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Catalogo degli intellettuali.
Alessandro Magno
Althusser, Louis
Altman. Robert
Amato, Giuliano
Amelio, Gianni
Anderson, Paul
Andraka, Jack
Andreoli, Vittorino
Andreotti, Giulio
Anglani, Bartolo
Antonello da Messina
Antonioni, Michelangelo
Archimede di Siracusa
Ariosto, Ludovico
Artusi, Pellegrino
Attali, Jacques
Augias, Corrado
Bacon, Francis
Bagnasco. Angelo
Barillari, Simone
Basho, Matsuo
Bauman, Zygmunt
Benussi, Vittorio
Bernini, Gian Lorenzo
Bertinotti, Fausto
Bloom, Harold
Bocca, Giorgio
Borromini, Francesco
Bresson, Robert
Breznsny, Rob
Brook, Peter
Bruto, Marco Giunio
Buonarroti, Michelangelo
Buti, Lucrezia
Calimani, Riccardo
Callicrate
Canfora, Luciano
Capa, Robert
Capossela, Vinicio
Carandini, Andrea
Carpenter, Rhys
Casamassima, Pino
Castro, Fidel
Cavallaro, Pasquale
Cesare, Gaio Giulio
Cézanne, Paul
Cheney, Dick
Cleopatra VII
Clistene di Atene
Cloney, George
Cortázar, Julio
Dante, Emma
Dapporto, Carlo
Dawkins, Richard
De Benedetti, Paolo
De Francesco, Roberto
De Saint-Simon, Henri
Di Casa, Andrea
Di Giammarco, Rodolfo
Di Pietro, Antonio
Dotti, Ugo
Dreyer, Carl Theodor
Eco, Umberto
Einstein, Albert
Emo, Andrea
Erodoto di Alicarnasso
Fanfani, Amintore
Faraday, Michael
Fellini, Federico
Fidia di Atene
Finelli, Roberto
Fofi, Goffredo
Freud, Sigmund
Frova, Andrea
Gaio Svetonio Tranquillo
Galilei, Galileo
Galimberti, Umberto
Garrone, Matteo
Garzia, Aldo
Gauguin, Paul
Germani, Gino
Gerratana, Valentino
Geymonat, Ludovico
Ginsborg, Paul
Goethe, Wolfgang
Gramellini, Massimo
Gratteri, Nicola
Gumucio, Esteban
Habermas, Jürgen
Hawks, Howard
Hillman, James
Hitchcock, Alfred
Hobbes, Thomas
Hobsbawm, Eric
Ictino
Ingrao, Pietro
Intravaia, Salvo
Junger, Ernst
Kabakov, Emilia e Ilya
Kafka, Franz
Kavafis, Constantinos
Keaton, Buster
Kepler, Johannes
Kerényi, Károly
La Russa, Giuseppe
Laszlo, Pierre
Latella, Antonio
Lentini, Orlando
Leonardo da Vinci
Lévi-Strauss, Claude
Liebling, A. J.
Lippi, Filippo
Longino, Gaio Cassio
Luporini, Cesare
Luxemburg, Rosa
Machiavelli, Niccolò
Macrì, 'Ntoni
Madre Teresa di Calcutta
Maggiani, Maurizio
Magris, Claudio
Mancuso, Vito
Manet, Eduard
Marx, Karl
Masaccio
Matteo evangelista
Mauro, Ezio
Milziade di Atene
Miró, Juan
Monda, Antonio
Montini, Giovanni Battista
Moro, Aldo
Mozart, Amadeus
Napolitano, Giorgio
Negri, Toni
Nerone da Anzio
Newton, Isaac
Nietzsche, Friedrich
Nottin, Bruno
Odifreddi, Piergiorgio
Ovadia, Moni
Pacelli, Pietro
Paggi, Leonardo
Pansa, Giampaolo
Parra, Violeta
Pasolini, Pier Paolo
Pedullà, Gabriele
Pelino, Ezio
Pera, Pia
Perazzi, Antonio
Petrarca, Francesco
Pesce, Mauro
Piano, Renzo
Piero della Francesca
Pintus, Pietro
Platone di Atene
Politkovskaja, Anna
Pollini, Maurizio
Prassitele
Prodi, Romano
Quino da Mendoza
Raffaele Abbattista
Randall, David
Ratzinger, Joseph
Ravasi, Gianfranco
Razeto, Luis
Redazione del TG1
Rembrandt van Rijn
Ries, Julien
Riina, Salvatore
Riotta, Gianni
Rizzo, Sergio
Roth, Joseph
Rothko, Mark
Ryan, Tony
Romano, Franca
Rossi Stuart, Kim
Sartori, Giovanni
Saviano, Roberto
Scalfari, Eugenio
Sciascia, Leonardo
Senofane di Colofone
Severgnini, Beppe
Severino, Emanuele
Shuichi, Kato
Simenon, Georges
Sklodowska, Maria
Sofocle di Atene
Spartaco
Stalin di Gori
Stella, Gian Antonio
Storoni Mazzolani, Lidia
Teagene di Reggio
Togliatti, Palmiro
Tommaseo, Niccolò
Tse-tung, Mao
Turing, Alan
Vacca, Giuseppe
Van Gogh, Vincent
Vegetti Finzi, Silvia
Vermeer, Jan
Veltroni, Walter
Virgilio
Vivanti, Corrado
Wallerstein, Immanuel
Weber, Max
Weill, Simone
Wilson, Robert
Zangheri, Renato
Zanuttini, Paola
Tutte le pagine

(Work in progress)


 

 

Come e perché sia morto giovane Alessandro, se raffreddato da un fiume babilonese o avvelenato da un veleno macedone, per invidia degli dèi o gelosia degli uomini, è incerto. Aveva appena conquistato il mondo e si trattava ormai di amministrarlo: cosa da vecchi, pensò una sera di maggio. Che importa poi se l’acqua o la polvere, la malattia o il vino, abbiano fatto il resto?

 


 

 

L’ultima volta che venne in Italia, Louis Althusser, era il 1980, per partecipare ad un seminario sulla Comune di Parigi che avevo organizzato nella città di Terni per conto della Rai. In pubblico affermò: “Il comunismo è già qui e adesso. Quei ragazzi che giocano al sole (e puntò l'indice oltre la finestra) e noi che discutiamo all’ombra (e ci raccolse in un cerchio), allegramente in assenza di rapporti mercantili, non siamo già isole di comunismo?” In privato sussurrò: “Machiavelli era così (e sollevò la mano piegata a tettuccio finché poteva), Marx così… (e l’abbassò sotto il tavolo, invertendone l’angolo con l’avambraccio)". Un pugno di giorni dopo soffocò distrattamente la moglie comunista. Morì prima d’invecchiare Louis, finito di scrivere L’avenir dure longtemps, quel libro che inizia con la parola “probabilmente” e finisce con la parola “vivere”.

 

(8 dicembre 2006)

 

*

 

La sottovalutazione dei Quaderni del carcere di Gramsci attraverso l’argomento della incompletezza della biblioteca carceraria dello scienziato-filosofo di Ales equivale alla sottovalutazione dell’opera intera di Leopardi attraverso l’argomento della evidenza della gobba del poeta-filosofo di Recanati. Intercorre sempre un rapporto tra un corpo e l’anima che lo abita, certo, ma in che modo determinato si realizzi occorre stabilirlo di volta in volta. Sia chiaro però una volta per tutte che se “le idee non cadono dal cielo” (come giustamente ha scritto Antonio Labriola), esse tantomeno salgono dalla gobba, e la loro qualità non si può dedurre dalla dovizia di libri componenti la biblioteca del loro autore.

Dalla gobba di Leopardi non si deduce un bel niente, né dalla gobba di Antonio Gramsci. Già, anche Gramsci aveva la gobba. Ma siccome non era un poeta-filosofo, bensì uno scienziato-filosofo, i suoi critici laureati non hanno tirato in ballo la sua gobba materiale, bensì la sua gobba spirituale, che consisterebbe appunto nel fatto che Gramsci disponeva in carcere di una biblioteca incompleta, e manchevole dell’essenziale.

Lo ripete ancora da ultimo Bartolo Anglani nel suo libro Solitudine di Gramsci (Donzelli, 2007): “egli non ha accesso diretto agli oggetti della sua ricerca”, pagina 137. Se questo vi pare un esempio minore, sebbene consapevole che tutti gli esempi zoppicano (compreso quello di Edipo) vi porterò un esempio maggiore – costituito da una lettera inedita del politico-filosofo Louis Althusser.

Dovete sapere che trenta anni fa (quando avevo ventinove anni) ho pubblicato un saggio - ‘Sulla ricostruzione gramsciana dei concetti di struttura e superstruttura’, Rassegna Italiana di Sociologia, 1977, n. 3 - in cui certo mostravo e forse dimostravo che Gramsci in carcere aveva criticato radicalmente la coppia teorica marxiana ‘struttura-soprastruttura’ ed aveva proposto una coppia teorica nuova e diversa per spiegare il movimento storico delle società umane. Spedito per posta questo saggio a trenta intellettuali italiani (da Asor Rosa a Giuseppe Vacca) e ad un francese, Louis Althusser appunto (avendo fatto trenta volevo fare trentuno), ho ricevuto in cambio la sola sua risposta.

Ebbene, con mia negativa sorpresa (il positivismo è duro a morire), invece di confrontarsi col pensiero di Gramsci sulla questione, il politico-filosofo di Birmandreis mi aveva obiettato che Gramsci in carcere non s’era potuto basare sui testi marxiani per la critica fondamentale che gli rivolgeva, per “il fatto” che quei testi egli non li aveva in carcere, e conseguentemente aveva discusso il pensiero dello scienziato-filosofo di Treviri “attraverso le interpretazioni che lo deformano”, attraverso “le deformazioni del pensiero di Marx prodotte dai suoi interpreti piuttosto che le difficoltà interne del pensiero di Marx”.

Gli risposi allora, per proseguire la bella discussione appena iniziata, che Gramsci non solo disponeva in carcere dei testi marxiani in questione, ma li aveva anche tradotti, gli facevo notare poi che la coppia teorica ‘struttura-soprastruttura’, da Marx in poi e fino ad oggi, ha costituito la base ultima delle scienze storiche e politiche marxiste, e gli domandavo e mi domandavo infine in quale misura e in quale modo quell’errore teorico fosse all’origine della ‘crisi del marxismo’ che tanto lo angustiava in quegli anni. Stavolta nemmeno lui mi rispose, soffocò la moglie comunista, e buonanotte.

 

(Alias, 7 luglio 2007)

 


 

 

“Non so se la vecchiaia comporta la saggezza, in ogni caso io non la voglio. La saggezza è il contrario dell’amore, la saggezza significa cercare di sopravvivere, evitare di mettere le dita nella corrente elettrica, l’amore significa vivere pericolosamente, senza cautele. Se fossi saggio non farei il cinema.“

Robert Altman (regista, poco prima di morire, vecchio, pericolosamente)

 


 

 

Giuliano Amato ha abbandonato l’ateismo, è approdato alla ricerca di Dio, ed ha sentenziato che chi ha la fede ha una marcia in più.

Di fronte alla maggioranza religiosa, noi minoranza atea, non diremo “Beato lui”. Non soffriamo l’invidia della fede. Sopportiamo allegramente la solitudine cosmica e il nostro essere buoni a nulla. “Io sono un buono a nulla, ciò posso anche confessarlo; ma sono appunto un buono a nulla, capace del nulla; capace di affrontare e guardare sopportare il nulla." (Andrea Emo)

 


 

 

Aurelia, una splendente liceale che s’interessa di cinema e s’avventura spesso su questa piazza di parole-immagini-suoni che è il blog-rivista, mi ha chiesto l’altro giorno perché io ce l’abbia tanto con il “manierismo”. Parlavamo del cinema contemporaneo, ho detto (storcendo il naso) che è quasi tutto “manierista” e lei – che lo aveva appena visto-e-sentito in DVD – ha replicato (inclinando il capo): “Ladri di bambini di Gianni Amelio no però.” Il dialogo è proseguito più o meno così:

“Aurelia, conosci Quino?” “L’autore di Mafalda? Certo!” Ebbene, Michele Serra qualche tempo fa lo intervistava per 'la Repubblica' notando che ‘oggi, diversamente dagli anni Sessanta, c’è una certa stagnazione, come se anche i linguaggi si fossero fermati’. E Quino gli ha risposto: ‘Beh, sì. Lo vedi anche nella pittura, nell’arte in genere, mancano nuovi movimenti forti e riconoscibili. Io credo che manchino gli ideali, i sogni, l’impulso al cambiamento, la speranza di ottenerlo.’ Nota anche, Aurelia, che l’intervista è stata realizzata in occasione dell’uscita in Italia dell’antologia di disegni del cartonist argentino intitolata ‘Ci è sparito l’orizzonte.’”

(Pausa mia. Lei si è mordicchiata il labbro. Ho continuato.)

“Tutto questo c’entra con il manierismo che tanto mi preoccupa. Infatti: la repulsione che provo nei confronti del sistema dominante delle opere manieristiche non dipende da un mio particolare gusto o da una personale idiosincrasia. No. E’ una questione di moralità intellettuale. Gli ideali, i sogni, gli impulsi al cambiamento, le speranze di ottenerlo ‘non cadono dal cielo’, siamo noi che li facciamo nascere e li coviamo.”

“Insomma – ho concluso, alzando un po’ il tiro - occorre far altro che ripetere, variamente combinandoli, i linguaggi correnti (= fare alla maniera di altri in altri momenti storici = manierismo). Occorre far altro che ripeterli senza cercare di costruire NUOVI linguaggi per rappresentare le NUOVE realtà economiche e religiose e tutto quello che vuoi. Certo, non si può non partire dai linguaggi dati (tradizionali, convenzionali) ma bisogna provare a costruirne di nuovi. Fare questo significa già fare, come si diceva una volta, ‘la rivoluzione’ (Marx, Lenin, e il Che che campeggia nella tua casa). O meglio, come si dovrebbe dire oggi, con un NUOVO linguaggio corrispondente ad una NUOVA realtà, ‘una riforma intellettuale e morale’ (Gramsci).”

“E questo cosa c’entra con Ladri di bambini? – ha insistito (aggrottando la fronte) Aurelia. Ladri di bambini – le ho risposto – è fatto alla maniera del cinema neorealista, no? “ “Certo! – ha replicato Aurelia, e stava per continuare quando s’è bloccata ed ha sorriso.

 


 


There Will Be Blood. Fra i coautori: Paul Thomas Anderson (sceneggiatore e regista), Daniel Day-Lewis (attore).

Sono colpito da un sospetto atroce, vedendo e sentendo la seconda inquadratura: “manierismo?” “Stai calmo.”- mi dico – “Vai avanti, dagli tempo, sei fissato, stai invecchiando.” E il film procede, ed io con lui, e nelle scene interne delle miniere d’argento e di petrolio intravedo qualcosa di simile a ció che mostra Van Gogh nel quadro ‘Mangiatori di patate’ - ma qui tempo e spazio sono scadenzati con troppa regolaritá da incidenti troppo musicati. “Vai avanti.” - mi dico – “Anche se il ‘realismo’ delle scene ‘alla Van Gogh’ ti sta facendo pensare al ‘manierismo’ vai avanti, dagli tempo, datti pace.” Proseguo, vedo, ascolto. Ma quando, trovato il primo petrolio-sangue nel pozzo, questo scorre fino all’obiettivo della cinepresa e lo tinge e lo riga, e insomma dalla testimonianza dell’astante invisibile si passa alla esibizione del mezzo tecnico di ripresa, il sospetto paranoide diventa realtá allucinatoria: “Ci hai tenuti lungamente al suo fianco, Anderson, noi astanti e lui cercatore, come fossimo soli noi e lui, ed ora sventoli gli strumenti dell’arte per svelarne il meccanismo? Fai alla maniera di Van Gogh, e fai alla maniera di Godard. Sei un manierista al quadrato.”

Domanda: “Ma cosa c’é di male nel manierismo, nell’essere artisti manieristi?” Risposta: “Prima di tutto, essere manieristi in un mondo dominato dal manierismo vuol dire essere conformisti (e ‘conformisti’ vuol dire ‘correre in soccorso ai vincitori’). Secondo poi, il manierista - come abbiamo visto – é uno che addita la luna lasciando il dito nell’occhio.”

Parlo di questo film dal punto di vista ‘stilistico’ e non dal punto di vista ‘artistico’ per il fatto che di artistico in questo film c’é poca roba: a volte l’azione di Daniel Day-Lewis, e poco piú. Dalla fine all’inizio. La prima inquadratura di un film che parla delle viscere dell’uomo e della terra, dell’inferno, é un totale di montagne inondate di luce. Ma, invece di ‘fare alla maniera di questo e quest’altro’, non sarebbe stato meglio meditare creativamente su altri incipit di opere che parlano dell’inferno? Per fare il primo esempio che viene in mente: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura”.

 

(31 marzo 2008)

 

 


 

 

 

Jack Andraka studia come si deve

 

 


 

 

Quando ho sfogliato in libreria questo libro di Vittorino Andreoli - La vita digitale (Rizzoli 2007), ed ho intravisto il capitolo 'I LEGAMI UMANI', ho pensato al titolo scelto da Venises per la sua rubrica bilingue (IL LEGAME), l’ho comprato e l’ho trascinato nella mia tana, a leggerlo in santa pace come uno scoiattolo rosicchia una castagna.


Il capitolo in questione, e l’altro sul TEMPO REALE, sono per me il meglio di questo libro appassionato e letterato, interdisciplinare (Andreoli è psichiatra di professione ma ha navigato e pescato in diverse scienze umane) e oracolare – ma il libro tutto intero (centrato sul rapporto dell’essere umano con il cellulare) merita d’essere letto e meditato.

Come? Cosa intende per “legame” Andreoli? “Il legame è parte costitutiva dell’essere, è la modalità per dare certezza, per sanare il terrore del nulla, del vuoto che ci circonda. E’ la risposta al grido di chi, non trovando nessuno, chiama l’altro. Lo esprime in tutta la sua drammaticità Edvard Munch nel più famoso dei suoi dipinti – “L’urlo”. Da quella bocca esce un suono tragico che mette in movimento il volto ma anche il mondo e nessuno sente, poiché l’uomo è solo.”

Sono in parte d’accordo con lo psichiatra ispirato e multiforme, eppure vorrei dare una coloritura allegra ed una forma erotica al suo dire, riferendomi alla tavolozza di Herni Matisse e alla figurazione del suo quadro “Joie de vivre”.

Perché secondo me non è tanto il “terrore del vuoto” quanto “l’amore del pieno” che spinge un essere umano a legarsi ad un altro essere umano. L’amore fraterno. Quell’amore che Gesù di Nazareth ha partecipato a costruire in maniera decisiva, fino a preferire d’essere chiamato “Figlio dell’Uomo” piuttosto che “Figlio di Dio”. In quanto figli di Dio siamo soltanto uguali - in quanto figli dell’Uomo siamo finalmente fratelli, Caino compreso.

 

(25 aprile 2007)

 


 

 

Se pensiamo in profondità cosa sta succedendo in Italia (da qualche decennio) scopriamo che i Partiti Politici non funzionano più, ma anche qualcos'altro.

Muoiono partiti politici vecchi e nascono partiti politici nuovi, muoiono vecchie coalizioni politiche – è accaduto prima al ‘centro destra’ e poi al ‘centro sinistra’ – e nascono nuove coalizioni politiche. Ma tutto questo formicolio del “nuovo” non sta producendo il superamento del “vecchio”. Perché tutto questo accade? Secondo me accade perché i Partiti in quanto organizzazioni politiche storicamente determinate non svolgono più una funzione storicamente progressiva - questo è chiaro - ma anche e soprattutto perché lo Stato Nazionale non funziona più nel suo insieme - e questo non è ancora chiaro.

Tutto nasce, vive, muore. Lo Stato Nazionale è nato tra Rinascimento e Riforma, si è sviluppato nei secoli del mondo moderno, e in questi nostri anni difficili sta morendo.

 

Dalla sua scomposizione strutturale e funzionale stanno nascendo, faticosamente, empiricamente, nuove forme di associazionismo molecolare – la Rete Blog per esempio, e di governo generale – l’Unione Europea per esempio.


Naturalmente, il passaggio a queste nuove forme di vita associata e organizzata, molecolare e generale, democratica e organica, non è e non può essere immediato, “a stacco” – come si dice nel montaggio cinematografico, ma processuale, “in dissolvenza incrociata”. Ecco, ci troviamo proprio nel bel mezzo di una dissolvenza incrociata: non si vede più bene l’inquadratura antecedente e non si vede ancora bene l’inquadratura seguente. Tutto è confuso e ci gira un po’ la testa.

POST SCRIPTUM

Finisco di scrivere questo post, esco di casa, compro il giornale e vado alla posta, entro, mi dispongo in fila, apro il giornale e leggo un’intervista a Giulio Andreotti, uomo di Partito e uomo di Stato, sulla crisi politica italiana: “La politica viveva di strutture regolari, i partiti, che avevano le loro sedi per discutere, le sezioni, i loro giornali. Altre strutture regolari solide. I partiti decidevano sulla base dei loro equilibri ma anche di un rapporto diretto con il loro elettorato. Oggi non ci sono più quelle strutture di mediazione tra la gente e la politica che erano i partiti.” (la Repubblica, venerdì 1 febbraio 2008)

 


 

 

La sottovalutazione dei Quaderni del carcere di Gramsci attraverso l’argomento della incompletezza della biblioteca carceraria dello scienziato-filosofo di Ales equivale alla sottovalutazione dell’opera intera di Leopardi attraverso l’argomento della evidenza della gobba del poeta-filosofo di Recanati. Intercorre sempre un rapporto tra un corpo e l’anima che lo abita, certo, ma in che modo determinato si realizzi occorre stabilirlo di volta in volta. Sia chiaro però una volta per tutte che se “le idee non cadono dal cielo” (come giustamente ha scritto Antonio Labriola), esse tantomeno salgono dalla gobba, e la loro qualità non si può dedurre dalla dovizia di libri componenti la biblioteca del loro autore.

Dalla gobba di Leopardi non si deduce un bel niente, né dalla gobba di Antonio Gramsci. Già, anche Gramsci aveva la gobba. Ma siccome non era un poeta-filosofo, bensì uno scienziato-filosofo, i suoi critici laureati non hanno tirato in ballo la sua gobba materiale, bensì la sua gobba spirituale, che consisterebbe appunto nel fatto che Gramsci disponeva in carcere di una biblioteca incompleta, e manchevole dell’essenziale.

Lo ripete ancora da ultimo Bartolo Anglani nel suo libro Solitudine di Gramsci (Donzelli, 2007): “egli non ha accesso diretto agli oggetti della sua ricerca”, pagina 137. Se questo vi pare un esempio minore, sebbene consapevole che tutti gli esempi zoppicano (compreso quello di Edipo) vi porterò un esempio maggiore – costituito da una lettera inedita del politico-filosofo Louis Althusser.

Dovete sapere che trenta anni fa (quando avevo ventinove anni) ho pubblicato un saggio - ‘Sulla ricostruzione gramsciana dei concetti di struttura e superstruttura’, Rassegna Italiana di Sociologia, 1977, n. 3 - in cui certo mostravo e forse dimostravo che Gramsci in carcere aveva criticato radicalmente la coppia teorica marxiana ‘struttura-soprastruttura’ ed aveva proposto una coppia teorica nuova e diversa per spiegare il movimento storico delle società umane. Spedito per posta questo saggio a trenta intellettuali italiani (da Asor Rosa a Giuseppe Vacca) e ad un francese, Louis Althusser appunto (avendo fatto trenta volevo fare trentuno), ho ricevuto in cambio la sola sua risposta.

Ebbene, con mia negativa sorpresa (il positivismo è duro a morire), invece di confrontarsi col pensiero di Gramsci sulla questione, il politico-filosofo di Birmandreis mi aveva obiettato che Gramsci in carcere non s’era potuto basare sui testi marxiani per la critica fondamentale che gli rivolgeva, per “il fatto” che quei testi egli non li aveva in carcere, e conseguentemente aveva discusso il pensiero dello scienziato-filosofo di Treviri “attraverso le interpretazioni che lo deformano”, attraverso “le deformazioni del pensiero di Marx prodotte dai suoi interpreti piuttosto che le difficoltà interne del pensiero di Marx”.

Gli risposi allora, per proseguire la bella discussione appena iniziata, che Gramsci non solo disponeva in carcere dei testi marxiani in questione, ma li aveva anche tradotti, gli facevo notare poi che la coppia teorica ‘struttura-soprastruttura’, da Marx in poi e fino ad oggi, ha costituito la base ultima delle scienze storiche e politiche marxiste, e gli domandavo e mi domandavo infine in quale misura e in quale modo quell’errore teorico fosse all’origine della ‘crisi del marxismo’ che tanto lo angustiava in quegli anni. Stavolta nemmeno lui mi rispose, soffocò la moglie comunista, e buonanotte.

