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Razionalità teorico-scientifica e razionalità storico-politica. PDF Stampa E-mail

Comunicazione al convegno di studi gramsciani di Firenze, dicembre 1977.

 

{Firenze, dicembre 1977, convegno internazionale di studi gramsciani. Luis Razeto ed io presentiamo la ‘comunicazione’ Razionalità teorico-scientifica e razionalità storico-politica - pubblicata preventivamente nel volume: Aa Vv, Politica e storia in Gramsci II, Editori Riuniti – Istituto Gramsci, ottobre 1977.}

 

 

I. Crisi organica e scienza della storia e della politica

 

Il problema della razionalità, come problema specifico della scienza, della politica, e dei rapporti tra queste, è sorto nei processi di formazione dei moderni Stati nazionali, allorché la vecchia civiltà fondata sulla subordinazione delle attività conoscitive alla religione era in corso di disgregazione, e la vita economica, politica e culturale andava organizzandosi in riferimento ad una razionalità nuova che si poneva come scientifica; si è riproposto intorno alla metà del XIX secolo, quando quella organizzazione economica e politica è scossa da moti d’insubordinazione di settori delle classi subordinate che tentano di rendersi autonomi e avviano una lotta per l’egemonia; si è posto ancora negli anni Venti-Trenta, allorquando i rapporti economici e politici tra le classi e tra gli Stati mostrano di non poter più essere regolati dalla razionalità scientifica data e si configurano i grandi modelli di sviluppo e di riorganizzazione degli Stati contemporanei (americanismo, stalinismo, fascismo).

 

Il problema della razionalità ritorna oggi al centro degli studi e delle discussioni intorno alla scienza e alla politica nel momento in cui è riconosciuta una crisi globale di questi grandi modelli storici di organizzazione della vita collettiva, cioè quando si manifesta il logoramento delle risposte teoriche e organizzative che a livello dell’economia e della vita politica e statale furono date alla grande crisi mondiale nella prima metà di questo secolo.

 

Il fatto che il problema della razionalità si ponga nelle situazioni di crisi storica rende manifesta la struttura e il contenuto del problema stesso. Difatti una situazione di crisi è sempre una fase di conflitto tra diverse razionalità, fase cruciale in quanto contiene la possibilità di sviluppi storici alternativi. Una fase in cui la razionalità dominante si mostra incapace di espansione e sviluppo, diventa arretrata, e urta contro una razionalità emergente, la quale però a sua volta non riesce ad imporsi, a diventare egemone.

 

In un tale periodo di crisi è compromessa l’organicità dei rapporti tra economia, politica e cultura; si rompe l’articolazione tra il sistema delle idee dominanti e i comportamenti collettivi dati; si apre al contempo la possibilità della transizione a inedite conformazioni della vita collettiva. Questo comporta un convulso movimento trasformativo segnato da processi di scissione tra la teoria e la pratica e pone la necessità della costruzione di un nuovo rapporto tra queste. Il problema della razionalità è appunto il problema della costruzione di un rapporto organico tra teoria e pratica.

 

“Se il problema di identificare teoria e pratica si pone, - scrive Gramsci nei Quaderni del carcere, Einaudi, 1975, pagina 1780 – si pone in questo senso: di costruire, su una determinata pratica, una teoria che coincidendo e identificandosi con gli elementi decisivi della pratica stessa, acceleri il processo storico in atto, rendendo la pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè potenziandola al massimo; oppure, data una certa posizione teorica, di organizzare l’elemento pratico indispensabile per la sua messa in opera. L’identificazione di teoria e pratica è un atto critico, per cui la pratica viene dimostrata razionale e necessaria o la teoria realistica e razionale. Ecco perché il problema dell’identità di teoria e pratica si pone specialmente in certi momenti così detti di transizione, cioè di più rapido movimento trasformativo, quando realmente le forze pratiche scatenate domandano di essere giustificate per essere più efficienti ed espansive, o si moltiplicano i programmi teorici che domandano di essere anch’essi giustificati realisticamente in quanto dimostrano di essere assimilabili dai movimenti pratici che solo così diventano più pratici e reali.”

 

La costruzione dell’organicità fra teoria e pratica si può svolgere secondo due movimenti: la teorizzazione di comportamenti e di forze pratiche ovvero l’espansione e l’attuazione pratica di teorie. Così inteso il problema, la razionalità non è né una logica oggettiva immanente alla storia né una logica soggettiva innata nella ragione umana, bensí il prodotto dell’attività consapevole organizzata degli uomini concreti.

 

Nel contesto della presente crisi il problema della razionalità si pone in particolare per il fatto che le concezioni teoriche che furono elaborate per comprendere la ‘grande crisi’ mondiale e riorganizzare i rapporti fra economia, politica e cultura e tra governanti e governati (i modelli di sviluppo americano, fascista, stalinista), non riescono più a risolvere i problemi economici e politici e a controllare (ovvero a rendere efficienti) i comportamenti critici e le iniziative pratiche che si diffondono tra i grandi aggruppamenti sociali. Si è consumata cioè l’efficacia di un insieme di strutture concettuali e operative le quali si ponevano come ‘scienze sociali’ e che pur richiamandosi a distinte matrici culturali – di derivazione marxista o di derivazione economico-sociologica – avevano in comune l’essere frammenti subordinati di filosofie naturalistiche e positivistiche, e l’essersi sviluppate come tecniche di formazione del consenso di massa (il che ci permette di assumerle sotta la comune denominazione di ‘sociologie’).

 

Tutto ciò evidenzia la necessità dello sviluppo di un complesso di nuove attività teorico-scientifiche che spieghino e diano risposte alla crisi organica attuale, e soprattutto della elaborazione di una scienza della storia e della politica atta all’avviamento del passaggio a una nuova epoca politica.

 

 

II. Razionalità e fasi di sviluppo dello Stato moderno

La nostra tesi è che nei Quaderni di Gramsci è possibile individuare un valido punto di partenza per l’elaborazione di questa nuova scienza, e più precisamente che egli elabora i primi elementi costitutivi di questa laddove svolge la critica della sociologia come “tendenza deteriore” del marxismo e della sociologia come scienza sociale alternativa al marxismo, e laddove elabora i concetti fondamentali per una teoria della “crisi organica”, della burocrazia moderna, dei partiti e degli Stati contemporanei.

 

Per cogliere la novità che si esprime in questa scienza occorre effettuare una ricognizione storico-critica, in termini di storia della cultura, delle successive configurazioni delle scienze storico-politiche in rapporto alle fasi di sviluppo degli Stati moderni.

