomico Rinascimentale, stracolmo di studenti vocianti - maschi da un lato, femmine dall’altro. Tutti e tutte all’apparire del PROFESSORE tacciono.

 

Il PROFESSORE si arrampica sull’alta pedana in cima alla quale troneggia la cattedra, quindi adagia la custodia del contrabbasso sul tavolo anatomico.

 

In piedi, accanto al tavolo anatomico, vestita da infermiera, la DONNA MATURA (vedi SCENA 1) estrae dalla custodia del flauto una serie di bisturi e li dispone coscienziosamente sul tavolo.

 

FELICITA, fra il PROFESSORE e gli studenti.

 

Il PROFESSORE, iniziando ad aprire la custodia del contrabbasso, articola distintamente a voce alta: ‘‘Ladies and gentlemen, oggi prenderemo in esame l’ombrello.”

 

Applausi e ‘‘Bravo!” ‘‘Bene!”

 

Dalla custodia del contrabbasso esce FOSCO.

 

PROFESSORE (si schiarisce la voce, indica FOSCO): Cos’è questo? Un ombrello. Ombrello viene da ombra, e l’ombra è il nero di noi stessi... l’altra metà del cielo, la faccia ombrata della luna e via enumerombrando. L’ombrello è insomma, testoline mie care, un simbolo fallico, il simbolo fallico per eccellenza!”

 

Applausi incontenibili.

 

Gli studenti alzano i propri ombrelli e li brandiscono verso le studentesse.

 

Le studentesse applaudono entusiaste.

 

Uno studente in alto, in fondo, alza la mano.

 

PROFESSORE: ‘‘Dica, dica, anzi venga, venga avanti, si faccia vedere!”

 

Lo studente scende claudicando le scalette. Ci accorgiamo ora che si tratta di CLAUDIO. Si accosta al PROFESSORE e gli sussurra qualcosa all’orecchio. Quindi afferra il suo ombrello e lo punta verso FELICITA.

 

Il PROFESSORE assente gravemente.

 

FELICITA si guarda intorno imbarazzata.

 

 

SCENA 19

Roma. Università. Esterno Giorno.

 

(Panoramica). Il prato, al centro del quale è piantato un albero. Affiora la musica introduttiva di Simple Twist of Fate.

 

FOSCO, con il suo libro in mano (Alice nel Paese delle Meraviglie), da un lato, e FELICITA, dall’altro, si avvicinano all’albero.

 

FOSCO sente freddo, ha un tremito. Lascia cadere il libro sull’erba bagnata.

 

Il libro si apre, diventando un libro-letto matrimoniale. Affiorano le parole di Simple Twist of Fate: ‘‘They sat together in the park... as the evening sky grew dark. She looked at him and he felt that spark tingle to his bones...” E’ improvvisamente buio.

 

FELICITA sente la canzone sdraiata su una delle due pagine aperte. Zoom su FELICITA che chiama a sé FOSCO, aprendo le braccia.

 

FOSCO entra nel libro e si allunga senza parlare al suo fianco, sull’altra pagina. Lei cerca di avvolgerlo con un lembo della sua pagina ma non ci riesce, non ci riesce.

 

FOSCO allora, afferrando il lembo della pagina sulla quale è sdraiato e ruotando rapidamente su se stesso vi si avvolge.

 

FELICITA lo imita e avvolgendosi a sua volta viene a trovarsi col viso vicinissimo al viso di lui.

 

I volti speculari di FELICITA e FOSCO come nel dipinto di Toulouse-Lautrec Dans le Lit.

 

FOSCO si discosta all’improvviso, tremando dal freddo. Si toglie la pagina-lenzuolo di dosso e si mette a sedere. Si strofina le braccia. Poi rivolge il viso in alto, guardando in macchina, verso...

 

FOSCO, vestito in abiti sportivi e all’asciutto, che impugna una macchina fotografica. FOSCO fotografo guarda la scena scuotendo la testa in segno di insoddisfazione. Indica, a dirigere Fosco e Felicita a spostarsi in diversa posizione.

 

FOSCO bagnato, seduto in terra accanto a FELICITA sotto l’albero, si volta verso lei.

 

FELICITA stacca piccoli pezzi di carta dalla pagina-lenzuolo, ne fa un mucchietto sull’erba, e gli dà fuoco con l’accendino. Sorride. FOSCO si riscalda al fuoco improvviso e breve, accennando un timido sorriso di risposta.

 

FOSCO fotografo scuote ancora la testa: ‘‘Non basta, non basta, poca luce, poca luce...” E si volta per andarsene, fa due passi, si ferma, si volta e guarda

 

FELICITA, sola, accanto all’albero. ‘‘Perché?… Dimmi il tuo nome.’’

Voce Fuori Campo di FOSCO: ‘‘Io sono FOSCO...”

 

FOSCO punta la sua macchina fotografica e le fa una foto col flash

 

FELICITA si schernisce, girando il viso, non vuole farsi fare una foto.

 

FOSCO fotografo la chiama, con voce imperiosa: ‘‘Guardami... Guardami!” Ora una Voce Fuori Campo attrae la sua attenzione: ‘‘Feli! Feli!”: è la voce di SOFIA che chiama. ‘‘FELICITA!” ancora più forte, più forte...

 

Il volto di FELICITA con gli occhi chiusi, voltata per non farsi fare la foto dissolve nel

 

 

SCENA 20

Reggio Calabria. Casa di FELICITA. Interno Giorno.

 

Volto di FELICITA che apre gli occhi svegliandosi. Zoom all’incontrario, fino alla figura intera di FELICITA che si stiracchia, aprendo le braccia. La sua mano va ad urtare il comodino, facendo cadere in terra una borsetta nera, la stessa che la DONNA del sogno portava in spalla. FELICITA guarda in basso di lato al letto.

 

La borsetta nera cade e tocca terra. Entrano in campo le mani di FELICITA che raccolgono la borsa, subito dopo in panoramica a schiaffo lo sguardo di FELICITA va a trovare il cappellino appeso nell’armadio rimasto aperto.

 

‘‘Feli! Uffa! Perché ti sei chiusa?” si lamenta SOFIA sulla porta.

 

FELICITA rotola sul letto, si alza, chiude l’anta dell’armadio, solleva la camicia da notte e trova l’ombelico; poi va verso la porta.

 

 

SCENA 21

Da Reggio Calabriaa Bova Marina. Esterno Giorno.

 

Mano di FELICITA che apre... la portiera dell’auto. Dentro, ad attenderla, TETELLA e, alla guida, il PADRE.

 

SOFIA si siede accanto a TETELLA.

 

FELICITA, sedendosi accanto al padre: ‘‘Scusate, non la finivo più di sognare... (dando un bacio al PADRE) Hai preso le chiavi? (a TETELLA) Buongiorno TETELLA.”

 

PADRE: ‘‘Nessuno ci corre dietro, FELICITA.”

 

FELICITA: ‘‘Mm... Allora ci corre davanti, e non riusciamo a raggiungerlo... (sorride) ”

 

SOFIA inclinando la testa e stringendo gli occhi lancia uno sguardo a FELICITA: “Come il Bianconiglio?”

 

L’auto s'avvia. Scendiamo a valle.

 

FELICITA. Con i suoi occhi vediamo

 

La prua del promontorio di Reggio Calabriaemergente dal mare Tirreno calmo e azzurro.

 

Dall’altro lato della strada, ulivi inerpicati su balze pietrose.

Voce Fuori Campo di SOFIA: ‘‘Posso fare il bagno col costume di Olivia?” Voce Fuori Campo di FELICITA: ‘‘Fa troppo freddo per fare il bagno. E poi non c’è più nessuno al mare!" Voce Fuori Campo di SOFIA: ‘‘Nessuno nessuno? Nemmeno Maicol?”

 

Arriviamo a Bova Marina, un lungo treno di linde casette basse a una cinquantina di metri dal bagnasciuga.

 

Chiuse. Silenziose. Un paese fantasma.

 

 

SCENA 22

Bova Marina. Esterno Giorno.

 

L’auto va a fermarsi dietro una casetta. SOFIA schizza fuori, corre verso il cancelletto, lo spalanca.

 

A terra, dietro il cancelletto, trova un mitra di plastica.

 

SOFIA si guarda intorno, cercando qualcuno che non c'e'.

 

Il PADRE, precedendo tutti a passi tardi e lenti, va ad aprire la casa, entra

 

 

SCENA 23

Bova Marina. Casetta estiva. Interno Giorno.

 

Il PADRE. Un rumore lo fa voltare.

 

È SOFIA che ha lanciato il mitra sul tavolo al centro della stanza.

 

TETELLA entra dietro SOFIA, afferra subito la scopa e inizia a spazzare. Parla tra sé, borbottando al modo delle vecchie signore calabresi: “Neanche un mese e già guarda che schifezza… Ragni, mosche. La casa ti rende schiava…”

 

Esce il PADRE, entra FELICITA. Spalanca una finestra, rimanendo con le imposte in mano a guardare davanti a sé.

 

Il cielo.

 

Il mare.

 

La sabbia. Celeste, azzurro, grigio chiaro.

 

Sfiora con la punta delle dita le imposte di legno, guarda il cielo, si sporge e guarda di lato, verso il portichetto che affianca la casa.

 

Piano a figura intera del PADRE, abbandonato su una sdraio. Assorto nei propri pensieri, con un’espressione melanconica. Entra in campo d’improvviso SOFIA che gli salta sopra e prendendogli una mano lo trascina verso il mare.

 

FELICITA, da dietro, controluce.

 

Il PADRE e SOFIA, giunti sul bagnasciuga, si tolgono le scarpe, i calzini e si bagnano i piedi.

Voce Fuori Campo di TETELLA: ‘‘Sposta i piedi, figlia mia, se non vuoi rimanere...”

 

FELICITA, finendo la frase di TETELLA, dice ‘‘zitella”, poi evita con due saltelli la scopa manovrata da TETELLA, si passa il dorso della mano sul naso, e dice:

‘‘Toccati il naso, se non vuoi rimanere zitella” (e ride) Toccati, dai... TETELLA... se tornasse il tuo moroso – oggi – ora - lo sposeresti?”

 

TETELLA: ‘‘ (continuando a spazzare, senza guardarla) Che ti passa per la testa?...”

 

FELICITA: ‘‘Dico sul serio, lo sposeresti?”

 

TETELLA: ‘‘Oramai è tardi.”

 

FELICITA: ‘‘Anche tu con questo “è tardi”! Tardi per cosa? C’è un’ora sbagliata per fare quello ch’è giusto?”

 

TETELLA (si ferma e guarda FELICITA): ‘‘C’è un’ora sola, figlia mia. Quando viene, è quella. Ogni cosa ha l’ora sua. (ricomincia a spazzare) Ma tu sei bambina ancora e la tua non è venuta.”

 

FELICITA (prendendo Tetella sotto braccio e facendo un giro di Valzer): ‘‘Ancora no? E quando, TETELLA, quando?”

 

TETELLA (ride e poi si divincola): ‘‘Adesso va’, va’ a prendere un po’ di sole che sei bianca come la luna... (Continua a spazzare uscendo dalla stanza) ”

 

FELICITA esce fuori

 

 

SCENA 24

Bova Marina. Esterno Giorno.

 

Sotto il sole invernale.

 

FELICITA, con gli occhiali da sole, cammina tra le casette allineate davanti al mare immenso. Casette che ricordano quelle affacciate sulla strada principale dei paesini del vecchio West. Facciate dipinte coi colori nocciola, crema, bianco limone, rosa fragola, verde pistacchio dei gelati. Casette estive vuote, no, non tutte, una sembra abitata…

 

Un giovane (avrà ventiquattro-ventisei anni) sta dando istruzioni a un coetaneo senegalese su come dipingere la casetta. Il giovane italiano è vestito di tutto punto e si sbraccia sgolandosi, dando indicazioni superflue. Vede FELICITA, sorride da lontano, termina rapidamente l’elenco delle istruzioni e le fa le feste.

 

(Il dialogo seguente è costituito da una alternanza di campi e controcampi: è una somma di monologhi.)

 

GIOVANE: ‘‘FELICITA! Sei tornata?’’

 

FELICITA: ‘‘Ciao WALTER.’’

 

GIOVANE: ‘‘Sempre convinta di partire per la grande città e la celebre università? Anche in Calabria abbiamo l’Università, no? Se mi vuoi ascoltare, lascia perdere, e pensa all’insegnamento: un concorsino... Intanto, con le supplenze...”

 

FELICITA: ‘‘Supplenze, supplire, supplicare, supplizio, supplì... bravo WALTER.”

 

WALTER: ‘‘Bada che l’insegnamento è un lavoro sicuro, e comodo, no? Hai il pomeriggio libero, le ferie pagate, la scuola è a un passo dalla banca...”

 

FELICITA (carezzando la sabbia con la suola della scarpa): ‘‘Avremo due bambini, un maschietto e una femminuccia...”

 

WALTER: ‘‘Che c’è di male? E’ la vita, no?... A correre dietro i sogni...

 

FELICITA: ‘‘...si cade nelle buche...” (fa i denti da coniglio, si mette gli occhiali di Walter e imita il Bianconiglio) ‘‘E’ tardi è tardi ormai neppur posso dirti ciao ho fretta ho fretta assai!”

 

FELICITA fa per allontanarsi ridendo. WALTER fa due passi e l’afferra per un braccio. FELICITA ride, lui la ferma e le toglie gli occhiali.

 

WALTER: ‘‘Mi ascolti?... Qui hai tutte le porte aperte, no? Ti conoscono, ti rispettano... Io l’anno prossimo entro in banca, una casa ce l’ho, stupido non sono: in cinque-sei anni faccio una bella carriera... Ma io e te non saremmo la coppia più bella del mondo...?

 

FELICITA lo guarda senza rispondere, poi: ‘‘Forse del TUO mondo...” Si passa il dorso della mano sulla bocca.

 

WALTER: “È anche il tuo. Siamo cresciuti insieme, no? E poi, la Calabria non è un posto stupendo?”

 

FELICITA: ‘‘La Calabria è un posto stupendo se sei un’arancia.”