 

(Alias, 7 luglio 2007)

 


 

 

‘Spiegare’ (un comportamento umano, un fenomeno naturale, un libro di scienza, un’opera d’arte) non vuol dire ridurre, caricaturare, insomma ‘semplificare’, bensì, come accenna la parola stessa, ‘dispiegare’: cioè aprire, srotolare, allargare, svolgere - per meglio osservare, sentire, comprendere, capire l’oggetto piegato o il soggetto arrotolato.

È qualche settimana che mi gira in testa un saggio di Pinco Palla che pretende di spiegare un quadro di Antonello da Messina attraverso una sua semplificazione. E’ il Ritratto d’ignoto marinaio (Cefalù, Fondazione Culturale Mandralisca), vagamente sorridente, ironicamente enigmatico, beffardamente misterioso. Quel sorriso, quella distanza, quella piega Pinco Palla li spiega riconducendoli, riducendoli a ciò che gli sembra il disegno sulla camicia dell’ignoto dell’organo sessuale femminile.

L’illusione del trovamento di una chiave semplice che apra semplicemente i comportamenti, i fenomeni, i libri, i quadri è un apparente “entrare in gioco” (questo vuol dire ‘illudere’) che realmente è un “uscire dal gioco” (questo vuol dire ‘deludere’). Per aprire portoni complessi non serve infilare chiavi semplici, bisogna bussare in modo complesso. Lo mostra (senza ‘spiegare’ – l’arte non serve a spiegare, né a piegare) Franz Kafka nel suo racconto Un colpo contro il portone, che inizia così: ‘Era d’estate, una giornata cocente. Ritornando a casa passai con mia sorella davanti al portone d’un cortile. Non so se lei abbia battuto di proposito un colpo contro il portone o per distrazione o se fece soltanto l’atto col pugno e non abbia picchiato affatto…”

 

(18 ottobre 2007)

 


 

 

Ciò che m’impietriva e commuoveva delle opere filmiche di Michelangelo Antonioni era che non eri mai sicuro se fossero pittura o fotografia, fotografia o cinema, cinema o documentario, diario di un sogno o descrizione di un mondo. Amen

 

(8 agosto 2007)

 


 

 

Visse riflettendo come nessun altro sugli strumenti della guerra. Si lavava spesso. Morì per mano di un soldato, davanti al mare.

 

(15 settembre 2007)

 


 

 

Bruno Nottin, un esperto francese crede di aver svelato “il mistero” del sorriso della Gioconda avendo rivelato (ai raggi X) il corpetto di garza indossato dalla modella di Leonardo (indumento a quel tempo usuale per le partorienti). Beata ingenuità dei positivisti! Non importa loro che il sorriso di Leonardo (riflesso nella Gioconda), il sorriso di Machiavelli (rifratto nel Principe), il sorriso di Ariosto (riverberato nell’Orlando Furioso), siano sorrisi di liberazione dal mondo di mezzo, dal mondo dei terrori teologici, di liberazione dal mondo moderno, dal mondo dei terrori tecnologici. Hanno ben altro da fare, i nipotini di Henri de Saint-Simon, che domandarsi cos’è un ritratto e chi è il soggetto del ritratto, cosa è un ritrattista e cosa ritrae ritraendo.

 

(28 settembre 2006)

 

*

 

Virginio Ariosto testimonia negli Appunti che suo padre Ludovico "mai non si satisfaceva de’ versi suoi e li mutava e rimutava, e nelle cose de’ giardini teneva il modo medesimo che nel far de’ versi, perché mai non lasciava cosa alcuna, che piantasse, più di tre mesi in un loco; e se piantava anime di persiche, o semente di alcuna sorte, andava tante volte a vedere se germogliava, che finalmente rompea il germoglio. Avendo poi preso amore a quel giardino, si deliberò di farvi la casa; e perché male corrispondevan le cose fatte all’animo suo, facea spesso rifarla… Mangiava presto e assai. Tosto che giungeva a casa, se trovava preparato il pane, ne mangiava uno passeggiando, e fra tanto si portava la vivanda in tavola. Un giorno, essendogli sopraggiunto un forestiere a casa nell’ora che s’era desinato, gli mangiò tutto quello che se gli portò innanzi, mentre che ‘l forestiero si stava ragionando… Quanto a camminare era gagliardo in modo che partendosi da Carpi venne in un giorno a Ferrara in pianelle, perché non aveva pensato di fare cammino.” Dunque Ludovico era irrequieto, ansioso, eccessivo, impulsivo, gagliardo, incontenibile, insomma Furioso.

 

(23 marzo 2008)

 


 

 

Sorvegliare e punire non fa per me. Preferisco riformare e cuocere. Cuocere? Sì, ma coi giusti tempi di cottura. Prendiamo l’uovo à la coque. Qual è il giusto tempo di cottura di un uovo à la coque? Un amico della mia figlia grande dice che è il tempo della Ouverture delle “Nozze di Figaro” – canticchia davanti al fornello e spegne quando è finita. Dissento. L’ouverture mozartiana in questione, per quanto si voglia vertiginosamente vivace, dura almeno quattro minuti e qualcosa. Troppo. È vero che maestro Artusi (‘La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene’, Rusconi 2005, pagina 284) scrive: “Le uova a bere fatele bollire due minuti, le uova sode dieci” – ma la virtù non sta genericamente in mezzo, e soprattutto sta in alto – ne convenite? E allora? Tre sonetti del ‘Canzoniere’ del Petrarca, ecco la mia proposta. Meglio se a memoria, vi garantisco che l’uovo avrà tutto un altro sapore.

 

(11 maggio 2007)

 


 

 

Con un libro che più grande e grosso non si può l’economista letterato Jacques Attali ci racconta la vita e le opere di Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo (Fazi, 2006). “Senza ipocrisie” – assicura, credendo che considerare il marxismo un cane morto equivalga a detenere la verità degli uomini e delle opere. Il librone è così così, zeppo di supervalutazioni e sottovalutazioni, di chiarimenti e confusioni, disordinatamente proposte e faticosamente discernibili.

Volendo scagliare un fulmine su un esempio del genere misto sottovalutazione+confusione, ecco il trattamento inflitto dal liberale antimarxista al miglior testo marxiano, le “Tesi su Feuerbach”. Jacques dedica mezza pagina (su quattrocentoventisei) a queste tesi filosofiche capitali scritte da Marx e pubblicate da Engels e le dichiara (erroneamente) opera comune di Karl e Friedrich.

 

Quale nesso intercorre tra la sottovalutazione filosofica e la confusione filologica del nostro socialista liberale? Antonio Gramsci prigioniero - che quelle tesi ha tradotto e sviluppato nella sua "filosofia della prassi", andando per questa via con Marx oltre Marx – ha mostrato e dimostrato che “ogni filologia contiene una filosofia.”

 

(14 novembre 2006)

 


 

 

Mauro Pesce è un docente universitario e storico del cristianesimo, Corrado Augias è un giornalista detective e scrittore eclettico. Si sono messi insieme per ricostruire “la vita vera” di Gesù (la sua vita storica) districando la sua vita vera e falsa (la sua vita ideologica) tramandata dai Vangeli, ed ecco Inchiesta su Gesù, Mondadori editore. Leggiamo.

Pesce sostiene che Gesù era un ebreo fedele alla Torah. “Non c’è una sola idea o consuetudine, una sola delle principali iniziative di Gesù che non siano integralmente ebraiche.” Questo è falso. Infatti Gesù ha criticato teoricamente e praticamente la religione ebraica, i suoi rigidi precetti e i suoi rituali ossessivi (vedi per tutti il riposo settimanale - "Il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato") e la sacralità delle scritture (vedi il leitmotiv "E' scritto […] ma io vi dico”). Pesce sostiene che Gesù “non ha mai detto di essere cristiano”. Questo è vero.

Infatti Gesù non si diceva cristiano - e non si diceva ebreo - per la doppia buona ragione che non era cristiano e non era ebreo. Gesù non osservava fedelmente una antica religione del tempio e del sacrificio (ebraismo) e non intendeva fondare una nuova religione del tempio e del sacrificio (cristianesimo). Erano proprio il tempio e il sacrificio ciò che rifiutava con gli atti e con le parole. Un esempio dirimente per tutti? Gesù scaccia a colpi di frusta i mercanti dai dintorni del tempio. Perché lo fa? Pesce sostiene e fa scrivere ad Augias che “Gesù non ha mai parlato contro i sacrifici”, che “non era contrario per principio ai sacrifici” ma soltanto “verso alcune pratiche che giudicava irrispettose”, come le pratiche mercantili “che prosperavano con la connivenza dei sacerdoti anche nei pressi del tempio”. Insomma Gesù era un moralista. Questo è falso.

Gesù superava teoricamente e praticamente (anche con questo gesto) le religioni del sacrificio (compreso l’ebraismo) e fondava la religione dell’amore (che non è il cristianesimo). Questo intendeva dire e fare, ed ha fatto e detto, nella sua vita breve, Gesù, con le buone (i pesci) e con le cattive (la frusta). Ma i cristiani, fin dall’inizio, fin dai discepoli, fin dagli evangelisti, fino a oggi, lo hanno ridotto al fondatore di una ennesima religione del sacrificio e del tempio. Peccato. I laici poi, come abbiamo visto anche in questo tentativo storico-giornalistico di Pesce e Augias, continuano a confondere – nonostante le buone intenzioni - “ciò che Gesù ha in effetti detto, fatto, sperimentato e creduto”. Lo sapeva già Ennio Flaiano: “Di buone intenzioni è lastricato l’inverno.” L’inverno, con la ‘v’, quello del nostro scontento.

 

(29 gennaio 2007)

 

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Ai giovani lettori di internet Corrado Augias consiglia prudenza. Leggo Leggere, Mondadori 2007, capitolo sesto, Quando la lettura fa male: “La rete è piena di informazioni, ma chi legge un libro è molto più protetto rispetto alle informazioni anonime che si trovano in rete.”

Quasi duecento pagine sulla lettura oggi, e una pagina sola sulla lettura su Internet. E per consigliare Prudenza, una delle quattro virtù cardinali della morale occidentale. Niente altro? Non anche la Fortezza? E nemmeno una parola sul bene di Internet? Nemmeno una parola sulla scrittura progressiva e sperimentale favorita da Internet in generale e fiorita nella rete blog in particolare? Non lo sa che la rete blog ha prodotto i centauri lettori-scrittori? Si vede proprio che Augias è un conservatore.

Succede anche a me (capita nelle migliori famiglie) di seguire una delle trasmissioni telematiche che hanno reso arcinoto Augias scrittore televisivo, come ‘Storie’ o ‘Enigma’, e sempre lo trovo conservatore – nella forma, pensi tu che mi leggi, ma nota bene amico mio amica mia: nei rapporti umani, nell’arte sublime, nella comunicazione di massa, la forma è sostanza. Sì, lo so che Augias cittadino è progressista. Progressista e conservatore, dunque. Bell’esempio di doppiezza ideologica: ideologia politica progressista e ideologia culturale conservatrice.

Anche come scrittore di libri (di libri come questo, ma potrei parlare anche di libri come I segreti di Roma) Augias non è progressista, non è sperimentatore nemmeno all’un per duecento. È pieno di buon senso sì, ma cade spesso e volentieri nella banalità: in una sola pagina Cervantes è “geniale” tre volte. A me basterebbe che Augias fosse sperimentale tre volte in un libro di parole o in una trasmissione di ombre.

 

(16 ottobre 2007)

 

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Il fatto che i fedeli cattolici e cristiani considerino tutte le parole e tutti gli atti di Gesù riportati nei Vangeli canonici come tutti effettivamente pronunciati e compiuti da Gesù è commovente, e comprensibile, dal momento che per loro sono – i Vangeli canonici – Libri Sacri. Ma il fatto che egualmente facciano anche gli agnostici che sanno leggere e scrivere, i quali dovrebbero considerare quei libri al pari di tutti i libri, cioè testi da sottoporre a critica filologica e storica, è sconcertante, e contraddittorio. Poco fa ascoltavo e vedevo Moni Ovadia e Corrado Augias comportarsi in questo modo acritico e ingenuo (nel corso della trasmissione televisiva 'storie' di Rai Tre), e mi domandavo se ci sono o se ci fanno.

 

(21 aprile 2008)

 

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Quali parole ha detto, e quali non ha detto, Gesù di Nazareth? La questione, in apparenza, è facilmente risolvibile e, presi in mano i Vangeli canonici, facilmente la risolve Corrado Augias nella prima pagina della Prefazione alla sua (e di Remo Cacitti) ultima fatica libraria: Inchiesta sul Cristianesimo. Come si costruisce una religione, Mondadori 2008.

“Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione, una Chiesa, che portassero il suo nome” – e questo prova (secondo Augias) che non era cristiano. “Ha invece detto ‘Non pensiate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti; non sono venuto per abolire ma per dare compimento’ Mt 5,17 e anche, sul punto ormai di spirare, ripetendo l’attacco straziante del Salmo 22, ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ Mt 27,46” – e questo prova (secondo Augias) che era un ebreo, “e lo è rimasto per sempre”.

Ora, se Gesù sia stato fin dall’inizio cristiano o fino alla fine ebreo non è una (semplice) questione filologica, bensì una (complessa) questione scientifica, e filosofica, dal momento che, come ha scritto Gramsci una volta per tutte, “ogni filologia contiene una filosofia” (Quaderni).

Ebbene, la filosofia di Augias polimorfo e polifemo comunicatore di massa (giornali, televisioni, libri) consiste nella teoria-e-pratica secondo la quale diffondere (espandere) = divulgare (volgarizzare), vale a dire che comunicare ad un vasto numero di persone un pensiero rigoroso, un’opera complessa, un autore difficile, comporta necessariamente volgarizzarli – semplificarli fino a renderli superficiali, ridurli fino a renderli digeribili, strapparli all’universo della precisione e interrarli nel mondo del pressappoco.

Detto fatto: Gesù e Giovanni Battista? “Sappiamo che Gesù cominciò come discepolo di un eccentrico profeta di nome Giovanni.” La cacciata dei mercanti? “Non c’è dubbio che la cacciata di Gesù dei mercanti dal Tempio in sé e per sé non abbia molto senso.”

Ma le cose non stanno così. Quanto a Giovanni Battista, Gesù lo ha incontrato non come suo “discepolo”: si è recato da lui per confrontarsi pubblicamente col maggiore profeta del suo tempo nella sua regione, è stato da lui riconosciuto come il solo capace di affrontare in grande stile la crisi intellettuale e morale del tempo loro (come “maestro” e non come “discepolo”, dunque) e, a seguito di questo incontro e a conferma del suo esito, alcuni discepoli di Giovanni Battista lo abbandonarono e seguirono Gesù. Quanto alla cacciata di Gesù dei mercanti dal Tempio ha molto senso “in sè e per sè”, in quanto critica pratica di una religione fondata sul sacrificio (l’ebraismo) – i mercanti essendo cambiavalute in funzione dell’acquisto degli animali da sacrificare o venditori degli animali stessi.

Potrebbero ora chiedersi un lettore, una lettrice - è così importante stabilire se Gesù sia stato “discepolo” o “maestro” di Giovanni e il senso “in sé e per sé” della cacciata dei mercanti? Sì, perchè il fatto che Gesù discepolo di Giovanni non lo sia stato prova che non era già più ebreo, e la cacciata dei mercanti dal Tempio prova che non è stato mai cristiano (il cristianesimo essendo una religione del sacrificio.)

 

(Alias, 10 gennaio 2009)

 


 

 

Il corpo del maestro della logica induttiva si decompose (come la sua mano fece in tempo ad annotare) a seguito di “un piccolo esperimento sulla conservazione dei corpi morti”.

 

(30 gennaio 2008)

 


 

 

Fuggo da Genova e Genova mi corre dietro. Viaggio e leggo che l’arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) Angelo Bagnasco ha dichiarato ieri ai giornalisti: ”L’ora di religione insegnata nelle scuole italiane non deve consistere nella storia delle religioni, bensì in una vera ora di religione cattolica”.

Leggo e penso a Gesù. Immagino di cosa parlerebbe Gesù in una scuola italiana nell’ora di religione. Secondo me parlerebbe in senso storico e critico della religione ebraica da lui condivisa nella prima giovinezza, e della religione essena conosciuta nella seconda giovinezza, e della religione greca, e romana, ed egiziana, e babilonese, e indiana, e cinese – e naturalmente della religione cristiana – la religione di coloro ai quali ha ripetuto tante volte queste rotonde parole: “Perché mi chiamate Maestro e non fate quello che dico?”

Gesù oggi in Italia insegnerebbe storia critica delle religioni.

 

(2 ottobre 2007)

 


 

 

Quello che colpisce guardando e toccando e annusando e leggendo e visionando questo libro che ho irresistibilmente acquistato, New York, ore 8.45 La tragedia delle torri gemelle raccontata dai premi Pulitzer (a cura di Simone Barillari, edito dalla minimum fax e messo in circolazione nel luglio di quest’anno 2006) è la cura con cui è stato pensato e fatto e presentato e accompagnato in libreria. Questo Simone, questo editore, completi di collaboratori e collaboratrici, mi hanno fatto venire in mente una grande amorevole famiglia che desidera-fa-acconcia-accompagna… un bambino all’asilo, affidandolo fiduciosa al resto del mondo. Eccolo, allegro e pettinato, completo di grembiule e fiocco, di cestino profumato di merenda e voglia di vivere accanto a noi, il libro-bambino.

Da copertina - vellutata al tatto e sinottica all’occhio (titolo, sottotitolo, titoli interni, fotografia…) presentazione, titoli di testa, prefazione, quattro pezzi quattro antologizzati inframezzati da un mazzetto irresistibile di folgoranti vignette, note biografiche, titoli di coda - a copertina, vellutata e sinottica pure questa (mi viene in mente una meraviglia di rampicante passiflora), tutto è curato amorevolmente, come un tutto finalmente intero, e tutti i sensi si riuniscono all’occasione – verrebbe persino voglia di dargli una leccatina. Grazie stragrazie. Curare. Questo vuol dire, dovrebbe voler dire, curare. I medici lo dovrebbero guardare e toccare e annusare e leggere questo libro-bambino, e pensare ai loro pazienti-libri. Magari leccarli.

 

(23 settembre 2006)

 

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Non è vero che tutto sia già stato scritto, e non rimanga altro che ripetere e manierare. Aspetta “niente di nuovo sotto il Sole” solo chi non sa tenere insieme il prima e il poi (Omero, Iliade), dimentico della lezione eraclitea – “il Sole è nuovo ogni giorno” – e della sua vertiginosa variante aristotelica – “il Sole è continuamente nuovo”.


È vero invece che le opere e i giorni, in sensi e modi storicamente determinati, tornano (per essere più precisi: evolvono). Ma occorre essere delicati ed essenziali per rendersene e renderne conto: “Trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione, e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità è la più delicata, incompresa eppure essenziale dote del critico delle idee e dello storico dello sviluppo storico.” (Gramsci, Quaderni)

“Non verrà mai scritta – per l’inammissibile vastità delle ricerche che sarebbero necessarie (...) una storia della letteratura definitivamente distante da quelle classiche, nella quale l’unità di misura della riflessione, il denominatore comune dei testi, non sia più l’autore o la lingua, il periodo storico o il genere letterario a cui essi appartengono, ma una storia, una singola storia seguita nel suo mutare attraverso i popoli, i tempi e i libri, attraverso una complicata e maestosa successione di adattamenti e metamorfosi (...) – non verrà mai scritta, ricomponendo e intrecciando tra loro migliaia di queste genealogie narrative, una storia della letteratura che sia la filogenesi di un regno dello spirito sul modello di quelle, sterminate e ancora incompiute, del regno animale e vegetale.” Questo dice Simone Barillari cominciando il suo saggio Una storia vivente (apparso in ‘Panta - Visioni di cinema’, a cura di Elisabetta Sgarbi e Francesco Casetti, Bompiani, nell’ottobre 2008), e poi mostra e dimostra, tanto per cominciare, in che modo “la storia della prostituta e della diligenza” abbia assunto la sua prima forma nella novella Palla di sego (Boule de suif, 1880) di Guy de Maupassant, la seconda nel racconto Diligenza per Lordsburg (Stage to Lordsburg, 1937) di Ernest Haycox, e la terza (per ora la “nuova e più alta sopravvivenza di questa narrazione”) nel film Ombre Rosse (Stagecoach, 1939) di John Ford.

Questo saggio, futuribile inveramento-espansione-evoluzione della teoria di Darwin, questo straordinario racconto critico e filosofico, si conclude sottolineando che “soltanto un numero estremamente esiguo di tutte le storie che vengono prodotte nel mondo sopravvive alla selezione naturale del tempo e delle menti degli altri uomini, così come le specie di animali e piante che esistono sono una frazione assolutamente insignificante di tutte quelle che sono vissute.”


Se le storie stanno così, incessantemente riscritte dalle menti di tutti noi, che naturalmente “ci arroghiamo il diritto di avere le nostre idee personali intorno al racconto che andiamo svolgendo” (Thomas Mann, La Montagna Incantata), quale posto preciso occupano, nella catena vitale dei riscrittori, gli scrittori con la maiuscola? Il vertice, nella misura in cui sono capaci di scrivere (con le parole, con le ombre, con tutti i linguaggi possibili e immaginabili) in forme tali che “ogni parte della storia mostri il più alto grado di necessità.”

 

(Alias, 4 aprile 2009)

 


 

 

Matsuo Bashō, il fondatore della tradizione poetica giapponese ‘haiku’, è un classico vero:

“Non fu perché il giapponese del tempo (o di tutti i tempi) amava la Natura, che Basho la cantò; avvenne piuttosto che i giapponesi credettero (e credono) di amare la Natura perché Basho ne scrisse.” (Kato Shuichi, Storia della letteratura giapponese)

 

(13 gennaio 2008)

 


 

 

Zygmunt Bauman è un vecchietto tremendo e gran sociologo il quale nel suo ultimo libro (Modus Vivendi - Laterza 2007) fa un sacco di osservazioni interessanti sul mondo presente (che lui definisce “liquido”) e una fuorviante su Karl Marx. Sostiene Bauman che Marx aveva ragione quando scriveva che il Potere non sta nella Politica ma nell’Economia, non ha il suo centro di comando nello Stato ma nel Mercato. E aggiunge che Marx ha oggi più ragione di ieri.


Secondo me Bauman fa un po’ di confusione. E’ vero che si sta verificando uno spostamento del Potere dalla Politica all’Economia, dallo Stato al Mercato, ma non per le ragioni immaginate da Marx, il quale era un gran scienziato storico-sociale (che stimo molto) ma non aveva capito due o tre cose fondamentali della struttura e del funzionamento del mondo moderno – capita a tutti, per carità.


Marx infatti non aveva capito bene cosa diavolo fosse lo Stato, lo riduceva alla ‘forza’ e non vi comprendeva il ‘consenso’. “Stato [invece] è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati.” Gramsci, Quaderno 15.


Secondo poi non aveva capito bene quanto il Mercato fosse regolato dallo Stato. “Mercato determinato è un determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione, rapporto garantito (cioè reso permanente) da una determinata superstruttura politica, morale, giuridica.” (Gramsci, Quaderno 11) Questi due errori teorici, sposandosi, hanno generato all’interno del suo pensiero la devastante contraddizione consistente nel fatto che “il campo della politica era analiticamente secondario per lui” mentre “nella prassi di Marx la politica era assolutamente primaria” – Eric Hobsbawm, Convegno gramsciano di Firenze, aprile 1977.

 

(1 maggio 2007)

 


 

 

Sono un po’ arrabbiato con Vittorio Benussi scienziato in psicologia, e gli sono molto grato. Questa poca rabbia è suscitata dal ricordo del suo suicidio - a quarantanove anni, senza una ragione chiara – no, non per il suicidio in sé: ognuno ha il diritto di morire nel momento giusto, possibilmente un momento prima del sopravvenire di sofferenze umilianti (per sé e per gli altri). Ma per l’oscurità della ragione: ognuno ha il dovere di spiegare (agli altri e a se stesso) la necessità della spettacolare dipartita. La molta gratitudine nasce invece dalla scoperta di tutto il suo laboratorio, quello scatolino pieno di gessetti colorati con il quale l'imperterrito sperimentatore lavorava quando non aveva altri mezzi. Vivendo in un mondo di lamenti - nel quale la maggior parte fa di tutto niente, provo infinita gratitudine verso coloro che fanno tutto con niente.