 

Porre in questi termini il problema implica distaccarsi dalla concezione corrente, diffusa sia dal materialismo storico che dalla sociologia della conoscenza, che stabilisce un rapporto di corrispondenza tra sistemi di idee e gruppi sociali. L’impostazione ‘sociologica’ del problema si esprime difatti nella ricerca dei nessi tra le concezioni teoriche e gli interessi sociali o di classe che ne costituirebbero la base, mancando con ciò la comprensione del fatto che le concezioni del mondo, le teorie e le discipline si spiegano fondamentalmente in rapporto alla vita dello Stato, cioè ai progetti e alle attività politiche dei grandi raggruppamenti sociali. È vero che negli Stati moderni si è configurato un rapporto tra determinate concezioni teoriche e ideologiche e determinate classi sociali, ma tale rapporto è il risultato delle concrete attività teoriche e politiche dei partiti e dello Stato, e non invece un rapporto ‘naturale’ espressione di una legge obiettiva della storia. La legge di corrispondenza non è altro che “un duplicato del fatto stesso osservato”: l’astrattizzazione del fatto da spiegare, la presentazione del medesimo rapporto una volta come rapporto fattuale e un’altra come rapporto causale o di determinazione, prima come fatto poi come legge. Individuare invece storicamente il rapporto tra concezioni teoriche e scientifiche e fasi di sviluppo dello Stato permette di spiegare le relazioni che legano i grandi aggruppamenti sociali a particolari concezioni teoriche e scientifiche come prodotto dell’insieme delle attività teoriche e politiche dei gruppi intellettuali dirigenti. Precisamente perché lo “Stato è – come Gramsci scrive (Q, 1765) - tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati”.

 

L’individuazione del rapporto organico tra sviluppo delle idee e sviluppo degli Stati avvia inoltre la comprensione del perché e del come le concezioni teoriche e scientifiche moderne si siano formate e sviluppate lungo linee differenziate nazionalmente. Il fatto che gli Stati moderni si siano conformati come Stati nazionali ha significato lo sviluppo di concezioni teoriche e scientifiche differenziate disciplinarmente, che tuttavia hanno contenuti fondamentali comuni – e sono perciò “reciprocamente traducibili” – in quanto si formano nel terreno di una cultura relativamente omogenea e affrontano insiemi di problemi affini relativi allo sviluppo di omologhe fasi della vita dello Stato.

 

In questa prospettiva di storia della cultura perdono significato sia la distinzione ‘classista’ delle concezioni teoriche e delle scienze che la distinzione ‘disciplinare’, in quanto le ‘differenziazioni classiste’ corrispondono in realtà a progetti politici di diversi blocchi sociali complessi e le ‘differenziazioni disciplinari’ hanno alla propria origine linguaggi e tradizioni nazionali differenti.

 

Secondo il nuovo criterio proposto è possibile distinguere nella storia della cultura moderna, in prima approssimazione, i seguenti processi. Nei periodi di formazione dei moderni Stati nazionali si costituiscono un insieme di scienze politiche quali la scienza della politica di Machiavelli, la filosofia politica di Hobbes, la scienza politica di Montesquieau, l’economia politica di Smith e Ricardo, la filosofia del diritto pubblico e la scienza dello Stato di Hegel. Nella prima fase di disgregazione e di lotta per l’egemonia all’interno di quegli Stati sorgono il pensiero socialista, la filosofia positiva di Comte, il materialismo storico e la critica dell’economia politica di Marx. Nella fase della ‘grande crisi’ e della ristrutturazione degli Stati contemporanei si sviluppano la tendenza ‘sociologica’ del marxismo (il marxismo ‘ortodosso’), la sociologia empirica e le teorie sociologiche, le teorie dello sviluppo economico e le scienze della direzione di sistemi complessi. Per una nuova epoca politica si configura oggi la necessità di un superiore sistema di superstrutture organiche.

 

 

III. Razionalità teorico-scientifica e razionalità storico-politica

 

L’attuale crisi degli Stati contemporanei si manifesta come conflitto tra diverse razionalità, che fanno riferimento a contrapposti progetti politico-statali. Ora, la crisi non sta nella presenza di un tale conflitto, poiché conflitto c’è sempre, ma nel fatto che nessuna delle razionalità alternative riesce a prevalere stabilmente e il conflitto si prolunga irrisolto. Ma questa è la manifestazione, non la spiegazione della crisi: ritenerla tale significherebbe voler spiegare il fatto con la sua formulazione astratta. La spiegazione deve essere ricercata attraverso l’analisi della struttura interna di ogni singola razionalità, nell’individuazione delle ragioni che ne spiegano l’incapacità a diventare egemone.

 

Se ogni razionalità esprime un rapporto organico tra teoria e pratica, e questo rapporto è organico quando (e nella misura in cui) è un processo creativo di continua rielaborazione critica delle attività teoriche e pratiche per cui la teoria potenzia la pratica e questa realizza la teoria in un processo costantemente espansivo, una sua perdurante incapacità di espandersi denuncia l’interruzione del movimento del reciproco potenziamento di queste attività teoriche e pratiche. Si tratta di un processo di disarticolazione e scissione all’interno di ognuna delle razionalità presenti, tra le attività teorico-scientifiche e le attività pratico-politiche; le attività teorico-scientifiche non riescono più a dare ragione dei processi in atto e a guidarli secondo un progetto, mentre le attività pratico-politiche tendono a cristallizzarsi o impazziscono.

 

Ciò evidenzia il carattere organico, e non congiunturale, della crisi attuale; essa risulta non da incompiutezze nello sviluppo delle scienze date o da errori nella comprensione dei processi storici in atto, ma dalla insufficienza strutturale di quelle e dalla mancanza di una nuova scienza dei processi nuovi, e non risulta da errori tattici nelle iniziative o da difficoltà nella socializzazione delle politiche date, bensì dalla insufficienza strutturale di queste e dalla mancata organizzazione di un nuovo sistema di azione politica. In altre parole, la scissione tra le attività teorico-scientifiche e le attività pratico-politiche non consiste semplicemente in uno sviluppo separato di queste attività, cioè nel fatto che la politica non si basi sulla scienza e che la scienza non si impegni politicamente (in questi termini si poneva piuttosto nel secolo scorso), ma nel fatto nuovo che sia le scienze che le politiche non riescono a guidare e conformare i comportamenti delle moltitudini, il loro modo di sentire, pensare e agire.

 

Nella precedente epoca politica la costruzione di un rapporto organico fra teoria e pratica si incentrava sul nesso tra scienza e politica, mentre nell’attuale fase di “crisi organica” s’impernia nell’articolazione fra le attività dei gruppi dirigenti e le attività delle grandi masse, è il problema dell’unificazione delle attività politiche e scientifiche con la coscienza e la volontà delle moltitudini.