 

WALTER: “Ma che devo fare per riconquistarti? Che ti manca, che vuoi, che cerchi?”

 

FELICITA, mentre si allontana: “Quando l’avrò trovato te lo farò sapere…”

 

Campo lungo. FELICITA lascia in asso WALTER e raggiunge il bagnasciuga, si mette seduta e guarda per qualche secondo il mare.

 

Il suo viso si illumina.

 

Piano a figura intera: si rotola sulla sabbia. Poi si alza, e si avvia lentamente (allontanandosi dalla cinepresa) lungo il mare.

 

Sotto il portichetto del bar ‘Las Morochas’, seduto in bilico su una sedia a tre zampe, un giovane con le spalle rivolte al mare.

 

(Il dialogo seguente è costituito da piani fluidi: è un vero dialogo, uno scambio simpatico.)

 

FELICITA (riconoscendo il giovane): ‘‘CARLITO! Non dovevi essere partito?’’

 

FELICITA gli si avvicina, CARLITO (ventuno-ventidue anni) lascia cadere la sedia, FELICITA lo abbraccia con trasporto.

 

CARLITO: ‘‘FELICITA... (Ricambia l’abbraccio come un bambino abbraccia la mamma. Poggia la testa sulla spalla di FELICITA. Guarda il cielo.) No... non ce l’ho fatta a partire.”

 

FELICITA si stacca dall’abbraccio e tiene le mani sulle sue spalle. Lo guarda negli occhi: ‘’Allora resti?”

 

CARLITO: ‘‘(Guarda ostinatamente a terra) E come? Qui d’inverno non si mangiano gelati...”

 

FELICITA: ‘‘E quel posto in fabbrica a Gioia Tauro?”

 

CARLITO: ‘‘Fabbrica di parole. Da quelle ciminiere non è filato un filo di fumo...’’

 

FELICITA: ‘‘La casa tra gli alberi al lago / dal tetto fila fumo./ Non ci fosse...”.”

(piano fluido = breve panoramica a inquadrare CARLITO)

CARLITO: ‘‘come tristi allora casa, / alberi e lago.”

(allargamento di campo a comprendere entrambi)

CARLITO offre una sigaretta a FELICITA, accende la sigaretta di lei.

 

FELICITA: ‘‘E con LUCIANA? Non dovevate andare insieme?”

 

CARLITO: ‘‘LUCIANA... Per lei significherebbe una degradazione, e poi lei vuole stare qui… Poi… c’è sua madre… Sua madre! Scusami, sai, ma certe volte le madri sarebbe meglio non averle…” Si ferma e guarda FELICITA dispiaciuto per quello che ha detto.

 

FELICITA: “Non ti preoccupare per me. Io non rimpiango quello che non posso avere. Sono passati due anni… Mia madre non c’è. Mi abituerò…” Guarda il mare.

 

CARLITO: “Scusa, sono una bestia!” Si dà una botta sulla testa col palmo della mano.

 

FELICITA: “Non ci pensare… Del resto, è stata a letto per quasi due anni, in fondo sono quattro che non c’è più.” Abbottona e sbottona un bottone della giacca meccanicamente. “Sono quattro anni che è morta. La guardavo, giorno dopo giorno quando stava male e non riuscivo a convincermi che fosse ancora viva. Era troppo vicina alla morte…”

 

CARLITO la abbraccia.

 

Il volto di FELICITA sopra la spalla di CARLITO: “E’ più viva adesso, sai? In quattro anni, la sento più viva adesso. Adesso che forse mi sono innamorata… Adesso che stanno succedendo delle cose che non riesco a capire…”

 

CARLITO (controcampo): “Vorresti chiederle consiglio?”

 

FELICITA (controcampo) ride: “Era una frana in queste cose. Mi diceva cose assurde, che non c’entravano niente. Mi diceva di non mettermi gli assorbenti interni per non soffocare o di vestirmi come un’educanda perché agli uomini piace!… Però vorrei che mi vedesse… Non so, che lo vedesse… Vorrei vedere nei suoi occhi cosa pensa.”

 

CARLITO: “A me almeno lo farai conoscere?” Si stacca e la guarda in viso.

 

FELICITA: “Quando l’avrò conosciuto anche io… E poi non devi partire?”

 

CARLITO: “Anche tu, anche tu sarai costretta a partire... Non è una bella sensazione, neanche per LUCIANA che pensa che l’Italia sia il paese dei balocchi. Lei vuole andare nella grande città, o meglio, sua madre ci vuole andare e ha convinto anche lei.”

(piano fluido = breve panoramica a inquadrare FELICITA)

FELICITA: ‘‘Io parto per scelta!”

 

CARLITO: ‘‘Ci sembra di scegliere, FELICITA, e invece le cose, gli altri ci scelgono... ci accendono...”

 

FELICITA lo guarda stupita.

 

CARLITO (Voce Fuori Campo): ‘’A che pensi?”

 

FELICITA: ‘‘Sempre all’uomo che ho visto ieri, a Bologna. L’ho sognato...”

 

CARLITO: ‘‘(sorride) Eh, i sogni, bella mia…”

 

(Allargamento di campo a comprendere entrambi) I due restano per qualche secondo in silenzio, a fumare.

 

FELICITA: ‘‘Così te ne vai di nuovo, continui a fare l’emigrante.”

 

CARLITO: ‘‘L’emigrante! Che brutta parola! Il gelataio a Caracas...” Sorride a FELICITA, l’abbraccia, e appoggia la sua fronte alla fronte di lei.

 

Fuori campo irrompe il fischio lacerante di un treno. FELICITA e CARLITO si girano insieme nella stessa direzione.

 

Il treno che sfreccia gridando davanti al mare.

 

Il grido del treno dissolve in un diverso suono, come di un campanello, o di un telefono che squilla...

 

 

SCENA 25

Padova. Appartamento di FOSCO. Interno Giorno.

 

FOSCO, allungato sul proprio letto, guarda il telefono che squilla accanto a lui.

 

La sua mano si decide e si protende. Si ferma a mezz’aria. Rumore di meccanismo inceppato.

 

Una stampante. Si è incastrata e non riesce a far scorrere il foglio.

 

FOSCO chiude gli occhi. Il rumore di un disco in vinile che gira a vuoto. FOSCO alza gli occhi al cielo, comicamente disperato.

 

La puntina del giradischi che gira a vuoto.

 

FOSCO si avvicina al giradischi e mette la puntina sul solco. Rumore insistito di stampante. Caffettiera che sbuffa. FOSCO si volta incerto su dove accorrere.

 

La stampante comincia a colare di blu. Inizia ‘Nel blu dipinto di blu’ di Domenico Modugno. ‘‘Credo che un sogno così non ritorni mai più / mi dipingevo le mani e la faccia di blu...”

 

FOSCO spinge tutti i pulsanti illuminati della stampante. La stampante non si spegne. Rumore della stampante e sempre più forte quello del caffè che cade sul fornello accesso.

 

Il caffè che schizza dal beccuccio in primissimo piano.

 

Il volto di FOSCO che si volta.

 

Le sue mani che cercano di estrarre il foglio dalla stampante.

 

Le dita che si impiastricciano di blu. FOSCO tira la spina della stampante dalla presa.

 

FOSCO entra di corsa in cucina. Suona il campanello della porta. FOSCO esita, poi spegne il fuoco.

 

Il caffè si è completamente rovesciato sul fornello.

 

FOSCO si passa le mani sul viso che si macchia di blu.

 

La porta di casa, vista dall’esterno, che si apre. FOSCO tinto di blu. Ritornello della canzone: ‘‘VOLAREEE, O-HOOO”

 

Primo piano di un UOMO (trentacinque – trentasei anni) che lo guarda... e scoppia a ridere.

 

FOSCO si guarda le mani, guarda sorridendo l’UOMO.

 

UOMO: “Entro o ti disturbo mentre fai strage di Puffi?”

 

FOSCO: “No, no, vieni, entra…”

 

Entrano in cucina, come l’abbiamo vista la sera prima.

 

FOSCO sposta dei giornali e dei fogliacci da una sedia e li mette a terra: “Siedi, Gilbe’.”

 

GILBERTO: “Non credo di aver fatto tutte le vaccinazioni…”

 

FOSCO, ridendo: “E dai, con questa storia del disordine…” Si avvicina ai fornelli, prende la caffettiera, si brucia e la lascia cadere imprecando.

 

GILBERTO: “Aspetta…”

 

FOSCO è rimasto voltato verso i fornelli, con la testa china. GILBERTO armeggia con la spugnetta. Vediamo che ha strizzato il caffè dalla spugnetta in due tazzine. Ne porge una a FOSCO.

 

GILBERTO: “Andiamo al bar?”

 

FOSCO si volta e lo guarda triste. Abbozza un sorriso.

 

 

SCENA 26

Padova. Bar accanto alla Cappella degli Scrovegni. Esterno Giorno.

 

GILBERTO, seduto ad un tavolino esterno di un bar affianco alla Cappella degli Scrovegni, sorbisce un caffè: ‘‘Eh, FOSCO...” - dice scuotendo la testa.

 

FOSCO: ‘‘Eh sì GILBERTO...” - facendogli il verso.

 

GILBERTO: ‘‘Mi ha chiamato VALERIA, preoccupata. Che succede?”

 

FOSCO: ‘‘Niente...”

 

GILBERTO: ‘‘E precisamente?”

 

FOSCO: ‘‘Niente di nuovo... Non sa vivere da sola.”

 

GILBERTO: ‘‘Non è facile vivere da soli.”

 

FOSCO: ‘‘E’ vero. Figurati in due...”

 

GILBERTO: ‘‘E tu?”

 

(allargamento di campo a comprendere entrambi e il tavolino, sul quale campeggia la macchina fotografica professionale di FOSCO)

 

FOSCO: ‘‘Io non so vivere e basta, ma mi reggo in piedi da solo... Che dovrei fare? Fingere di avere bisogno? Fingere di amare? Io non voglio più soffrire, Gilberto.”

 

GILBERTO: ‘‘ Sei uno sporco vittimista.”

(piano fluido = breve panoramica a inquadrare FOSCO, stringendo contemporaneamente il campo)

 

FOSCO: “Non sono vittimista, sono una vittima, lo dovresti sapere.”

 

GILBERTO: “Che esagerazione! Sei stato una vittima. Adesso temi di diventarlo di nuovo e ti proteggi da tutto.”

 

FOSCO: “Ma mi devo proteggere, non ce la farei… non ce la faccio a soffrire più…”

 

GILBERTO: “. Non lo so... ma c’è modo e modo... VALERIA è fragile, lo sai, bisogna andarci piano. Ed è ... (sorridendo) una gran bella donna...”

 

FOSCO: ‘‘Bastasse quello, GILBERTO! (volgendo lo sguardo intorno) C’è tutto il resto...’’

 

GILBERTO: ‘’E precisamente?’’

 

Il volto di FELICITA, vicinissimo, come nel sogno quando si e’ arrotolata nel libro. Voce Fuori Campo di FOSCO: “Conosci una canzone che fa: ‘‘They sat together in the park, as the evening sky grew dark”?

 

GILBERTO: ‘‘No...”

 

FOSCO (impugnando la macchina fotografica): ‘‘E allora amico mio non puoi capire ‘tutto il resto’ ”

 

(Il dialogo prosegue fuori campo, mentre scorrono le immagini in movimento, di tanto in tanto bloccate in immagine fotografica, di)

 

Una coppia di anziani coniugi in bicicletta che costeggiano, affiancati, il marciapiede e si perdono in prospettiva,

 

Un gruppetto di alberi ai margini della piazza,

 

Un gruppo di colombi che si lanciano in volo e vanno a circondare, nella piazza, un padre e un figlio fanciullo che sta spargendo intorno a sé una manciata di pop-corn,

 

Il padre, mentre il figlio continua a cibare i colombi, è distratto dal passaggio di una bella ragazza ancheggiante sui tacchi alti, che segue con gli occhi torcendosi su se stesso.

 

GILBERTO (Voce Fuori Campo): ‘‘Ma non è elementare, Watson! Se me lo spieghi in italiano forse riuscirò a capirlo questo famoso resto...”

 

FOSCO (Voce Fuori Campo): ‘‘Quello che non sei tu... il mondo, gli altri... uscire da te stesso, lasciare il guscio, prendere un treno, andare lontano, leggere a voce alta un libro, specchiarti in chi ascolta, ridere, agire...”

 

GILBERTO (Voce Fuori Campo) ‘‘Agire? Tu?”

 

FOSCO: ‘‘GILBERTO, d’accordo, VALERIA ha un bel corpo, fare l’amore con lei è piacevole...” Si volta a guardare e fotografare la bella ragazza ancheggiante mentre continua a parlare: (Voce Fuori Campo) ‘‘ma io scendo dal letto con l’anima insoddisfatta, e non so cosa dirle...’’

 

GILBERTO (Voce Fuori Campo): ‘‘Stai zitto allora! E rilassati! Fuck! Relax! Almeno a letto puoi staccare la spina del tuo cervello... ‘‘

 

FOSCO (Voce Fuori Campo): ‘‘Se è per quello, basta la televisione!”

 

GILBERTO: ‘‘Ma che succede...? Siamo caduti di nuovo in depressione?

 

FOSCO (sempre più agitato): ‘‘ : la parola magica che rende tutti uguali cancellando tutte le differenze mentali e sentimentali...

 

Ma vogliamo dare agli stati d’animo di ciascuno il proprio nome singolare? Sì? Allora diciamo tristezza, o invece avvilimento, o in cambio malumore... in questo caso turbamento, in quello inquietudine, nell’altro malinconia... - o accidia, tedio, abulia, ipocondria, e persino paturnia:

 

‘Scusi, Lei è depresso?’

‘No. Grazie. Ho le paturnie!’

 

GILBERTO: ‘‘ Ma io ho letto in un manuale di psicologia che quelle... malinconia, accidia, tristezza... sono tutte sfumature della depressione’’

 

FOSCO: ‘‘Ce l’hai ancora quel libro?’’

 

GILBERTO: ‘‘ Sì...’’

 

FOSCO: ‘‘Buttalo.’’