 

(5 novembre 2006)

 


 

 

Quale differenza c’è tra un’opera di artigianato e un’opera d’arte? Osserviamo due opere di Bernini, esposte in una mostra in corso al centro del centro di Roma. Cominciamo con la scultura in terracotta “Cristo Ligato”.
Tecnicamente perfetta, piena di echi dalla scultura antica (passata), elegante, certo, ma prevedibile, e coronata da quella testa che dire convenzionale è poco, bisogna dire ‘artigianale’ per dirla tutta. Insomma non c’è invenzione in questa scultura, c’è ripetizione. Osserviamo ora la pittura ad olio “Cristo Deposto”.


Tecnicamente imperfetta, piena di echi della pittura moderna (futura) – goffa, certo, ma imprevedibile, la posizione del corpo è inconsueta, e i colori biancoverdemuffa e rosa accentuano la sorpresa, l’emozione, per finire improvvisamente nel gran capo arrovesciato, enorme sul corpo da ragazzo. Insomma, non c’è ripetizione, c’è invenzione in questa pittura. Ecco.


E dire che ero andato a vedere le opere esposte con in testa l’idea che Bernini fosse uno scultore infinito e un pittore così così. Ma sapete com’è, sapete come sono, quando qualcuno o qualcosa è capace di contraddirmi vittoriosamente e posso abbandonare le vecchie idee come una serpe la vecchia pelle, sono felice, non sto più nella pelle, appunto.

 

(14 maggio 2007)

 


 

 

Come mostra Umberto Eco nel suo Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione. Bompiani 2007, la metafora è una figura retorica che non ha soltanto una funzione ornamentale, ma anche una funzione cognitiva: serve ad abbellire il discorso ed a favorire “una riorganizzazione del nostro sapere e delle nostre opinioni”. E siccome dice Aristotele [primo scopritore/costruttore di questa funzione cognitiva] che “occorre trarre le metafore dalle cose non evidenti, come in filosofia lo spirito sagace conosce, trova, vede somiglianze tra cose distanti (Retorica, 1421a 12)” e che “le metafore ‘mettono le cose sotto gli occhi’ in modo tale che ‘si vedono le cose mentre agiscono’ (Retorica, 1410b 34)” dirò che Fausto Bertinotti è un “professionista dell’opposizione”.

 

(6 dicembre 2007)

 


 

 

Quali rapporti intercorrono tra la vita e le opere degli artisti? Sono rapporti di riflessione? di condizionamento? E chi riflette chi, chi condiziona chi? La vita l’arte? L’arte la vita?

L’altra sera leggevo a voce alta, con la mia complice, il capitolo ‘Emily Dickinson’ de Il genio (Rizzoli 2002), nel quale Harold Bloom ci esorta a “modificare completamente i nostri abituali metodi di indagine, e concentrarci sull’influenza del suo lavoro [il lavoro poetico della Dickinson] sulla vita, piuttosto che il contrario”. Osservazione non generica, e non generalizzabile. Ogni artista (quando lo è) è unico.

 

(22 luglio 2009)



 

 

Dopo gli indimenticabili anni post-fascisti di Giorgio Bocca Della Verità abbiamo i patetici anni post-moderni di Giampaolo Pansa Della Bugia. Come il primo Bocca sapeva tutto della Verità, l’ultimo Pansa sa tutto della Bugia (a seguito de I figli dell’Aquila, Il sangue dei vinti, Sconosciuto 1945, ecco a voi La Grande Bugia, Sperling & Kupfer editori, 2006).

 

Tanto il Signore di Cuneo ha scritto e sottoscritto sulla Doppia Verità dei comunisti presuntuosetti sulla luce del tutto (come se la verità fosse una e qualcuno potesse assumerla una volta per tutte), tanto il Signore di Casale Monferrato ha scritto e riscritto sulla Grande Bugia dei comunisti nascondarelli dell’ombra della Resistenza (come se la bugia fosse una e qualcuno potesse licenziarla una volta per tutte).

 

Il fatto è che Bocca avvicinandosi alla vecchiaia è diventato sempre più leggero e spiritoso, mentre Pansa allontanandosi dalla giovinezza è diventato sempre più velenoso e pesante. Pansa invecchia male insomma, come invecchiarono male la Fallaci e il Fellini e male invecchiano altri monumenti nazionali semoventi. Eh sì, se invecchiare è importante – ha ragione James Hillman, quando dimostra che “si diventa ciò che si è” avvicinandosi serenamente alla Signora della Falce, più importante ancora è invecchiare bene – ha ragione al quadrato Orson Welles, quando mostra che ci si può allontanare serenamente dalla Signora di Shangai.

 

(13 ottobre 2006)

 


 

 

Considero Renzo Piano totalmente infinito come conferenziere ma non come architetto. Ricordate il suo discorso in occasione del premio Pritzker? Affermò che il cannocchiale era stato inventato per avvistare le navi, mentre alle stelle pensavano i teologi: fu Galileo a sollevare il cannocchiale e puntarlo sulle stelle – “alla ricerca - notate la precisione del dettaglio retorico concludente - di ciò che non era scritto sui sacri testi”. Notate invece la scarsa cura del dettaglio dell'architetto genovese quando maltratta parte degli spettatori sedenti all’interno della Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma. Una doppia serie di posti a sedere sono orientati ortogonalmente al palcoscenico, dimodoché i malcapitati devono torcersi il collo per vedere ciò che sentono.

 

Considerate ora a contrasto i “luoghi del sedere” dei bagni dell’Oratorio dei Filippini, opera di un architetto ticinese questo sì “totalmente infinito”, Francesco Borromini. Questi sedili sono dotati di un sistema per sfogare i cattivi odori, ed hanno luce naturale e di candela in modo che, stando e facendo, i sedenti possano anche leggere. “L’affermazione di Flaubert - ha lasciato scritto Italo Calvino nelle Lezioni americane - la spiegherei alla luce della filosofia di Giordano Bruno, che vede l’universo infinito e composto di mondi innumerevoli, ma non può dirlo ‘totalmente infinito’ perché ciascuno di questi mondi è finito; mentre ‘totalmente infinito’ è Dio ‘perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente’.”

 

(21 novembre 2006)

 

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L’altra domenica ho fatto il giro delle messe romane. Inizio da Sant'Ivo alla Sapienza, ascolto un pezzo in italiano della lettera di San Paolo ai Romani e guardo il Borromini, poi – sinistra, sinistra, sinistra – entro in San Luigi dei Francesi, la lettera la continuano in francese e mi impediscono di vedere La vocazione di Matteo del Caravaggio – destra, sinistra, destra - vado alla Chiesa del Gesù, sento là in ondo vociare lanciando un'occhiata all’insù all’affresco-stuccho-scenografia del Baciccia – destra, destra, sinistra – e sono al San Carlino alle Quattro Fontane, anche questa del Borromini, anche qui come nel Sant'Ivo non possono impedirmi di vedere mentre recitano la messa, perché le chiese borrominiane sono tutte intere appena entri, non devi andare da nessuna parte, sei già al centro, stai già bene, e qui termina la messa, amen, ma non per me – destra, destra, sinistra – m’infilo in Santa Maria degli Angeli, dove un giovane danza sull'organo meravigliosamente risuonando sotto la tenda gonfia di deserto di Michelangelo. Ora sì, amen.

 

(30 ottobre 2007)

 


 


Bresson dittatore classico amato moderno

 

Se non avete potuto vedere o vedere di nuovo i film di Bresson nel passato giugno a Rimini o Torino, e non contate di farlo neppure (Dio solo sa per quale ragione) nel futuro novembre a Milano o Udine e Pordenone, leggetevi almeno il Catalogo che accompagna questa retrospettiva: Il caso e la necessità. Il cinema di Robert Bresson, a cura di Giovanni Spagnoletti e Sergio Toffetti, Lindau 1998 e il Libro di René Predal: Robert Bresson. L’aventure interiore, 1992 L’Avant-Scène Cinèma, oggi tradotto in italiano da Fabiano Rosso e Mariella Micelli col titolo Tutto il cinema di Robert Bresson., Baldini & Castoldi 1998.

 

Il Catalogo è talmente ricco di contributi (sessantotto) che il puro elenco di autori e titoli esaurirebbe lo spazio della recensione. Perciò mi limiterò a indicarne due, per due buone ragioni.

 

Il primo è: Robert Bresson, il poeta preferito, conversazione con Pasqualino De Santis di Juan Antonio Perez Millàn, dal quale risulta con tutta evidenza quanto il cinema implichi la partecipazione elaborativa dei collaboratori in quanto coautori, anche nel caso estremo di un dittatore artistico come Bresson. Ricorda infatti De Santis, fotografo di Lancelot du lac: “Dovevamo girare, in esterni di notte, l’arrivo di Lancillotto sconfitto all’accampamento. Chiesi a Bresson, come sempre, che tipo d’atmosfera volesse e mi rispose molto serio: ‘Bisogna che non si veda niente, niente. Solo intuire.’ E se ne andò. Io, subito turbato, iniziai a rimuginare sulla questione ‘non si veda niente, niente’... ma nel cinema è possibile vedere niente? Iniziai a illuminare l’accampamento con riflessi di fiaccole e all’imbrunire misi un riflettore altissimo, che creava un effetto lunare, con un’intensità molto bassa...”

Il secondo è l’introduzione di Spagnoletti e Toffetti, nella quale si teorizza che Bresson è oggi “così vicino” perchè ieri era “così lontano”: “Bresson si presenta fin dal Journal d’un curè de campagne come un ‘classico al futuro’, precostituendosi così la possibilità di raggiungere una posizione avanzata dove attendere noi comuni mortali. Questo spiega come il suo nome abbia ispirato e stimolato come pochi altri - a pari merito con il solo Antonioni, ci sembra - il sentire comune di tanti cineasti del Moderno (e post). Dunque è proprio la sua condizione di ‘classico al futuro’ che ce lo fa sentire così vicino, e ci permette di trovare nella visione dei suoi film possibili risposte alle aporie di ciò che è venuto dopo il cinema moderno.”

 

Io per me penso che un autore “classico” si pone semplicemente fuori del tempo storico, e può solo casualmente risultare, in diverse circostanze, anacronistico o tempestivo. Altrimenti si darebbe il caso che l’opera di Bresson, lontana dai suoi contemporanei nostri padri e avvicinatasi a noi, sia destinata a riallontanarsi dai nostri figli per avvicinarsi di nuovo ai figli dei nostri figli eccetera secondo le leggi di una oscillazione periodica senza fine. Non so se Dio giochi a dadi, e non voglio pensare che si diverta con l’altalena.

 

Anche per il Libro resterò fedele al numero due, tentando due notazioni di notazioni.

 

La prima prende le mosse dalla Introduzione. Scrive Predal: “come nessun poeta, prima di Mallarmé, aveva utilizzato le parole come lui, nessun cineasta filma veramente come Bresson, perché i due artisti hanno reinventato il loro proprio linguaggio”. Esagera Predal, schiavo della coazione comune ai critici-biografi d’accrescere l’eccezionalità del soggetto d’analisi per sopravvalutazione dell’oggetto d’amore? Oppure veramente Bresson reinventa l’arte cinematografica? A voi, stimati compagni posteri, l’ardua sentenza.

 

La seconda nasce dall’Intervista a Francois Truffaut di Mireille Latil-Le Dantec, posta fra le Appendici. Latil-Le Dantec richiama l’idea di Bresson secondo la quale “Vi è solo un punto nello spazio da cui una cosa chiede di essere mostrata”. Truffaut risponde citando una “intervista importante”, nella quale Bresson ha dichiarato: “Spingiamo l’amore per lo stile fino alla mania. Ogni piano del film può avere solo un angolo e una durata.” E commenta: “Cosa che va nel senso opposto rispetto al cinema tradizionale, dove la scena viene recitata come una scena teatrale e registrata in diverse maniere. Ecco ciò che porta Bresson a pensare di essere l’unico a fare del ‘cinematografo’ mentre gli altri fanno della riproduzione teatrale.” E conclude: “E’ il suo punto in comune con Hitchcock, che pensa di essere l’unico a fare cinema, mentre gli altri fanno solo della ‘fotografia di gente che parla’.”

 

Ora, “l’amore per lo stile” da parte di Bresson è fuori discussione. Ma è forse possibile individuare meglio, nel contesto di queste osservazioni incrociate, una qualità specifica dello stile bressoniano. “Un solo angolo e una durata” dice. “Un solo punto nello spazio”, ripete.

 

Colleghiamo questa idea con l’uso esclusivo dell’obiettivo 50 mm, perché il più approssimato alla visione dell’occhio umano, e seguitiamo osservando che, prima del Moderno, prima della pittura rinascimentale italiana, esisteva soltanto la prospettiva al plurale, le prospettive: i dipinti contenevano infatti diversi punti di vista di scene diverse comprese in una singola composizione. Questa molteplicità di punti di vista aveva il fine di riprodurre immaginificamente l’astratta visione divina: Dio infatti ogni cosa vede e da ogni punto di vista.

 

L’invenzione della Moderna Prospettiva, invece, ricrea verosimilmente, ricostruisce matematicamente la concreta visione umana: l’uomo vede da un solo angolo, e con una sola durata. Si può in questo senso affermare che lo stile di Bresson è uno stile propriamente materialistico e configura un’assoluta terrestrità della visione delle cose del mondo.

 

Opposto è lo stile di Hitchcock, fondato non sull’umana unicità ma sulla divina moltiplicazione dei punti di vista. Egli difatti alterna metodicamente il solo punto di vista del personaggio e i molti punti di vista sul personaggio, facendo identificare lo spettatore di volta in volta col Soggetto umano che procede a tentoni e con l’Assoluto divino che l’osserva e lo giudica. Bresson invece (è ancora Truffaut che parla) non mette mai lo spettatore “al posto di Giovanna d’Arco” ma sempre “al suo fianco, sempre alla stessa distanza”: il punto di vista reale dello spettatore inteso materialisticamente come astante.

 

Sì, lo so, bisognerebbe ora tirare in ballo lo stile (in certo modo analogo) di Caravaggio. Non solo: Vi sarete certamente accorti che Bresson afferma: “Vi è solo un punto nello spazio da cui una cosa chiede di essere mostrata”, e non “da cui un uomo vede una cosa”. Ciò meriterebbe almeno una parola sul rapporto tra la poetica di Bresson e la teorica di Pasolini (Empirismo eretico). Ma un frammento su commissione ha una sola possibile durata. Sarà per un’altra volta, a Dio piacendo.

 

(“close up”, novembre – gennaio 1999)

 


 

 

L’Articolo che consiglio di leggere (per i prossimi giorni, con calma: un settimanale dura sette giorni e in certi casi anche di piú, come i pomodori) è L'oroscopo di Rob Breznsny (Internazionale, 14 - 20 dicembre 2007), l'unico oroscopo che riesco a leggere senza arrabbiarmi.

Sentite l'incipit di 'Leone': "Il fulmine è caldissimo, veloce e potente. Può viaggiare a 150.000 chilometri all'ora, raggiungere una temperatura di 30.000 gradi e generare abbastanza energia da tenere accesa una lampadina per due mesi. Eppure ha un diametro che di solito non supera i tre centimetri."

(18 dicembre 2007)

 


 

 

Vado, vedo e sento “Sizwe Barzi est mort”, una messinsena di Peter Brook da un testo di autori sudafricani (Athol Fugard, con John Kani e Winston Ntshona), nel contesto di un quartiere periferico. Prima della rappresentazione, osservo gli spettatori. Molti giovani – abitanti del centro di Roma, e niente abitanti di Tor Bella Monaca. Il decentramento non riesce ancora a portare al teatro di periferia gli abitanti della periferia, ma già gli abitanti del centro in periferia: è già qualcosa (conoscere in anticipo l’inferno). Tanti, scroscianti, crepitanti, calorosi applausi, alla fine. Più di quanti e quali la rappresentazione meritasse. Mi domando perché e da dove questa dismisura, questa commozione. Il testo è poco più che mediocre, trattando prevedibilmente la questione della povertà proletaria nel Sudafrica. Meglio i due attori, Habib Dembelé e Pitcho Womba Konga, grillo parlante e danzante l’uno, buona spalla matta l’altro. Piccolo e grande, veloce e lento, una coppia ben assortita, ma insomma. La scenografia è disadorna senza essere essenziale, agile ma approssimativa. Le luci descrivono senza lampi di immaginazione. La regia… Ecco, è la regia che commuove e trascina. Naturalmente semplice e leggermente inventiva come una spremuta di limone col sale, fatta come sanno fare certi vecchi quando è finalmente finita l’ansia dell’affermazione a tutti i costi, della dimostrazione della bravura con tutti gli effetti, e sei morto (perché sei diventato un monumento o niente) e dopo morto, in questo anticipo di paradiso, mostri senza dimostrare. Quei giovani e quelle giovani non sapevano per ciò se stavano a teatro o ascoltavano in piazza, volevano piangere ed hanno applaudito.

 

(10 novembre 2006)

 


 

 

Cesare era dittatore e girava senza scorta. Perché – diceva - era meglio morire un giorno di morte che ogni giorno di paura. Bruto e Cassio erano repubblicani e pugnalarono Cesare perché - non dicevano - era meglio ucciderlo una volta che suicidarsi ogni volta d’invidia.

L'ironia della sorte e della morte fecero di loro ciò che erano: lui il classico perpetuo della guerra letterata (e massimo interprete della commedia nuova), loro i repubblicani a tempo determinato: condottieri dispotici in lotta per la sua successione (e minimi interpreti del diritto antico).

 

(26 aprile 2008)

 


 

 

“Benché non sia mia professione” – diceva di sé disegnatore di architettura quel civettuolo di Michelangelo Buonarroti. (Vedi l’equivoco titolo della attuale mostra di Vicenza) Meglio, amico mio. Meglio, dico io. Meglio essere e fare i dilettanti, cioè divertirsi senza mutria, sperimentare senza confini, pregare fuori del tempio. Abbasso le corporazioni, abbasso le accademie, abbasso le professioni. “Tutte le professioni sono cospirazioni contro i profani.” - George Bernard Show.

 

(20 settembre 2006)

 


 

 

È il 1456: il cinquantenne fra Filippo Lippi pittore, nominato Cappellano del Convento di Santa Margherita a Prato, vi scopre la ventunenne suora professa Lucrezia Buti. Folgorato dalla bellezza di lei, desidera averla come modella per il quadro 'Madonna che dà la Cintola a san Tommaso'.
Come diavolo abbia fatto fra Filippo a convincere la badessa del convento a lasciar posare una suora per il suo dipinto resta un mistero. A meno di osservarlo attentamente. La badessa è la minuta committente in ginocchio a sinistra, ed è presentata alla Vergine con un gesto ispirato e uno sguardo rapito da Lucrezia travestita.
Fra Filippo non si accontentò di un quadro, suor Lucrezia posò per lui molte altre volte, finché un giorno lui la rapì e la portò a vivere nella propria casa. Ebbero due figli, Filippino e Alessandra, e Filippo dipinse il suo capolavoro, ‘Madonna col Bambino e angeli’, nel quale i colori puri della tradizione sono abbandonati, e si costituisce un’unità atmosferica mai vista prima - e che sarà perseguita in seguito solo da Leonardo.
Quale morale bisogna trarre da questa vicenda non è chiaro. Forse che “tutto è bene ciò che finisce bene” o che “il male può produrre il bene” o ancora che dalle vicende umane si devono trarre, ‘al di là del bene e del male’, figli e quadri.

 

(8 giugno 2007)

 


 

 

Gesù è un ebreo che è andato oltre l'ebraismo.

Il cristianesimo è in crisi. Tra i pensieri dei cristiani e le loro azioni cresce la distanza, fino alla contraddizione. Questo vuol dire “crisi”: non l’ordinaria trasformazione di un modo di essere bensì una sua straordinaria contraddizione. “Tra il dire e il fare c’è sempre il mare”, d’accordo, ma se non si sa più nuotare, non si rischia di affogare? Gesù direbbe dei cristiani oggi, con la sua pungente semplicità: “non sanno quello che fanno”.

A proposito di Gesù ho letto la recensione del Gesù di Nazareth di Joseph Ratzinger che Riccardo Calimani, uno storico ebreo, ha pubblicato sulla rivista ‘Micromega’, 4/2007. Cercando di mostrare che “Gesù non era cristiano” (titolo dell’articolo) Calimani porta a dimostrazione il documento ‘Nostra aetate’ prodotto all’interno del Concilio Vaticano IIº, dove sta scritto: “Gesù è ebreo e lo è per sempre.”

Ora, ogni persona che legge i Vangeli (senza essere schiava di una ideologia preventiva) sente, comprende, capisce che Gesù è stato ebreo nel corso della sua fanciullezza ma non lo è stato “per sempre”. (Per la precisione lo è stato fino all’adolescenza, fino alla Discussione con i Dottori del Tempio.) Ma Calimani è uno storico ebreo che vuole spaccare il capello in quattro e intrecciarlo in una ideologia preventiva, ed ecco che la critica teorica e pratica dell’ebraismo sviluppata da Gesù come base della sua riforma intellettuale viene nascosta sotto la treccia dell’ebraismo preventivo.

“Gesù è un ebreo che è andato oltre l’ebraismo” – scrive giustamente Ratzinger nel libro in questione. Oltre. Ma verso dove? Verso il cristianesimo? No. Per dirla con gli autori di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Gesù non è così, lo disegnano così.

 

(31 0ttobre 2007)

 


 

 

Di cosa parliamo quando parliamo di arte greca classica?

Il Partenone - per esempio - costruito dal 447 a.C. (quando Socrate aveva 22 anni) al 432 a.C. (quando Pericle ne aveva 63), secondo i progetti di Callicrate e Ictino architetti – a più riprese, con la supervisione e la mano conclusiva di Fidia scultore.

Appunti (da Rhys Carpenter, Gli architetti del Partenone, Einaudi 1979):

1…Tutte le linee orizzontali del Partenone, dal gradino più basso al cornicione, sono state disegnate secondo una curva verso l’alto che parte da ciascuno dei quattro angoli della struttura e muove in direzione del punto medio di ciascuno dei lati: 12,7 centimetri su 72,30 metri – nei lati lunghi.

2…Le colonne di tutti e quattro i lati del tempio, invece di essere a piombo, sono inclinate verso l’interno: su un’altezza di 10, 4 metri l’inclinazione è di 7,6 centimetri.

3…La spaziatura delle colonne esterne varia sempre: fino a 4,3 centimetri.

4…I fusti delle colonne diventano più sottili mano a mano che salgono, ma la rastremazione non procede lungo una linea perfettamente retta bensì segue un inarcamento verso l’esterno che in nessun punto si discosta più di 1,7 centimetri dalla retta.

5…La parte esterna delle pareti delle stanze del santuario è inclinata verso l’interno, mentre la parte interna è perfettamente verticale, e le terminazioni dei suoi muri sono anch’esse inclinate, ma questa in fuori, verso le colonne del loro portico.

6…Le colonne sono leggermente più spesse ai quattro angoli del peristilio.

La ragione profonda di questo sistema di correzioni, variazioni, finezze, non è stata (ancora) persuasivamente individuata. Vitruvio (primo secolo a.C.) sostiene che tutte queste sono correzioni delle deformazioni ottiche. Carpenter (ventesimo secolo d.C.) sostiene che i costruttori del Partenone non miravano ad una struttura ideale (modellata sulla scienza matematica) bensì ad una forma policletea (ispirata all'arte di Policleto, scultore canonico e organico). Altri sostengono altro ancora.

Tutto questo intanto ci dice che, se il libro della natura è scritto nel linguaggio matematico, il libro della cultura è scritto nel linguaggio artistico. Quando parliamo di arte classica greca, di questo parliamo.

Roland Barthes: “Siamo scientifici per mancanza di sottigliezza.”

 

(9 febbraio 2008)

 


 

 

Nella ricorrenza delle ‘idi di marzo’, giorno in cui – 2104 anni fa – fu ucciso Gaio Giulio Cesare, consiglio di leggere la piú saporita e viva biografia di questo gigante della letteratura e della politica e della guerra: Eberhard Horst, Cesare, Fabbri Editori.

Mentre scrivo mi torna in mente per associazione ossimorica la peggiore biografia di Cesare: Luciano Canfora, Il dittatore democratico, Laterza – accademica e inerte.

Questo Canfora, che il maestro suo testimoniava capace di sporcare tutto quello che toccava, quest’uomo che non brilla di luce propria ma fibrilla per riflettore puntato, non essendo stato invitato alla due giorni di studio sul papiro/secondo libro della geografia di Artemidoro a Berlino, soffrendo per un cosí lungo lasso di tempo la mancanza dell’occhio di bue, ha spedito ad alcuni invitati e partecipanti al convegno internazionale in corso una email nella quale ripete e grida anche in tedesco le sue spettacolari insinuazioni.