 

Proprio perché la crisi è organica essa non può essere superata attraverso processi di razionalizzazione del sistema dato (che agiscono sul terreno della congiuntura), ma nella costruzione di una razionalità storicamente superiore. “Nello studiare un periodo storico – scrive Gramsci (Q, 1579-80) – appare la grande importanza di questa distinzione (tra movimenti organici e movimenti di congiuntura). Si verifica una crisi, che talvolta si prolunga per decine di anni. Questa durata eccezionale significa che nella struttura si sono rivelate (sono venute a maturità) contraddizioni insanabili e che le forze politiche operanti positivamente alla conservazione e difesa della struttura stessa si sforzano tuttavia di sanare entro certi limiti e di superare. Questi sforzi incessanti e perseveranti (poiché nessuna forma sociale vorrà mai confessare di essere superata) formano il terreno dell’‘occasionale’ sul quale si organizzano le forze antagoniste che tendono a dimostrare (dimostrazione che in ultima analisi riesce solo se ed è ‘vera’ se diventa nuova realtà) che esistono già le condizioni necessarie e sufficienti perché determinati compiti possano e quindi debbano essere risolti storicamente (debbano, perché ogni venir meno al dovere storico aumenta il disordine necessario e prepara più gravi catastrofi).” È da notare l’avvertimento gramsciano di una prospettiva catastrofica della “crisi organica” nel caso che la politica si limiti ad attività congiunturali, di razionalizzazione dell’esistente, e non si definisca un progetto epocale.

 

Ora, se la scissione fra teoria e pratica si presenta oggi fondamentalmente nei termini della separazione tra dirigenti e diretti, il problema della nuova razionalità da costruire – la riunificazione fra teoria e pratica – è il problema della costruzione di un nuovo sistema di rapporti organici tra dirigenti e diretti tale da avviare il superamento del regime della loro separazione. Premessa di questa impresa è l’elaborazione di una nuova razionalità teorico-scientifica capace di espandersi come coscienza scientifica di massa e di suscitare e organizzare una volontà generale molecolare e unitaria.

 

Occorre a questo punto precisare i concetti di razionalità teorico-scientifica e razionalità storico-politica. Non si tratta di due razionalità ma di una che si costituisce originariamente nel campo delle attività teorico-scientifiche e si espande e si realizza sul terreno delle attività pratico-politiche.

 

Mentre è diffusamente riconosciuto il carattere storicamente determinato del problema della razionalità, si insiste ancora in tentativi di scoprir nelle ‘cose’ una razionalità sostantiva, ovvero oggettiva in quanto indipendente dalla coscienza e dall’attività umana (le cosiddette leggi della storia, ad esempio), oppure di confinare nel pensiero una razionalità soggettiva o formale. Ora, razionali sono le attività teoriche e pratiche degli uomini e dei gruppi in quanto organizzano la vita collettiva. Parlare dunque di razionalità equivale a parlare di un determinato ordinamento pratico e teorico della realtà, prodotto da un intervento coerentemente articolato. Chiamiamo quindi razionalità storico-politica la razionalità dominante in una epoca politica determinata; essa è di volta in volta costruita dall’insieme delle attività proprie della organizzazione politico-statale egemone che a sé conforma il comportamento delle moltitudini; si esprime nell’ordinamento dello Stato e dei rapporti fra gli Stati, nella struttura sociale e nei rapporti fra le classi, nel “mercato determinato” e nell’organizzazione della produzione, nella “società civile” e nelle condotte molecolari prevalenti. E chiamiamo razionalità teorico-scientifica la struttura conoscitiva che guida la comprensione e la progettazione dei processi in una epoca politica determinata; essa è di volta in volta elaborata dall’insieme delle attività di accertamento, teorizzazione e critica dei processi in atto, di risoluzione teorica dei problemi pratici, di creazione di nuove realtà culturali; si esprime nella costituzione di un complesso di scienze, di ideologie, di arti.

 

 

IV. Scienza e politica per la costruzione di una nuova razionalità

 

Siamo di fronte al problema della costruzione di una nuova razionalità storico-politica. Essa, abbiamo visto, comincia a formarsi nell’elaborazione di una nuova razionalità teorico-scientifica; la formazione di quest’ultima ci pone di fronte al problema della scienza, e la sua espansione (come nuova razionalità storico-politica) ci pone di fronte al problema della politica e dei rapporti tra essa e la scienza.

 

La scienza da elaborare è da intendersi come un insieme di attività teorico-critiche tese a riorganizzare l’esperienza, a ricercare la nuova razionalità. I conflitti storico-politici della presente fase di crisi organica (le contraddizioni della razionalità data) sono colti nella coscienza scientifica e risolti teoricamente nella individuazione degli elementi necessari alla realizzazione del passaggio a una nuova superiore razionalità. La scienza è una impresa di creazione di una nuova razionalità teorico-scientifica, critica della razionalità storico-politica data e inizio di una razionalità nuova.

 

Naturalmente la scienza non produce da se stessa la nuova razionalità storico-politica concreta, la quale si costruisce politicamente. Ora, i modi di fare politica propri delle precedenti fasi di sviluppo degli Stati moderni divengono oggi anacronistici, non atti a superare la crisi organica presente in quanto partecipi di essa; serve una nuova concezione e una nuova pratica della politica. Il precedente modo di fare politica stabilisce un rapporto fra dirigenti e diretti che si esprime nei partiti di massa (sindacati, partiti politici, movimenti di azione chiesastica ecc.), composti da un vertice di direzione e da masse operative, il tutto tenuto insieme da una ideologia totalizzante e da uno strato di funzionari e di specialisti del consenso; e stabilisce un rapporto fra scienza e politica che subordina quella a questa, sia in quanto la scienza è rivendicata come legittimazione di un disegno politico dato, sia in quanto la politica usa la scienza nell’affinamento tecnico dell’azione.

 

La crisi di questa struttura della politica si manifesta, riguardo il rapporto che stabilisce tra dirigenti e diretti, nel fatto che l’azione delle masse diventa significativa soltanto se mediata dai ‘mass-media’, che il corpo dei funzionari stenta ad assorbire il dissenso e a contenere i moti spontanei e la disaggregazione delle moltitudini, che le ideologie non riescono a giustificare e ricomporre unitariamente le scelte politiche che il senso del realismo richiede. E riguardo il rapporto che fissa tra scienza e politica, la crisi del vecchio modo di fare politica si esprime come insufficienza dei partiti di massa nell’acquisizione della produzione scientifica più avanzata, nella comprensione dei nuovi fenomeni, nell’approntamento di risposte globali coerenti a problemi che coinvolgono una molteplicità di aspetti contraddittori e nell’elaborazione di progetti che vadano oltre il breve termine.