 

GILBERTO: ‘‘ Sei matto, io non butto niente... Comunque vedo che ti è tornata la voglia di lavorare... Sarà stato l’ultimo lavoro? Le foto della Manifestazione?”

 

FOSCO, chiudendo e rimettendo nella custodia la macchina fotografica: ‘‘...e ho bisogno di qualcuno che sappia ridere...’’

 

GILBERTO, nota nella tasca della giacca dell’amico la copia di “Alice”: ‘‘E questo? Stai proprio fuori… Ti dai alle favole adesso?’’

 

FOSCO: “Sto cominciando a pensare che le favole siano più reali della realtà.”

 

GILBERTO: “E come sei arrivato a questo delirio?”

 

FOSCO (guardando l’orologio): ‘‘È lungo da raccontare adesso, quando ci vediamo ti dò una traccia, intanto paga tu, ho fatto tardi, è tardi è tardi ormai!’’, mette a tracolla la macchina fotografica, strizza l’occhio a GILBERTO, alzandosi rovescia la propria tazzina del caffè e s’allontana rapidamente.

 

Come visto da GILBERTO, FOSCO si allontana. Dal fondo della piazza avanza una figura di donna anziana. La donna vede FOSCO, si avvicinano, si incontrano, si abbracciano.

 

FOSCO: ‘‘Mamma! Come va?”

 

MADRE: ‘‘Aspetta, faccio qualche somma... Bene, direi... Papà, piuttosto...”

 

FOSCO: ‘‘Come sta?”

 

MADRE: ‘‘Sta e non sta. Si lamenta.”

 

FOSCO: ‘‘Di che?”

 

MADRE: ‘‘D’essere stato abbandonato.”

 

FOSCO: ‘‘Il leone ha perso i denti e piange... Ma ti va di parlarne per la milionesima volta?”

 

La MADRE prende FOSCO per mano, e si dirigono verso una strada piena di negozi. ‘‘Se si potesse risolvere con le parole, ne parlerei...”

 

 

SCENA 27

Padova. Esterno Giorno. Strade e Negozi.

 

FOSCO: “Non ne parliamo, non ci voglio nemmeno pensare.”

 

MADRE: “Ecco, tu eviti sempre i problemi e ti chiudi nel tuo magnifico mondo di acidi e camere oscure.”

 

FOSCO: “Anche quello è il mondo, mamma.”

 

MADRE: “Appunto. ANCHE quello, non SOLO quello… Aspetta un po’…” Si ferma a guardare una vetrina con dei vestiti.

 

FOSCO: “Ho conosciuto una ragazza… Cioè l’ho vista…”

 

MADRE: “Che dici? Troppo, che so, troppo giovanile?”

 

FOSCO: “Beh, un po’ mi fa sentire vecchio, stava con uno così giovane, così piccolo…”

 

MADRE: “Ma chi?”

 

FOSCO: “La ragazza, no?”

 

MADRE: “Quale ragazza?”

 

FOSCO: “Mamma! Ti ho detto che ho visto una ragazza…”

 

MADRE: “E che sarà mai! Troppe ne vedi… Andiamo dai, che non mi sai consigliare…”

 

FOSCO camminando e guardando avanti a sé: “Ma questa l’ho proprio vista, con gli occhi, l’ho guardata.” Si volta, la madre si è fermata a guardare un’altra vetrina e non lo ascolta. Si avvicina alla madre. “ Mi stai ascoltando?”

 

MADRE: “Ma sì, sì… Fammi vedere la sua foto. E’ carina?”

 

FOSCO: “Non le ho fatto foto. Non lo so… E’ carina? Non ho capito se l’ho incontrata o l’ho sognata.” Si volta bruscamente

 

Una RAGAZZA che gli passa accanto sorridendo: E’ FELICITA per un attimo, poi si rivela un’altra ragazza.

 

MADRE: “Conoscendoti non dovrebbe fare molta differenza… E poi, come non l’hai fotografata? Ti si era rotta la macchina? Ti eri rotto il dito? Tu fotografi tutto…”

 

FOSCO: “Questa la volevo guardare. Non riuscivo a non guardarla. Volevo starle vicino. Mi sono avvicinato, ma poi il treno è partito.”

 

MADRE: “Sì, scusa, non te la prendere, ma alla zia Carolina piacerebbe questo? Dico, per l’anniversario di matrimonio… Tu li hai fatti i regali? Verrai quest’anno a cena?”

 

FOSCO: “Ci vediamo, come sempre, a colazione la mattina dopo. Al bar della stazione.”

 

MADRE: “Sta diventando ridicolo questo vostro silenzio… Almeno per l’anniversario di tua zia, che ci tiene tanto… è tuo padre, diamine!”

 

FOSCO: “Ho la metà del suo patrimonio genetico, e per fortuna i geni si riprogrammano quando formano un nuovo individuo.” Si guarda le mani e le mostra alla madre. Dissolvenza sulla sua mano sinistra aperta.

 

 

 

SCENA 28

Reggio Calabria. Casa FELICITA. Interno pomeriggio.

 

Assolvenza sulla mano sinistra aperta di FELICITA con le unghie smaltate di un blu intenso.

 

FELICITA seduta sulla tazza chiusa del gabinetto è assorta e concentrata nella sua conversazione telefonica, e nella messa in posa dello smalto.

 

FELICITA: ‘‘LUCIA’... sì, bene, sì, no, ho capito... Domattina puoi?... No, noi due sole... dobbiamo parlare, devo decidere un sacco di cose... Ti racconto per segno e per filo... e poi magari faccio ancora un sogno...’’

 

Nel bagno irrompe SOFIA, che cerca di attirare l’attenzione della sorella. Voce Fuori Campo di FELICITA: ‘‘ Sì, sì, va bene... La conosciamo tua madre…’’

 

FELICITA lancia un’occhiata a SOFIA.

 

SOFIA imita la sorella che parla al telefono.

 

FELICITA (Voce Fuori Campo) ‘‘Dobbiamo avere tutto il tempo per parlare. Staccati la gamba dalla tagliola a morsi! Notte.”

 

FELICITA chiude la comunicazione.

 

SOFIA: ‘‘Ma tornerà?”

 

FELICITA guarda SOFIA con aria interrogativa.

 

SOFIA: ‘‘Ma tornerà il palloncino che mi è volato...?”

 

FELICITA: ‘‘Il palloncino è volato in cielo, dietro le nuvole, e non torna più...’’

 

SOFIA: ‘‘Perché? Perché non torna più? Che fa da solo in cielo?”

 

FELICITA: ‘‘Fa... la stella. Certo! Le stelle sono... palloncini che tengono in piedi il cielo.”

 

SOFIA: ‘‘Mm... Ecco perché il cielo non cade!”

 

FELICITA : ‘‘Guarda! Vieni!”

 

FELICITA e SOFIA si affacciano sulla finestra della camera da letto di SOFIA e vedono,

 

Il cielo.

 

SOFIA (Voce fuori campo): “Feli, io non volevo dirlo perché papà è triste, ma la mamma non torna, vero? Non ci vuole più, vero? L’abbiamo fatta arrabbiare… Io sono stata un po’ cattiva, vero?”

 

FELICITA prende SOFIA e la mette seduta sulla soglia della finestra e poi le si siede accanto. Entrambe penzolano le gambe. Inquadratura da fuori a vedere che c’è un terrazzo o comunque una piattaforma immediatamente sotto: “Noi siamo buone perché pensiamo di essere cattive. Ricordalo.”

 

SOFIA: “Ma io sono arrabbiata!”

 

FELICITA: “Lo so, ma non ci possiamo fare niente. Dobbiamo portare quello che abbiamo. Come gli occhi storti (fa gli occhi storti) o il naso all’insù (tira su il naso con un dito) se li avessimo. A che serve lamentarsi? Questo abbiamo. E abbiamo papà, abbiamo Tetella. Abbiamo la casa, abbiamo da mangiare. Abbiamo tante tante cose. Tu quanti giocattoli hai?”

 

SOFIA (allarga le braccia): “Cinquanta venti trentacinque!”

 

FELICITA: “Ecco. Tanti! E abbiamo il tempo e le stelle, guarda.” Indica il cielo.

 

SOFIA: “Lo dice sempre anche papà!”

 

FELICITA: “Certo, papà studia le stelle e ci fa capire com’è fatto il cielo.”

 

Il cielo. Trascorre tutto il tempo e tutta la luce del pomeriggio sulla medesima inquadratura del cielo (contratti e curvati in mezzo minuto), il cielo che prima riprende pian piano il suo azzurro dal bianco, poi s’inviola, tende al blu, si fa blu e fanno capolino una ad una le stelle-palloncini, bianche, gialle, rosse, magenta... e spiccano sempre più distintamente sul soffitto infiorato del mare Tirreno.

 

(nell’ultimo tratto della scena, una serie di voci fuori campo)

 

SOFIA: ‘‘Buona Feli.”

FELICITA: ‘‘Notte Sofia.”

SOFIA: ‘‘Quando torna papà?”

FELICITA: ‘‘Torna tardi. Dormi...”

SOFIA: ‘‘Dove hai messo il mitra di Maicol?”

 

 

SCENA 29

Reggio Calabria. Camera di FELICITA. Interno notte.

 

Piano a figura intera, in penombra, di FELICITA nella sua camera: ‘‘Lo sai che è rimasto in macchina... Doormi!” Accosta all’armadio, facendo attenzione a non far rumore, una sedia. Voce Fuori Campo di SOFIA: ‘‘Non mi hai rimboccato bene le coperte...” FELICITA sale sopra la sedia ed esplode: ‘‘Guarda che se vengo...”, stringendo in pugno un pacchetto di sigarette. Voce Fuori Campo di SOFIA: ‘‘Buona…” FELICITA: ‘‘…notte.” Scende pianissimo, aspetta un po’, resta in ascolto. Silenzio. FELICITA va alla finestra, si accende una sigaretta e resta a fumarla nel buio.

 

Il cielo notturno con le stelle-palloncini come visto da FELICITA. FELICITA sussurra fuori campo: ‘‘Buonanotte”.

 

FELICITA guarda fuori.

 

SCENA 30

Padova. Appartamento di FOSCO. Interno Notte.

 

Controcampo: la finestra del salotto di FOSCO da fuori. Lui è seduto di fronte al computer.

 

Siamo dentro. FOSCO si accende una sigaretta. Guarda fuori. Un palazzo più in là, una finestra illuminata. Un uomo si siede a una scrivania. FOSCO imbraccia la macchina fotografica. Aggiusta lo zoom.

 

Vediamo l’immagine dentro l’obiettivo, ravvicinata. L’uomo si volta. Saluta. Prende un foglio bianco e lo mette nella macchina da scrivere.

 

FOSCO accende il computer e saluta. Imbraccia di nuovo la macchina fotografica.

 

Vediamo da dentro l’obiettivo. L’uomo lo guarda attraverso un binocolo. Lo posa, scrive su un foglio e lo mostra: “Buon lavoro stanotte.”

 

FOSCO scrive a sua volta. Leggiamo: “Anche a te. Nuovo capitolo?” e lo mostra all’uomo che guarda col binocolo.

 

L’UOMO scrive, lo vediamo attraverso l’obiettivo. “Sempre lo stesso. Nuove foto?”

 

FOSCO gira lo schermo del computer verso la finestra.

 

L’UOMO scrive ancora. Lo vediamo sempre attraverso l’obiettivo. “Anche tu, sempre le stesse. Al perfezionamento della realtà.” E alza un bicchiere con del vino rosso in segno di brindisi.

 

FOSCO alza a sua volta un bicchiere. Volta lo schermo del computer verso di sé.

 

Vediamo alcune sue foto. Poi, attacca la macchina digitale e scarica altre foto. Compaiono le foto fatte in treno e alla stazione. In una foto, quella delle due persone anziane, si vede in lontananza FELICITA al finestrino che lo guarda. FOSCO fa una serie di zoom, ripulisce l’immagine e vediamo un primo piano di FELICITA sorridente che lo guarda con dolcezza.

 

FOSCO si alza. Cammina avanti e indietro. Va in camera da letto, si sdraia.

 

Primo piano in zoom ad avvicinamento del volto di FOSCO.

 

 

SCENA 31

Reggio Calabria. Camera di FELICITA. Interno Notte.

 

FELICITA sdraiata sul suo letto. Inizo di uno zoom sul suo volto, ad un certo punto (primo piano) chiude gli occhi.

 

 

SCENA 32

Padova. Appartamento di FOSCO. Interno Notte.

 

FOSCO (prosecuzione dello zoom) ad un certo punto (primo piano) chiude gli occhi.

 

 

SCENA 33

Piana di Gioia Tauro e ex Acciaierie di Padova. Esterno Giorno.

 

 

(Passaggio al sogno= scena di puro montaggio.)

Intermittenza di immagini di ciò che hanno visto e sentito durante il giorno Fosco e Felicita, alternati a frammenti del sogno che segue = montaggio di brevissimi pezzi a posteriori, alcuni dei quali rallentati o accelerati. In coda, sonoro del treno e frammenti di immagini viste dal treno.

 

(Sogno)

Lenta panoramica orizzontale di un immenso uliveto secolare della piana di Gioia Tauro.

 

Diversi piani, totali e particolari, del centro siderurgico, con le torri e le ciminiere in forma di mostruose eruzioni metalliche. Tutto è immobile, spettrale.

 

Un uomo-sandwich-capostazione passeggia in un piazzale sotto il sole spietato.

 

I cartelli che porta sono bianchi.

 

Affiora la seconda strofa di Simple Twist of Fate, la voce fuori campo di FOSCO traduce strofa per strofa mentre vediamo FELICITA, ai piedi del centro siderurgico che lo cerca:

 

They walked along by the old canal

Camminarono lungo il vecchio canale

A little confused, I remember well

Un po’ confusi, ricordo bene

And stopped into a strange hotel with a neon burnin' bright.

E si fermarono in uno strano hotel con un neon che lampeggiava forte

He felt the heat of the night hit him like a freight train

Lui sentiva il freddo della notte colpirlo come un treno in corsa

Moving with a simple twist of fate.

Che si muoveva con un semplice volgersi del fato

 

FOSCO indica davanti a sé. FELICITA si volta e vede: la vecchia acciaieria abbandonata di Padova.