Il regime fascista lottava a tutti i costi per ‘un posto al sole’, il sublime Canfora non puó farsi bastare di tanto in tanto un posto all’ombra?

 

(15 marzo 2008)

 


 

 

Tanti i fotografi, tanti i modi di fare foto. Il mio non è di andare in giro per fare foto, ma semplicemente camminare tenendo in tasca la digitale. Cammino, respiro, guardo. E quando certe cose, persone, situazioni, mi colpiscono e mi feriscono, restituisco la cortesia facendo una foto, per raccontare di loro e di me, per rendere testimonianza del coltello e della ferita.

Diceva Robert Capa (il fotografo del miliziano colpito a morte nel 1936) che se le foto non sono buone vuol dire che non si è abbastanza vicini. Concordo (ogni uomo è singolare, ma ci sono le affinità - non è vero?) e ci aggiungo questo: vuol dire che non si è abbastanza feriti.

 

(21 novembre 2007)

 


 

 

Nella casa di Orlando e Luisella, l’amica di Lenola, ho trovato un crocefisso allegro e commovente come la canzone Un uomo vivo di Vinicio Capossela. In questo crocefisso (che era della madre della madre di Luisella, nonna Nina) Gesù non è più crocefisso, non agonizza, non mostra la tristezza e il vanto del sacrificio – “Misericordia voglio, non sacrificio!” - le sue mani sono libere, liberi i piedi, il viso teso nel vento che la sua bocca respira, vola, è rinato prima di morire, è sorpreso, attonito e “non sa cosa fare”.

 

 


 

 

Roma. Il primo giorno, Laterza, 2007, di Andrea Carandini, l’archeologo che ha scoperto come è nata Roma. E subito, all’inizio, rivela il perché sia impossibile pensare il futuro senza ricordare il passato: “recenti studi hanno dimostrato che i circuiti della mente che permettono di veleggiare tra i ricordi sono gli stessi che dipingono gli scenari del domani.”

 

(21 novembre 2007)

 


 

 

Di cosa parliamo quando parliamo di arte greca classica?

Il Partenone - per esempio - costruito dal 447 a.C. (quando Socrate aveva 22 anni) al 432 a.C. (quando Pericle ne aveva 63), secondo i progetti di Callicrate e Ictino architetti – a più riprese, con la supervisione e la mano conclusiva di Fidia scultore.

Appunti (da Rhys Carpenter, Gli architetti del Partenone, Einaudi 1979):

1…Tutte le linee orizzontali del Partenone, dal gradino più basso al cornicione, sono state disegnate secondo una curva verso l’alto che parte da ciascuno dei quattro angoli della struttura e muove in direzione del punto medio di ciascuno dei lati: 12,7 centimetri su 72,30 metri – nei lati lunghi.

2…Le colonne di tutti e quattro i lati del tempio, invece di essere a piombo, sono inclinate verso l’interno: su un’altezza di 10, 4 metri l’inclinazione è di 7,6 centimetri.

3…La spaziatura delle colonne esterne varia sempre: fino a 4,3 centimetri.

4…I fusti delle colonne diventano più sottili mano a mano che salgono, ma la rastremazione non procede lungo una linea perfettamente retta bensì segue un inarcamento verso l’esterno che in nessun punto si discosta più di 1,7 centimetri dalla retta.

5…La parte esterna delle pareti delle stanze del santuario è inclinata verso l’interno, mentre la parte interna è perfettamente verticale, e le terminazioni dei suoi muri sono anch’esse inclinate, ma questa in fuori, verso le colonne del loro portico.

6…Le colonne sono leggermente più spesse ai quattro angoli del peristilio.

La ragione profonda di questo sistema di correzioni, variazioni, finezze, non è stata (ancora) persuasivamente individuata. Vitruvio (primo secolo a.C.) sostiene che tutte queste sono correzioni delle deformazioni ottiche. Carpenter (ventesimo secolo d.C.) sostiene che i costruttori del Partenone non miravano ad una struttura ideale (modellata sulla scienza matematica) bensì ad una forma policletea (ispirata all'arte di Policleto, scultore canonico e organico). Altri sostengono altro ancora.

Tutto questo intanto ci dice che, se il libro della natura è scritto nel linguaggio matematico, il libro della cultura è scritto nel linguaggio artistico. Quando parliamo di arte classica greca, di questo parliamo.

Roland Barthes: “Siamo scientifici per mancanza di sottigliezza.”

 

(9 febbraio 2008)

 


 

 

“Voglia di morte” e “Rimandiamoli a scuola”, una tremenda idea e una modesta proposta mi vengono in mente leggendo questo libro-documentario di Pino Casamassima: Il libro nero delle Brigate Rosse, Newton Compton 2007.

“Voglia di morte”: questi uomini e queste donne delle Brigate Rosse sono stati e sono evidentemente divorati non da “un desiderio feroce di cambiare il mondo” – come scrive l’autore del librone bianco e nero, bensì da una “triste voglia di morte”, morte data agli altri - morte cercata per se stessi, “correndo a fari spenti nella notte”.

“Rimandiamoli a scuola”: questi e queste che hanno scritto il documento-manifesto ritrovato il 12 febbraio di quest’anno nel corso del loro arresto, non bisogna restringerli in prigione, no, bisogna rimandarli a scuola. Sì. Esaminate il suo contenuto e osservate la sua forma, e vi renderete atrocemente conto che non sanno ancora leggere (il mondo) e scrivere (un testo).

12 marzo 2007

 


 

 

C’era una volta “il socialismo in un paese solo”. Ricordate? Poi il socialismo è esploso allargandosi a mezzo mondo, infine è imploso restringendosi… Fino a che punto, direte voi?

 

Leggendo il libro di Aldo Garzia: Cuba, dove vai?, un panpepato pieno di bontà (buona memoria), ricco (di informazioni), onesto (domande pesanti), leggero (ammirate il montaggio) ciascun “fraterno ipocrita lettore” potrà farsi un’idea con la propria autonoma capoccetta.

 

Noi che siamo “sarcasticamente appassionati” – Antonio Gramsci prigioniero del carcere fascista docet – un’idea ce la siamo fatta sul socialismo prossimo venturo, riflettendo su Fidel Castro, in principio dai suoi compagni di rivoluzione chiamato affettuosamente “il cavallo” e oggi timorosamente “il Capo” (“quando parlano di lui (…) si guardano intorno con fare circospetto” – p. 141).

 

Sopravvissuto a 637 tentativi di assassinio, provvisto di una elefantiaca memoria (“Fa colazione con non meno di 200 pagine di notizie” - Garcìa Marquez), Fidel che ha detto sì nel 1968 all’invasione di Praga e no alla perestrojka nel 1988, il recordman mondiale del più lungo discorso politico (7 ore e 15 minuti nel febbraio 1998), che nel 2003 ha mandato in carcere 75 dissidenti e a morte 3 dirottatori, l’ottantenne guarito in meno di due mesi nel 2004 di una frattura al ginocchio, “più entusiasta e rivoluzionario che mai”, sta ormai esibendo icasticamente il socialismo in un uomo solo.

 

(Alias, 5 novembre 2005)

 


 

 

Pier Paolo Pasolini, a un passo dalla fine della sua vita mortale, ha lasciato a futura memoria questa massima anti-populista: “Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà.” E questo libro di Alessandro Cavallaro: Operazione ‘armi ai partigiani’. I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia (Rubbettino 2009) ne offre, facendo un po’ di storia, una straziante illustrazione. Grazie. Ne abbiamo bisogno come il pane di libri come questi, oggi, in una Italia irretita dalla demagogia a tutti i costi, dal ridere-ridere-ridere, dal populismo, appunto.

Vi si racconta la breve vicenda della Repubblica Rossa di Caulonia (paese della costa ionica della Calabria) e la lunga vita del suo protagonista, Pasquale Cavallaro (padre di Alessandro). Vengo al suo punto cruciale, per trarne una magistrale lezione storica (“historia magistra vitae” – ha scritto Cicerone). I primi giorni di marzo del 1945 una manifestazione politica stava per trasformarsi in insurrezione popolare. Pasquale Cavallaro, del comune di Caulonia eletto sindaco “a furor di popolo”, “s’accorse che la maggior parte dei manifestanti erano armati con i fucili mitragliatori che tra il 1942 e il 1943 gli angloamericani avevano sbarcato tra Roccella e Caulonia e consegnato a lui personalmente, perché li facesse pervenire ai partigiani.” Egli dapprima contrastò l’iniziativa domandata a gran voce dalla folla armata, ma poi cedette, mettendosene a capo. Così, quell’uomo ribelle forte e colto che fino a quel momento aveva seguito pazientemente, accortamente, realisticamente la via politica, avviando riforme (ristrutturazione democratica degli uffici e delle attività comunali, redistribuzione delle terre demaniali), intraprese impulsivamente la via militare. Nacquero così il Consiglio della Rivoluzione, il Consiglio del Popolo, il Tribunale del Popolo, il Campo di Concentramento, e si avviò una esperienza comunarda rivelatasi rapidamente “nemica della realtà”. Durò infatti meno di una settimana. Morirono un bracciante e un parroco, i rivoltosi furono isolati, disarmati, accusati davanti al tribunale di Locri di costituzione di bande armate, estorsione, violenza a privati, usurpazione di pubblico impiego e omicidio.

A me pare che in questo caso si sia ripetuta (historia magistra vitae?) la vicenda di Spartaco, lo schiavo ribelle forte e colto, e dei suoi compagni di rivolta. Infatti Spartaco, negli anni intorno al 70 a. C., liberati una moltitudine di schiavi, sconfisse ripetutamente l’esercito romano, e risalì l’Italia fino alle Alpi, con il disegno di superarle, riportando quegli uomini ormai liberi – traci, celti, germani, galli - alle loro terre d’origine. Ma la folla degli schiavi pretese di restare in Italia e saccheggiarla. Spartaco oscillò, e infine cedette, avendo così “torto in tanti”.

“Meglio aver torto in tanti che ragione da soli”, ha scritto Rosa Luxemburg. No, grazie. Preferisco Pasolini. Preferisco sempre la ragione. Preferisco sempre la realtà. Preferisco sempre la verità. “La verità è sempre rivoluzionaria.” La ragione, la realtà, la verità, sono sempre rivoluzionarie, non la rivoluzione.

 

(Alias, 3 maggio 2009)

 


 

 

Cesare era dittatore e girava senza scorta. Perché – diceva - era meglio morire un giorno di morte che ogni giorno di paura. Bruto e Cassio erano repubblicani e pugnalarono Cesare perché - non dicevano - era meglio ucciderlo una volta che suicidarsi ogni volta d’invidia.

L'ironia della sorte e della morte fecero di loro ciò che erano: lui il classico perpetuo della guerra letterata (e massimo interprete della commedia nuova), loro i repubblicani a tempo determinato: condottieri dispotici in lotta per la sua successione (e minimi interpreti del diritto antico).

 

(26 aprile 2008)

 


 

 

Qualche giorno fa ho visto e fatto una foto (quella pubblicata ieri), e senza più pensarci l’ho mandata ad un amico. Il processo del pensiero si era formato fino a farla, non è andato oltre – ci ha pensato lui, l'amico, a compierlo, mostrandomi con le parole cosa avevo visto e fatto.

Il giorno dopo, aspettando un altro amico alla Feltrinelli Argentina di Roma, ho aperto il libro di Rita Levi-Montalcini (e Tripodi Giuseppina) ‘La clessidra della vita’, e ne ho letto un capitolo, trascrivendo una constatazione di Einstein: (Max Wertheimer nel 1916 intervistò Albert Einstein per indagare sul processo che portò alla scoperta della teoria della relatività. In questa occasione Einstein affermò:) “Io penso assai di rado con parole, prima ho un pensiero, e solo in seguito posso cercare di esprimerlo con parole. Naturalmente è molto difficile esprimere a parole questa sensazione, ma decisamente le cose stanno così. L’impressione di procedere in un determinato senso in me è sempre sotto forma di una specie di sguardo generale in un certo senso in modo visivo.”

Qualche anno fa ho letto (in un libro grande e grosso), e ritenuto mentalmente, questa frase di Paul Cézanne: “Penso con gli occhi.”

 

(25 febbraio 2009)

 


 

 

Dick Cheney – ex vicepresidente degli Stati Uniti - ha ammesso ieri che sì, sapeva delle torture da infliggere ai detenuti di Al Qaeda dopo l’11 settembre 2001, e le aveva approvate, e pensa di aver fatto la cosa giusta, perché così facendo ha salvato la nazione statunitense da nuovi attacchi terroristici – il fine giustifica i mezzi. Cheney si è vantato insomma d’essere un uomo politico machiavellico: non ha forse detto Machiavelli che “il fine giustifica i mezzi”?

No. Machiavelli non ha detto questo. Non lo ha pensato. Non lo ha scritto. La frase gli è stata attribuita dai suoi avversari – i gesuiti primi fra tutti. Machiavelli ha scritto, ne ‘Il Principe’: “E’ necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità.” Ebbene, l’inciso “volendosi mantenere” non è giustificativo: il fine non giustifica i mezzi, perché l’essere non buoni non ricava mai, nemmeno dal successo politico, una giustificazione morale (leggi per esteso R. Buscagli, ‘Niccolò Machiavelli’, La Nuova Italia 1975).

Machiavelli dunque dice (pensa e scrive) che la politica propria del mondo moderno non nasce dalla morale e non è giustificata dalla morale, è una politica a-morale. Per concepire e praticare una politica morale bisogna concepire e praticare la ‘scienza della storia e della politica’ e ‘l’economia di solidarietà’ – vedi le rubriche Gramsci e economia di solidarietà del sito-rivista.

 

(24 aprile 2009)

 


 

 

Conosciamo diversi ritratti di Cleopatra, la lussuriosa di Dante Alighieri, l’amante di William Shakespeare, la puttana di Bertolt Brecht, la statua di Pigmalione Archibios, e un solo autoritratto, la donna che offre il seno al veleno prima d’invecchiare.

 

(25 gennaio 2007)

 


 

 

Un giorno scriverò un post che mostrerà come i vincitori della battaglia di Maratona siano stati due, Milziade con le sue strategie e Clistene con le sue riforme; e poi ancora un altro che racconterà come l’Impero Romano sia caduto per il peso interno e l’assalto esterno, dei Romani che aspettavano i barbari e dei Goti spinti dagli Unni.

 

(23 gennaio 2009)

 


 

 

Ho visto in DVD Confessioni di una mente pericolosa, un film uscito nelle sale cinematografiche nel 2002. E mi è parso che dentro il ritratto del protagonista (Charles Hirsch Barris, una “mente pericolosa” che vive facendo l’autore televisivo e il killer della CIA) sia dissimulato l’autoritratto del regista (George Cloney, una “mente pericolosa” che vive facendo il progressista in politica e il manierista in cinema).

 

(12 settembre 2006)

 


 

 

“Camminavamo senza cercarci pur sapendo che camminavamo per incontrarci.” Julio Cortázar, Il gioco del mondo (Rayuela).

Svela il segreto del passeggiare (un camminare mascherato)

 

(29 gennaio 2008)

 

 


 

 

Teatranti deliranti

 

 


 

 

Premessa
Questa è una ‘descrizione di descrizione’ di genere particolare: un regista descrive il film di un altro regista, di un altro descrittore.

Domanda
Cosa vede-e-sente un regista quando vede-e-sente un film di un altro regista?

Risposta
a…La scelta e la direzione degli attori e dei collaboratori in generale (direttore della fotografia, macchinista, musicista, trovarobe, montatore…);
b…la trascrizione della sceneggiatura, quella ‘struttura che vuol essere un’altra struttura’, quella cosa fatta di parole in un’altra cosa fatta di parole-immagini-suoni;
c…il modo in cui coordina la narrazione – la concatenazione trascinante – con la struttura – lo scheletro antisismico;
d…il modo in cui subordina all’essenziale l’inessenziale – vagando senza divagare, e il produttore allo spettatore - e specialmente allo spettatore stante ma non benestante, lontano ma attento: quello che ‘sta in loggione’.

Divagazione essenziale
Quando Delia Scala cominciò a lavorare in teatro come attrice ebbe la fortuna di farlo collaborando con Carlo Dapporto regista il quale, alla sua domanda su quale fosse la cosa più importante da tenere sempre in mente, rispose: “Tieni sempre in mente quelli che stanno in loggione”.

Svolgimento
Il film del quale vi parlo ora è 'Anche libero va bene', il regista è Kim Rossi Stuart - sì, l’attore quasi sempre eccellente de 'Le chiavi di casa' e 'I giardini dell’Eden' e 'Piano, solo'. (Scrivo "quasi sempre" per il fatto che l’attore è un collaboratore aleatorio: guardate Jennifer Jones diretta – male – da Vidor in ‘Ruby, fiore selvaggio’ e – bene – da Lubitsch in ‘Fra le tue braccia’). Dunque, come regista Kim – in questo suo primo film - è eccellente.

Finale
Vedetelo-e -sentitelo: fino alla fine: fino a quando il padre, che comincia finalmente ad ascoltare il figlio, non insiste più sul nuoto sportivo che ha scelto per lui, e gli dice che può giocare a calcio – il gioco che il figlio preferisce. E poi gli domanda in che ruolo desideri farlo. Il figlio: “Ala.” “Ala? – risponde impulsivamente il padre – Libero! Libero è un bel ruolo.” E il figlio, che continua a fare da padre al padre, risponde: “Anche libero va bene.” Il titolo del film. Che bel titolo! Che buon film!

 

(22 ottobre 2007)

 


 

 

Richard Dawkins ha scritto un librone contro L’illusione di Dio (Mondadori 2007), ed essendo scienziato di professione e titolare della prima cattedra di Public Understanding of Sciente all’Università di Oxford (e soprattutto molto stimato da Nefeli - la quale mi ha segnalato Il gene egoista come ottimo libro] mi aspettavo molto da lui.

Invece, ecco tra le mie mani e sotto i miei occhi un pasticcio (indigesto, consolante) di vero e falso. Succede nelle migliori famiglie: è accaduto al logico grafomane Piergiorgio Odifreddi , allo storico a mezzo servizio Mauro Pesce, accade al tuttologo di bocca buona – si vede che il benedetto passaggio ‘dal mondo del pressappoco all’universo della precisione’ è ancora maledettamente in corso.

Una sola prova di quanto affermo, per non farla lunga. Nella sezione III – Argomenti a favore dell’esistenza di Dio, capitolo 5 – L’argomento delle Scritture, Dawkins scrive: “Il romanzo di Dan Brown Il codice da Vinci […] è un’opera di pura e totale fantasia e, sotto questo aspetto, è identico ai Vangeli.” Vero e falso. Il-codice-da-Vinci-pura-fantasia è vero, ma i-Vangeli-totale-fantasia è falso - sono invece un pasticcio (delizioso, inquietante) di fantasia e immaginazione, letteratura e storia, filosofia e mitologia, leggende e filologia, cronaca e ideologia, ricordo e progetto. Roba forte per palati fini.

 

(3 ottobre 2007)

 


 

 

Non conosco una buona giustificazione teologica, filosofica, etica, della sofferenza degli esseri viventi sul pianeta Terra. Ma non dispero. Perciò ho ringraziato di testa e di cuore don Mario De Santis parroco di Monterocchetta e di San Marco ai Monti e Rettore della Basilica di san Bartolomeo Apostolo di Benevento - un uomo illuminato da un misericordioso sorriso e coronato da una nuvola di zucchero filato/capelli bianchi - mentre mi regalava qualche giorno fa il libro che aveva appena finito di leggere: Paolo De Benedetti, Teologia degli animali, Morcelliana 2007. (Paolo De Benedetti è docente di Giudaismo e Antico Testamento nelle università di Milano, Urbino e Trento.)

Ed ho cominciato a leccarmi i baffi ben presto leggendolo a mia volta: a metà della sua seconda pagina l’autore (colloquiando con Gabriella Caramore – curatrice del libro) dichiara di aver passato la vita “anche e soprattutto a meditare su quell’enorme problema, che non esiterei a definire come il più grande che la teologia ha da affrontare, che è la sofferenza degli animali”. Il problema della sofferenza degli animali umani – per restare nei dintorni della cultura madre e padre di De Benedetti – il giudaismo ed il cristianesimo hanno creduto di risolverlo con l’ideazione del peccato originale di Eva e Adamo. Ma gli animali non umani, in tutta la Bibbia, risultano innocenti – e allora?

Allora niente. Giunto alla fine del libro – sempre senza mai disperare, nonostante che “l’enorme problema” fosse continuamente evocato e mai risolto – ho dovuto ammettere che la montagna delle buone intenzioni aveva ancora una volta partorito il topolino delle imperscrutabili punizioni, ed ero rimasto a bocca asciutta. Insomma, questo nuovo, documentato, appassionato e appassionante allargamento della teologia e della cultura giudaica e cristiana, non è riuscito – per ammissione del suo stesso autore – a giustificare, cioè a rendere giusta, la sofferenza degli animali non umani. Gli animali soffrono, e muoiono, e gli ebrei ed i cristiani non sanno capire e spiegare perché.

Tuttavia il libro vale la gioia di essere letto, pieno com’è di acute riflessioni, toccanti testimonianze, sacrosante retrocessioni dell’essere umano da Signore della Terra a creatura fra le creature – e di poetiche lamentazioni in forma di amorevoli e amabili racconti – come questo Qinà, che in ebraico significa appunto ‘lamentazione’ (e che sintetizzo per ovvie ragioni di spazio): “È morta la buonissima gatta. (...) È andata a morire in luogo occulto, la gatta che non usciva e amava la solitudine dei vecchi, il silenzio e le zucche cotte. (...) Una fetta della mia vita sento ch’è passata ora che la gatta non c’è più a tenere insieme gli anni come il filo di una collana. (...) Ogni uomo in qualche cosa ha peccato e si è reso meno grato; ma un animale non può mai essere indegno dei nostri sentimenti. Spero che nei sogni mi verrà ancora sulle ginocchia, perché i sogni sono oltre l’Acheronte (...) Verrà certo, perché tra gli animali non si troverà bene, lei così poco animale: sognerò un cuscino, perché vi si possa accomodare e una foglia di rabarbaro per l’ombra.”

 

(6 giugno 2009)

 


 

 

Cosa vuol dire “modernizzazione” in teatro oggi? Consideriamo l’azione degli attori. Il mese scorso ho visto e ascoltato al Globe Theatre di Roma Riccardo III di Shakespeare e ieri sera al Teatro India di Roma Edipo a Colono di Sofocle: da una parte e dall’altra gli attori, impugnando torce elettriche, importunando gli spettatori, gridavano attoniti. Niente azione nell’emozione, niente emozione nell’azione. Eccetto Riccardo (Andrea Di Casa) e Polinice (Roberto De Francesco), i quali recitavano: ispirati forse da Shakespeare e Sofocle attori.

 

(17 settembre 2006)

 


 

 

Bruno Nottin, un esperto francese crede di aver svelato “il mistero” del sorriso della Gioconda avendo rivelato (ai raggi X) il corpetto di garza indossato dalla modella di Leonardo (indumento a quel tempo usuale per le partorienti). Beata ingenuità dei positivisti! Non importa loro che il sorriso di Leonardo (riflesso nella Gioconda), il sorriso di Machiavelli (rifratto nel Principe), il sorriso di Ariosto (riverberato nell’Orlando Furioso), siano sorrisi di liberazione dal mondo di mezzo, dal mondo dei terrori teologici, di liberazione dal mondo moderno, dal mondo dei terrori tecnologici. Hanno ben altro da fare, i nipotini di Henri de Saint-Simon, che domandarsi cos’è un ritratto e chi è il soggetto del ritratto, cosa è un ritrattista e cosa ritrae ritraendo.

 

(28 settembre 2006)

 


 

 

Cosa vuol dire “modernizzazione” in teatro oggi? Consideriamo l’azione degli attori. Il mese scorso ho visto e ascoltato al Globe Theatre di Roma “Riccardo III” di Shakespeare e ieri sera al Teatro India di Roma “Èdipo a Colono” di Sofocle: da una parte e dall’altra gli attori, impugnando torce elettriche, importunando gli spettatori, gridavano attoniti. Niente azione nell’emozione, niente emozione nell’azione. Eccetto Riccardo (Andrea Di Casa) e Polinice (Roberto de Francesco), i quali recitavano: ispirati forse da Shakespeare e Sofocle attori.

 

(17 settembre 2006)

 

 


 

 

 

Teatranti deliranti

 

 

 


 

 

Roma, via Merulana, 26 dicembre 2008.