 

Il nuovo sistema di azione politica deve realizzare un nuovo rapporto fra dirigenti e diretti secondo la prospettiva di una loro unificazione, e deve articolarsi in un rapporto organico tra le attività teorico-scientifiche e le attività pratico-politiche. La nuova politica consisterà nell’insieme delle attività teoriche e pratiche tese a ricomporre la vita sociale (l’ordinamento statale e i rapporti fra gli Stati, l’organizzazione della produzione e la struttura sociale, il “mercato determinato” e i comportamenti collettivi e individuali) secondo una nuova razionalità, organizzando l’espansione molecolare della nuova razionalità teorica-scientifica.

 

Così intesi i rapporti tra scienza e politica, il problema della razionalità teorico-scientifica assume un significato politico eminente. Scrive Gramsci (Q, 1766): “Il problema di che cosa è la scienza stessa è da porre. La scienza non è essa stessa ‘attività politica’ e pensiero politico, in quanto trasforma gli uomini, li rende diversi da quelli che erano prima? E il concetto di scienza come ‘creazione’ non significa poi come ‘politica’? Tutto sta nel vedere se si tratta di crezione ‘arbitraria’ o razionale, cioè ‘utile’ agli uomini per allargare il loro concetto della vita, per rendere superiore (sviluppare) la vita stessa.”

 

In questa prospettiva si pongono problemi fondamentali: quali sono le condizioni del passaggio dalla presente ad una nuova superiore razionalità teorico-scientifica, e come esso può essere avviato? In che modo tale razionalità può essere fatta propria dalle moltitudini in quanto protagoniste della scienza e non semplicemente come ricettrici di informazioni scientifiche? Come può espandersi la scienza senza impoverirsi, ideologizzarsi e perdere capacità critica e autocritica? Che tipo di organizzazioni politico-culturali possono attuare il processo di unificazione tra dirigenti e diretti e realizzare i nuovi rapporti tra scienza e politica?

 

Per dare risposte a domande del genere Gramsci svolge un’analisi storico-critica dei processi di disgregazione e di crisi della razionalità storico-politica cristiano-medioevale, dei tentativi di elaborazione di razionalità teorico-scientifiche moderne, e del fallimento dell’espansione di queste come nuova razionalità storico-politica.

 

 

V. Dalla crisi della civiltà cristiano-medioevale al progetto della razionalità statale moderna

 

L’analisi di questi processi percorre i Quaderni; già nel primo, pp. 83-84, l’abborda complessivamente nella nota La crisi dell’Occidente, citando Filippo Burzio: “È esistita una prima unità dell’Occidente, quella cristiano-cattolica medioevale; un primo scisma, o crisi, la Riforma con le guerre di religione. Dopo la Riforma, dopo due secoli, o quasi, di guerre di religione, si realizzò di fatto, in Occidente, una seconda unità, di altra indole, permeando di sé profondamente tutta la vita europea e culminando nei secoli XVIII e XIX. È questa nuova unità che è in crisi (il Burzio – interlinea Gramsci – è in polemica implicita coi cattolici, i quali vorrebbero appropriarsi la ‘cura’ della crisi, come se questa si verificasse nel loro terreno ed essi ne fossero gli antagonisti reali, mentre sono i rottami o i fossili di una unità storica già definitivamente superata). Essa poggia su tre filoni: lo spirito critico, lo spirito scientifico, lo spirito capitalistico (forse sarebbe meglio dire “industriale” – precisa Gramsci). I due ultimi sono saldi (se “capitalismo” = “industrialismo” sì – annota Gramsci), il primo invece non lo è più, e perciò le élites di Occidente soffrono di squilibrio e di disarmonia fra la coscienza critica e l’azione (ma questa crisi – interlinea ancora Gramsci – non è piuttosto legata alla caduta del mito del progresso indefinito e all’ottimismo che ne dipendeva, cioè a una forma di religione, piuttosto che alla crisi dello storicismo e della coscienza critica? In realtà la ‘coscienza critica’ era ristretta a una piccola cerchia, egemonica, sì, ma ristretta; l’‘apparato di governo’ si è spezzato, e c’è crisi, ma essa è anche di diffusione, ciò che porterà a una nuova ‘egemonia’ più sicura e stabile).”

 

Lo studio di singoli aspetti e momenti di questo processo è presente in gran parte delle note; Gramsci ne dà una rappresentazione d’insieme specificandone al contempo le singole fasi nelle note Introduzione allo studio della filosofia (pp. 1825-27) e Alcuni problemi per lo studio dello svoliomento della filosofia della praxis (pp. 1854-64).

 

Un primo grande periodo va dal logoramento di ciò che abbiamo definito ‘razionalità storico-politica cristiano-medioevale’ ai tentativi di elaborazione di ciò che possiamo denominare ‘razionalità teorico-scientifiche storicistiche moderne’. “Ciò che oggi si chiama ‘individualismo’ ha avuto origine nella rivoluzione culturale successa al Medio Evo (Rinascimento e Riforma). È il passaggio dal pensiero trascendente all’immanentismo.” (Q, 1784). La rilevanza dell’analisi di tale periodo sta in questo: “Riforma e Rinascimento. Questi modelli di sviluppo culturale forniscono un punto di riferimento critico che mi pare sempre più comprensivo e importante. È evidente che non si capisce il processo molecolare di affermazione di una nuova civiltà che si svolge nel mondo contemporaneo senza aver capito il nesso Riforma-Rinascimento.” (Q, 891)

 

Gramsci individua il costituirsi in questo periodo di uno “ ‘schieramento’ culturale ” in qualche modo caratteristico – “tenuto conto delle circostanze di tempo e di luogo” – dei periodi di crisi organica. Questo schieramento ha origine nella incrinatura della razionalità data, in un processo di scissione fra teoria e pratica, fra intellettuali e semplici, fra le ricerche delle élites e le credenze popolari; si configurano in tal modo tendenze culturali contrapposte, segnate l’una – il Rinascimento – dall’intrapresa di attività intellettuali nuove che restano però patrimonio di ristretti gruppi e non penetrano e trasformano la mentalità popolare, e l’altra – la Riforma – dall’intrapresa di attività politico-religiose che siscitano vasti movimenti popolari nazionali di riforma del costume e che però non esprimono attività intellettuali superiori ed egemoni.