 

FELICITA: “Hai imparato la canzone?”

 

FOSCO: “Sto imparando, Felicita. Guarda.”

 

La vecchia acciaieria come vista da un fotografo: serie di immagini fisse (si può anche fare in truka…)

 

FELICITA indica all’altro lato la “sua” fabbrica abbandonata: “Viviamo nello stesso mondo…” allunga il palmo della mano destra come aveva fatto sul finestrino del treno.

 

Primo piano della mano aperta come vista da FOSCO.

 

Primo piano di FOSCO emozionato. Il suono del suo respiro forte.

 

FOSCO e FELICITA di profilo, uno di fronte all’altra. FOSCO allunga la mano destra per posare il suo palmo contro quello di lei. Si ferma. Respiro affannoso. Si volta.

 

FOSCO: “Non posso. Non è vero. Il mio mondo è complicato. Sono venuto per vederti.”

 

FELICITA: “E io per toccarti.”

 

FOSCO: “Non posso…”

 

FELICITA: “Cosa manca, cosa non trovi? Sono qui… toccami! Non vedi che sono qui? Non mi vedi?”

 

FOSCO guarda e non vede FELICITA. Quattro primi piani nelle quattro direzioni a comprendere il viso di FOSCO e lo sfondo (senza FELICITA). Voce fuori campo di FELICITA: “Sono qui. Sono qui. Non mi vedi?”

 

FELICITA. Ora FOSCO è sparito. Lei si volta e vede

 

L’interno di un bosco di ulivi secolari, altissimi, ondeggianti sotto un alito di vento. S’ode in lontananza una cantilena. Dal fondo, avanza il PADRE di FELICITA, errante nel bosco, alla ricerca di qualcosa.

 

Improvviso primo piano del volto del PADRE di FELICITA. Pallido, teso. Occhi bassi. Sente un fruscio e si gira.

 

La sagoma nera di una donna che fugge tra gli alberi.

 

In soggettiva: mani di chi guarda e corre inseguendo che afferrano i lunghi capelli della donna che fugge.

 

Una treccia di capelli, impigliata ad un ramo d'ulivo.

 

Un colpo di vento strappa la treccia dal ramo e la risucchia verso le cime traforate di luci del bosco.

 

 

SCENA 34

Reggio Calabria. Strada panoramica. Esterno Giorno > Notte.

 

Bova Marina e la sua spiaggia vista dall’alto della Madonna del Mare.

 

FELICITA. Cammina senza peso, come volando, sul parapetto di una strada panoramica strapiombante sul mare.

 

Gruppi di uomini che osservano, bisbigliando curiosi e malevoli.

 

Una donna, la donna in nero del bosco, e della stazione, s’allontana lungo la strada panoramica con una valigia in mano. La valigia è pesante e la donna si deve fermare spesso per posarla. A un certo punto la trascina con le due mani.

 

FELICITA corre ondeggiando pericolosamente sul parapetto.

 

Si fa improvvisamente notte. FELICITA incespica, cade.

 

SOFIA attaccata a un mazzo di palloncini afferra la mano di FELICITA e la solleva con sé verso il cielo punteggiato di stelle-palloncini.

 

FELICITA guarda verso il basso, cercando qualcuno. Non trova ciò che cerca.

 

SOFIA lascia la presa.

 

FELICITA precipita, precipita...

 

FOSCO avanza correndo, aprendo la braccia.

 

FELICITA cade fra le sue braccia.

 

FOSCO e FELICITA in cima alla salita della Madonna del Mare.

 

FELICITA guarda FOSCO che la guarda: ‘‘Mi hai trovata…”

 

FOSCO: “Sei tu?”

 

Primo piano (profilo) di FELICITA: “Sì, sono io.”

 

Primo piano (profilo speculare) di FOSCO.

 

Dopo qualche secondo, entra in campo nella notte un treno che sembra una fila indiana di lucciole migranti.

 

 

SCENA 35

Padova. Accanto alla Cappella degli Scrovegni. Esterno Notte.

 

FELICITA e FOSCO davanti a una catena di persone, ciascuna con in mano una candela accesa, nella piazza antistante il Duomo. Ridono imbarazzati sotto gli occhi dei credenti. Questi, ricambiando il sorriso, li avvolgono lentamente dentro una spirale.

 

Fra i credenti, CARLITO e GILBERTO. Si dicono qualcosa, ma guardano altrove.

 

FELICITA e FOSCO si fanno largo tra la folla e s’allontanano mano nella mano.

 

Entrano sotto un portico di Padova e fuoriescono...

 

 

SCENA 36

Reggio Calabria. Spiaggia. Esterno Notte.

 

... Da un sottopassaggio sulla spiaggia di Bova Marina.

 

Una barca galleggia vicino la riva.

 

FOSCO e FELICITA si avvicinano alla barca.

 

FOSCO la solleva tenendola stretta in vita e la depone...

 

 

SCENA 37

Padova. Rive del Brenta. Esterno Notte.

 

... Su una bicicletta sulle rive del fiume Secchia in piena. Lei comincia a pedalare, lui sale su una bicicletta dietro a quella di lei, ma la ruota è smontata e sta a terra. Mentre FELICITA si allontana pedalando, lui si china febbrilmente e cerca di rimontare la ruota.

 

Gli attrezzi a terra: una forchetta, una maniglia della pellicola fotografica sfusa.

 

FOSCO tenta di legare la ruota con la pellicola.

 

FELICITA sempre più lontana.

 

FOSCO angosciato, non ce la fa a legare la ruota. Si alza in piedi e guarda in lontananza

 

FELICITA che è un puntolino.

 

Improvviso e lancinante, il suono della sirena di un’ambulanza, invade la scena.

 

FOSCO si volta di scatto alle sue spalle. Guarda intorno, ma non trova nulla.

 

Non c’è FELICITA, e niente altro. Nebbia.

 

FOSCO si siede a terra accanto alla bicicletta. L’inquadratura si allarga. C’è un UOMO sui sessant’anni, seduto accanto a lui, con un maglione a quadretti e pantaloni di velluto. Vestito decentemente ma un po’ sgualcito.

 

UOMO: “Te l’avevo detto, è tutto una rovina.”

 

FOSCO, guardando dall’altro lato e cercando di accendersi una sigaretta, ma l’accendino non funziona, stancamente: “Sta’ zitto, papà, sta’ zitto.”

 

PADRE: “Non è difficile prendersele le donne, ma liberarsi di loro. Ti crescono dentro.”

 

FOSCO, alzandosi e dando le spalle al padre: “Non ti voglio sentire.” Si tappa le orecchie, come un bambino.

 

IL PADRE muove le labbra ma non sentiamo cosa dice. Estrae una bottiglietta di whiskey dalla tasca. Beve, Sonoro di un liquido che scende in un bicchiere. Due, tre, quattro secondi. Il padre continua a parlare senza sonoro sul suono del liquido che cade. Assolve, lentamente, sul labiale del padre che dice: “FOSCO, FOSCO” la voce di una donna che ripete il suo nome.

 

 

SCENA 38

Padova. Appartamento di FOSCO. Interno Notte.

 

A taglio. Come visto da qualcuno (fuori campo) seduto al suo fianco, FOSCO nel suo letto. Ha gli occhi chiusi. Si ode ancora la sirena in lontananza. Voce Fuori Campo di VALERIA: ‘‘FOSCO?...” FOSCO schiude gli occhi e mette a fuoco di lato a sé qualcosa di sorprendente.

 

Vediamo con i suoi occhi, rischiarata a scatti dai lampi esterni delle luci dell’insegna di fronte, seduta in una poltroncina accostata ai piedi del letto, in una sottoveste sexy, una donna (trenta-trentadue anni)

 

FOSCO: ‘‘VALERIA...? Da quanto tempo sei qui?”

 

(campo-controcampo, rigorosamente, a sottolineare il confronto-scontro tra gli amanti che vanno a separarsi)

 

VALERIA (alzandosi, bellissima, nervosissima): ‘‘Mi offri qualcosa da bere?”

 

FOSCO: ‘‘Dovrai accontentarti di un’aranciata... ‘‘

 

VALERIA ride istericamente.

 

FOSCO: ‘‘Ridi?”

 

VALERIA: ‘‘Sono qui, seminuda, mi offri un’aranciata e mi domandi che c’è da ridere...?” Si avvicina a FOSCO allungando la mano verso la coperta.

 

FOSCO (fermandola col gesto della mano aperta): ‘‘Ti prego!...” Ed esce dalle coperte.

 

FOSCO in maglietta e boxer e VALERIA in sottoveste, uno di fronte all’altra.

 

FOSCO: ‘‘Non ho voglia... Stavo sognando...”

 

VALERIA, con un sorriso un po’ amaro: ‘‘E va bene... sogniamo insieme...” E avanza verso di lui.

 

FOSCO (mostrandole il palmo della mano): ‘‘No, no... ‘‘

 

VALERIA: ‘’E’ più giovane di me?’’

 

FOSCO: ‘’E’ più giovane di tutti e due messi assieme...’’

 

E senza dire altro, come visto da VALERIA, FOSCO s’infila (incespicando) i pantaloni, un maglione, le scarpe, il giaccone, si mette la macchina fotografica a tracolla e guardandola esce.

 

VALERIA afferra un portacenere con l’intenzione di lanciarlo a FOSCO.

 

FOSCO fa di no col dito, indica la macchina fotografica, lancia un bacio a VALERIA e si chiude la porta dietro.

 

FOSCO che prende una bottiglietta di whiskey dal mobiletto all’ingresso e lo mette nella tasca della giacca.

 

VALERIA spunta con il posacenere arrabbiata e lo afferra dalla giacca: “Ma che te ne vai? Ma così? E’ finita? Hai finito? E’ finita la discussione? Grazie, preferisco di no? Ma che sei, Bartleby lo scrivano?”

 

FOSCO: “Dai, Valeria, non fare scenate… Già prima non andava bene.”

 

VALERIA: “Prima? Prima di che? Prima del viaggio? Prima del viaggio di prima? O di quello di prima? Prima di incontrarmi? Prima di che, FOSCO, prima di che??”

 

FOSCO si appoggia al muro e si copre gli occhi con la mano, stremato.

 

VALERIA: “Eh già, perché la discussione è pure seccante! E scusa se non sento tutto allo stesso tempo e nello stesso modo che senti tu! Tutto deve andare per il tuo verso, nel buco della serratura del tuo mondo. Che cazzo, FOSCO, non stavamo insieme nemmeno prima. Questa, questa sola è la verità perché tu puoi solo stare per conto tuo, a sbirciare il mondo da fuori!”

 

FOSCO allunga una mano: “Dai, Valeria, non fare così…”

 

VALERIA: “Ma va’ a farti fottere!” Si volta e torna in camera di FOSCO e scaglia il posacenere contro il letto. Prende una sigaretta dalla sua borsa, va alla finestra, si accende la sigaretta e fa una telefonata.

 

VALERIA: “Pronto, GILBERTO?”

 

 

SCENA 39

Padova. Periferia e rive del Brenta. Esterno Alba.

 

Strada vuota nell’alba della periferia padovana immersa nella nebbia.

 

FOSCO in bicicletta pedale allegramente.

 

Ombre di uomini in bicicletta bucano la nebbia e vi rientrano, andando a lavorare. Voce Fuori Campo di FOSCO: ‘’Buon giorno!’’ ‘’Buon giorno!’’ gli rispondono due amici operai in bicicletta.

 

FOSCO prosegue come verso una meta.

 

FOSCO giunge sulla riva del Brenta.

 

Salta su un battello ormeggiato. Il battello s'avvia.

 

Come visti da FOSCO, le rive del canale che gli vengono incontro.

Seduto su una panchina del battello, poggia la mano soprapensiero accanto a sé. Guarda.

 

La sua mano poggiata sul sedile vuoto.

 

Il posto vuoto accanto a FOSCO.

 

Dalla nebbia affiorano muti pescatori concentrati nell’agguato,

 

Poi le sagome delle ville palladiane, prima brunite e vaghe, poi sempre più chiare e distinte nella luce senz’ombra della prima mattina che si fa largo diradando la nebbia.

 

FOSCO si alza e va al parapetto. Svuota la bottiglietta di whiskey nell’acqua.

 

Più volte FOSCO imbraccia la macchina fotografica, ma non scatta mai la foto. Preferisce guardare.

 

Infine gruppi mormoranti, sempre più numerosi, di operai, in processione verso le fabbriche di Mestre, in macchina,

 

In moto,

 

In autobus...

 

Affiora alto, svettante come un pugno alzato contro il cielo, un fumaiolo di una raffineria sbuffante fumo bianco.

 

Il fumo bianco nel cielo.

 

 

SCENA 40

Reggio Calabria. Casa FELICITA. Interno Giorno.

 

Una caffettiera sbuffante vapore. Allargando il campo scopriamo la cucina della casa di FELICITA.

 

TETELLA parlotta fra sé. “Poco poco esce tutto fuori, gli occhi pure sulla schiena devo avere!” spegne il fornello e porta il caffè al tavolo dove sono seduti a far colazione il PADRE, FELICITA e SOFIA, che guarda il soffitto.

 

Come visto da SOFIA, il soffitto della cucina: cinque palloncini di diverso colore lo reggono...

 

SOFIA guarda il PADRE con un’espressione di gioiosa gratitudine.

 

TETELLA: “Questa bambina si vizia, così diventa una che non sa mettersi le calze dritte da sola!”

 

Il PADRE ricambia il sorriso a SOFIA. A TETELLA: “Non borbottare che lo hai anche insegnato a SOFIA a fare la pentola che bolle…” Poi rivolge il suo sguardo a FELICITA: ‘‘Allora, che hai deciso?”

 

FELICITA: ‘‘Sto decidendo... ma non so ancora che cosa...”

 

PADRE: ‘‘Sai che a me non piace che tu vada così lontano… Torino è lontana. Perché non Roma? C’è zia Teresa...”

 

FELICITA: ‘‘Non lo so, papà, non so dove...”