Sto in fila. Dentro una farmacia. Dietro Di Pietro. Sì, Antonio Di Pietro fondatore del movimento-partito ‘Italia dei Valori’. Il quale sta dietro un uomo di mezza età, al quale scivola di mano la ricetta, Di Pietro si china, la raccoglie, la porge, “Grazie”, “Prego.” Arrivato il suo turno, Di Pietro domanda due farmaci. Il farmacista, un uomo, suo e mio coetaneo, va agli scaffali, preleva i farmaci, li impacchetta, si sporge verso Di Pietro, glieli mette fra le sue mani coprendoli con le proprie mani, facendogli segno sorridendo amabilmente che non c’è bisogno di pagare. Di Pietro rifiuta cortesemente, paga, esce. Resta, in campo medio davanti a me, il farmacista. Di lui vi volevo parlare.

 


 

 

La condizione di disoccupato, senza mezzi e in cerca di lavoro, non impedisce a nessuno di noi di fare qualcosa di socialmente utile e storicamente necessario – se il fine che ci assilla è piccolo e plebeo e insieme grande e nobile, per esempio “salvare la povera Italia”.

A questo pensavo ieri leggendo l’asciutta e sapida Storia della letteratura italiana di Ugo Dotti (Carucci, 2007), giunto al capitolo dedicato a Niccolò Machiavelli.

Il quale Niccolò, caduta la Repubblica Fiorentina, tornati a Firenze i Medici, perde l’impiego di Segretario della Seconda Cancelleria, è imprigionato, leggermente torturato, confinato, e, dal confino, imperterrito, in sei mesi, dal luglio al dicembre 1513, scrive il Principe. Per cercare di guadagnarsi il pane, certo, per richiamare l’attenzione su di sé, certo, ma nello stesso tempo per “salvare la “povera Italia”.

Per trovare rimedio alla povertà e alla debolezza italiana, alla sua crisi storica, dovuta alla “tristizia dei principi italiani, non alla natura trista degli italiani”, Niccolò fonda la scienza politica e lo Stato moderno, il cui compito storico doveva essere, ed è stato (fino a quando non è entrato in crisi a sua volta) “sottrarre all’uomo l’occasione di fare il male in virtù delle leggi garantite dalla forza” (Dotti, pagina 163)

Oggi, autunno 2007, che la vita politica e statale italiana è piena di baruffe mediatiche, strepiti giudiziari, cipigli politici - insomma, per dirla col Machiavelli critico delle milizie mercenarie, di “battaglie senza morti” - leggere Machiavelli per fare come Machiavelli è ‘fare la cosa giusta’.

Tu, disoccupato, senza mezzi e in cerca di lavoro, cosa stai facendo?

 

(6 novembre 2007)

 


 

 

Claude Lévi-Strauss, etnologo amante esperto di cinema, coglie (vedi l’intervista pubblicata l’altro ieri dai “Cahiers du Cinéma” e ieri da “la Repubblica”) nella rappresentazione degli Uccelli di Alfred Hitchcock “…un errore molto grave: gli uccelli, che rappresentano la natura, vengono rappresentati unicamente sotto l’angolazione visiva, cioè, tra tutti i sensi, quello più intellettuale, più socializzato, quello che sta già sul versante della cultura. Fare un film basato sui rapporti tra uccelli e uomini nel quale non ci siano sterco e puzza è un errore che compromette l’impresa. Avremmo dovuto vedere la gente invischiata nella sporcizia...” A me pare questa una buona critica, e questo un buon genere di critica, non perché stabilisce una norma assoluta – non credo nella critica normativa, bensì nella descrizione critica - ma perché domanda una relazione intrinseca tra le cose e la loro rappresentazione.

Su questo terreno, mi vorrei spingere oltre, domandandomi perché mai oggi la stragrande maggioranza dei confronti parlati tra due personaggi è rappresentata dal cinema e dalla televisione con una serie di “campi / controcampi”. Per me ritengo, invece, che un dialogo o una discussione o una conversazione o una chiacchierata o un diverbio (e via distinguendo) debbano essere rappresentati in maniera icasticamente diversa tra di loro. Porto ad esempio, e come esempio, Carl Theodor Dreyer, il quale rappresentava i dialoghi con il “piano fluido” – inquadratura del personaggio A > panoramica > inquadratura del personaggio B > panoramica… Ecco un modo intrinseco di mettere in relazione le cose e la loro rappresentazione. Certo, di modi ce ne sono, e ce ne possono essere, altri – infiniti quanto gli autori – ma tutti e sempre, in nome dell’arte, per fare arte, intrinseci.

 

(22 settembre)

 


 

 

Leggo la Storia della bellezza di Umberto Eco e mi vengono in mente altri pensieri: “Suono e visione, le due forme percettive privilegiate dalla percezione greca (probabilmente perché, diversamente dall’odore e dal sapore, sono riconducibili a misure e ordini numerici). La bellezza greca viene espressa dai sensi che lasciano mantenere la distanza tra l’oggetto e l’osservatore: vista e udito piuttosto che tatto, gusto, olfatto. Al contrario, una scultura giapponese si tocca, con un mandala tibetano di sabbia si interagisce.”

A me i pensieri vengono all’aperto, specialmente camminando lungo una strada leggermente in salita, o leggendo, camminando lungo una strada leggermente biforcuta, non parto mai dal vuoto bensì dal pieno, della natura, della cultura.

E penso che il blog è basato su suono e visione, come tutta l’arte greca, il blog è greco insomma, il blog mantiene le distanze di sicurezza - certo ci sono i rapporti conviviali possibili, e non sono da escludere per partito preso, ma i primi non sono mezzi al fine dei secondi, il blog non è un mezzo, penso.

 

(27 ottobre 2007)

 


 

 

Qualche giorno fa ho visto e fatto una foto (quella pubblicata ieri), e senza più pensarci l’ho mandata ad un amico. Il processo del pensiero si era formato fino a farla, non è andato oltre – ci ha pensato lui, l'amico, a compierlo, mostrandomi con le parole cosa avevo visto e fatto.

Il giorno dopo, aspettando un altro amico alla Feltrinelli Argentina di Roma, ho aperto il libro di Rita Levi-Montalcini (e Tripodi Giuseppina) ‘La clessidra della vita’, e ne ho letto un capitolo, trascrivendo una constatazione di Einstein: (Max Wertheimer nel 1916 intervistò Albert Einstein per indagare sul processo che portò alla scoperta della teoria della relatività. In questa occasione Einstein affermò:) “Io penso assai di rado con parole, prima ho un pensiero, e solo in seguito posso cercare di esprimerlo con parole. Naturalmente è molto difficile esprimere a parole questa sensazione, ma decisamente le cose stanno così. L’impressione di procedere in un determinato senso in me è sempre sotto forma di una specie di sguardo generale in un certo senso in modo visivo.”

Qualche anno fa ho letto (in un libro grande e grosso), e ritenuto mentalmente, questa frase di Paul Cézanne: “Penso con gli occhi.”

 

(25 febbraio 2009)

 


 

 

“Io sono un buono a nulla, ciò posso anche confessarlo; ma sono appunto un buono a nulla, capace del nulla; capace di affrontare e guardare sopportare il nulla." (Andrea Emo)

 


 

 

Ma perché il cinema di poesia (come lo chiamava Pasolini), il cinema che dice (come Coriolano in Shakespeare) “Parlo io” è così importante? Il cinema di prosa sta al cinema soggettivo come Erodoto sta a Sofocle. Lo storico di Alicarnasso, narrando la fine di Creso e dicendo che la vita di un uomo non è giudicabile prima che sia conclusa mostra che l’esistenza umana ha un senso che non può essere vissuto dal soggetto. Il tragico di Atene, drammatizzando la scoperta della verità da parte di Edipo, dimostra che il senso dell’esistenza umana può venire colto dal soggetto nell’autocoscienza.

 

(17 ottobre 2006)

 


 

 

Andrea studente di psicologia (molto amico mio e molto studente) mi racconta della commovente coppia universitaria Aglioti – Leone. Lui (che insegna ‘Neuropsicologia del linguaggio’ nella Facoltà di Psicologia a Roma) ha eletto come assistente questa svagata signora (quasi uscita di testa a seguito di un grande dolore) e la tratta come “colei che comanda al comandante”. Pasquale maestro non si sa bene di che cosa (anche lui molto amico mio e molto studente) mi racconta di seguito - per associazione ossimorica - della raggelante coppia accademica Amintore Fanfani – Signorina Caroselli. Quest’altro Lui (che oltre a fare il capintesta democristiano insegnava ‘Storia economica’ nella Facoltà di Economia a Roma) aveva cooptato come assistente quella svagata signorina (quasi uscita di testa per un grande desiderio) e la trattava come una schiava.

 

(5 ottobre 2006)

 


 

 

Figlio di un maniscalco, autodidatta, scoprì il benzolo, liquefece il cloro (primo esempio di liquefazione di un gas), mise in evidenza gli effetti meccanici dei magneti sui conduttori, scoprì il fenomeno dell’induzione elettromagnetica, dimostrò che le correnti elettriche indotte potevano essere prodotte da magneti in movimento e da correnti elettriche variabili, postulò l’esistenza delle linee di forza di un campo magnetico e riuscì a visualizzarle, dando inizio alla teoria dei campi e alla teoria elettromagnetica, estese il concetto di forza alla gravitazione, intuì la moderna concezione della luce come perturbazione in un campo, scopri l’Effetto, la Costante, le Leggi che portano il suo nome, rifiutò di essere accolto nell’aristocrazia, declinò - due volte - la nomina a Presidente della Royal Society e morì soddisfatto di essere rimasto plain Michael Faraday to the last, un uomo semplice fino all’ultimo.

 

(20 gennaio 2007)

 


 

 

Di una sola cosa hanno parlato scrivendosi per trent’anni Georges Simenon e Federico Fellini: la figura del creatore, della quale si stimavano reciprocamente manifestazione esemplare. “Per quanto riguarda la mia modesta persona, a chi mi chiedesse che cos’è un creatore risponderei senza esitazione: ‘Guardate Fellini’. Perché sei tu il prototipo dei creatori.”(Simenon) “Sei tu l’esempio più luminoso” del creatore: “un medium abitato da visioni.” (Fellini)

Il romanziere di Liegi e il regista di Rimini disegnano carteggiando (Carissimo Simenon Mon cher Fellini, Adelphi 1998) una ellittica mitografia del creatore. I soli di questo sistema solare, i fuochi di questa ellisse? La coppia reale Fellini-Simenon (“E’ miracoloso scoprire di avere un fratello.” Simenon “Un fratello più grande, più intelligente, più buono, generoso, umile e coraggioso...” Fellini) e il tipo ideale elaborato da Jung (“Uno dei grandi spiriti dell’umanità.” Fellini “Ho letto tutta la sua opera. Credo di sapere perchè mi leggeva. Al di sopra dell’intelligenza Jung poneva l’istinto e l’inconscio, soprattutto l’inconscio creatore.” Simenon)

Diversamente dall’artista e dall’autore, il creatore è libero dai lacci del soggettivismo e indifferente alle tentazioni dell’onore individuale. “Pagherei non so cosa per riuscire a convincere i miei produttori di lasciarmi fare dei films senza firmarli. Sarebbero infinitamente meglio!” (Fellini) “Il mio sogno era di avere una stanzetta in una via piena di negozi, e di scrivere per guadagnarmi il pane, niente di più.” (Simenon) Dominato dall’istinto e dall’inconscio, il creatore non è assimilabile all’artefice consapevole armato di strumenti e ornato di pensieri, bensì alla primitivissima spugna: “Come spugne, assorbiamo la vita senza saperlo e la restituiamo poi trasformata, ignari del processo alchemico che si è svolto dentro di noi.” (Simenon); o all’inerme e ignaro dormiente: “Un sonnambulo che si muove nel buio luccicante e minaccioso di una miniera profondissima.” (Fellini)

Leonardo definisce l’uomo “ transito di cibo”? Simenon e Fellini definiscono il creatore transito d’inconscio. “In due diverse forme d’arte noi perseguiamo lo stesso fine in un modo che si potrebbe definire anti-intellettuale. Sono sempre stato convinto che la creazione sia inconscia.” (Simenon) “Io e il film evitiamo di incontrarci. Ma intanto nei teatri di posa le costruzioni vengono su giorno dopo giorno, i collaboratori si danno da fare con il solito fervore, mentre io ho la costante sensazione di stare ad occuparmi di qualcosa con il distacco e la pace irresponsabile di chi lo fa per conto di un altro.” (Fellini)

Il creatore vive al servizio della creazione. “Creare è la sua vita. Il suo destino: Stavo quasi per dire che è suo dovere.” (Simenon) “Quando lavora, si sente d’improvviso sollevato da tutte le responsabilità della vita collettiva. Tutti lo rispettano. Non è più obbligato a dare amicizia, a dare amore, a dare soldi allo Stato, e nemmeno a farsi tagliare i capelli o comprarsi un paio di scarpe.” (Fellini) Il “vero creatore” poi, propriamente non lavora, capolavora. La vera creazione svela l’inutilità della critica. ‘La città delle donne’? “Mai la sua opera ha avuto tanta profondità e potenza.” ‘Ginger e Fred’? “Spettacolo smagliante.”- certifica Simenon mentre, “sempre più esatto, lucido, essenziale, vero” crea a sua volta “interminabilmente capolavori uno dopo l’altro.” (Fellini)

 

(close up, febbraio/aprile 1999)

 


 

 

Di cosa parliamo quando parliamo di arte greca classica?

Il Partenone - per esempio - costruito dal 447 a.C. (quando Socrate aveva 22 anni) al 432 a.C. (quando Pericle ne aveva 63), secondo i progetti di Callicrate e Ictino architetti – a più riprese, con la supervisione e la mano conclusiva di Fidia scultore.

Appunti (da Rhys Carpenter, Gli architetti del Partenone, Einaudi 1979):

1…Tutte le linee orizzontali del Partenone, dal gradino più basso al cornicione, sono state disegnate secondo una curva verso l’alto che parte da ciascuno dei quattro angoli della struttura e muove in direzione del punto medio di ciascuno dei lati: 12,7 centimetri su 72,30 metri – nei lati lunghi.

2…Le colonne di tutti e quattro i lati del tempio, invece di essere a piombo, sono inclinate verso l’interno: su un’altezza di 10, 4 metri l’inclinazione è di 7,6 centimetri.

3…La spaziatura delle colonne esterne varia sempre: fino a 4,3 centimetri.

4…I fusti delle colonne diventano più sottili mano a mano che salgono, ma la rastremazione non procede lungo una linea perfettamente retta bensì segue un inarcamento verso l’esterno che in nessun punto si discosta più di 1,7 centimetri dalla retta.

5…La parte esterna delle pareti delle stanze del santuario è inclinata verso l’interno, mentre la parte interna è perfettamente verticale, e le terminazioni dei suoi muri sono anch’esse inclinate, ma questa in fuori, verso le colonne del loro portico.

6…Le colonne sono leggermente più spesse ai quattro angoli del peristilio.

La ragione profonda di questo sistema di correzioni, variazioni, finezze, non è stata (ancora) persuasivamente individuata. Vitruvio (primo secolo a.C.) sostiene che tutte queste sono correzioni delle deformazioni ottiche. Carpenter (ventesimo secolo d.C.) sostiene che i costruttori del Partenone non miravano ad una struttura ideale (modellata sulla scienza matematica) bensì ad una forma policletea (ispirata all'arte di Policleto, scultore canonico e organico). Altri sostengono altro ancora.

Tutto questo intanto ci dice che, se il libro della natura è scritto nel linguaggio matematico, il libro della cultura è scritto nel linguaggio artistico. Quando parliamo di arte classica greca, di questo parliamo.

Roland Barthes: “Siamo scientifici per mancanza di sottigliezza.”

 

(9 febbraio 2008)

 

 


 


Marxista dionisiaco, “testimonia le cose invisibili”, l’astrazione del Capitale che non sa cosa sia la fame la sete il sonno, “con quelle visibili”, lo strazio delle Baccanti che credono di vedere scorrere sulla terra il latte il vino il miele.

 

 


 

 

Goffredo Fofi ed io siamo stati amici un pomeriggio. Qualche anno fa parlandoci al festival cinematografico di Viareggio ci siamo trovati d’accordo l’uno con l’altro e l’altro l’uno anticipando. Prima, avevo letto un paio di suoi libri di critica cinematografica, Capire il cinema e Dieci anni difficili, pieni di passione e intelligenza (che di solito si combinano come l’acqua e l’olio). Dopo, abbiamo cercato di fondare, con altri, AIDA - l’Associazione Italiana Degli Autori (di cinema) – ma scetticismo e volontarismo hanno strozzato l’infante. Ieri ho trovato nella Feltrinelli Argentina di Roma una copia di quella rivista mensile che dirige, ‘Lo straniero’ (anno XI, numero 83, maggio 2007), l’apro e leggo il suo fondo: ‘La periferia come destino e come scelta’: “Il destino del nostro paese: - i ‘centri’ preparati al passaggio di turisti che distruggono le nostre piazze non ancora distrutte dalla perniciosa Gae Aulenti…” Perniciosa? Proseguo la lettura, alla ricerca dell’argomento che dimostri la perniciosità della Aulenti - niente di niente. Io non sopporto le “analisi oggettive” e le “critiche aggettive”, chiudo la rivista e buonanotte.

 

(19 maggio 2007)

 

*

 

Perché sta morendo il cinema sul grande schermo? Secondo Gabriele Pedullà (In piena luce. I nuovi spettatori e il sistema delle arti., Bompiani 2008) sta morendo perché prima è nata la televisione, poi il telecomando, infine il computer e i dvd e i videotelefonini. Io la penso diversamente (per ora – tengo un pensiero plastico, che si trasforma in presenza di buoni argomenti).

Dire quello che scrive Pedullà equivale a pensare che il cinema dei telefoni bianchi è morto a causa dell’invenzione tecnica di cineprese più leggere e della distruzione militare dei teatri cinematografici. Le cose non stanno così. È certo che il neorealismo cinematografico non poteva nascere e svilupparsi, nella forma geograficamentee storicamente deteminata in cui è nato e si è sviluppato, senza la disponibilità di quelle cineprese e l’indisponibilità di quei teatri. Ma il neorealismo è stato in ultima analisi (quella che conta) un movimento di riforma intellettuale e morale. E` nato, si è sviluppato ed è morto come tale. Insomma, “le idee non cadono dal cielo” (Antonio Labriola) e non derivano dalla tecnica.

Controprova: la scienza sperimentale galileiana non è nata dal cannocchiale. È nata dagli occhi di Galileo – ben collegati con la sua mente, s’intende. Il cannocchiale esisteva già, ed era adoperato per avvistare le navi. Intanto i teologi si occupavano deduttivamente delle stelle. Galileo ha preso il cannocchiale e lo ha puntato sulle stelle. La scienza sperimentale è stata un movimento di riforma intellettuale e morale. (Insisto tanto su questo punto perché secondo me quello che manca oggi, in Italia ma non solo, non è tanto il petrolio o un numero sufficiente di parcheggi per automobili nelle grandi città, bensì un movimento di riforma intellettuale e morale.)

Torniamo al cinema sul grande schermo ed alla sua morte. È certo che il cinema nasce nel passaggio dalle sale dei caffè alle sale cinematografiche – come nota Gabriele Pedullà. Ma quella nascita è correlata con la nascita della società di massa, quella dei sindacati e dei partiti: è l’arte di quella società. Entrata in crisi quella società, negli anni settanta del Novecento, entra in crisi quella forma d’arte di massa a lei organica. Ecco perchè le sale cinematografiche entrano in crisi a cominciare da quegli anni, caro Gabriele: la televisione, il telecomando, il computer, il dvd, il videotelefonino... uccidono un uomo morto.

Bisogna porsi piuttosto un’altra domanda (come dice Venises la risposta dipende dalla domanda), e precisamente questa: Perchè sta morendo il cinema del grande schermo? Non “sul” grande schermo, bensì “del” grande schermo. Ma di questo parleremo un’altro giorno, un’altra notte.

POST SCRIPTUM
Dopo aver scritto - e prepubblicato - questo post ho trovato (nel 'Venerdì' di 'Repubblica' del 13 giugno 2008) in un'intervista a Goffredo Fofi suscitata dalla pubblicazione del suo libro
I grandi registi della storia del cinema (Donzelli 2008) questa perla: "Il cinema è un prodotto del '900 come la fabbrica e il calcio, tutti nati dalla società industriale. Caduta quella, non c'è più il sistema cinema nel quale siamo cresciuti. Di Monicelli e John Ford non ce ne saranno più. Ora ci sono i Cronenberg, i Lynch, i Sorrentino che devono diventare produttori e venditori di se stessi, non pezzi di un grande meccanismo collettivo." Una perla. Ma "non sono le perle, è il filo che fa la collana." (Flaubert)

 

(21 giugno 2008)

 


 

 

Una giovane docente universitaria mi racconta di aver domandato ai propri studenti se conoscessero Sofocle, e di essersi sentita rispondere in coro: “Sì, certo, è l’inventore del complesso di Edipo.”

Sorridiamo, lei di testa - deliziosamente scandalizzata - io di cuore. Ieri. Oggi, a mente fredda, sono arrabbiato. Non con quegli studenti, e neppure con i loro professori di liceo. Sono arrabbiato con Freud.

E’ lui che ha definito questo famoso complesso, questa “struttura primaria, fondamentale, universale della organizzazione psichica e delle relazioni interpersonali” (Umberto Galimberti, Dizionario di psicologia), che spinge l’essere umano a desiderare la morte del genitore dello stesso sesso e la carne del genitore di sesso opposto. E siccome questo ‘complesso’ Freud ha creduto di riconoscerlo come tema centrale dell’Edipo Tiranno di Sofocle, l’ha denominato appunto ‘complesso di Edipo’.

Ma cosí facendo (ecco la ragione fredda dell’arrabbiatura) Freud ha confuso gli esseri umani in generale, e gli intellettuali di professione in particolare. Perché cosí facendo ha velato l’autentico tema centrale dell’opera di Sofocle, il senso iscritto nelle sue strutture e che rende pienamente intelligibile il suo ordinamento drammatico e interamente decifrabile il suo testo. Questo tema non é la tragedia del parricidio e dell’incesto, bensí la tragedia della contraddizione tra amore della conoscenza e amore del potere.

Edipo - vuol dire e dice Sofocle - e in generale gli esseri umani, e in special modo gli intellettuali di professione, vivono la contraddizione tragica tra il voler conquistare (e mantenere) il potere e il voler conquistare (e rinnovare) la conoscenza. Ma questi due voleri, questi due desideri, questi due amori sono radicalmente incompatibili e reciprocamente escludenti: la realizzazione dell’uno comporta la perdita dell’altro.

Il tremendo responso oracolare che impronta tutta la vita di Edipo, minaccia la sua nascita, appende a un filo la sua infanzia, sconvolge la sua giovinezza, distrugge la sua maturitá: “ amerai tua madre e ucciderai tuo padre” significa ‘amerai la conoscenza (la terra, la veritá - “tua madre”) e conquisterai il potere (strappandolo a “tuo padre”)’.

Infatti. Edipo tiranno di Tebe (“tiranno”, dunque intellettuale di professione = che conquista il potere attraverso la conoscenza) per mantenere il potere vuole conoscere la veritá. Vuole potere e vuole conoscere. “A tutti i costi” – proclama. Ma ogni volta che la veritá fa capolino Edipo si vela gli occhi e grida al complotto. Dileggia Tiresia (“io credo che quel delitto lo hai ideato e perpetrato tu”), accusa Creonte (“pensavi che non mi sarei accorto di questo tuo complotto strisciante?”) – che gli svelano spietatamente lo stato delle cose, e d’altro canto inveisce contro Giocasta (“mi hai seccato da un pezzo con i tuoi buoni consigli”) che lo stato delle cose gli vuole amorevolmente velare. La conoscenza distrugge il potere. Il potere teme la conoscenza. Non si puó amare il potere ed esercitarlo e amare la conoscenza e inseguirla.

E’ questa la questione filosofica e politica che Sofocle pone – specialmente agli intellettuali di professione. I loro singolari rapporti con papá e mammá restano, nonostante Freud, una “questione privata”.

 

(Alias, 1 marzo 2008)

 


 

 

Vi consiglio un ottimo libro sulla divulgazione scientifica: uno qualsiasi, a vostra scelta, fra quelli scritti da Andrea Frova (La Fisica sotto il Naso; Perché accade ciò che accade; Ragione per cui; Luce, Colore, Visione; tutti pubblicati per Rizzoli)

Il migliore? Frova, Marenzana: Parola di Galileo, Rizzoli. Un libro che vi aiuterà a scoprire che siamo ancora tutti aristotelici. Adatto a tutti, dai dodici anni in poi.
Un libro che è immune dai due peccati capitali della divulgazione scientifica: il sensazionalismo e il semplificazionismo.