 

“Ci troviamo – scrive Gramsci (Q, 788) – in un periodo di disfacimento e disgregazione del mondo culturale esistente, in quanto le forze nuove non si inseriscono in questo mondo, ma vi reagiscono contro sia pure inconsapevolmente e rappresentano elementi embrionali di una nuova cultura.” Movimento che coincide con la rottura della “ ‘universalità europeo-cattolica’ culturale e la nuova civiltà reagisce a questo universalismo, di cui l’Italia era la base, con i dialetti locali e col portare in primo piano gli interessi pratici dei gruppi borghesi municipali” (Q, 788) e coincide col processo di formazione differenziata degli Stati nazionali moderni. “La riforma luterana e il calvinismo suscitarono un vasto movimento popolare-nazionale dove si diffusero – scrive Gramsci (Q, 1860) – e solo in periodi successivi una cultura superiore; i riformatori italiani furono infecondi di grandi successi storici. È vero che anche la Riforma nella sua fase superiore necessariamente assunse i modi della Rinascita e come tale si diffuse anche nei paesi non protestanti dove non c’era stata l’incubazione popolare; ma la fase di sviluppo popolare ha permesso ai paesi protestanti di resistere tenacemente e vittoriosamente alla crociata degli eserciti cattolici e cosí nacque la nazione germanica come una delle più vigorose dell’Europa moderna. La Francia fu lacerata dalle guerre di religione con la vittoria apparente del cattolicismo, ma ebbe una grande riforma popolare nel Settecento con l’illuminismo, il voltairianismo, l’enciclopedia che precedé e accompagnò la rivoluzione del 1789; si trattò realmente di una grande riforma intellettuale e morale del popolo francese, più completa di quella tedesca luterana, perché abbracciò anche le grandi masse contadine della campagna, perché ebbe un fondo laico spiccato e tentò di sostituire alla religione una ideologia completamente laica rappresentata dal legame nazionale e patriottico; ma neanche essa ebbe una fioritura immediata di alta cultura altro che per la scienza politica nella forma di scienza positiva del diritto.”

 

A questa frase critica in cui prevalgono i momenti di scissione della vecchia razionalità succede una fase caratterizzata da tentativi di ricomposizione e unificazione dei rapporti fra dirigenti e diretti e fra teoria e pratica. Il processo è reso possibile dalla crescita e dalla maturazione di gruppi economico-sociali (la classe borghese) e di nuove categorie intellettuali dirigenti elaboratrici di un complesso di scienze e ideologie, e sfocia nella strutturazione degli Stati moderni.

 

Di questo processo storico Gramsci individua i passaggi fondamentali: “1) esplosione rivoluzionaria in Francia con radicale e violenta mutazione dei rapporti sociali e politici; 2) opposizione europea alla Rivoluzione francese e alla sua diffusione per i ‘meati’ di classe; 3) guerra della Francia, con la Repubblica e con Napoleone, contro l’Europa, prima per non essere soffocata, poi per costituire una egemonia permanente francese con la tendenza a formare un impero universale; 4) riscosse nazionali contro l’egemonia francese e nascita degli Stati moderni europei per piccole ondate riformistiche successive, ma non per esplosioni rivoluzionarie come quella originaria francese” (Q, 1358) Si configura così ciò che Gramsci denomina “il modello Francia-Europa”, il quale “ha creato una mentalità” (Q, 1358). Quale era il progetto di razionalità che ne costituiva il fondamento?

 

“La rivoluzione portata dalla classe borghese nella concezione del diritto e quindi nella funzione dello Stato – scrive Gramsci - consiste specialmente nella volontà di conformismo (quindi eticità del diritto e dello Stato). Le classi dominanti precedenti erano essenzialmente conservatrici nel senso che non tendevano ad elaborare un passaggio organico dalle altre classi alla loro, ad allargare cioè la loro sfera di classe ‘tecnicamente’ e ideologicamente: la concezione di casta chiusa. La classe borghese pone se stessa come un organismo in continuo movimento, capace di assorbire tutta la società, assimilandola al suo livello culturale ed economico: tutta la funzione dello Stato è trasformata: lo Stato diventa ‘educatore’, ecc.” (Q, 937) È il progetto di una razionalità che si concreta nel regime burocratico-rappresentativo, nel quale la classe borghese si pone come classe universale e cerca di conformare a sé gli altri aggruppamenti sociali riorganizzandone la subordinazione mediante la costruzione del consenso. È il progetto dell’ “egemonia permanente della classe urbana su tutta la popolazione, nella forma hegeliana del governo col consenso permenentemente organizzato (ma l’organizzazione del consenso è lasciata all’iniziativa privata, è quindi di carattere morale o etico, perché consenso ‘volontariamente’ dato in un modo o nell’altro)” (Q, 1636)

 

Questo modello di razionalità storico-politica ha alla propria origine un complesso processo di razionalizzazione teorico-scientifica – lo sviluppo delle scienze matematiche e sperimentali, delle scienze politiche, dell’economia, delle filosofie empiriste e razionaliste – che culmina nel pensiero di Hegel. Hegel è riconosciuto da Gramsci come il teorico massimo di questo progetto di razionalità teorico-scientifica, in quanto cerca a un tempo di riunificare l’insieme delle attività teoriche e politiche dirigenti, di ricomporre i rapporti fra dirigenti e diretti, di organare le dimensioni nazionali e universali della civiltà moderna. “La cultura europea – osserva Gramsci – ha subìto un processo di unificazione, e, nel momento storico che ci interessa ha culminato nello Hegel.” (Q, 1825-26) “La concezione di Hegel è propria di un periodo in cui lo sviluppo in estensione della borghesia poteva apparire illimitato, quindi l’eticità o universalità di essa poteva essere affermata: tutto il genere umano sarà borghese.” (Q, 1049-50)

 

“La dottrina di Hegel sui partiti e le associazioni come trama ‘privata’ dello Stato. Essa derivò storicamente dalle esperienze politiche della Rivoluzione francese e doveva servire a dare una maggiore concretezza al costituzionalismo. Governo col consenso dei governati, ma col consenso organizzato, non generico e vago quale si afferma nell’istante delle elezioni: lo Stato ha e domanda il consenso, ma anche ‘educa’ questo consenso con le associazioni politiche e sindacali, che però sono organismi privati, lasciati all’iniziativa privata della classe dirigente. Hegel, in un certo senso, supera già, così, il puro costituzionalismo e teorizza lo Stato parlamentare col suo regime di partiti.” (Q, 56) “Hegel può essere concepito come il precursore teorico delle rivoluzioni liberali dell’Ottocento” (Q, 1925-26), il suo pensiero “vivifica i movimenti liberali nazionali dal 48 al 70” (Q, 1359), e al contempo “rappresenta un momento storico-mondiale della ricerca filosofica” (Q, 1437)

 

 

VI. Dallo Stato liberale-borghese alla “grande crisi” mondiale

 

Il progetto della razionalità statale moderna, “il liberalismo come concezione generale della vita e come nuova forma di civiltà statale e di cultura” (Q, 1961), si afferma nella costituzione degli Stati nazionali moderni ma non s’impone stabilmente, non raggiunge un grado di organicità nei rapporti fra teoria e pratica, fra dirigenti e diretti e fra gli Stati tale da conformare una razionalità storico-politica relativamente permanente; non solo, presto inizia il processo della sua dissoluzione. Ciò è dato dalla parzialità del concretamento della razionalità teorico-scientifica in razionalità storico-politica, il che a sua volta esprime l’incapacità di quelle attività intellettuali dirigenti di espandersi tra di diretti conformandone i comportamenti, e l’interna loro contraddittorietà.