 

PADRE: ‘‘E sia. Per te c’è ancora tempo, ma per te (rivolto a SOFIA) signorina, non più. E’ ora di andare all’asilo. (Rivolto di nuovo a FELICITA) L’accompagni tu?”

 

FELICITA: ‘‘Dai, Sofia!”

 

SOFIA (con un gesto di sfida rivolto al padre, incrociando le braccia): ‘‘No. Anch’io voglio andare all’Università!”

 

Il PADRE trattiene un sorriso e si volta verso FELICITA.

 

 

SCENA 41

Reggio Calabria. Esterno Giorno.

 

FELICITA. Avanza scendendo i gradoni della scalinata del Convento dei Cappuccini, guardando qualcuno fuori campo. Panoramica a scoprire LUCIANA, l’amica del cuore: ‘‘Roma e zia Teresa! Sei sul fiordo! – le dice. Alle loro spalle, la lunga Piazza e la fontana di pietra. Panoramica a seguire. FELICITA tira fuori dalla tasca della giacca che indossa il pacchetto delle sigarette. LUCIANA, guardandosi intorno: ‘‘E a me niente?” FELICITA ironicamente (dando una sigaretta a LUCIANA, sfilandone una per sé, che tasta accuratamente, con attenzione, prima di accendere): ‘‘Figlia snaturata! Le farai venire il crepacuore a quella santa donna di tua madre... Sei in libera uscita?” LUCIANA: ‘‘Condizionata... Sono stata dal salumiere (mostra una busta con dentro della spesa) e fra poco sarò in merceria. Adesso mi sono fermata a parlare con la vicina... (ride e guarda FELICITA)” FELICITA ride a sua volta. Le due ragazze si incamminano verso il paese, allontanandosi dalla cinepresa.

 

(Insomma, una sola panoramica, dal primo piano di FELICITA alla scoperta di LUCIANA e poi di Reggio Calabria, seguendo le due amiche.)

 

Ora FELICITA e LUCIANA camminano (hanno finito di fumare) per le vie e le piazze di Reggio Calabria, osservate e salutate da alcuni e alcune che incontrano, inquadrate per un tratto del loro dialogo come viste dai passanti: prima da davanti in avvicinamento, poi di lato e infine di spalle (al modo della prima inquadratura, ma in movimento, alcuni noteranno il vestiario: particolari della gonna, delle scarpe, etc.; altri noteranno l’acconciatura o il pacchetto di sigarette che sporge dalla borsa di FELICITA).

 

LUCIANA: “E’ che mia madre ancora insiste che tu sei una cattiva influenza per me. Per via di CARLITO.”

 

FELICITA: “Ma che c’entro io? Mica vi ho forzati a mettervi insieme!”

 

LUCIANA: “No, ma me lo hai presentato tu, no? E’ un tuo amico. Uffa, non ne parliamo più. Mia madre ha paura che lui mi riporti giù, in Sudamerica. Non si fida di me.”

 

FELICITA: “E dovrebbe fidarsi?”

 

LUCIANA: “Ovviamente no. Io non mi fiderei se fossi in lei. Ma siccome sono in me, vorrei che si fidasse e mi lasciasse in pace. Tu, piuttosto, che stai combinando?”

 

FELICITA: ‘‘Io sto correndo come da bambina a rotta di collo sul lungomare senza dovermi fermare...”

 

LUCIANA la guarda interrogativamente: “Ti sei innamorata?”

 

FELICITA: “Innamorata! Che ne so… è presto per dirlo. E poi, è stata una cosa breve… come spiegarti? Magari sì, o no? Come lo capisci? Ma è durato poco. L’ho visto poco. Una specie di colpo di fulmine, una passione senza appiglio razionale.”

 

Vede un uomo con la macchina fotografica sull’altro marciapiede: è FOSCO. Toglie la macchina fotografica dal viso ed è un’altra persona.

 

 

LUCIANA.

 

Tre brevissimi flash dell’immaginario di LUCIANA: FELICITA che si bacia con un tizio appoggiata a un muro sotto la pioggia,

 

Il tizio, sempre un po’ sfocato, che le offre un fiore;

 

Il volto di FELICITA poggiato sul petto nudo del tizio, su un letto.

 

FELICITA saluta qualcuno fuori campo.

 

LUCIANA si volta di scatto.

 

Una signora che cammina verso di loro e le saluta entrando in un negozio.

 

LUCIANA tira un sospiro di sollievo, poi: ‘’E allora, bambina a rotta di collo? Spiegami meglio.’’

 

FELICITA: ‘’Sto cercando le parole...’’

 

Ora sono di nuovo l’una a fianco dell’altra, in una piazza. S’incamminano lungo il Corso.

 

Totale. FELICITA e LUCIANA nel mercato, al centro di una piazza quadrata sulla quale s’affacciano i negozi addobbati con i festoni per una festa cittadina. Zoom su FELICITA, fino al mezzo primo piano.

 

Come visti da FELICITA: due pastori d’Aspromonte con il piffero e la cornamusa suonano una nenia grecanica,

 

Un terzo pastore giovanissimo raccoglie col cappello le offerte.

 

FELICITA e LUCIANA camminano tra la folla. FELICITA (prendendo allegramente LUCIANA sottobraccio): ‘‘Accompagnami a prendere il miele, la cannella e i diavoletti per TETELLA, che vuole fare i mostaccioli.”

 

Passano accanto al pescivendolo che sta mettendo il pesce nel bancone sul marciapiede.

 

Cascata di pesce che schizza vicinissimo a FELICITA che ha un sobbalzo e salta giù dal marciapiede. Una macchina passa suonando il clacson.

 

IL PESCIVENDOLO: “Attenta, Felicetta!”

 

FELICITA che guarda.

 

Il pesce bagnato, alcuni pesci guizzano sul bancone.

 

A stacco. Banchetto di una contadina.

 

LUCIANA (mentre FELICITA porge alla contadina il barattolo del miele che ha scelto): ‘‘Da quando in qua le unghie non te le mangi più e ti ci metti lo smalto... blu?”

 

FELICITA: “Spero in un baciamano.” Sorride.

 

LUCIANA: ‘‘Sputa il principe. E’ uno di Milano? O di Roma?”

 

Brevissimo flash di FELICITA che bacia il tizio contro lo sfondo del Duomo di Milano e contro quello del Colosseo.

 

FELICITA: ‘‘Non lo so, ci siamo visti sui treni... È molto bello, e dietro gli occhi tristi e allegri ha lo sguardo... lo sguardo di uno che ti blocca, occhi che paralizzano... ecco, guarda” FELICITA entra in un negozio di fotocopie affacciato sulla strada di fronte al quale stanno passando in quel momento, trascinando per mano LUCIANA, si rivolge alla commessa, una donna sui trent’anni: ‘‘Ciao ADRIANA posso rubarti la fotocopiatrice un momento? Grazie-grazie...” E senza che ADRIANA abbia il tempo di rispondere o LUCIANA d’intervenire, solleva lo sportello della fotocopiatrice, poggia la guancia sul vetro, carezza il pulsante, schiaccia il pulsante, rimette a posto lo sportello, prende al volo la fotocopia e tenendola tra le mani saluta ADRIANA (‘‘Un bacio-due baci grazie-grazie”) trascina fuori LUCIANA e le dice mostrandole con aria di sfida la propria immagine: ‘‘Ecco, due occhi che vedono così!...” Sono fuori dal negozio e dalla vetrina vediamo ADRIANA che spruzza il vetril sulla fotocopiatrice e la pulisce borbottando.

 

LUCIANA: ‘‘Uhm... Ho capito: fa l’incantatore di serpenti.”

 

FELICITA: ‘‘Acqua...”

 

LUCIANA: ‘‘... Uhm... Fa fotocopie?”

 

FELICITA: ‘‘Fuochino...”

 

LUCIANA: ‘‘E’ un fotografo!”

 

FELICITA annuisce e rotea danzando con la fotocopia in mano.

 

LUCIANA: ‘’E’ venuto a parlarti lui?”

 

FELICITA (sfiorando con la mano libera le singole pietre costituenti il muretto che limita la strada verso il mare): ‘‘ No: era sulla banchina... sai: alla stazione, il treno parallelo... Si è avvicinato, ma poi il treno è partito. Però abbiamo parlato, abbiamo camminato: ieri notte e stanotte...”

 

LUCIANA: ‘‘Ma che, è uno di qui?”

 

FELICITA ‘‘No, no: in sogno...”

 

LUCIANA: (sorride) ‘‘L’hai incontrato in sogno?”

 

FELICITA: ‘‘Sì. Anche lui mi ha sognata: abbiamo fatto lo stesso sogno...”

 

LUCIANA: ‘‘Te l’ha detto lui? T’ha telefonato?”

 

FELICITA: ‘‘No! Non mi ha telefonato, non so chi è, non so dove vive... So solo che qualcuna lo chiama FOSCO...”

 

Arrivano al Castello. Entrano. C’è stata la pioggia e da una crepa nel soffitto cadono gocce. Tic, tic, tic... Affiora ‘‘Night and Day” quasi inaudibile all’inizio. Si sente chiaramente quando entrano le parole ‘‘Like the tick tick tock...”

Sentiamo la canzone mentre continua il dialogo e vediamo dei tecnici che hanno montato il palco per un concerto e usano ‘Night and Day’ per testare l’acustica.

 

FELICITA (catturando sulla punta delle dita gocce di pioggia e ponendole sul collo come un profumo): ‘‘...LUCIANA, da due giorni sto vivendo al contrario: vivo per sognare, aspetto solo la notte...”

 

(‘Night and Day’ dissolve)

 

LUCIANA: ‘‘Non ci capisco niente di quello che m’hai detto! Capisco solo che sei sempre la stessa...”

 

FELICITA: ‘‘(canticchiando dalla canzone di Francesco Guccini ‘Piccola città’) Io son sempre la stessa, sempre diversa. Piccola città, bastardo posto... Ma non lo vedi, quanto sono cambiata?”

 

LUCIANA: ‘‘Cambiata... ti sei innamorata...”

 

FELICITA la guarda e ride.

 

 

SCENA 42

Padova. Appartamento FOSCO. Interno Pomeriggio.

 

FOSCO, sdraiato sul suo letto. Primo piano del suo volto inquadrato dall’alto, a piombo. Zoom fino al primissimo piano.

 

 

SCENA 43

Reggio Calabria. Strada panoramica e Castello. Esterno Notte.

 

(Passaggio al sogno = scena di puro montaggio.)

Intermittenza di immagini di ciò che ha visto, e sentito durante il giorno soltanto Fosco, alternati a frammenti del sogno che segue = montaggio di brevissimi pezzi a posteriori, alcuni dei quali rallentati o accelerati. Di seguito, sonoro del treno e frammenti di immagini viste dal treno.

 

Campo lunghissimo del cielo stellato.

 

Come visto dall’alto, FOSCO avanza guardando in alto.

 

Panoramica di porzione del cielo stellato.

 

FOSCO non trova quello che cerca, non trova FELICITA, si ferma, chiama: ‘’FELICITA!’’

 

Sente lo sferragliare di un treno, si volta e vede, vicinissimo,

 

Un treno merci che s’allontana nella notte.

 

 

SCENA 44

Padova. Accanto alla Cappella degli Scrovegni. Esterno Notte.

 

La catena di persone, ciascuna con in mano una candela accesa, nella piazza antistante la Cappella degli Scrovegni, la stessa catena di persone che FOSCO aveva incontrato con FELICITA nel secondo sogno comune.

 

FOSCO si guarda intorno, cerca tra la folla FELICITA. Vede passare due operai su un tandem.

 

PRIMO OPERAIO: ‘‘Cosa ne pensi, Panco Pinco?”

 

SECONDO OPERAIO: ‘‘Ne penso cosa Pinco Panco!”

 

PRIMO OPERAIO: ‘‘Splendeva il sole sull’alto mar / pieno di volontà…”

 

SECONDO OPERAIO: ‘‘E ciò benché la notte ahimè profonda fosse già.”

 

PRIMO E SECONDO OPERAIO: ‘‘Questa è logica!”

 

I due scompaiono nella nebbia.

 

La catena di persone silenziosamente s’avvicina, lo avvolge , lo stringe dentro una spirale.

 

FOSCO si libera, s’allontana, entra sotto un portico e fuoriesce...

 

 

SCENA 45

Padova. Stazione. Esterno Notte.

 

...Dal sottopassaggio dal quale era uscito arrivando a Padova, e si trova di fronte

 

La città.

 

Solo, si guarda intorno, comincia a correre.

 

 

SCENA 46

Padova. Strade del Centro. Esterno Notte.

 

Vediamo con gli occhi di FOSCO in movimento (macchina a mano) le strade deserte del centro della città, che vanno a finire in un mare di nebbia. Voce fuori campo di FOSCO che parla piano, affannato dalla corsa: “Non è vero. Non ci credo. FELICITA non è vero. Non è mai stato vero. L’amore non è vero. Non c’è anima che si doni a te. Ognuno di noi corre solo, cerca all’impazzata ma non vuole trovare. Perché mi vuoi toccare, FELICITA? Vuoi anche tu afferrarmi e buttarmi? Perché non sei qui? Dove senza me, dolce mia vita, sei rimasta? Dove, speranza mia, dove ora sei? FELICITA mia…"

 

 

Il mare di nebbia che inghiotte FOSCO. Dopo qualche secondo affiora FOSCO, si guarda a sinistra, esce di campo a sinistra.

 

SCENA 47

Padova. Appartamento FOSCO. Interno Pomeriggio.

 

Fondu dalla nebbia (cioè si dirada la nebbia). FOSCO, sdraiato sul suo letto. Piano a figura intera. Zoom centrato sul suo volto fino al dettaglio dei suoi occhi angosciati.

 

 

SCENA 48

Reggio Calabria. Il Corso. Esterno Sera.

 

Dall’alto di un balcone affacciato sul Corso di Reggio Calabria, la festa. Panoramica libera su bambini che zig-zagano coi bastoncini-stelle filanti stretti in mano, padri e madri, e nonni, voci confuse, clacson, petardi ripetuti, i tre pastori con piffero e zampogna e piattino... A un certo punto, in questo groviglio festoso distinguiamo FELICITA, sola. (La panoramica si combina con uno zoom.) FELICITA cammina con la testa fra le nuvole. Ad un certo punto nota qualcosa, qualcuno, che la guarda e …guarda in macchina.