Sensazionalismo: avete mai dato un’intervista ad un giornalista ‘divulgatore scientifico’? Se non siete in grado d’annunciare una scoperta che debella per sempre il cancro o simili, non è interessante, finirà col farvi dire che - grazie a quest’ultima diavoleria scientifica - non ci verificheranno più terremoti: inutile protestare, provare per credere.

Semplificazionismo: nel tentativo di semplificare, si raccontano le cose in modo sbagliato (evito appositamente di dire ‘impreciso’) e si riduce la scienza a ciò che esattamente non è: ad una serie d’affermazioni (che saranno tutte abbandonate, un giorno, dalla scienza stessa: la scienza non è nessuna delle sue affermazioni) invece che ad un atteggiamento, ad un modo di procedere, ad uno stile di vita. Così la scienza, che non è un corpus dottrinale ma un divenire più complessi, attraverso il connubio di rigore e passione, diventa il suo opposto. Per dirla con Ludovico Geymonat: “Nella nozione stessa del conoscere è contenuta l'idea dell'andare oltre al già conosciuto, sicché un'analisi veramente completa del problema della conoscenza deve studiare non solo i singoli atti conoscitivi ma il loro succedersi in una serie, dove ciascun atto cerca di integrare e perfezionare i risultati ottenuti dagli atti precedenti.”

 

(30 dicembre 2007)

 


 

 

Nerone cantante. "Il debutto avvenne nel teatro di Napoli, e nonostante un terremoto che stava facendo tremare la cittá durante lo spettacolo, non smise di cantare se non alla fine della sua esibizione." (Svetonio, Vite dei dodici Cesari)

 

(7 gennaio 2008)

 


 

 

Fare insieme in amicizia – questo è il fine dichiarato del sito-rivista: ‘in amicizia’, bene, ‘insieme’, benissimo, ma ‘fare’ cosa? Fare per noi vuol dire soprattutto ‘ricercare’, ricercare la realtà delle cose, ricercare la verità delle idee, e intrecciare le une alle altre fino a formare un bel paniere – buono a lavorare, giocare, raccogliere, festeggiare. Maestri di ricerca ce ne sono tanti per ciascuno di noi coautori e lettori. Oggi vorrei riportare un brano memorabile di uno che sapeva ricercare e anche scrivere - cosa che non guasta mai nella ricerca della realtà e della verità: Galileo Galilei - dal Saggiatore, capitolo XXI:

“Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d'uno ingegno perspicacissimo e d'una curiosità straordinaria; e per suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell'artificio, colla stess'aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi, e tutti soavissimi.

Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, né potendosi immaginar che fusse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d'un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo; e ritiratosi in se stesso, e conoscendo che se non s'abbatteva a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di potere incontrar qualche altra avventura.

Ed occorse il giorno seguente, che passando presso a un piccol tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce; e per certificarsi se era un zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fanciullo che andava con un archetto, ch'ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz'altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi participa dell'ingegno e della curiosità che aveva colui; il qual, vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto tanto inopinati, cominciò a creder ch'altri ancora ve ne potessero essere in natura.

Ma qual fu la sua meraviglia, quando entrando in certo tempio si mise a guardar dietro alla porta per veder chi aveva sonato, e s'accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell'aprir la porta?

Un'altra volta, spinto dalla curiosità, entrò in un'osteria, e credendo d'aver a veder uno che coll'archetto toccasse leggiermente le corde d'un violino, vide uno che fregando il polpastrello d'un dito sopra l'orlo d'un bicchiero, ne cavava soavissimo suono.

Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non, come i suoi primi uccelli, col respirare formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell'ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l'opinione ch'egli aveva circa il sapere come si generi il suono; né tutte l'esperienze già vedute sarebbono state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, già che non volavano, potessero, non col fiato, ma collo scuoter l'ali, cacciar sibili così dolci e sonori.

Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l'avere, oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono; quando, dico, ei credeva d'aver veduto il tutto, trovossi più che mai rinvolto nell'ignoranza e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che né per serrarle la bocca né per fermarle l'ali poteva né pur diminuire il suo altissimo stridore, né le vedeva muovere squamme né altra parte, e che finalmente, alzandole il casso del petto e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l'ago più a dentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita, sì che né anco poté accertarsi se il canto derivava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento altri incogniti ed inopinabili.”

 

(18 marzo 2009)

 

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Universo, Via Lattea, Terra, Europa, Italia, Firenze, Palazzo Strozzi. L’Istituto e Museo di Storia della Scienza ha allestito una mostra in occasione del quarto centenario della prima osservazione galileiana dell’Universo.

I suoi visitatori possono osservare, fino al 30 agosto di quest’anno (avete tempo ma segnatevelo sul taccuino), un dito mummificato dello scienziato pisano, strappato nell’Età dei Lumi al suo cadavere, conservato ed esibito – affermano tutti insieme gli autori di questo piano sequenza di atti superstiziosi - per testimoniare un’idea di società in cui la ragione prevale sulla superstizione.

 

(16 maggio 2009)

 


 

 

Ho appreso leggendo (Pia Pera e Antonio Perazzi, Contro il giardino, Ponte alle Grazie 2007) che in Romania si semina il mais insieme ai fagioli, così i fagioli si arrampicano sul mais mentre cresce.

E, metaforico come sono, mi sono domandato quanto è difficile distinguere il parassitismo dalla simbiosi.

In biologia 'simbiosi' indica una "associazione di individui di specie diversa che vivono in stretta relazione con reciproco vantaggio" (Il nuovo Zingarelli), ma in psicologia "è considerata l'esatto contrario della relazione, dove l'uno e l'altro si riconoscono e sono reciprocamente riconosciuti nelle rispettive autonomie" (Dizionario di psicologia, Umberto Galimberti).

 

(14 novembre 2007)

 


 

 

‘Gomorra’ inteso come film è buono (moralmente, tecnicamente) ed è conservatore (linguisticamente, artisticamente).

Come linguisticamente-artisticamente conservatori sono ‘Million Dollar Baby’ (2004), ‘Un cuore in inverno’ (1992), ‘La ragazza del lago’ (2006), ‘Lanterne rosse’ (1991), ‘L’enigma di Kaspar Hauser’ (1974), ‘Parla con lei’ (2002), ‘Il padrino’ (1972), ‘Salaam Bombay’ (1988), ‘Terra e libertà’ (1995), ‘Schiava d’amore’ (1975), ‘Ferro 3’ (2004), ‘Central do Brasil’ (1997), ‘Il petroliere’ (2007), ‘Ho affittato un killer’ (1990), ‘Pulp Fiction’ (1994), ‘Toto le héros’ (1991), ‘Le onde del destino’ (1996), ‘Un film parlato’ (2003), ‘La recita’ (1975), ‘Lezioni di piano’ (1993), ‘Alessandria, perché?’ (1979), ‘Il dolce domani’ (1997), ’21 grammi’ (2003), ‘Lezioni di felicità’ (2007), e via elencando la quasi totalità dei films realizzati negli ultimi quarant’anni sulla faccia della Terra.

Fino agli Anni Sessanta il cinema come arte e come linguaggio, cioè come attività teorico-pratiche di costruzione di nuovi modi di sentire (fisicamente) - comprendere (culturalmente) - rappresentare (spettacolarmente), era (relativamente) progressista. Negli Anni Settanta inizia il lungo inverno (la lunga agonia) che dura tuttora (con rare eccezioni, che non fanno primavera – non fanno rinascita), appena appena mascherata, distratta, scongiurata, da innovazioni tecnologiche varie. Il cinema, e soprattutto il cinema da films, è oggi non più un’avanguardia ma una retroguardia – militarmente-politicamente-artisticamente-linguisticamente parlando.

In ‘Gomorra’, di buon livello (tecnico-professionale, oltre alla morale) sono la sceneggiatura, la scenografia, i costumi, la fotografia, il montaggio, la recitazione, la regia – di Matteo Garrone.

Ah, dimenticavo:

a) CONSERVATORE. Vuol dire ‘fortemente legato alla tradizione, alla consuetudine, alle convenzioni, e debolmente aperto all’innovazione, all’inedito, alle invenzioni”.
b) INNOVATORE. Vittorio de Sica lo è stato (come regista) dal 1943 – ‘I bambini ci guardano’ – al 1952 – ‘Umberto D’. Dopo (come regista) è stato un conservatore. Se ne è pentito amaramente in punto di morte.

 

(5 gennaio 2009)

 


 

 

C’era una volta “il socialismo in un paese solo”. Ricordate? Poi il socialismo è esploso allargandosi a mezzo mondo, infine è imploso restringendosi… Fino a che punto, direte voi?

 

Leggendo il libro di Aldo Garzia: Cuba, dove vai?, un panpepato pieno di bontà (buona memoria), ricco (di informazioni), onesto (domande pesanti), leggero (ammirate il montaggio) ciascun “fraterno ipocrita lettore” potrà farsi un’idea con la propria autonoma capoccetta.

 

Noi che siamo “sarcasticamente appassionati” – Antonio Gramsci prigioniero del carcere fascista docet – un’idea ce la siamo fatta sul socialismo prossimo venturo, riflettendo su Fidel Castro, in principio dai suoi compagni di rivoluzione chiamato affettuosamente “il cavallo” e oggi timorosamente “il Capo” (“quando parlano di lui (…) si guardano intorno con fare circospetto” – p. 141).

 

Sopravvissuto a 637 tentativi di assassinio, provvisto di una elefantiaca memoria (“Fa colazione con non meno di 200 pagine di notizie” - Garcìa Marquez), Fidel che ha detto sì nel 1968 all’invasione di Praga e no alla perestrojka nel 1988, il recordman mondiale del più lungo discorso politico (7 ore e 15 minuti nel febbraio 1998), che nel 2003 ha mandato in carcere 75 dissidenti e a morte 3 dirottatori, l’ottantenne guarito in meno di due mesi nel 2004 di una frattura al ginocchio, “più entusiasta e rivoluzionario che mai”, sta ormai esibendo icasticamente il socialismo in un uomo solo.

 

(Alias, 5 novembre 2005)

 


 

 

La Mostra da vedere se state o venite a Roma è Paul Gauguin – Artista di mito e sogno, al Vittoriano (Monumento a Vittorio Emanuele II o se preferite ‘la macchina da scrivere’ come la chiamano i romani de Roma).

Un artista che balza in avanti, torna indietro, cerca, cerca, senza rimedio e senza riposo. Ogni tanto, un’opera d’arte, quella cosa che sempre vale la pena.

NOTA.
‘Pena’. Ma cosa c’è di penoso nel tentare di costruire un’opera d’arte? Beh, il liberarsi delle dolci abitudini, l’incatenarsi ad un’aquila che vola troppo alto per te.

 

(4 dicembre 2007)

 


 

 

Gino Germani l’ho conosciuto poco prima che il cancro lo finisse. Nella sua casetta sull’Aventino più di un sabato pomeriggio l’ho trascorso nell’autunno del 1976, discutendo di marxismo e storia e sociologia (con lui e con Francesco Cerase, Alberto Gajano, Orlando Lentini, Luis Razeto), di metodi d’indagine e di processi politici, fino al sopraggiungere della stanchezza e della sera.

Il grande teorico della modernizzazione era allora un minuto vecchietto dai modi cortesi, riservati, a suo agio tra deliziosi mobiletti liberty disseminati di antichi e nuovissimi libri. Dello scienziato faceva trasparire l’inclinazione al ragionamento rigoroso e concreto, dello studioso il continuo riuso delle idee dei classici, del maestro la paziente attenzione ai discorsi altrui – talvolta chiosati da una fulminea critica, arricchiti da una sfumatura. Adagiato quasi disteso nella poltroncina, sorbendo il té o un cafesíto di memoria latinoamericana, distingueva e allontanava la “piccola sociologia dei questionari” dalle ricerche della “grande sociologia”, e ragionando richiamava ed univa naturalmente metodi e risultati delle scienze storico-sociali apparentemente più distanti e diverse. Offriva così alla compagnia dei giovani intellettuali l’esempio vivente di una conoscenza scientifica orientata dal bisogno interiore di comprensione d’un problema o d’un processo, non dalla fedeltà ad una concezione ideologica o ad una disciplina universitaria.

Scomparve silenziosamente poco dopo, senza aver potuto realizzare in Italia ciò che aveva realizzato per l’America Latina: una grande ricognizione della storia e della struttura delle classi sociali. Le istituzioni culturali della sinistra italiana che gli rifiutarono il loro concorso (l’Istituto Gramsci prima fra tutte) erano evidentemente assorbite dalla moda dei convegni e dei questionari.

Ho reincontrato in questi giorni Germani, e ripensato quel suo progetto, leggendo un suo appunto sullo sviluppo dei ceti medi nella storia del capitalismo, italiano in particolare, posto ad apertura di un libro a più voci pubblicato da Liguori (Napoli, 1981) e intitolato ‘Mutamento e classi sociali in Italia’. Un appunto del quale vorrei riprendere ed annotare una certa linea di ragionamento, per portarla all’attenzione del lettore, ma che varrebbe la gioia leggere anche semplicemente per la forma, di una meravigliosa e disarmante brevità. Otto paginette dove una percentuale misura un’epoca e una tendenza, poche formule linguistiche ricapitolano lunghe analisi e fissano il contesto teorico, ed una forte ipotesi organizza la scrittura e la lettura.

Germani inizia notando che lo sviluppo del capitalismo ha prodotto un continuo accrescimento delle ‘classi medie’, che manifestano dal canto loro una persistente “ambiguità” nei confronti delle classi dominanti e delle classi strumentali (testimoniata anche dalla molteplicità e parzialità dei tentativi di una loro definizione teorica). Nella fase del “capitalismo di transizione” (ultimo quarto del secolo diciannovesimo > fine della seconda guerra mondiale) esplode la prima grande crisi delle classi medie, minacciate “dall’alto, da una crescente concentrazione di potere economico e politico, e, dal basso, dai progressi compiuti dalla classe operaia organizzata, sia attraverso i sindacati che i partiti di massa”. Basta ricordare a questo punto che alcune classi dominanti nazionali adottarono nel primo dopoguerra, anche ai fini del contenimento e controllo di questo aspetto della crisi organica, una soluzione autoritaria e anti-operaia: il fascimo e il nazismo.

Nella fase capitalistica successiva, “neo-capitalistica o della società dei consumi”, che giunge ai primi anni Settanta, si realizza secondo Germani una “capacità da parte del sistema sociale globale di dare vita pressoché ininterrottamente ad un processo di innovazione tecnologica e di incremento produttivo”. Capacità effettuale che però viene illusoriamente moltiplicata da una tendenza ideologica a rendere “meno visibile” il sistema della stratificazione, che “tende ora ad essere percepito come un continuum più che come una gerarchia di strati ben distanziati e differenziati”. Tale sviluppo e tale “immagine” dello sviluppo conferiscono comunque “stabilità” al complesso delle classi medie. Una importante conseguenza: “la diffusione di ideologie e di atteggiamenti più egualitari”. Come non ripensare il Sessantotto, sollecitati da questa ipotesi interpretativa, come ‘rivoluzione delle classi medie’ alla ricerca di una ideologia corrispondente alla favorevole congiuntura economica, in presenza di una ‘crisi ideologica delle classi dominanti’?

Dal 1973, nota infine Germani, il sistema sociale entra di nuovo in crisi, poi che “restano fuori del mercato del lavoro non solo una parte della classe operaia ma anche una parte della classe media”. Le classi medie ricadono in una condizione di incertezza e di eteronomia. “La speranza di ascesa (reale e ‘illusoria’) sparisce. Il sistema capitalistico entra in crisi.” Siamo dunque nel pieno della seconda grande crisi delle classi medie. Chi riuscirà ad approntare una sua soluzione, e soprattutto che tipo di soluzione sarà? Autoritaria o democratica? Progressiva o regressiva? Certo risultano oggi anacronistiche le ideologie fasciste e naziste tradizionali ed inconsistenti le loro organizzazioni. Ma non è detto che il ‘nuovo fascismo’ debba di nuovo e sempre assumere tratti autoritari e anti-operai. Questo ha cercato di ipotizzare l’ultimo Pasolini: la possibilità di un nuovo fascismo permissivo ed omologatore.

Si dirà: occorre un centro organizzativo, un nuovo potere in formazione capace di orientare e dirigere in senso democratico e progressivo un tale processo di superamento della crisi. Nel novembre dell’anno scorso richiamavo su queste pagine l’urgente necessità per il fronte politico e culturale riformatore di una “identificazione teorica del reale sistema di potere italiano, che oggi raccoglie e organizza dirigenti dei diversi poteri dello Stato (politico, amministrativo, giudiziario, militare, culturale) e si accinge a istituzionalizzare le sue nuove forme e attività” [‘l’Astrolabio’, nº 24 del 1980]. È ora emersa la questione dell’identità della Loggia P2, ancora tutta da chiarire. Ma io mi domando se all’interno di quel famoso fronte riformatore, fra politici e intellettuali per vocazione e professione, non si possa e debba trovare un modo di più stretto confronto (convegni e questionari a parte, s’intende.)

(l’Astrolabio, 19 maggio 1981)

 

 


 

 

Valentino Gerratana è stato filosofo, e storico della cultura: ha curato l’edizione critica dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, Einaudi 1975.

Nel 1977 lesse la bozza di un libro a partire dal Gramsci dei Quaderni scritto da me e Luis Razeto, e basato filologicamente proprio sulla edizione critica dei Quaderni. Convocò Luis e me e ci disse: “Non mi piace la vostra critica al marxismo intero, Marx compreso. E siccome non mi piace, ho cercato di smontarlo criticamente, il vostro libro. Non ci sono riuscito. Ve lo farò pubblicare.”

Così avvenne, l’anno dopo, per i tipi della De Donato, con il titolo: Sociologia e marxismo nella critica di Gramsci. Oggi anche di questo libro abbiamo l’edizione critica.

 

 


 

 

Vi consiglio un ottimo libro sulla divulgazione scientifica: uno qualsiasi, a vostra scelta, fra quelli scritti da Andrea Frova (La Fisica sotto il Naso; Perché accade ciò che accade; Ragione per cui; Luce, Colore, Visione; tutti pubblicati per Rizzoli)

Il migliore? Frova, Marenzana: Parola di Galileo, Rizzoli. Un libro che vi aiuterà a scoprire che siamo ancora tutti aristotelici. Adatto a tutti, dai dodici anni in poi.
Un libro che è immune dai due peccati capitali della divulgazione scientifica: il sensazionalismo e il semplificazionismo.

Sensazionalismo: avete mai dato un’intervista ad un giornalista ‘divulgatore scientifico’? Se non siete in grado d’annunciare una scoperta che debella per sempre il cancro o simili, non è interessante, finirà col farvi dire che - grazie a quest’ultima diavoleria scientifica - non ci verificheranno più terremoti: inutile protestare, provare per credere.

Semplificazionismo: nel tentativo di semplificare, si raccontano le cose in modo sbagliato (evito appositamente di dire ‘impreciso’) e si riduce la scienza a ciò che esattamente non è: ad una serie d’affermazioni (che saranno tutte abbandonate, un giorno, dalla scienza stessa: la scienza non è nessuna delle sue affermazioni) invece che ad un atteggiamento, ad un modo di procedere, ad uno stile di vita. Così la scienza, che non è un corpus dottrinale ma un divenire più complessi, attraverso il connubio di rigore e passione, diventa il suo opposto. Per dirla con Ludovico Geymonat: “Nella nozione stessa del conoscere è contenuta l'idea dell'andare oltre al già conosciuto, sicché un'analisi veramente completa del problema della conoscenza deve studiare non solo i singoli atti conoscitivi ma il loro succedersi in una serie, dove ciascun atto cerca di integrare e perfezionare i risultati ottenuti dagli atti precedenti.”

 

(30 dicembre 2007)

 


 

 

È un libretto doppiamente saggio e doppiamente miope, questo di Paul Ginsborg: La democrazia che non c’è, Einaudi 2006. Saggio perché mostra la necessità (1) di estendere la democrazia nel campo economico e (2) di combinare la democrazia rappresentativa con la democrazia partecipativa e allargarla tutta intera al genere femminile nel campo politico. Miope perché (1) non vede che sono in crisi non soltanto i piani superiori della politica democratica moderna ma le sue stesse fondamenta: il partito politico e lo Stato nazionale e (2) sottovaluta la riforma intellettuale e morale della prassi blog: che promuove la diffusione dei poteri e l’autonomia dei saperi.

 

(10 gennaio 2007)

 


 

 

Ieri, il presidente della repubblica italiana ha tuonato che "siamo in un periodo della nostra vita pubblica in cui la smania dei politici di comparire in televisione finisce per prevalere sui contenuti", mettendosi così contro il pontefice della letteratura tedesca.

Di fatti Giorgio Napolitano, condannando il desiderio di visibilità mondana e la mania di protagonismo mediatico dei politici italiani, ha contraddetto Iohann Wolfgang von Goethe, il quale ha affermato che “bisogna distinguersi per apparire”.

Nella misura in cui i nostri politici desiderano apparire a tutti i costi sono condannati a distinguersi a tutti i costi, e per distinguersi devono apparire. Il circolo è vizioso? Questo è il destino della politica spettacolare.

 

(23 settembre 2007)

 


 

 

I critici che diffidano dei successi di massa sono stati diffidati dal vicedirettore de ‘la Stampa’ Massimo Gramellini agitando e brandendo il fantasma di Carolina Invernizio, “ripubblicata in questi giorni dalla snob Einaudi” e “rispettosa del pubblico sino a sforzarsi di farsi comprendere”.

Massimo peró ha omesso i cognomi dei critici presenti, preferendo parlare degli assenti e additarne uno per educarne cento: “l’elitario Gramsci” – reo di aver definito “l’ultrapopolare” Carolina “onesta gallina della letteratura italiana”.

Evidentemente Gramellini é troppo occupato a scrivere per leggere, a scrivere di Gramsci per leggere i suoi Quaderni, ed esercitare da buon lettore su se stesso la “lotta contro l’estemporaneitá e la genericitá dei giudizi critici”.

Male per il suo pubblico, che si sforzerá invano di comprendere l’ossimoro (‘elitario Gramsci’), e peggio per lui: l’ansia di ultraspopolare sta gonfiando il disonesto galletto del giornalismo italiano fino alle misure e alle movenze del pavone di Apollinaire:

Quando allarga la ruota questo uccello
bellissimo a vedere
con le penne che strascicano a terra
sembra ancora piú bello
ma si scopre il sedere.

 

(15 marzo 2008)

 


 

 

Perché lo Stato non può estirpare la ‘ndrangeta.

Nicola Gratteri ha ragione – lo Stato italiano non vuole estirpare la ‘ndrangheta – ed ha torto – la ‘ndrangheta non è una malapianta (La malapianta, Mondadori 2009).

Cos’è allora? A pagina 134 il grande magistrato italiano dice che “gli Stati non sono attrezzati per combattere un fenomeno transnazionale come quello delle mafie”. Ha ragione: gli Stati non sono attrezzati militarmente e legislativamente. Ed ha torto: se anche lo fossero ciò non basterebbe, a estirpare le mafie. Perché gli Stati non sono attrezzati intellettualmente e moralmente a tale impresa di civiltà. Perché gli Stati nazionali, queste forme storicamente e geograficamente determinate di organizzazione generale delle società umane moderne, sono in crisi organica. E tra i segni di questa crisi storica e strutturale, organica insomma, spiccano il deperimento dei partiti politici – ridotti a organizzazioni di potere - e l’espansione delle mafie – che diventano “braccio armato” di settori statali [Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia] e “tendono a sovrapporsi alle organizzazioni terroristiche” (132).

Gli Stati nazionali sono nati, in Europa, dalla crisi organica della civiltà medioevale, nel quindicesimo secolo, si sono via via sviluppati e diffusi nel mondo intero, e nel ventesimo secolo sono a loro volta entrati in crisi organica – alla quale crisi si stanno dando, in Italia ma non solo, soluzioni regressive.

Certo, fra tutti gli Stati nazionali, l’Italia spicca per mancanza di iniziativa culturale e volontà politica : “più che la patria del diritto siamo diventati quella del rovescio” (150) e in molti commissariati e caserme “manca il gas per la cucina e il riscaldamento” (91).

Certissimo, occorre agire, in Italia, e nel mondo, per capovolgere questa tendenza irrazionale: più denaro, più mezzi, più rispetto, a tutti coloro che lottano contro la criminalità organizzata. Come esemplarmente fa questo Nicola Gratteri, che da ragazzo ogni estate imparava un mestiere, “il calzolaio con mastro Felice, ma anche il meccanico, il panettiere e il manovale” (139) e da grande è diventato il nemico numero 1 della ‘ndrangheta studiando storia e scienza, arte e letteratura, Tönnies e Horkheimer, Brecht e Sciascia, Cordova e Tuccio, Chaplin e Ionesco, Padula e Misasi, Verga e Alvaro, Kelsen e Friedman.