 

Annota Gramsci: “Come avvenga un arresto e si ritorni alla concezione dello Stato come pura forza ecc. La classe borghese è ‘saturata’: non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa (o almeno le disassimilazioni sono enormemente più numerose delle assimilazioni)”. (Q, 937) “La cultura moderna, specialmente idealistica, non riesce a elaborare una cultura popolare, non riesce a dare un contenuto morale e scientifico ai propri programmi scolastici, che rimangono schemi astratti e teorici; essa rimane la cultura di una ristretta aristocrazia intellettuale, che talvolta ha presa nella gioventù solo in quanto diventa politica immediata e occasionale.” (Q, 1858)

 

Cosa avviente intanto nel seno del popolo? L’introduzione dei nuovi rapporti economici e politici borghesi ha alterato radicalmente la sua struttura tradizionale della vita, portando una parte di esso allo svolgimento di nuove attività produttive e sociali; si configura un nuovo aggruppamento sociale, il proletariato. Per il fatto che le masse popolari non sono state raggiunte dalle attività culturali dei gruppi intellettuali dirigenti, la cultura popolare è rimasta ancorata alle antiche (o alle riformate) fedeltà cristiano-medioevali, e nella misura in cui sono inserite, seppur passivamente, nel nuovo mondo economico e politico danno luogo a moti di ribellione volti, almeno in una prima fase, contro i nuovi rapporti.

 

Sono i fondatori della filosofia della praxis coloro i quali si propongono di razionalizzare al livello teorico-scientifico le attività pratico-politiche di questi gruppi sociali. Quello di Marx è anch’esso un tentativo di unificare teoria e pratica, cioè di costruire, sulla base di una scienza critica della storia e dell’economia che faccia leva e si realizzi in un movimento operaio di emancipazione delle classi subordinate, una nuova razionalità storico-politica, la civiltà del socialismo scientifico. Scrive Gramsci: “Dalla decomposizione dell’hegelismo risulta l’inizio di un nuovo processo culturale, di carattere diverso da queli precedenti, in cui, cioè, si unificano il movimento pratico e il pensiero teorico (o cercano di unificarsi attraverso una lotta e teorica e pratica). Non è rilevante il fatto che tale nuovo movimento abbia la sua culla in opere filosofiche mediocri, o, per lo meno, non in capolavori filosofici. Ciò che è rilevante è che nasce un nuovo modo di concepire il mondo e l’uomo, e che tale concezione non è più riservata ai grandi intellettuali, ai filosofi di professione, ma tende a diventare popolare, di massa, con carattere concretamente mondiale, modificando (sia pure col risultato di combinazioni ibride) il pensiero popolare, la mummificata cultura popolare.” (Q, 1826)

 

Il progetto marxiano si affianca e si oppone al progetto hegeliano, entrambi essendo parte di una stessa fase storico-culturale. Ambedue i progetti sono legati alla fase aperta dalla rivoluzione francese. “Studiare – indica Gramsci – il periodo della Restaurazione come periodo di elaborazione di tutte le dottrine storicistiche moderne, compresa la filosofia della praxis che ne è il coronamento e che del resto fu elaborata proprio alla vigilia del ’48, quando la Restaurazione crollava da ogni parte e il patto della Santa Alleanza andava in pezzi.” (Q, 1863)

 

La differenza tra Hegel e Marx sta nel fatto che, proponendo entrambi un progetto di ricomposizione dei rapporti fra teoria e pratica, fra dirigenti e diretti e fra nazionale e mondiale, il primo lo impernia sulla classe borghese e il secondo sulla classe operaia rispettivamente considerate come ‘classe universale’. Gramsci così sintetizza il progetto di Marx: “Una classe che ponga se stessa come passibile di assimilare tutta la società e sia nello stesso tempo realmente capace di esprimere questo processo, porta alla perfezione questa concezione dello Stato e del diritto (la concezione dello Stato etico), tanto da concepire la fine dello Stato e del diritto come diventati inutili per aver esaurito il loro compito ed essere stati assorbiti dalla società civile”. (Q, 937)

 

Connesso alla scelta del campo delle classi subordinate è il privilegiamento marxiano del terreno dell’economia come momento trainante della nuova razionalità; questa difatti è teorizzata come risultato necessario del processo – che si svolge secondo le leggi oggettive della storia – che porta dallo sviluppo contraddittorio dell’economia capitalistica alla rivoluzione operaia e al socialismo. È questa una differenza essenziale rispetto ad Hegel. Ciò tuttavia non implica che Marx si distacchi decisivamente dalla cultura teorico-scientifica del periodo in questione. L’economia politica classica aveva teorizzato il ‘mercato determinato’ secondo il principio logico formale delle leggi di regolarità necessarie, cioè delle leggi di tendenza. I rapporti di continuità della critica dell’economia politica di Marx con l’economia politica di Ricardo sono così individuati da Gramsci: “Come è sorto, nel fondatore della filosofia della prassi, il concetto di regolarità e di necessità nello sviluppo storico? Non pare che possa pensarsi a una derivazione dalle scienze naturali, ma pare invece debba pensarsi a una elaborazione di concetti nati nel terreno dell’economia politica, specialmente nella forma e nella metodologia che la scienza economica ricevette da Davide Ricardo. Date queste condizioni in cui è nata l’economia classica, perché si possa parlare di una nuova ‘scienza’ o di una nuova impostazione della scienza economica (il che è lo stesso) occorrerebbe aver dimostrato che si sono venuti rilevando nuovi rapporti di forze, nuove condizioni, nuove premesse, che cioè si è ‘determinato’ un nuovo mercato con un suo proprio nuovo ‘automatismo’ e fenomenismo che si presenta come qualcosa di ‘obiettivo’, paragonabile all’automatismo dei fatti naturali. La economia classica ha dato luogo a una ‘critica dell’economia politica’ ma non pare che finora sia possibile una nuova scienza o una nuova impostazione del problema scientifico. Che nella vita economica moderna l’elemento ‘arbitrario’ sia individuale, sia di consorzi, sia dello Stato abbia assunto un’importanza che prima non aveva e abbia profondamente turbato l’automatismo tradizionale è fatto che non giustifica di per sé l’impostazione di nuovi problemi scientifici, appunto perché questi interventi sono ‘arbitrari’, di misura diversa, imprevedibili”. (Q, 1478)