 

Come visto da FELICITA, CARLITO che sta registrando la scena con una videocamera.

 

FELICITA accenna un sorriso e continua a camminare leggera nella luce della prima sera. Lei si volta e vede al suo fianco un carretto che vende cassette di musica. Il venditore è un giovane senegalese. FELICITA si ferma a guardare le cassette.

 

SENEGALESE: “Prendi, prendi, tutto nuovo… bello!”

 

FELICITA: “Mh… Non so… Ma si sente bene?”

 

SENEGALESE: “Bene? Certo bene. Senti, mica vendo schifezze io!” Prende una cassetta e la mette in un registratore che spara a tutto volume Celentano: “Io non so parlar d’amoreeeeeee…”

 

S’accendono i lampioni. Crepitìo ravvicinato di petardi. Ancora qualche passo fra la folla fino a un incrocio e… il suono di un clacson fa sobbalzare FELICITA. Un’auto grigia di grossa cilindrata, sgommando, le passa davanti sfiorandole i piedi, e si dilegua. FELICITA volge lo sguardo nella direzione dalla quale l’auto è provenuta.

 

Sul volto di FELICITA si sentono una serie di spari ravvicinati che sovrastano i suoni della festa. In lontananza si sente un treno e il suo fischio binario.

(Fino a questo momento la ripresa è realizzata dal punto di vista di CARLITO, ed è costituita da due piani sequenza – intercalati dalla inquadratura di CARLITO come visto da FELICITA. Da questo momento la ripresa è realizzata dal punto di vista di FELICITA, ed è costituita da brevi scene spezzate.)

 

Bambini,

 

padri e madri,

 

vecchie e vecchi…

 

che continuano a parlare, camminare, saltellare…

 

la pescheria che aveva passato FELICITA la mattina.

 

Un uomo riverso sul bancone del pesce che lotta con la morte, nei sussulti ciechi dell'agonia.

 

Il MORIBONDO, come sollevato e lasciato ricadere da una grande mano invisibile, si rizza e ricade sui pesci bianchi e azzurri, con gli occhi sbarrati, ancora e ancora, senza versare una goccia di sangue.

 

Dissolvenza sul corpo che sussulta e poi si irrigidisce sul bancone sporco del suo sangue e di quello del pesce.

 

 

 

SCENA 49

Padova. Appartamento FOSCO. Interno Notte.

 

Il soffitto, come visto da FOSCO sdraiato a letto, ritmicamente illuminato dalla luce esterna che filtra dalla finestra.

 

Entra in campo, contro il soffitto, la mano di FOSCO con l’orologio al polso. Sono le diciannove.

 

FOSCO. Si passa le mani sul viso, si alza e va alla finestra.

 

Come visto da FOSCO, dall’alto, l’insegna di fronte, con le sue decorazioni di lucette intermittenti.

 

FOSCO si gira verso l’interno della stanza e vede

 

il telefono.

 

Immediatamente va a staccarne la spina. Prende l’occorrente per preparare una sigaretta. Si lascia cadere sulla poltroncina, e, preparata la sigaretta, si alza, e accende la sigaretta al fornello della cucina.

 

Tornato in soggiorno, afferra soprappensiero il telecomando e accende il televisore, lasciandosi cadere di nuovo sulla poltroncina.

 

Il volto di FOSCO, contratto in un interrogativo che non riesce a sciogliere, sul quale si proietta la luce continuamente spezzata del video. Pochi secondi per ogni zapping: voci fuori campo di spot pubblicitari, programmi d’intrattenimento, un frammento di telegiornale. I suoi occhi distratti si fissano improvvisamente. Sentiamo la Voce Fuori Campo di uno speaker: ‘‘ ...avete appena visto un documento eccezionale... nonostante la scarsa qualità tecnica, dovuta a che si tratta (sic) di un video amatoriale... un momento, scusate... sì, va bene… mi dicono dalla regia che stiamo per rivederlo...” Mentre la voce dello speaker continua a commentare il video, FOSCO (allargamento di campo) cerca tra gli oggetti accanto alla televisione un nastro. Lo infila febbrilmente nel videoregistratore e avvia la registrazione.

 

Con gli occhi di FOSCO vediamo sul piccolo schermo (sul quale è riflessa la sua immagine di spettatore) la videoripresa di CARLITO comprendente FELICITA.

 

FELICITA che avanza, sorride guardando in macchina, s’allontana e, giunta all’incrocio, si blocca appena in tempo davanti all’automobile grigia che sfreccia tra la folla e scompare.

 

FOSCO, in piedi, continua ad ascoltare la Voce Fuori Campo dello speaker, seguendo con lo sguardo lo schermo: ‘‘...ecco, come avete potuto vedere, dal finestrino posteriore fuoriusciva la canna del fucile usato per la strage, avvenuta, ripeto, ad Reggio Calabria, un tranquillo paese della costa tirrenica...”

 

FOSCO guarda la finestra. Zoom verso la finestra.

 

 

SCENA 50

Reggio Calabria. Casa FELICITA. Interno Notte.

 

(Piano sequenza.) Zoom da fuori la finestra aperta di FELICITA a entrare nella sua stanza. La troviamo sdraiata a letto. Zoom fino agli occhi di FELICITA dall’alto. Allargamento di campo fino al piano a figura intera: FELICITA non riesce a addormentarsi. E’ molto agitata. Infine si alza, e senza accendere la luce esce dalla camera. In punta di piedi fa qualche passo nel corridoio, poco illuminato da un lumino posto davanti ad un’immagine della Madonna. FELICITA apre silenziosamente una porta e osserva dalla soglia

 

SOFIA che dorme abbracciata ad un gigantesco orsacchiotto.

 

(Piano sequenza.) FELICITA richiude la porta e prosegue. Supera la porta seguente, dalla quale proviene un sonoro russare (di TETELLA) ed entra in una stanza in fondo al corridoio. Una grande finestra a vetri che occupa tutta la parete fa penetrare nella stanza la luce della luna. E’ lo studio del PADRE. Da un lato una scrivania, davanti ad una parete di libri. Dall’altro, accanto alla vetrata, un telescopio puntato verso il cielo, e una sedia accanto. Il PADRE di FELICITA, dorme profondamente sul sofà. Nella stanza, sparse, le tracce del compleanno di SOFIA: una fetta di torta, la carta dei regali accartocciata, una bambola ancora nella plastica, un libro sulla mitologia greca con figure... FELICITA si dirige verso la vetrata. Guarda nel cannocchiale puntato verso l’alto e vede

 

Una porzione ricca e luminosa del cielo stellato.

 

FELICITA lancia uno sguardo al PADRE addormentato, poi punta il cannocchiale verso il basso, in direzione della città.

 

Come vista da FELICITA col telescopio, la zona d’Reggio Calabriadove è avvenuta qualche ora prima la strage: l’incrocio delle strade vuote. Due semafori gialli lampeggiano.

 

Voce Fuori Campo del PADRE: ‘‘Neanche tu riesci a dormire?”

 

(Piano sequenza.) FELICITA si stacca dal cannocchiale, si avvicina al PADRE, si inginocchia al suo fianco: “Ma tu dormivi…”

Il PADRE, sorridendole e sollevandosi: ‘‘No. Avevo chiuso gli occhi per sentire i tuoi passi. Hai visto le stelle stasera che belle?”

 

FELICITA: “Guardavo la città… la strada, oggi…”

 

PADRE: “E’ così che la devi guardare la città.” Rivolta il cannocchiale dall’altra parte: “Guarda.”

 

FELICITA guarda nel cannocchiale inverso.

 

Totale di Reggio, minuscola, insignificante, lontana.

 

PADRE: “Le stelle sono lontane, dobbiamo avvicinarle per capire. La vita è troppo vicina, dobbiamo allontanarla.”

 

FELICITA: “Non lo so papà, non lo so. Io voglio starci dentro alla vita.”

 

PADRE: “Bene. Allora resti. No?”

 

FELICITA guarda di nuovo nel cannocchiale: “Non sono sicura che stando qui riuscirei a stare dentro alla vita. Mi sembra che sia la vita a stare dentro di me, a possedermi, a guidarmi e a non lasciarmi spazio.”

 

PADRE: “Mi fai fare la parte di Toro Seduto, te la sputo in piedi questa sentenza: La vita sei tu e nessun altro.”

 

FELICITA si volta: “Questo vale anche per te…?”

 

PADRE, sorridendo: “Lascia stare me… Ci facciamo una camomilla?” FELICITA: ‘‘Ma sì...” Il PADRE e FELICITA escono dalla stanza, camminano in punta di piedi nel corridoio, entrano in cucina, accendono la luce, il PADRE si siede, FELICITA mette l’acqua sul fuoco.

 

(Serie di piani fluidi)

 

Il PADRE: ‘‘La cosa più bella di queste feste sono i bambini: hai visto Sofia?... Te lo ricordi com’eri felice anche tu, da piccola?”

 

FELICITA: ‘‘Già, e credevo anche a Babbo Natale...”

 

PADRE: ‘‘Non ci credi più? Peccato.”

 

FELICITA: ‘‘Perché peccato?”

 

PADRE: ‘‘E’ peccato crescere perdendo le illusioni.”

 

FELICITA: ‘‘Si perdono alcune illusioni… ma le sostituiamo con altre illusioni.”

 

Il fischio del bollitore. FELICITA prepara la camomilla e la versa in due tazze, ne porge una al PADRE, il quale mescola a lungo nella camomilla un cucchiaio di miele, poi tira fuori il pacchetto delle sigarette e ne offre una a FELICITA.

 

FELICITA: ‘’Veramente...’’

 

PADRE: ‘‘Coraggio!’’

 

FELICITA: ‘‘Merci bien...”

 

Il PADRE non ha da accendere.

 

FELICITA accende le due sigarette al fornello e, porgendo al PADRE la sua: ‘‘Perché non è sufficiente questo? Cosa mi manca? Non è sufficiente stare così, parlare, insieme? Che cerco?”

 

PADRE: ‘‘Quando lo avrai trovato lo saprai.”

 

FELICITA: ‘‘Senti, papà...”

 

PADRE: ‘‘Dimmi...”

 

FELICITA: ‘‘Ho deciso: parto. Napoli. Forse è vero che devo vedere le cose da lontano per potermi poi riavvicinare…”

 

PADRE: ‘‘Questo sì che è un bel regalo!”

 

FELICITA: ‘‘Pensavo di partire domani - con l’aria che tira in paese - magari con SOFIA... e passare qualche giorno con gli zii, per cominciare a sistemarmi: prima lo faccio, meglio è...”

 

PADRE: ‘‘Ti capisco: con quello che è successo domani sarà giorno di lutto cittadino... Però Sofia lasciamela: la porto con TETELLA in Sila... Si divertirà sulla neve... E in Sila credono ancora a Babbo Natale...”

 

 

SCENA 51

Padova. Appartamento FOSCO. Interno Alba.

 

Il sonoro è costituito dalla canzone di Tom Waits “In the morning I’ll be gone”. L’ingresso alla canzone è preceduto da un primo piano di FOSCO con gli occhi aperti nel vuoto e ha un’allucinazione sonora e visiva: vede FELICITA che si allontana nel treno con la mano sul finestrino. Il suono attutito del treno sulle rotaie scompare nella canzone che affiora. Sentiremo solo la prima parte della canzone.

 

FOSCO afferra la busta del tabacco, le cartine e le getta in una piccola borsa da viaggio che sta preparando, mancando il bersaglio. Ci riprova, riesce. FOSCO (fra sé): ‘‘Non muoverti, non muoverti… Immensa bolla di cristallo sottile… Oscura notte, crei frantumi o adagi fra le tue braccia un mondo?… Ove il nostro sogno si giace…(sorride) Arrivo, FELICITA, sto arrivando!” Chiude la borsa velocemente, si guarda intorno, vede il telefono. FOSCO si blocca. Riflette. Si lancia sul telefono, alza la cornetta ma non sente nessun segnale. Si ricorda allora che la spina è staccata. FOSCO: ‘‘Miii Mariiia...” Ride. Reinserisce la spina nella presa. Compone un numero. FOSCO: ‘‘No scusi… Ah sei tu GILBERTO - Ma che voce hai?… Ahm… Sì, lo so, dovevo raccontarti, spiegarti: lo farò, presto... No, ora sto partendo… In Calabria, Reggio Calabria... Sì, Reggio Calabria, un tranquillo paese della costa tirrenica… L’ho vista in televisione, ma tu non vedi mai la televisione? Non ti ricordi? Relax, stacchi la spina, eccetera / perdo il treno cazzo! Ci vediamo! Ciao ciao’’

 

 

SCENA 52

Padova. Casa GILBERTO. Interno Alba.

 

GILBERTO, sdraiato a letto, ripone la cornetta del telefono reggendola ancora – al modo di un giocatore di scacchi incerto se lasciare in quella posizione il pezzo appena mosso, resta pensieroso, poi rivolgendosi a qualcuno al suo fianco – ancora fuori campo - dice: ‘‘Ma chi ha visto, la Madonna, ad Reggio Calabria?... Guarda che è strano, da quando è tornato dal viaggio…”

 

VALERIA (sì, è VALERIA al suo fianco, nel letto): ‘‘Non è strano: è proprio stronzo...”

 

GILBERTO: ‘‘Perché stronzo? E tu, allora?”

 

VALERIA: ‘‘Non sono io che sto scappando...”

 

GILBERTO: ‘‘Ah no? E che stai facendo?”

 

VALERIA: ‘‘Sto facendo l’amore con il mio migliore amico...”

 

GILBERTO: ‘‘ E io?... Io, che sto facendo?’’

 

 

SCENA 53

Da Padova verso Reggio Calabria. Esterno - Interno Giorno.

 

(Durante il viaggio, si sente dall’altoparlante interno al treno la versione strumentale swing per violino e chitarra di ‘Night and Day’.)

 

Una stradina della campagna veneta parallela alla ferrovia. Si sente crescere il trillo di un campanello. Entra in campo un RAGAZZINO IN BICICLETTA.