Ma per estirpare la ‘ndrangheta, che non è più (com’era fino a mezzo secolo fa) una mala-pianta bensì ormai un organo vitale della pianta-Stato, non bastano mezzi e uomini e riforme del codice penale e degli ordinamenti penitenziario e giudiziario. Questo servirebbe “a potare solo i rami” (179), non a estirpare le sue radici. Occorre decidersi a costruire teoricamente e praticamente una nuova superiore civiltà umana. Per attrezzare intellettualmente e moralmente la civiltà degli Stati nazionali ci sono voluti il Rinascimento e la Riforma, le scienze della politica, dell’economia, del diritto, delle idee, l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, i partiti politici e lo Stato rappresentativo-burocratico. Oggi “i convegni e le chiacchiere hanno preso il sopravvento” (152).

 

(Alias, sabato 5 giugno 2010)

 


 

 

“Non quiero ser copia de nadie / Pues soy imagen de Dios.”  Non voglio essere copia di nessuno / Poiché sono immagine di Dio.

 


 

 

Leggo l’incipit del più nuovo libro del “maggior filosofo tedesco vivente”: “Due tendenze contrapposte caratterizzano lo spirito contemporaneo…” (Tra scienza e fede di Jürgen Habermas] e mi torna in mente l’incipit del più noto libro dei maggiori filosofi tedeschi impertinenti: “Uno spettro si aggira per l’Europa…” [Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels]. Ma è una associazione deludente (“deludere” vuol dire “uscire dal gioco”): tanto i barbuti di Treviri e Barmen criticavano lo Stato e la religione, quanto il glabro di Dusseldorf auspica “il governo del pluralismo religioso all’interno dello Stato”. Habermas non teorizza criticamente che proprio la politica dei partiti e degli stati, e la religione degli ordini e delle chiese sono - decrepite e spettacolari come sono diventate - il problema dei problemi del nostro mondo grande e terribile. No, lui teorizza conformisticamente - e col misoneismo proprio di ogni accanimento terapeutico, che “soltanto l’esercizio ideologicamente imparziale di un’autorità laica costituita in Stato di diritto può garantire la convivenza, nella tolleranza e parità di diritti, di comunità religiose che permangono inconciliabili nella sostanza delle loro dottrine e visioni del mondo.”

 

(22 ottobre 2006)

 


 

 

Ho rivisto Ceiling zero, un film diretto da Howard Hawks nel 1936, e mi sono divertito fino alle lacrime. Cosa mi ha portato agli estremi di questo piccolo film del grande Hawks? Il ritmo.

Nell’arte audiovisiva “ritmo” per me vuol dire “successione articolata nel tempo di rumori, parole, musiche, ambienti, situazioni, movimenti di attori e di cineprese, di piani di ripresa, di durate di inquadrature...

Se immaginiamo – semplificando – Ceiling zero diviso in quattro movimenti, il primo ha un ritmo veloce, incalzante, serrato. Il secondo inizia a zoppicare, e si spezza. Il terzo è lento, trascinato, disperato. Il quarto torna a correre, allegro solo perché in vista del traguardo. Questi ritmi filmici corrispondono perfettamente ai suoi contenuti drammatici (no, non ve la rivelo la trama di quest’opera: procuratevela e poi mi saprete dire - il titolo italiano del film è Brume). Il ritmo mi diverte, mi diverte “la compiuta astrazione del contenuto”- per usare la formula di Sergej M. Ejzenštejn.

 

(23 novembre 2006)

 


 

 

Il ‘Saggio su Pan’ di James Hillman che ho letto-sbocconcellato questa estate, grazie a Sofia (che me l’ha regalato) e ad Alexandra (che me l’ha fatto desiderare), l’indagine-racconto di questo uomo-collina (man-hill), mi ha dato molti pensieri da pensare. Gliene sono grato.

Questo lettore-scrittore eminente ci dice che Pan è una figura mitologica-e-psicologica, e che male ha fatto il cristianesimo a ridurlo alla figura religiosa del Diavolo. E lo dice-scrive con una grande libertà di movimento fra tradizioni e sperimentazioni, ed una originalità di scrittura che convince e commuove: basti pensare che il libro finisce con lo svelamento del suo inizio, l’epigrafe!

Per chi desideri cominciare a farsi una propria idea del libro (pubblicato da Adelphi nel 2006, scritto da Hillman nel 1972 – a 46 anni), ecco due citazioni cruciali:

“Per la psicologia del profondo i temi e i personaggi della mitologia non sono semplici oggetti di conoscenza. Essi sono realtà viventi dell’essere umano, che esistono come realtà psichiche in aggiunta e, forse, anche precedentemente alla loro manifestazione storica e geografica.” pagina 27

“Pan ci dice che il più forte desiderio della natura ‘dentro di noi’ (e forse anche ‘là fuori’) è di unirsi con se stessa nella consapevolezza.” pagina 109

 

(22 ottobre 2008)

 


 

 

Claude Lévi-Strauss, etnologo amante esperto di cinema, coglie (vedi l’intervista pubblicata l’altro ieri dai “Cahiers du Cinéma” e ieri da “la Repubblica”) nella rappresentazione degli Uccelli di Alfred Hitchcock “…un errore molto grave: gli uccelli, che rappresentano la natura, vengono rappresentati unicamente sotto l’angolazione visiva, cioè, tra tutti i sensi, quello più intellettuale, più socializzato, quello che sta già sul versante della cultura. Fare un film basato sui rapporti tra uccelli e uomini nel quale non ci siano sterco e puzza è un errore che compromette l’impresa. Avremmo dovuto vedere la gente invischiata nella sporcizia...” A me pare questa una buona critica, e questo un buon genere di critica, non perché stabilisce una norma assoluta – non credo nella critica normativa, bensì nella descrizione critica - ma perché domanda una relazione intrinseca tra le cose e la loro rappresentazione.

Su questo terreno, mi vorrei spingere oltre, domandandomi perché mai oggi la stragrande maggioranza dei confronti parlati tra due personaggi è rappresentata dal cinema e dalla televisione con una serie di “campi / controcampi”. Per me ritengo, invece, che un dialogo o una discussione o una conversazione o una chiacchierata o un diverbio (e via distinguendo) debbano essere rappresentati in maniera icasticamente diversa tra di loro. Porto ad esempio, e come esempio, Carl Theodor Dreyer, il quale rappresentava i dialoghi con il “piano fluido” – inquadratura del personaggio A > panoramica > inquadratura del personaggio B > panoramica… Ecco un modo intrinseco di mettere in relazione le cose e la loro rappresentazione. Certo, di modi ce ne sono, e ce ne possono essere, altri – infiniti quanto gli autori – ma tutti e sempre, in nome dell’arte, per fare arte, intrinseci.

 

(22 settembre 2006)

 

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Deciso una volta per tutte – con la mia complice – di mettere in scena Edipo Tiranno di Sofocle nel tempo della prossima primavera, dopo aver pubblicato il pensiero principale che mi ha spinto a questo passo “per una via non ancora pesta” (Machiavelli) sono continuamente e piacevolmente assalito da pensieri secondari. Non so tu e tu, lettrice e lettore, ma io non sottovaluto i pensieri secondari, quell’insieme variopinto che può (se organato) trasformare una triste scala gerarchica in un allegro sistema solare.

Perciò oggi vorrei parlare brevemente di quel pianeta del sistema solare della messa in scena progettata che chiamerò ‘il pianeta degli spettatori-cittadini’. Sofocle scriveva per spettatori-cittadini. Il suo teatro era un teatro formativo, non informativo, divertente, non diversivo. Gli spettatori-cittadini del tempo di Sofocle non andavano a teatro per sapere cosa avesse mai combinato Edipo, ma per ri-considerare criticamente la questione, ri-pensare icasticamente la tragedia, ri-costruire il come e ri-flettere il perché – e così facendo si divertivano in quanto spettatori e si concentravano in quanto cittadini.

Le informazioni preliminari, gli spettatori-cittadini di Edipo Tiranno (ed in genere delle tragedie del teatro greco classico) le possedevano da prima, o le ricevevano (le rispolveravano e le ricordavano) nell’Antefatto.

Ma, quale effetto precisamente produce in uno spettatore-cittadino il “ricevere le informazioni in anticipo”? “Li rende come delle divinità in grado di vedere sopra ogni cosa.” Questo pensa e dice Hitchcock grande discepolo di Sofocle, come puoi verificare, lettore, lettrice, leggendo Io confesso. Conversazioni sul cinema allo stato puro (a cura di S. Gottlieb), Minimum Fax 2008.

Infatti. Questo vale per Il delitto perfetto (1954 d.C.) di Hitchcock e, prima di tutto, prima di tutti, per Edipo Tiranno (430 a.C.) di Sofocle. In quest’opera lo spettatore e il cittadino, platonicamente riuniti e tiresiamente attorcigliati, si sollevano e si abbassano, come l’uccello e come il serpente, come proprio della condizione divina del “vedere tutto dall’alto, da lontano, e tutto dal basso, da vicino” (Pasolini) Ecco una (prima) buona ragione secondaria per mettere in scena qui e ora Edipo Tiranno: fare in modo che gli spettatori-cittadini godano sulla faccia della terra “di quella conoscenza trasparente e immediata di cui sono capaci, per solito, gli dèi” (Mario Vegetti).

Assistendo e partecipando ad un dramma, certo, il quale però non è un lamentoso melodramma (come spesso e volentieri viene rappresentato e percepito) ma un tremendo groviglio su cui spira un soffio di superiore serenità, grazie alla condizione strutturale in cui sono messi gli spettatori-cittadini - e grazie all’”eroismo vittorioso” di Edipo.

“Vittorioso”? Sì. Ma di questo un’altra volta.

 

(25 giugno 2008)

 


 

 

Ha lasciato scritto che la vita dell’uomo è in generale solitary, poor, nasty, brutish, and short - solitaria, miserabile, disgustosa, abbrutente, e breve. Ma questo non ci dice nulla della sua vita in particolare.

 

(12 aprile 2007)

 


 

 

Zygmunt Bauman è un vecchietto tremendo e gran sociologo il quale nel suo ultimo libro (Modus Vivendi - Laterza 2007) fa un sacco di osservazioni interessanti sul mondo presente (che lui definisce “liquido”) e una fuorviante su Karl Marx. Sostiene Bauman che Marx aveva ragione quando scriveva che il Potere non sta nella Politica ma nell’Economia, non ha il suo centro di comando nello Stato ma nel Mercato. E aggiunge che Marx ha oggi più ragione di ieri.
Secondo me Bauman fa un po’ di confusione. E’ vero che si sta verificando uno spostamento del Potere dalla Politica all’Economia, dallo Stato al Mercato, ma non per le ragioni immaginate da Marx, il quale era un gran scienziato storico-sociale (che stimo molto) ma non aveva capito due o tre cose fondamentali della struttura e del funzionamento del mondo moderno – capita a tutti, per carità.
Marx infatti non aveva capito bene cosa diavolo fosse lo Stato, lo riduceva alla ‘forza’ e non vi comprendeva il ‘consenso’. “Stato [invece] è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati.” Gramsci, Quaderno 15.
Secondo poi non aveva capito bene quanto il Mercato fosse regolato dallo Stato. “Mercato determinato è un determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione, rapporto garantito (cioè reso permanente) da una determinata superstruttura politica, morale, giuridica.” (Gramsci, Quaderno 11) Questi due errori teorici, sposandosi, hanno generato all’interno del suo pensiero la devastante contraddizione consistente nel fatto che “il campo della politica era analiticamente secondario per lui” mentre “nella prassi di Marx la politica era assolutamente primaria” – Eric Hobsbawm, Convegno gramsciano di Firenze, aprile 1977.

 

(1 maggio 2007)

 


 

Di cosa parliamo quando parliamo di arte greca classica?

Il Partenone - per esempio - costruito dal 447 a.C. (quando Socrate aveva 22 anni) al 432 a.C. (quando Pericle ne aveva 63), secondo i progetti di Callicrate e Ictino architetti – a più riprese, con la supervisione e la mano conclusiva di Fidia scultore.

Appunti (da Rhys Carpenter, Gli architetti del Partenone, Einaudi 1979):

1…Tutte le linee orizzontali del Partenone, dal gradino più basso al cornicione, sono state disegnate secondo una curva verso l’alto che parte da ciascuno dei quattro angoli della struttura e muove in direzione del punto medio di ciascuno dei lati: 12,7 centimetri su 72,30 metri – nei lati lunghi.

2…Le colonne di tutti e quattro i lati del tempio, invece di essere a piombo, sono inclinate verso l’interno: su un’altezza di 10, 4 metri l’inclinazione è di 7,6 centimetri.

3…La spaziatura delle colonne esterne varia sempre: fino a 4,3 centimetri.

4…I fusti delle colonne diventano più sottili mano a mano che salgono, ma la rastremazione non procede lungo una linea perfettamente retta bensì segue un inarcamento verso l’esterno che in nessun punto si discosta più di 1,7 centimetri dalla retta.

5…La parte esterna delle pareti delle stanze del santuario è inclinata verso l’interno, mentre la parte interna è perfettamente verticale, e le terminazioni dei suoi muri sono anch’esse inclinate, ma questa in fuori, verso le colonne del loro portico.

6…Le colonne sono leggermente più spesse ai quattro angoli del peristilio.

La ragione profonda di questo sistema di correzioni, variazioni, finezze, non è stata (ancora) persuasivamente individuata. Vitruvio (primo secolo a.C.) sostiene che tutte queste sono correzioni delle deformazioni ottiche. Carpenter (ventesimo secolo d.C.) sostiene che i costruttori del Partenone non miravano ad una struttura ideale (modellata sulla scienza matematica) bensì ad una forma policletea (ispirata all'arte di Policleto, scultore canonico e organico). Altri sostengono altro ancora.

Tutto questo intanto ci dice che, se il libro della natura è scritto nel linguaggio matematico, il libro della cultura è scritto nel linguaggio artistico. Quando parliamo di arte classica greca, di questo parliamo.

Roland Barthes: “Siamo scientifici per mancanza di sottigliezza.”

 

(9 febbraio 2008)

 


 

In occasione della prossima pubblicazione della sua autobiografia, Pietro Ingrao ha concesso un’intervista a Simonetta Fiori per ‘la Repubblica’, nel corso della quale confessa di aver “amato troppo l’applauso” e aver “assorbito un fondo chiesastico”. Insomma, di essere stato un conformista.

 

(9 settembre 2006)

 


 

 

I ragazzi ai quali l’altro ieri il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito gli attestati di Alfiere del Lavoro, i ‘magnifici’ 25 degli ultimi esami di maturità, “il più delle volte ti sorprendono perché ti dicono: ‘Non occorre studiare troppo, basta stare attenti in classe’.” (Salvo Intravaia, ‘la Repubblica’ del 24 ottobre)

Dicono il vero i Discepoli dell’Attenzione. Non è lo studio in sé, è l’attenzione a tutto che fa diventare magnifici. Pensate a Gesù di Nazareth, che certo ha studiato libri (appena adolescente ne discuteva con i Dottori del Tempio) ma non stava sempre curvo sui libri, non stava sempre con i libri in mano, non ripeteva i libri: “Sta scritto… ma io vi dico…” Che vuol dire: studiate pure i libri, ma studiate tutto il mondo, voi stessi, gli altri, gli uccelli del cielo, i fichi sterili, e come si fa il vino - e bevetelo in compagnia.

Il Maestro dell’Attenzione, Gesù di Nazareth, con quella sua meravigliosa capacità di venire a cercarti, trovarti, guardarti, ascoltarti, sentire, comprendere, capire le tue parole e i tuoi silenzi, il linguaggio del tuo corpo e il desiderio della tua anima, capace di inquadrare in piano a figura intera sul sicomoro un uomo mafioso e sentire in dettaglio, pigiato tra la folla che lo spinge, lo preme, lo soffoca, il tocco delle mani di una donna sanguinante.

 

(26 ottobre 2007)

 


 

‘Illusione’ indica l’entrare in gioco e ‘delusione’ l’uscirne. ‘Elusione’… facciamolo dire a Ernst Junger, facciamo dire agli altri ciò che dicono meglio di noi.

“Nigromontanus intendeva connotare con questa parola uno stile più elevato nel sottrarsi a una situazione empirica.”
(Ernst Junger, Cuore avventuroso)

 

(12 gennaio 2008)

 


 

 

Il Paradiso in terra c’è, sebbene a macchia di leopardo. Se non riuscite a vederlo, se avete gli occhi e non vedete, allora vi suggerisco un libro per costruirvelo direttamente a casa: Alessandro Scafi, Il paradiso in terra. Mappe del giardino dell’Eden, Bruno Mondadori editore, 2007, pagine 418, 58 euro.

In fondo, ci trovate tutto quello che vi serve. Lo riassumo per coloro che non vivono in una grande città fornita di una grande libreria. Ilya ed Emilia Kabakov, autori di un’opera del 1998 che ha per titolo Paradise under the Ceiling (Il paradiso sotto il soffitto) forniscono istruzioni dettagliate per costruire un paradiso in un interno che possa essere raggiunto in ogni momento. Si tratta di costruire scaffali di legno sotto il soffitto, disporvi sopra una grande quantità di animali in miniatura, una serie ordinata di lampadine tra scaffali e muri, e tenere a disposizione una scala di legno per poterne salire i gradini in ogni momento.

 

(20 dicembre 2007)

 


 

 

Cent’anni fa è morto, fra altri, Karl Marx e, fra altri, è nato Franz Kafka. Sull’attualità, sul come e sul perché leggere oggi lo scienziato di Treviri ho già scritto su queste pagine (‘l’Astrolabio’ del 17 aprile 1983). Sull’attualità dell’opera dello scrittore di Praga vorrei ora, mentre si vanno concludendo le commemorazioni organizzate per l’occasione in Italia e qui e là nel mondo, scrivere cosa penso.

Ma è possibile pensare e scrivere oggi qualcosa di veramente nuovo su questo autore? Perché, vedete, su Kafka si è pensato e scritto con tutte le intenzioni ed in tutte le direzioni possibili. Non solo: ciascuna interpretazione della sua opera e della sua figura intellettuale ha avuto il tempo e il modo di svilupparsi e definirsi compiutamente, col concorso di svariate e minuziose indagini particolari, di sistematici ed accurati confronti reciproci.

In verità, proprio la legittimità acquisita delle singole, diverse, opposte e reciprocamente esclusive tradizioni interpretative pone il problema della reale natura dei testi kafkiani, del significato critico e valore artistico loro proprio oggi, a sessant’anni dalla morte del “corpo vestito” del loro autore. Occorre insomma chiedersi come sia possibile e sostenibile l’esistenza di una infinità ragionata e documentata di letture diverse fino alla contrarietà di questa opera letteraria. Può essere Kafka contemporaneamente “eroe di un’etica laica” e “precursore spirituale della controrivoluzione”, testimone della morte di Dio e poeta della condizione ebraica, rivoluzionario e decadente, realista e surrealista?

Si potrebbe pensare che non tutte le proposte critiche siano egualmente fondate, e che la responsabilità della babele interpretativa ricada tutta sulle spalle dei critici specializzati, più interessati a difendere una tesi precostituita che a trasformarla sulla scorta di nuove conoscenze e migliori argomenti. Le cose stanno in parte così. Certo non per una diabolica consapevole propensione dei letterati di professione alla falsificazione e ad interessi privati in atti d’ufficio. Il fenomeno, come ha documentato persuasivamente Thomas Kuhn nel suo ‘Struttura delle rivoluzioni scientifiche’, è tipico e va affrontato sociologicamente e politicamente, non in termini morali. Comunque sia, la tendenziale irriducibilità ideologica delle tradizioni interpretative non riguarda soltanto il campo letterario, né l’opera kafkiana in particolare.

Ma io vorrei partire da un esempio di parzialità critica, perché questo consentirà di anticipare concretamente l’interpretazione dell’opera kafkiana che appare come criticamente superiore, rispetto ai testi ed alla realtà (nostra) che li contiene.

L’esempio è irrefutabile perché l’autore è insospettabile. Parlo di Lucio Lombardo Radice, da non molto scomparso e molto e unanimemente compianto. Egli era pervenuto in un suo bel libro alla conclusione che “la carica profetica dell’angoscia kafkiana nasce dalla riduzione alla sua nuda struttura, alla sua logica puramente formale, di una esperienza storica (relativamente) determinata: l’esperienza della disumanità del capitalismo ‘classico’, la esperienza della condizione operaia nella fabbrica capitalistica” (‘Gli accusati’, De Donato editore, 1972).

Il sostegno di tale chiave di lettura? L’interesse del giovane Kafka per un gruppo social-rivoluzionario, il suo lavoro di funzionario presso l’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori del Regno di Boemia, le sue relazioni su ispezioni d’ufficio, brani di ‘America’, del ‘Castello’, il racconto ‘In loggione’.

Lombardo Radice aveva ragione. Basta iniziare a leggere quest’ultimo racconto breve del 1916-1917 per convincersene: “Se un’acrobata a cavallo, fragile, tisica venisse spinta per mesi interi senza interruzione in giro nel maneggio sopra un cavallo vacillante dinanzi a un pubblico instancabile da un direttore di circo spietato sempre colla frusta in mano...”

Aveva ragione, eppure aveva torto. Kafka non è il poeta dello sfruttamento nell’epoca capitalistica, perché non è soltanto questo. Se la critica deve considerare e spiegare l’opera come intero, interpretato il primo capoverso deve rendere conto del secondo, che recita così: “Ma non è così: una bella dama bianca e rossa entra lieve dal velario che due orgogliosi servitori in livrea sollevano per lei; il direttore, cercando ossequioso i suoi occhi, le sospira incontro con devozione bestiale, la solleva cauto sul cavallo pomellato, come se fosse la sua nipote preferita che parte per un viaggio pericoloso; né riesce a decidersi a dar il segno colla frusta; ma alla fine lo dà con uno schiocco, facendo forza a se stesso...”

Ecco, e questo non è che uno degli infiniti modi attraverso i quali l’opera di Kafka sfugge ad ogni tentativo di comprensione critica unilaterale ed esclusiva. Egli è contemporaneamente il poeta di un “mondo finito” (l’impero austro-ungarico, e più generalmente la civiltà liberale-borghese) e il poeta di un “mondo disgregatore” (le società burocratiche di massa), dell’enigma e del disincanto, dell’uomo-massa “condannato non solo senza colpa, ma anche senza cognizione” e dell’intellettuale creativo “che ha poco suolo sotto i piedi”.

I suoi eroi sono insieme disperati e protesi in avanti, incerti dell’esperienza e irresoluti nel pensiero ma determinati a compiere sino in fondo il proprio destino, ossessivamente concentrati e continuamente distratti, dominati dalla routine e pronti a scoprirsi “enormi insetti”. E si potrebbe continuare. Ma il lettore attento ormai “sa cosa pensare”. Kafka è il poeta della molteplicità, della polivalenza, della complessità irriducibile.

Ecco perché l’opera sua sopporta, non solo, ma provoca una infinità di interpretazioni, ciascuna a suo modo, e sia pure in vario grado, legittima. A condizione che non riduca a se stessa tutta l’opera, e si riconosca come riduzione. Una lezione attualissima, in un mondo che sopporta sempre meno le riduzioni e le semplificazioni, e che per questo è divenuto più incerto e disperato, ma insieme ostinato e proteso.

Kafka era preoccupato del futuro dei suoi testi-figli, e come ogni buon padre di famiglia aveva steso un testamento auto-critico capace di salvarli tutti, tutti insieme, tutti interi.

La preoccupazione del padre di famiglia

Alcuni dicono che la parola Odradek derivi dallo slavo e cercano di chiarire su questa base la formazione della parola. Altri invece ritengono che derivi dal tedesco, e che dallo slavo sia solo influenzata. L’incertezza di entrambe le interpretazioni però fa a buon diritto concludere che nessuna delle due sia corretta, anche perché nessuna permette di trovare un senso.

Naturalmente nessuno si occuperebbe di tali questioni se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. A prima vista sembra un rocchetto piatto di filo, a forma di stella, e in effetti sembra anche avere del filo arrotolato; si tratta però solo di pezzetti di filo strappati, vecchi, annodati e anche ingarbugliati fra loro, di tipi e colori dei più disparati. Non è però solo un rocchetto, ma dal centro della stella spunta un piccolo bastoncino obliquo, e a questo bastoncino un altro se ne aggiunge ad angolo retto. Aiutandosi da un lato con quest’ultimo bastoncino e dall’altro con un raggio della stella, il tutto può stare in piedi come su due gambe.

Si sarebbe tentati di credere che una tale creatura abbia avuto in passato una qualche forma adeguata a uno scopo, e che ora sia semplicemente rotta. Ma sembra che non sia così; per lo meno non se ne trova alcun segno; non si vedono aggiunte o fratture che potrebbero far pensare qualcosa del genere; il tutto sembra certo insensato, ma nel suo genere concluso. D’altronde, non se ne può dire niente di più preciso, perché Odradek è straordinariamente mobile e non si lascia prendere.