 

Quale è stato il destino storico del progetto di nuova razionalità elaborato da Marx? Il dispiegamento di tale razionalità teorico-scientifica ha conformato un vasto e multiforme movimento politico, ma non ha dato luogo ad una nuova complessiva razionalità storico-politica. Le ragioni sono da individuare nel fatto che quella razionalità teorico-scientifica nell’espandersi tra le masse si è impoverita e non è riuscita a innalzarsi autonomamente al livello superiore della cultura fino a conquistare l’egemonia. Spiega Gramsci: “È avvenuto questo: la filosofia della praxis ha subìto realmente una doppia revisione, cioè è stata assunta in una doppia combinazione filosofica. Da una parte, alcuni suoi elementi, in modo esplicito o implicito, sono stati assorbiti e incorporati da alcune correnti idealistiche, dall’altra i così detti ortodossi, preoccupati di trovare una filosofia che fosse, secondo il loro punto di vista molto ristretto, più comprensiva di una ‘semplice’ interpretazione della storia, hanno creduto di essere ortodossi, identificandola fondamentalmente nel materialismo tradizionale. Un’altra corrente è ritornata al kantismo. Si può osservare, in generale, che le correnti che hanno tentato combinazioni della filosofia della praxis con tendenze idealistiche sono in grandissima parte intellettuali ‘puri’, mentre quella che ha costituito l’ortodossia era di personalità intellettuali più spiccatamente dedite all’attività pratica e quindi più legate (con legami più o meno estrinseci) alle grandi masse popolari. La filosofia della praxis ha dovuto allearsi con tendenze estranee per combattere i residui del mondo precapitalistico nelle masse popolari, specialmente nel terreno religioso.” (Q, 1854-58) Con tutto ciò “la filosofia della praxis è stata un momento della cultura moderna, un’atmosfera diffusa, che ha modificato i vecchi modi di pensare.” (Q, 1856)

 

Il complessivo sviluppo culturale di questa fase, in cui si svolgono i due grandi progetti – hegeliano e marxiano – di unificazione delle tendenze scaturite dalla disgregazione della civiltà cristiano-medioevale – Rinascimento e Riforma – si prolunga nella riproduzione di uno schieramento culturale che è tipico, abbiamo visto, dei periodi di crisi organica: da un lato “la filosofia della praxis come riforma popolare moderna” (Q, 1860), e dall’altro la filosofia idealistica come rinascita moderna. “Hegel, a cavallo della Rivoluzione francese e della Restaurazione, ha dialettizzato i due momenti della vita del pensiero, materialismo e spiritualismo. Ma la sintesi fu ‘un uomo che cammina sulla testa’. I continuatori di Hegel hanno distrutto quest’unità e si è ritornati ai sistemi materialistici da una parte e a quelli spiritualistici dall’altra. La filosofia della praxis, nel suo fondatore, ha rivissuto tutta questa esperienza, di hegelismo, feuerbachismo, materialismo francese – per ricostruire la sintesi dell’unità dialettica: ‘l’uomo che cammina sulle gambe’. Il laceramento avvenuto per l’hegelismo si è ripetuto per la filosofia della praxis, cioè dall’unità dialettica si è ritornati da una parte al materialismo filosofico, mentre l’alta cultura moderna idealistica ha cercato di incorporare ciò che della filosofia della praxis le era indispensabile per trovare qualche nuovo elisir.” (Q, 1861)

 

Questo periodo di disgregazione del regime liberale e di conflitto fra i due progetti arriva fino alla “grande crisi” dei primi decenni di questo secolo. È il periodo della formazione dei partiti politici di massa e dei grandi sindacati economici, del suffragio universale, della modificazione dei rapporti di forza tra le classi e tra gli Stati, della nascita dell’imperialismo. Questa situazione critica prepara una complessiva riorganizzazione delle attività teoriche, politiche e produttive, e degli Stati contemporanei.

 

 

VII. Dalla riorganizzazione degli Stati contemporanei ad una nuova epoca politica

 

La ‘grande crisi’ non è da intendersi limitatamente come l’insieme dei fenomeni economico-finanziari che investirono il mercato capitalistico alla fine degli anni Venti, ma come una fase storica complessa di lunga durata e di carattere mondiale nella quale i processi economici, politici e culturali ed i loro rapporti sono interessati da un rapido movimento trasformativo. “Si può dire – scrive Gramsci (Q, 1755-56) – che della crisi come tale non vi è data d’inizio. Tutto il dopoguerra è crisi, con tentativi di ovviarla. Per alcuni (e forse non a torto) la guerra stessa è una manifestazione della crisi, anzi la prima manifestazione; appunto la guerra fu la risposta politica ed organizzativa dei responsabili.”) Tale crisi non fu né puramente economica né specificamente politica, ma consistette piuttosto nella contraddizione tra i rapporti economici dati e gli emergenti rapporti politici. Si trattò di una particolare “situazione di contrasto tra rappresentati e rappresentanti” il cui “contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di ‘crisi di autorità’ e ciò è appunto la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.” (Q, 1603)

 

Un’altra delle contraddizioni fondamentali – aggiunge Gramsci (Q, 1756) – è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del ‘nazionalismo’, ‘del bastare a se stessi’ ecc. Uno dei caratteri più appariscenti della ‘attuale crisi’ è niente altro che l’esasperazione dell’elemento nazionalistico (statale nazionalistico) nell’economia.” La crisi si presentava nel periodo in cui il capitalismo aveva formato un mercato di dimensioni mondiali e quindi si era creata la possibilità che i gruppi economici dominanti nelle singole nazioni – particolarmente delle più forti – ricavassero profitto traendo ricchezza ad altre nazioni capitalistiche; in queste condizioni il mercato economico internazionale si costituisce come luogo di competizione tra gruppi economici dominanti nazionali. La scissione tra il cosmopolitismo della vita economica e il nazionalismo della vita statale è dunque all’origine della guerra in quanto, in mancanza di una dialettica politica di composisione dei rapporti di forza tra le classi dominanti unificate nei singoli Stati nazionali, s’impone il momento militare. La guerra costituì un surrogato di uno Stato multinazionale, cioè un complesso di attività pratiche e teoriche militari – mancante sul piano internazionale – che definiscono lo Stato come unità politico-culturale.