 

Vede arrivare un treno, frena, poggia un piede a terra e saluta i viaggiatori.

 

E’ il treno sul quale viaggia FOSCO, che vede il ragazzino salutare, lo fotografa, lo segue fin che può con lo sguardo, quindi si siede, e rivede con estrema attenzione la foto appena scattata.

 

Particolari diversi dell’immagine come visti da FOSCO.

 

Entra nello scompartimento una DONNA AVVENENTE che tiene sottobraccio un fascio di riviste, e va a sedersi di fronte a FOSCO.

 

Altri due uomini presenti nello scompartimento cercano di attirare l’attenzione della donna.

 

FOSCO nota l’atteggiamento dei due e, ignorando la donna, rivolge il suo sguardo al paesaggio.

 

Un enorme parcheggio pieno di macchine. Un UOMO IN TUTA DA LAVORO sta parcheggiando la sua moto.

 

L’uomo si leva da sotto la tuta un giornale che gli proteggeva il petto.

 

Fulmineo, FOSCO lo fotografa. E tornando a sedersi, impugnando ancora la macchina fotografica, non può evitare di osservare così come, chinata leggermente in avanti, la donna propone dalla generosa scollatura

 

il suo bel seno

 

panoramica verticale sul primo piano della donna che sorride intimando di no con l’indice appena oscillante, di non fare al suo seno una foto.

 

FOSCO ondeggia la testa tentennando, sorride.

 

La DONNA AVVENENTE fa segno di no con la testa e offre in cambio il suo walkman. FOSCO accetta. Si infila le cuffie e sente “Night and Day”, versione strumentale. I due si scambiano uno sguardo d’intesa. FOSCO volge lo sgardo fuori dal finestrino.

 

Una carrellata di paesaggio dell’Italia del Nord.

 

 

SCENA 54

Da Reggio Calabria verso Napoli. Esterno Giorno.

 

(Durante il viaggio, si sente dall’altoparlante interno al treno la versione strumentale swing per violino e chitarra di ‘Night and Day’.)

 

FELICITA, seduta nello scompartimento di un treno in partenza, osserva sul marciapiede della stazione di Reggio Calabria

 

un GRUPPO DI RAGAZZI E RAGAZZE che mimano la strage della sera prima, aspettando un altro treno.

 

Il treno di FELICITA parte.

 

I ragazzi e la stazione s’allontanano.

 

FELICITA si passa le mani sulla fronte, poi osserva la parete di fronte dello scompartimento.

 

Una di quelle litografie che riproducono scenari pittoreschi dell’Italia: ‘‘Bellezze d’Italia: Lo stretto di Messina. Effetto Fata Morgana.”

 

Altra litografia. ‘‘Bellezze d’Italia. Le Dolomiti. Le tre cime di Lavaredo con suonatore di corno folkloristico.”

 

Altra litografia: ‘‘Bellezze d’Italia. Il Pino di Posillipo con danzatori di tarantella.”

 

FELICITA rivolge il suo sguardo al paesaggio che il treno sta attraversando.

 

Sul greto della fiumara Catocastro che circonda e isola il promontorio su cui sorge la vecchia Reggio Calabria, una CONTADINA CON GLI STIVALI e vestita di nero,

 

porta in testa un grande cesto.

 

In mano, un falcetto.

 

 

SCENA 55

Verso Reggio Calabria. Esterno Giorno.

 

In senso contrario alla scena precedente (realizzata dal treno di FELICITA), dal treno di FOSCO l’entrata alla stazione di Firenze.

 

FOSCO compra da un’edicola mobile ‘‘La Gazzetta del Sud”. L’apre e legge ansiosamente.

 

Entra nel suo scompartimento un GRUPPO DI TURISTI.

 

Il treno riparte. FOSCO ripiega il giornale e torna a guardare il paesaggio.

 

Una serie di colline coltivate a vigneti,

 

coronate da casali quadrati e come legati l’uno all’altro da filari di cipressi.

 

FOSCO torna ad osservare i suoi compagni di viaggio.

 

I giapponesi, tutti addormentati, col capo chino in avanti, ciascuno sul proprio curioso cuscinetto ad aria sistemato tra il mento e il petto.

 

FOSCO resiste a fatica alla tentazione di fotografarli, si alza, portandosi una sigaretta alle labbra. Con una mano cerca l’accendino, con l’altra spalanca la porta dello scompartimento.

 

 

SCENA 56

Verso Napoli da Sud. Interno Giorno.

 

In soggettiva, l’uscita nel corridoio dallo scompartimento di... FELICITA, che sta compiendo lo stesso gesto di FOSCO: s’accende una sigaretta.

 

FELICITA nel corridoio. Fuma e passeggia nervosamente. Guarda fuori.

 

Nel corridoio, più in fondo, c’è un GIOVANE che cerca l’accendino ma non lo trova.

 

Il volto triste di FELICITA che si piega a guardare

 

la sua mano con dentro l’accendino.

 

Il GIOVANE chiede a una ragazza vicino a lui da accendere e lei lo fa accendere.

 

FELICITA si volta a guardare fuori. Vediamo il paesaggio insieme al suo volto triste riflesso sul vetro del finestrino.

 

L’isola di Dino, a Praia a Mare, punteggiata di bungalow.

 

Un barcone a motore con due marinai che tirano le reti. Il fischio del treno fa voltare uno dei marinai.

 

 

SCENA 57

Verso Napoli da Nord. Esterno Giorno.

 

Come visto dall’esterno, il treno di FOSCO che corre nella campagna romana. Sullo sfondo, l’acquedotto romano, completo di pecore.

 

FOSCO, che sta osservando il paesaggio, si gira, attratto da qualcosa.

 

Sulla porta dello scompartimento DUE ZAMPOGNARI che fanno per attaccare una nenia natalizia.

 

FOSCO porge una banconota ai due, che salutano e passano allo scompartimento successivo.

 

 

SCENA 58

Verso Napoli da Sud. Interno Giorno.

 

Uscendo da un tunnel, il mare e la spiaggia di Mergellina.

 

FELICITA che guarda il paesaggio.

 

 

SCENA 59

Napoli. Periferia. Esterno Giorno.

 

La periferia di Napoli come vista dal treno.

 

FOSCO che guarda fuori dal finestrino.

 

 

SCENA 60

Napoli. Stazione Mergellina. Esterno Giorno.

 

Come visto dal treno di FELICITA, il marciapiede della stazione di Mergellina.

 

FELICITA scende dal treno e si guarda intorno.

 

Sta per infilarsi nel sottopassaggio quando nota, su un treno in partenza verso Sud, FOSCO in piedi che la guarda stupefatto.

 

FOSCO cerca di aprire il finestrino, che però è bloccato. Le fa cenno di aspettare, di non muoversi... ed è trascinato via dal treno.

 

FELICITA si lascia cadere su una panchina. Si domanda se ha visto veramente FOSCO. Che fare? Le ha detto di aspettarlo? Dove? A questo punto nota

 

il CAPOSTAZIONE che torna al suo ufficio, dopo aver dato via libera al treno in partenza.

 

 

SCENA 61

Napoli. Dalla stazione Mergellina verso Sud. Interno Giorno.

 

FOSCO, in piedi nel suo scompartimento, si sta accendendo nervosamente un’altra sigaretta. È solo. Aspira grandi boccate, con lo sguardo perduto nel paesaggio che scorre lentamente, lentamente, maledizione...

Voce fuori campo di VECCHIETTA: ‘‘E’ vietato fumare in questo scompartimento!”

 

FOSCO si volta e trova sulla soglia dello scompartimento una VECCHIETTA magra e cattiva. FOSCO: ‘‘Mi scusi... inseguivo/”

 

VECCHIETTA: ‘‘No che non la scuso! Troppo comodo fare il proprio comodo e poi zig-zag due parole di circostanza! Dica un po’, invece: ha letto? Ha letto cosa c’è scritto sul pacchetto? ‘Il fumo uccide’. ‘Uccide’: comprende il significato di questa parolina? E chi uccide, dica un po’? Il fumatore? Ma ha letto bene? C’è scritto ‘Il fumo uccide il fumatore’? No! ‘Il fumo uccide’... Capisce? Ha mai sentito parlare di fumo passivo? Passivo? Ma io non resto passiva nemmeno per idea/”

 

FOSCO comincia a rispondere per le rime alla terribile VECCHIETTA: ‘‘Senta... ‘‘, ma subito si ferma, sorride, si avvicina alla VECCHIETTA con aria complice e le sussurra all’orecchio: ‘’Ho visto Lei...’’

 

VECCHIETTA (scostandosi, inviperita): ‘’Lei chi? Lei me?’’

In quel momento, dietro la VECCHIETTA passa un controllore.

 

FOSCO si lancia all’inseguimento del controllore urlando un ‘’Per favore!’’, e la VECCHIETTA fa appena in tempo a scostarsi dalla sua travolgente traiettoria.

 

 

SCENA 62

Napoli. Stazione Mergellina. Esterno Giorno.

 

Dall’esterno dell’ufficio del capostazione di Mergellina vediamo FELICITA e il CAPOSTAZIONE che parlano. Lui le indica il quadro degli arrivi e delle partenze. Lei controlla l’orologio.

 

 

SCENA 63

Napoli. Stazione Garibaldi. Esterno Giorno.

 

FOSCO schizza fuori dal treno che sta per fermarsi, attraversa tre coppie di binari correndo, entra nell’ufficio del capostazione, al CAPOSTAZIONE: “Sì, lo so, è vietato ma non ci posso fare niente: è un’emergenza: mi fa usare il telefono e mi dà il numero della Stazione di Mergellina?’’ Il CAPOSTAZIONE, senza dire una parola, fa un numero e porge la cornetta a FOSCO.

 

FOSCO al telefono: ‘‘Pronto? Il capostazione? Senta: un’emergenza, anzi, una cortesia, vede lì intorno una ragazza, una ragazza bruna?”

 

 

SCENA 64

Napoli. Stazione Mergellina. Interno Giorno.

 

Il CAPOSTAZIONE: ‘‘Ma chi parla?”

Voce Fuori Campo di FOSCO: ‘‘Mi chiamo FOSCO, adesso non ho tempo di spiegarle, ma è importante... (guardando il capostazione che lo osserva al suo fianco) è un’emergenza... mi creda...”

Il CAPOSTAZIONE fa cenno a FELICITA di avvicinarsi. Mette il viva voce.

Voce Fuori Campo di FOSCO che continua a parlare credendo di comunicare col CAPOSTAZIONE: ‘‘...dovrebbe esserci lì intorno, sul marciapiede, no, non volevo dire sul marciapiede / una ragazza dico, una bella ragazza, bruna... vent’anni direi...”

 

FELICITA: ‘‘E poi?”

Voce Fuori Campo di FOSCO: “Ehm… (con emozione) Pronto, Stazione Mergellina?”

FELICITA:“Sì. Chi parla?”

Voce Fuori Campo di FOSCO: ‘‘Ehm... stavo parlando con un uomo...”

FELICITA: ‘‘Io non sono un uomo.”

Voce Fuori Campo di FOSCO: ‘‘Appunto, no, intendo il capostazione...’’

 

FELICITA: ‘‘ Forse posso aiutarti io...”

Voce Fuori Campo di FOSCO: ‘‘Certo. Perché non mi passi il capostazione?”

CAPOSTAZIONE: ‘‘Pronto FOSCO? Che c’è? L’ha trovata?”

Voce Fuori Campo di FOSCO: ‘‘No. C’era una ragazza...”

CAPOSTAZIONE, a voce alta, rivolto a FELICITA: ‘‘È FOSCO. (a voce più bassa): ‘‘Il tuo nome?”

FELICITA: ‘‘FELICITA.”

CAPOSTAZIONE (a FOSCO): ‘‘E’ FELICITA.”

 

FELICITA e FOSCO, all’unisono: ‘‘Sei tu?”

 

 

SCENA 65

Napoli. Via San Gregorio Armeno. Esterno Sera.

 

FOSCO tra la folla festante, fra addobbi natalizi ai negozi alle case e padri madri e bambini per la strada. A un certo punto si ferma davanti ad una finestra aperta sulla strada (un basso).

 

Come visto da FOSCO, l’interno della casa: un presepe napoletano con i pastori e tutto il resto.

 

La cima della montagna più alta del presepe, coronata dai ruderi di un Castello che somiglia al castello di Reggio Calabria.

 

 

SCENA 66

Napoli. Piazza Bellini. Veranda dell’Internet Café. Esterno Notte.

 

FELICITA si siede a un tavolino sotto il fitto pergolato di glicine e si guarda intorno, poi guarda l’orologio.

 

Accanto a lei un GIOVANE UOMO, seduto, la osserva con insistenza.

 

FELICITA sente lo sguardo del GIOVANE, lo dispone nel proprio campo visivo senza però guardarlo direttamente.

 

GIOVANE UOMO: ‘‘Scusi... Lei è... insomma, sei la ragazza della strage?... T’ho vista al Tiggì...”

 

FELICITA: ‘‘Ebbene sì.”

 

GIOVANE UOMO: ‘’Ti sei spaventata?’’

 

FELICITA: ‘‘La domanda non è esatta. Dovresti chiedermi: ’’

 

GIOVANE UOMO: ‘‘Scusa, me la sono meritata... questa cazzo di televisione ci mangia il cervello...”

 

FELICITA: ‘‘No, scusa tu... (sospendendo la frase in attesa della rivelazione del nome)”

 

GIOVANE UOMO: ‘‘RUGGERO”

 

FELICITA: ‘‘FELICITA... Non ho pensato, RUGGERO, non mi ricordo d’aver pensato niente...”

 

FOSCO si avvicina al bar, intravede di spalle FELICITA e il GIOVANE UOMO che parlottano. Ha un sussulto e bisbiglia fra sé: ‘‘Eccola...” Agitato, si nasconde alla base della pergola, coperto dalle foglie in un punto poco illuminato. Nel frattempo i due giovani stanno ordinando.

 

Il CAMERIERE (FOSCO vede soltanto lui chiaramente, in piedi davanti a loro) prende l’ordinazione e scompare.

 

GIOVANE UOMO: ‘‘Che ci fai qui?”

 

FELICITA: ‘‘Studio...”

 

GIOVANE UOMO: ‘‘No, volevo dire qui a Piazza Bellini...”

 

FELICITA: ‘‘Aspetto un amico.”

 

GIOVANE UOMO: ‘‘Fidanzato?”

 

FELICITA: ‘‘No, non lo conosco ancora...”

 

GIOVANE UOMO: ‘‘Incontrato in chat?”

 

FELICITA (ridendo): ‘‘Più o meno...”

 

GIOVANE UOMO: ‘‘Mhmm... In queste situazioni si resta spesso delusi...”

 

FELICITA: ‘‘Se non lo incontro, non posso sapere com’è veramente... ‘‘

 

Stacco su:

Il volto agghiacciato di FOSCO.

 

GIOVANE UOMO: ‘‘La chat è perfetta per scriversi, maledetta per incontrarsi... Regola Numero Uno per chi naviga.”

 

FELICITA: ‘‘Senti RUGGERO, a me sembra sempre di aspettare, nella vita. Ma so che a volte il mondo ci dà compiti cui dobbiamo assolvere, in uno slancio inarrestabile. Ecco, io ora sono in questo slancio. Devo incontrarlo. Sono giovane e voglio vivere. Voglio vivere tutta la vita, e non solo guardarla, ricordarla, sognarla… come i vecchi!”

 

FOSCO si guarda le mani, si vede riflesso in una vetrina accanto che, con la luce radente lo mostra più vecchio di quanto non sia. Si volta, e vede

 

il CAMERIERE con le ordinazioni. Un bicchierino di rum per lui e una granita di fragola con panna montata e la ciliegina in cima per lei.

 

FOSCO silenziosamente comincia ad allontanarsi dal suo nascondiglio.

 

FELICITA nota FOSCO, fa un cenno di saluto ai due uomini: ‘‘È giunta l’ora!” e lo segue, lasciando in asso coetaneo e cameriere e, con un lampo dispiaciuto degli occhi,

 

l’enorme granita bianca rosa rossa.

 

Il CAMERIERE si rivolge a RUGGERO: ‘‘Torna la signorina?”

 

RUGGERO: ‘‘Quella non stava qui nemmeno prima.” Versa il rum sulla granita di lei, afferra il cucchiaino e se lo mangia.

 

Il CAMERIERE lo guarda.

 

 

SCENA 67

Napoli. Albergo. Camera FOSCO. Interno Notte.

 

Piano a figura intera di FOSCO che apre la porta, entra nella propria camera d’albergo, si lascia cadere sul letto, (zoom fino al primo piano del suo volto) il suo sguardo è fisso nel vuoto, ora ha un tremore, tende l’orecchio, aspetta qualche secondo, ora si alza, afferra la cornetta del telefono, compone un numero, e invece riattacca.

 

 

SCENA 68

Napoli. Albergo. Interno Notte

 

FELICITA, entra nella hall dell’albergo, si avvicina al PORTIERE e gli rivolge la parola: ‘‘Cerco un amico di nome FOSCO... Può farmi la cortesia di dirmi il numero della camera?”

 

PORTIERE (controllando il registro) : ‘‘Un attimo che lo chiamiamo...”

 

FELICITA: ‘‘Veramente, preferirei andare direttamente a bussargli...”

 

Il PORTIERE resta perplesso (sente squillare il suo cellulare nella stanza interna dell’ufficio di ricevimento da cui è diviso attraverso una grande vetrata) ‘‘Scusi un momento...” e si allontana, lasciando aperto il registro.

 

FELICITA s’allunga e legge

 

la scritta capovolta del nome ‘‘FOSCO”, e accanto a questa, il numero 32.

 

Senza attendere il ritorno del PORTIERE (che si accorge che lei sta salendo e la lascia fare), s’infila nella scala.

 

Soggettiva di FELICITA che sale la scala, fino a trovarsi di fronte alla porta della camera numero 32.

 

FELICITA davanti alla porta, immobile, in ascolto. Dall’interno, il suono dei passi nervosi di FOSCO che va avanti e indietro per la stanza. FELICITA si avvicina alla porta e bussa. Dall’interno, non giunge più nessun suono. FELICITA chiude gli occhi, fa una giravolta, poggia la schiena allo stipite della porta, si lascia scivolare con la schiena lungo lo stipite. Accovacciata accanto alla porta, con gli occhi chiusi sfiora e tocca delicatamente l’intonaco.

 

 

SCENA 69

Napoli. Albergo. Interno Notte.

 

Zoom frontale sul volto di FELICITA, voltato a sinistra.

 

 

SCENA 70

Napoli. Albergo. Camera FOSCO. Interno Notte.

 

Zoom dall’alto sul volto di FOSCO, voltato a destra.

 

 

SCENA 71

Napoli. Albergo. Interno Notte.

 

FELICITA ad un certo punto dello zoom (primo piano) chiude gli occhi.

 

 

SCENA 72

Napoli. Albergo. Camera FOSCO. Interno Notte.

 

FOSCO, ad un certo punto dello zoom (primo piano) chiude gli occhi.

 

 

SCENA 73

Napoli. Lungo un muro. Esterno Notte.

 

(Passaggio al sogno = scena di puro montaggio.)

Intermittenza di immagini di ciò che hanno visto, e sentito Fosco e Felicita, alternati a frammenti del sogno che segue = montaggio di brevissimi pezzi a posteriori, alcuni dei quali rallentati o accelerati. FOSCO vede più e più volte FELICITA con CLAUDIO e FELICITA con RUGGIERO. FELICITA vede FOSCO di spalle che cammina per i vicoli di Napoli. Sonoro del treno e frammenti di immagini viste dal treno.

 

(Sogno.)

 

Lungo il muro che divide un giardino di alberi fioriti dalla strada, da un lato FELICITA, dall’altro FOSCO. Sentono i passi l’uno dell’altra, si parlano, ma non si vedono.

 

FELICITA: ‘‘FOSCO, sei tu?”

 

FOSCO: ‘‘Sì, FELICITA...”

 

FELICITA: ‘‘Salta!’’

 

FOSCO: ‘‘No, senti... sono troppo agitato... e divento goffo quando sono agitato...”

 

FELICITA: ‘‘Figurati! Io sto tremando... Ma siamo a un passo, a un abbraccio, di nuovo, finalmente, SALTA! Sono qui, FOSCO, sono qui!”

 

FOSCO: ‘‘Ho paura di rovinare tutto... Ho bisogno di pensare.”

 

FELICITA: ‘‘Capisco, anzi no, improvvisamente tutto mi sembra complicato... Non capisco. Io ho bisogno di toccarti, di sentirti davvero. Che ne facciamo di questi bisogni, FOSCO, che ne facciamo di questi corpi?”

 

FOSCO: ‘‘... Restiamo dentro il sogno, FELICITA... Aspettiamo, che fretta c’è? Vediamoci qui.”

 

FOSCO si ferma, compie un ampio gesto con il braccio in direzione del muro.

Davanti a lui, un’arcata attraverso il muro. Vuota. Entra in campo FOSCO, incorniciato dall’arco: ‘‘Eccomi.”

 

FELICITA, di fronte a FOSCO: ‘‘Eccomi! Che vuol dire ‘eccomi’ in sogno? Perché solo così? Perché solo in sogno?” si volta di spalle.

 

 

SCENA 74

Napoli. Piazza Plebiscito. Esterno Notte.

 

FOSCO al centro della Piazza, visto dall’alto: ‘‘Perché ti ho sentita, prima, parlare con quel giovane, ed hai ragione...”

 

FELICITA cammina su una riga bianca disegnata sul pavimento della Piazza come fosse una fune sospesa sull’abisso.

 

FELICITA: ‘‘Dove ho ragione? Quando? Che hai sentito? Che ho detto?”

 

FOSCO: ‘‘Che io vivo come un vecchio... Non voglio vivere, voglio guardare, sognare. È così: preferisco l’immagine alla cosa, il sogno alla vita...

Perciò faccio il fotografo. Non realizzo cose, non costruisco sedie: compongo immagini, costruisco fantasmi... Perché non è vero, FELICITA non è vero che siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni. Siamo fatti di carne, di sangue, di mani, di bocche, stramaledizione... E non posso credere che questa maledetta materia ci renderà felici. Non sei felice adesso?”

 

 

SCENA 75

Napoli. Teatro San Carlo. Interno Notte.

 

La volta interna del Teatro.

 

FOSCO al centro del palcoscenico.

 

FELICITA inquadrata dalla cornice di un palco, in alto.

 

Volto di FELICITA: ‘‘Ma non mi ami allora?”

 

FOSCO: ‘‘Sì, ti amo... Amo la tua immagine. L’amorosa idea. Amo sognarti... O forse no. Forse ti amo davvero. Amo te, quella che sta fuori dalla mia porta. Ed è per questo che non la apro, quella porta.”

 

FELICITA lontana, in un palco tra altri palchi vuoti come un’ape in una celletta di un favo vuoto di miele.

 

FELICITA attraversa una fila di palchi.

 

FELICITA: ‘‘Non ami me...”

 

FELICITA schiocca le dita, e i palchi si riempiono di tante simil-Felicite, ognuna vestita in un modo diverso.

 

FELICITA: ‘‘Quale me ami? Qual è quella realmente perfetta?”

 

FOSCO: ‘‘La realtà è ciò che finisce sempre per deluderti.”

 

FELICITA, contro la paratia di fondo del palcoscenico con un’enorme mazza dà dei fortissimi colpi e spacca la paratia in più punti. Si ferma ansimando. Posa la mazza. Improvvisamente è alle spalle di FOSCO: “Io sono tutte quelle, FOSCO, e qualcuna in più. Sono tutto, ma tu vedi troppo in me. Sono anche una.” Si volta e si allontana.

 

FOSCO: ‘‘Resta qui, FELICITA, torna qui, sogniamo insieme...’’

 

FELICITA, si volta: “Ma se volevi solo sognare, perché sei corso da me?”

 

 

SCENA 77

Napoli. Lungomare. Esterno Alba.

 

FOSCO e FELICITA sul lungomare.

 

Vanno a sedersi sulla soglia della Porta del lungomare.

 

FELICITA: ‘’La notte, solo la notte? L’occhio e nient’altro? E il giorno? E le mani? E le bocche? Io voglio vivere, intera e tutta la vita, da sola e con te, notte e giorno.” Gli tende la mano: ‘‘Notte e giorno, notte e giorno...”

 

Le luci dell’alba.

 

FELICITA, indica il sole che sorge: “La notte, FOSCO, ma ora è giorno!”

 

FELICITA dissolve.

 

FOSCO, solo. Guarda il sole sorgere.

Cammina e a ogni passo cambia l’inquadratura nelle altre inquadrature di tutti i sogni (come Buster Keaton in “Sherlock Jr”)

 

La vede in fondo a un viale alberato. “Guarda FELICITA, guarda coi miei occhi, il mondo.”

 

Il viale illuminato da una bianca luce invernale, contro un cielo di smalto blu. La cinepresa sale e resta a inquadrare i rami neri contro il cielo. Steadycam che cammina a naso in su. Voce fuori campo di FELICITA: “La casa tra gli alberi al lago/ dal tetto fila fumo./ Non ci fosse: quanto tristi allora/ casa, alberi e lago.”

 

FOSCO che guarda

 

FELICITA.

 

FOSCO E FELICITA uno accanto all’altra.

 

FELICITA: “Ci siamo anche noi sotto gli alberi. Se non ci fossimo, non ci sarebbero nemmeno loro… Guarda!”

 

FELICITA scompare.

 

FOSCO. Si guarda intorno. Tutto scompare, dissolve. Se possibile ottenere l’effetto, prima gli alberi, poi il cielo e la terra.

FOSCO ruota intorno a se stesso in uno spazio completamente bianco. Cammina, prima lentamente, poi sempre più in fretta. Primo piano di FOSCO che corre angosciato. Dissolvenza sul volto di…

 

 

 

SCENA 78

Napoli. Albergo. Interno Alba.

 

FOSCO che si sveglia, si alza dal letto, va alla porta, la apre.

 

Dietro la porta, FELICITA. Apre gli occhi.

 

FOSCO si avvicina a FELICITA, le carezza la fronte. Le tende la mano.

 

Soggettiva di FELICITA che vede FOSCO che le tende la mano come lei la tendeva a lui nel sogno.

 

FELICITA si alza reggendosi alla mano di FOSCO. Lui le fa una carezza guardandola negli occhi.

 

Camminano nel corridoio tenendosi per mano. Il corridoio dissolve e loro continuano a camminare in...

 

 

SCENA 79

Treno. Interno Alba.

 

…un treno, attraversando i suoi corridoi, costeggiando i suoi scompartimenti, rivedono con noi i personaggi principali del film:

 

Scompartimento:

PADRE di FELICITA e DONNA AVVENENTE in dolce colloquio, SOFIA libera palloncini dal finestrino.

 

Cuccetta:

GILBERTO e VALERIA, dormono.

 

Salone ristorante:

MUSICISTA LUI e MUSICISTA LEI, e DUE ZAMPOGNARI, suonano; MADRE di FELICITA e MADRE di FOSCO, ballano.

 

Scompartimento:

WALTER e LUCIANA, fanno colazione alla calabrese (thermos, uova sode, soppressata, vino etc.)

 

Scompartimento:

CARLITO, CLAUDIO, RUGGERO, GIOVANE PRETE giocano a carte.

 

Scompartimento:

TETELLA e CAPOSTAZIONE complice, chiacchierano.

 

Scompartimento:

ADRIANA e il MORIBONDO, ridono.

 

Corridoio:

VECCHIETTA. Quando vede arrivare FOSCO, la vecchietta lo riconosce

 

e FOSCO riconosce lei, le si avvicina e le punta il dito contro.

 

La VECCHIETTA, intimorita, arretra.

 

FOSCO le porge la macchina fotografica.

 

La VECCHIETTA scatta la foto a

 

FOSCO e FELICITA l’uno accanto all’altra che sorridono.

 

Vediamo infine la foto, che è l’ultima immagine del film: FOSCO e FELICITA si baciano.