 

La guerra fu insieme una risposta organizzativa al bisogno di trasformare complessivamente le classi subordinate per renderle adatte allo svolgimento delle nuove forme produttive che s’imponevano, per interrompere i loro processi di attivazione politica autonoma e inserirle in sistemi di rapporti autoritari. In effetti uno degli elementi decisivi della crisi era dato dalla rottura degli ‘automatismi’ dati e dalla diffusione di comportamenti collettivi critici tra le classi subordinate, ciò che evidenziava l’incapacità delle classi dirigenti a conformare i modi di sentire pensare e agire dei diretti secondo le esigenze della economia e dello Stato. La guerra significò lo spostamento di grandi masse, specialmente di contadini, l’eguagliamento delle condizioni di vita dell’insieme delle classi subordinate, la concentrazione di esse e la loro organizzazione disciplinata, la formazione di una volontà collettiva conforme ai fini statali nazionali, e in generale l’elaborazione pratica, ancora confusa e istintiva, di nuove condotte individuali e di gruppo.

 

Ma la guerra, in questo senso prima risposta alla crisi, non la risolve, restandone parte e suo prolungamento. È nel dopoguerra che vengono elaborate e organizzate risposte complessive, che si presentano come grandi progetti (o modelli) di sviluppo economico e di riorganizzazione degli Stati contemporanei, differenziati regionalmente: fascismo, stalinismo, americanismo.

 

L’elaborazione di queste risposte fu condotta da determinate scienze economico-sociali (un’insieme di attività teorico-scientifiche di razionalizzazione), le cui espressioni fondamentali furono in URSS la sociologia-tendenza deteriore del marxismo e in Occidente la sociologia-scienza sociale alternativa al marxismo. Fu tramite queste elaborazioni che i gruppi dirigenti al potere acquistarono coscienza dei propri fini ed approntarono specifiche risposte ai compiti immediati che avevano di fronte: costruzione degli strumenti teorici per guidare la raccolta delle informazioni e l’intrapresa delle decisioni statali; formazione degli intellettuali, dei tecnici e dei funzionari responsabili dell’organizzazione e realizzazione del progetto ai vari livelli; diffusione di massa dei nuovi indirizzi e costruzione del consenso.

 

Queste strutture concettuali e operative progettano e guidano la ricomposizione dei rapporti fra teoria e pratica sviluppando le attività teorico-scientifiche come tecniche subordinate alle attività politiche dei gruppi dirigenti dell’economia e dello Stato; fra dirigenti e diretti rafforzando ed estendendo gli apparati burocratici pubblici e privati come strumenti della formazione del nuovo conformismo di massa; fra gli Stati organizzando il conflitto tra i grandi blocchi regionali di potere economico, politico e militare e tra aree a diverso grado di industrializzazione.

 

Questi processi di razionalizzazione si concretizzano in due direzioni fondamentali, la taylorizzazione della produzione e del lavoro, e l’espansione di una burocrazia tecnocratica che sostituisce la burocrazia tradizionale. Tramite tali processi si tenta, nelle nuove condizioni, di svolgere ciò che Grmsci definisce il “compito educativo e formativo dello Stato, che ha sempre il fine di creare nuovi e più alti tipi di civiltà, di adeguare la ‘civiltà’ e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità del continuo sviluppo dell’apparato economico di produzione, quindi di elaborare anche fisicamente dei tipi nuovi d’umanità.” (Q, 1565-66)

 

Scrive Gramsci: “La storia dell’industrialismo è sempre stata (e lo diventa oggi in una forma più accentuata e rigorosa) un processo ininterrotto, spesso doloroso e sanguinoso, di soggiogamento degli istinti a sempre nuove, più complesse e rigide norme e abitudini di ordine, di esattezza, di precisione che rendano possibili le forme sempre più complesse di vita collettiva che sono la conseguenza necessaria dello sviluppo dell’industrialismo.” (Q, 2160-61) Più specificamente il Taylor si propone di “sviluppare nel lavoratore al massimo grado gli atteggiamenti macchinali ed automatici, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione attiva dell’intelligenza, della fantasia, dell’iniziativa del lavoratore e ridurre le operazioni produttive al solo aspetto fisico macchinale. Avverrà inevitabilmente una selezione forzata, una parte della vecchia classe lavoratrice verrà spietatamente eliminata dal mondo del lavoro e forse dal mondo tout court.” (Q, 2165)

 

Nel contempo si produce un cambiamento nella struttura interna della burocrazia, fattosi necessario per il bisogno di organizzare e controllare i processi di formazione dei comportamenti politici e civili connessi alla razionalizzazione del lavoro. La formazione della burocrazia tecnocratica portatrice di nuovi criteri tecnici di gestione e amministrazione comporta un mutamento complessivo nei sistemi dei rapporti tra dirigenti e diretti e nella stessa struttura dell’attività politica. Il predominio della nuova burocrazia tecnicizza il processo di rappresentanza e di formazione del consenso, col loro conseguente svuotamento ideologico. Tali processi si realizzano non più attraverso il discorso intellettuale bensí tramite l’induzione di stereotipi comportamentali che non evidenziano il contenuto ideologico del messaggio, utilizzando allo scopo le più raffinate tecniche della comunicazione di massa.

 

Siamo partiti evidenziando il logoramento di questi modelli di sviluppo economico e di riorganizzazione politico-statale, e delle attività teorico-scientifiche che ne costituivano la guida. Dall’epoca della disgregazione della civiltà cattolico-medioevale non si è costituita fino ad oggi una nuova (relativamente) stabile unità fra teoria e pratica; Gramsci ci indica che i problemi della nostra epoca devono essere visti in questa dimensione storica.

 

Una nuova superiore razionalità teorico-scientifica capace di aprire un’altra epoca politica deve conquistare i massimi livelli dello sviluppo culturale e scientifico e al contempo possedere la capacità di diventare pensiero e pratica delle moltitudini: “Le idee sono grandi in quanto sono attuabili, cioè in quanto rendono chiaro un rapporto reale che è immanente nella situazione e lo rendono chiaro in quanto mostrano concretamente il processo di atti attraverso cui una volontà collettiva organizzata porta alla luce quel rapporto (lo crea) o portatolo alla luce lo distrugge, sostituendolo. Il progetto deve essere capito da ogni elemento attivo, in modo che egli vede quale deve essere il suo compito nella sua realizzazione e attuazione.” (Q, 1050)