Si intrattiene ora sul tetto, ora nelle scale, ora nei corridoi, ora nell’atrio. A volte non lo si vede per mesi; evidentemente si è trasferito in altre case; torna poi però invariabilmente in casa nostra. A volte, quando si esce dalla porta, sta proprio lì sotto appoggiato alla ringhiera delle scale, e viene voglia di parlargli. Naturalmente non gli si fanno domande difficili, ma lo si tratta – già la sua piccolezza induce a questo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek», dice. «E dove abiti?» «Senza fissa dimora» dice, e ride; ma è solo una risata come la può emettere chi è senza polmoni. Suona all’incirca come il fruscio delle foglie cadute. Per lo più, con questo il colloquio finisce. D’altronde anche queste risposte non sempre si possono ottenere; spesso resta muto a lungo, come il legno di cui sembra esser fatto.

Mi chiedo inutilmente cosa avverrà di lui. Forse che può morire? Tutto ciò che muore ha avuto prima una specie di scopo, una specie di attività sulla quale si è logorato; questo non è il caso di Odradek. Forse dovrà allora un giorno rotolare ancora per le scale trascinando i suoi fili arrotolati fra i piedi dei miei figli, e dei figli dei miei figli? Certo, non fa danno a nessuno; ma questa idea, che possa anche sopravvivermi, mi dà quasi un dolore.

 

(1983)

 

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Se c’è qualcosa di essenziale nella realtà, negli uomini, nelle cose, questo qualcosa è sempre singolare e si riduce all’Uno o talvolta è molteplice e tende all’Infinito? Claudio Magris sostiene che l’essenziale in Kafka è “la figura dell’ebreo sradicato che ha nostalgia delle sue radici” (vedi l'ultimo ‘Diario’ de “la Repubblica”). Altri prima di lui hanno ridotto Kafka in univoche e reciprocamente esclusive interpretazioni: eroe di un’etica laica, precursore spirituale della controrivoluzione, testimone della morte di Dio, poeta dell’angoscia, dell’enigma, del disincanto, dello sfruttamento in un’epoca capitalistica, di un mondo finito – l’impero austro-ungarico, di un mondo burocratico – le società di massa, dell’uomo-massa “condannato non solo senza colpa, ma anche senza cognizione”, dell’intellettuale creativo “che ha poco suolo sotto i piedi” e chi più ne ha più ne metta.

Secondo me invece l’essenziale in Kafka è nel suo essere molteplice e inclusivo e tendenzialmente infinito, e per ciò benedettamente e maledettamente “anomalo e fuori dalla norma”, espressione che nella sua lingua originaria - il boemo - si traduce “Odradek”. Nel racconto Il pensiero del padre di famiglia (che precede - nella raccolta Il medico di campagna da lui stesso pubblicata - il racconto ‘Undici figli’, nel quale racconta i suoi racconti) egli si racconta così: “Dicono alcuni che la parola Odradek deriva dallo slavo, e su tale fondamento cercano di spiegare la sua formazione. Altri sono d’avviso che deriva dal tedesco, pur riconoscendo un influsso slavo. L’incertezza delle due interpretazioni lascia a buon diritto inferire che nessuna delle due risponde al vero…”

 

(22 novembre 2006)

 

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‘Spiegare’ (un comportamento umano, un fenomeno naturale, un libro di scienza, un’opera d’arte) non vuol dire ridurre, caricaturare, insomma ‘semplificare’, bensì, come accenna la parola stessa, ‘dispiegare’: cioè aprire, srotolare, allargare, svolgere - per meglio osservare, sentire, comprendere, capire l’oggetto piegato o il soggetto arrotolato.

È qualche settimana che mi gira in testa un saggio di Pinco Palla che pretende di spiegare un quadro di Antonello da Messina attraverso una sua semplificazione. E’ il Ritratto d’ignoto marinaio (Cefalù, Fondazione Culturale Mandralisca), vagamente sorridente, ironicamente enigmatico, beffardamente misterioso. Quel sorriso, quella distanza, quella piega Pinco Palla li spiega riconducendoli, riducendoli a ciò che gli sembra il disegno sulla camicia dell’ignoto dell’organo sessuale femminile.

L’illusione del trovamento di una chiave semplice che apra semplicemente i comportamenti, i fenomeni, i libri, i quadri è un apparente “entrare in gioco” (questo vuol dire ‘illudere’) che realmente è un “uscire dal gioco” (questo vuol dire ‘deludere’). Per aprire portoni complessi non serve infilare chiavi semplici, bisogna bussare in modo complesso. Lo mostra (senza ‘spiegare’ – l’arte non serve a spiegare, né a piegare) Franz Kafka nel suo racconto Un colpo contro il portone, che inizia così: ‘Era d’estate, una giornata cocente. Ritornando a casa passai con mia sorella davanti al portone d’un cortile. Non so se lei abbia battuto di proposito un colpo contro il portone o per distrazione o se fece soltanto l’atto col pugno e non abbia picchiato affatto…”

 

(18 ottobre 2007)

 


 

 

Per quanto sta in te

 

 


 

 

Ho iniziato a cinque, ne tengo sessantuno, da cinquantasei anni cerco di imparare a scrivere. Ho eletto miei maestri di scrittura Machiavelli (scienza), Alekhine (scacchi), Sofocle (teatro), Sampras (tennis), Cartier-Bresson (fotografia), nonna Anna (botanica), Buster Keaton (montaggio)... a proposito di Keaton: rileggo spesso, sperando che qualcosa trapassi riflessivamente in me, questo brano:

“La gag che fallì era una delle mie preferite, e costò un sacco di soldi. Dopo averla ideata, feci costruire dalla produzione milleduecento pesci di gomma lunghi dieci centimetri. I pesci erano sospesi a dei fili che il pubblico non poteva vedere. Per farli passare davanti alla macchina da presa usammo un grosso macchinario che sembrava la rotativa di un giornale. L’effetto risultante era quello di un branco di pesci che passava senza interruzione. A un certo punto arrivava un grosso pesce, che però non riusciva a passare per via del branco. Per risolvere il problema, raccoglievo una stella marina attaccata a una roccia, me la mettevo sul petto, e cominciavo a dirigere il traffico ittico come una specie di vigile sottomarino. Alzavo la mano per far passare il pesce grosso, e funzionava. Il branco di pesciolini si fermava, il pescione passava, e poi facevo segno al branco di ripartire. Pensavo fosse una delle più belle gag visive mai fatte, e la considero ancora la mia preferita. Quando la mettemmo nel trailer che annunciava l’imminente uscita di The Navigator, il pubblico ululò. Ma quando facemmo un’anteprima a Long Beach, non portò neanche un risolino.

La stessa cosa accadde quando proiettammo The Navigator nei cinema di Riverside. Ci volle molto tempo per capire perché quella gag non funzionava. Mi chiesi se fosse perché gli spettatori erano troppo impegnati a capire la meccanica della gag, il modo in cui funzionava, per divertirsi. O poteva essere qualcosa d’altro. La riproiettammo nel trailer, e ancora una volta piacque a tutti. Questo mi dette la risposta. Le altre gag erano accettate dal pubblico che aveva visto tutto il film perchè non interferivano col mio tentativo di salvare la ragazza. Ma quando dirigevo il traffico sottomarino interrompevo il salvataggio per fare qualcosa d’altro, che non avrebbe contribuito a tirarci fuori dalla situazione di pericolo in cui eravamo.” (Buster Keaton, Memorie a rotta di collo)

 

(4 settembre 2009)

 


 

 

Johannes Kepler, rimasto vedovo si sposò una seconda volta, badando bene che il matrimonio avvenisse il giorno dell’eclisse di luna, affinché (sono parole sue) “lo spirito d’astronomo venga oscurato. Voglio celebrare il giorno di festa.” Non sappiamo quanto abbia celebrato il difensore matematico della Trinità, di certo in grande stile lo fecero gli invitati. Passata la festa, sentì infatti il bisogno di scrivere (e pubblicare) una Nova stereometria doliorum, un Nuovo calcolo del volume delle botti di vino.

 

(9 dicembre 2006)

 


 

 

Anche Károly Kerényi, nel suo Gli dei e gli eroi della Grecia.2 – grande e profondo studio critico della mitologia greca, cade nella trappola del conformismo e scrive che Edipo è “disgraziato”.

Vorrei di seguito mantenere ciò che promettevo nel giugno 2008 intorno alla messa in scena di Edipo Tiranno, e cioè mostrare che Edipo è tutto sommato un “eroe vittorioso”.

Intanto non doveva nascere, ed è nato. Doveva restare nel mondo dei desideri ed è comparso. Suo padre Laio rapitore di Crisippo era condannato a non avere figli...

Secondo poi non doveva vivere, ed è vissuto. Laio decide di esporlo, farlo uccidere – niente. Anche la madre ci prova, assecondando il padre, niente di niente.

Sopravvissuto a padre e madre, diventa figlio amato del re e della regina di Corinto, e conduce una vita principesca.

Fino a che, spinto dalla diceria dell’essere un bastardo, interroga i genitori adottivi, i quali negano di essere adottivi, ma Edipo va sempre fino in fondo, va dall’oracolo, scopre che diventerà assassino del padre e amante della madre, evita per ciò di tornare a Corinto, devia, incontra nello stretto passo fatale il padre, è provocato, lo uccide, procede verso Tebe, incontra la Sfinge, risolve l’enigma, - vittoria -, sposa la regina di Tebe – vittoria -, comincia una nuova vita di re di Tebe, una vita regale – vittoria – ha quattro figli – quattro vittorie.

Dopo diversi anni di sua grande e bella e comoda vita ecco la peste, a Tebe. Edipo affronta la questione e vince di nuovo, scopre chi è l’assassino. Un intellettuale vittorioso dall’inizio alla fine.

D’accordo: diventa cieco, abbandona la città di Tebe, va ramingo – ma ricordate anche la conclusione della sua vita nell’Edipo a Colono? Un’apoteosi. Diventa infatti un eroe eponimo.

 


 

Le feste, le mostre, i festival di cinema sono luoghi di perdizione. Sono il peggio delle stazioni, delle città, dei paesi, con quel senso di provvisorio e di vuoto delle stazioni, quella attività frenetica e sovraeccitata delle città, quel “ci conosciamo tutti maledizione” dei paesi.

Eppure le feste, le mostre, i festival di cinema sono luoghi di incontro. Giuseppe La Russa professore di inglese e critico di cinema l’ho conosciuto infatti nella Mostra Internazionale del Cinema di Pesaro di tanti anni fa e lo ritrovo ogni anno alla Festa Internazionale del Cinema di Roma. Lui vive e lavora a Palermo, io a Roma – entrambi per “vocazione e professione”.

Giuseppe mi piace molto e per molte ragioni. Fra queste, il suo essere asciutto con leggerezza nei giudizi, della serie “una parola è poco, due sono troppe”. L’ultimo film di Silvio Soldini, Giuseppe? “Non era necessario.” E Francis Ford Coppola? “Alla presentazione del suo ultimo film ha detto che ha voluto fare un film povero, un film d’artista, ed ha concluso rivelando che è costato 15 milioni di dollari...” E sorride con un sorriso fine, ricordo di quello dell’Ignoto Marinaio di Antonello da Messina.

 

(3 novembre 2007)

 


 

Affermazione. Ci sono alberi – metafora. Come l’arancio. Chiarimento. Se io dico “quell’uomo è un insetto”, dico che è uomo ed è insetto. “Nel destarsi, un mattino, da sogni inquieti, Gregorio Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto.” – scrive Franz Kafka all’inizio della Metamorfosi. Aneddoto in forma di prova. Kafka mandò all’editore della Metamorfosi in forma di libro una lettera centrata sull’immagine da apporre alla copertina, e scrisse gridando: “L’insetto no!” Domanda. Cosa c’entra la figura della metafora con l’arancio? Se osservate un arancio al completo (di fiori e frutti), qualcosa vi disorienta e vi conturba: è la natura metaforica dell’arancio. Lettura in forma di prova. L’altro giorno entro nella mia libreria preferita, la Feltrinelli Argentina - che uso come biblioteca (le biblioteche mi intristiscono, sono piene di persone di carta) leggo il libro di Pierre Laszlo, Storia degli agrumi (Donzelli 2006) e annoto: “Gli aranci hanno rami carichi di fiori bianchi e frutti dorati. I fiori bianchi rappresentano la verginità, le arance la fecondità.”

 


 

Bestia da stile di Pier Paolo Pasolini, messo in scena al Teatro Kismet di Bari i primi giorni dell’aprile 2005 dalla Banda Latella.

1…Undici. Due donne, nove uomini. Seduti su sgabelli da pianoforte di fronte al pubblico di molti e molte molto giovani. Ai confini di Bari, nello stomaco d’un capannone preceduto da pochi metri quadrati di terra di riporto di un vivaio – dice allegro di vivere Roberto Ricco, direttore artistico – per giustificare la feracissima onirica crescita di due agavi e due chicas, fiorite - o fruttate?

2…Jan = Jan Palach – Pier Paolo Pasolini davanti, dieci concertisti allineati dietro, stretti fra loro, a ridosso di lui. Vestiti di nero, camicie bianche e papillon neri, e fodere rosse. Due chitarre, e sotto gli sgabelli grandi tamburelli. Una penna d’oca nera, due poggiapiedi, una bottiglietta d’acqua minerale.

3…Recitano concentrati, concertanti, e ogni quarto d’ora – sentono le campane segnatempo? si mettono a suonare e cantare, inframezzando e sospendendo il testo, ambientandolo da altre parti, ricordandolo in altri tempi: Gracias a la vida di Violeta Parra e canto funebre meridionale italiano, e tamburelli insieme, in crescendo, e chitarra uno e due: sette intermezzi-commenti-ricordi. Recitano e cantano: un oratorio-musical. Incatenato e scatenato, commosso e commovente.

4…Poi, verso la fine, stanchi di questo o temendo di stancare, sazi di novità o riaddomesticati dallo “spirito del teatro” ecco qualche colpo di teatro, ripetuti, rassicuranti.

La madre di Jan, schizzata, urla, ingiuria, con le giacche rivoltate attaccate al cinturone – sbucato da dove? Jan si spoglia fino alle mutande bianche e viene rivestito di bianco come un clown-spaventapasseri, e fa le vocette e le vociaccie. Il sipario. Tutto era accaduto di qua dal sipario, ma ora il sipario si apre e dietro, nel buio, una figura stilizzata umana di filo e di ferro e cera viene incendiata da un signore grigio - sbucato da dove?

5…La Banda, però! Scassinatori che scavano sotto terra, ergastolani in fuga sui merli del castello, partigiani che s’intendono avanzando nel bosco. Una banda amorosa, complice, gioiosa. Marco Foschi, Stefania Troie, Rosario Tedesco, Annibale Pavone e Cinzia Spanò, e Giuseppe Massa, fino a undici. Anche oltre, fino a noi astanti testimoni di un miracolo come di Caravaggio.

 

(aprile 2005)

 


 

[Saperi sociali, ricerca sociale. 1500 – 2000. di Orlando (Lentini), Franco Angeli 2003]

 

Lo schema teorico di Orlando: Modo di Organizzazione > Modo di Rappresentazione (da ora in poi MO > MR) è uno sviluppo notevole dello schema marxiano (ed è estensibile: alla letteratura, alle arti figurative, al cinema, etc.)

 

Grazie allo schema, magnifico lo smantellamento delle partizioni accademiche e disciplinari, accresciuta la comprensione di molti autori (Contarini, Lodovico Guicciardini, Martini, etc.) e di molti periodi (l’illuminismo francese, il progetto democratico americano, il totalitarismo giacobino, il populismo russo, etc.), notevoli molte esposizioni analitiche (Marx, per esempio, ma anche Bentham, Tocqueville, Weber, etc.)

 

Ma. Lo schema MO > MR è ancora troppo vago (nella sua formulazione), troppo poco mostrato e dimostrato nel corso del libro (per farlo occorrerebbe descrivere parallelamente al MO il MR in forma sufficientemente analitica da individuare le corrispondenze cruciali per la mostrazione e la dimostrazione).

 

Lo schema teorico MO > MR va inteso marxianamente (MO>MR) e weberianamente (MO >< MR), ma occorre svilupparlo gramscianamente (Condizioni e INIZIATIVE, Passato e PRESENTE, Storia e POLITICA, Struttura e SUPERstruttura, etc.)

 

Pare che Orlando pensi come segue (vedi pagina 284):

nasce un nuovo Modo di Organizzazione (o si sviluppa una nuova fase del processo costitutivo del sistema-mondo), i saperi sociali dati in precedenza definiscono e gestiscono per un tratto il nuovo, finché non si riesce a produrre un Modo di Rappresentazione specifico del nuovo Modo di Rappresentazione (o della nuova fase del processo costitutivo del sistema-mondo): vale a dire la Teoria è teorizzazione del già esistente e operante, vale a dire la Teoria è coscienza della tendenza dominante.

 

Ma. Ma, in effetti, nella realtà, la Teoria segue e la Teoria anticipa, la Teoria dice (quello che c’è) e contraddice (dice quello che potrebbe essere).

 

Gramsci è sottovalutato e incompreso. Da dove nasce questo “errore teorico”?

1…Gramsci è dedotto dallo schema teorico prestabilito. (Ricordarsi dell’errore analogo commesso da Louis Althusser.)

2…La sottovalutazione e incomprensione di Gramsci dipende anche dalla sottovalutazione (di matrice marxiana) degli elementi politici e culturali del sistema-mondo.

3…La sottovalutazione e incomprensione di Gramsci comporta la mancata comprensione della “crisi organica mondiale” come teorizzata da Gramsci (ridotta da Orlando a “un periodo di tensione nella realtà virtuale con cui è vissuto il mutamento, ancora oggi non superata da un nuovo consenso intorno alla definizione della situazione più vicina al processo reale” pp. 284-5), della crisi della politica (partiti e Stati), e della crisi dei saperi sociali (marxismo e sociologia).

 

Per raccontare la storia del marxismo e della sociologia occorre un punto di vista teorico superiore ad entrambi: la “scienza della storia e della politica”, avviata da Gramsci e sviluppata da Pasquale e Luis, è un tentativo in questa direzione.

 

(Nota di prima lettura - inizio 2004)

 

*

 

È uscito un libro di storia dei saperi e delle ricerche sociali che getta una nuova luce sul Novecento, e particolarmente sulla crisi dei marxismi e delle sociologie che ne ha segnato il trentennio finale. Lo ha scritto Orlando Lentini e si intitola La sinistra americana pensa il mondo (Franco Angeli 2008).


A cinque anni dalla pubblicazione di Saperi sociali, ricerca sociale 1500-2000 (Franco Angeli 2003), nel quale ha ricostruito l’intero arco dei saperi e delle ricerche sociali moderne (dall’arte del vivere civile di Machiavelli all’analisi dei sistemi-mondo di Wallerstein), Lentini ricostruisce in una grande narrazione storico-teorica ‘le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese’ della sinistra americana nel secolo scorso. I maggiori scienziati storico-sociali del novecento americano, tra i quali giganteggiano Immanuel Wallerstein e Gabriel Kolko, e le loro imprese intellettuali e morali, vengono qui per la prima volta spiegati e illustrati come autori e opere costituenti la nuova realtà virtuale del mondo globalizzato.

Le notevoli acquisizioni della nuova ricerca storiografica di Lentini sono tre. Prima acquisizione: il capitalismo si è rivoluzionato. Agli inizi del Novecento si è realizzata una metamorfosi del ‘capitalismo imprenditoriale’ – il capitalismo conosciuto da Karl Marx e Max Weber (coautori del paradigma liberal-marxista) - nel ‘capitalismo corporato’ (come risulta dalle indagini storico-sociali di Adolf A. Berle Jr. e Gardiner C. Means [1932] e di Alfred D. Chandler, Jr. [1977]). Seconda acquisizione: il marxismo non è riuscito a tenere il passo di questa rivoluzione. Il fatto che “la metamorfosi corporata sia stata pensata a lungo con categorie analitiche liberal-marxiste ha rappresentato probabilmente il principale problema di una scienza sociale critica per gran parte del XX secolo.” Terza acquisizione: non abbiamo ancora capito perché il marxismo si è rivoluzionato meno del capitalismo. “Rimane da spiegare perchè questo processo di trasformazione della struttura economica del mondo sia stato a lungo interpretato e rappresentato con categorie analitiche e visioni, proprie di quella che chiamiamo la geocultura liberal-marxista, espressione della visione imprenditoriale del mondo.”

Avanzo di seguito una proposta storico-teorica, nel tentativo di spiegare quel perché, partendo dal punto debole della storia di Lentini: la sottovalutazione del contributo del Gramsci dei Quaderni per comprendere e superare il ritardo scientifico e culturale dei marxismi e delle sociologie, la loro “crisi”. Un solo esempio: Lentini documenta che Wallerstein “pone in discussione l'unità di analisi ‘stato-nazione’ ” e la figura dello storico e dello scienziato sociale a favore dello “scienziato sociale storico” già a metà degli anni settanta. Ma non comprende in tutte le sue conseguenze Lentini, e prima di lui Wallerstein, che queste acquisizioni metodiche sono una piccola parte delle scoperte del Gramsci dei Quaderni, critico dei marxismi e delle sociologie e fondatore della 'scienza della storia e della politica', una scienza che – quando riconosciuta e sviluppata - servirà come il pane a tutte le sinistre del mondo.

 

(Alias, 6 settembre 2008)

 


 

Bruno Nottin, un esperto francese crede di aver svelato “il mistero” del sorriso della Gioconda avendo rivelato (ai raggi X) il corpetto di garza indossato dalla modella di Leonardo (indumento a quel tempo usuale per le partorienti). Beata ingenuità dei positivisti! Non importa loro che il sorriso di Leonardo (riflesso nella Gioconda), il sorriso di Machiavelli (rifratto nel Principe), il sorriso di Ariosto (riverberato nell’Orlando Furioso), siano sorrisi di liberazione dal mondo di mezzo, dal mondo dei terrori teologici, di liberazione dal mondo moderno, dal mondo dei terrori tecnologici. Hanno ben altro da fare, i nipotini di Henri de Saint-Simon, che domandarsi cos’è un ritratto e chi è il soggetto del ritratto, cosa è un ritrattista e cosa ritrae ritraendo.

 

(28 settembre 2006)

 

*

 

I processi costituenti dei nuovi partiti politici in Italia (‘Partito Democratico’ e 'Cosa Bianca', 'Partito del Popolo della Libertà' e ‘Sinistra-l’Arcobaleno’ e chi più ne ha più ne metta) sono processi acefali. Senza testa. Sono dominati da un gruppetto di capintesta eppure sono senza testa, in quanto senza teoria. Sono processi tutta coda. Tutta pratica.

Ma la pratica senza la teoria è come i soldati senza capitano – parola di Leonardo da Vinci.

Scrivevo (giovedì 6 dicembre, nel post “oltre l’illuminismo, oltre il cristianesimo”) che ci troviamo nel bel mezzo di una crisi organica (Gramsci, Quaderni del carcere) – cioè una fase storica in cui ciò che facciamo è troppo diverso da ciò che pensiamo. Teoria e pratica sono separate in casa. Sono separate dentro ognuno di noi.

Quanto ai partiti, la teoria è addirittura fuori 'come un citofono' – direbbe una figlia di nome Sofia. Infatti i partiti politici italiani non solo non producono al proprio interno la teoria necessaria a guidarli, ma neppure utilizzano nei propri processi ricostituenti la teoria che si produce fuori dei partiti.

Pier Paolo Pasolini diceva trentacinque anni fa che 'il Potere' non era più nei partiti politici, stava “altrove”. Oggi anche 'la Teoria' sta “altrove”.

 

(12 dicembre 2007)

 


 

Claude Lévi-Strauss, etnologo amante esperto di cinema, coglie (vedi l’intervista pubblicata l’altro ieri dai “Cahiers du Cinéma” e ieri da “la Repubblica”) nella rappresentazione degli Uccelli di Alfred Hitchcock “…un errore molto grave: gli uccelli, che rappresentano la natura, vengono rappresentati unicamente sotto l’angolazione visiva, cioè, tra tutti i sensi, quello più intellettuale, più socializzato, quello che sta già sul versante della cultura. Fare un film basato sui rapporti tra uccelli e uomini nel quale non ci siano sterco e puzza è un errore che compromette l’impresa. Avremmo dovuto vedere la gente invischiata nella sporcizia...” A me pare questa una buona critica, e questo un buon genere di critica, non perché stabilisce una norma assoluta – non credo nella critica normativa, bensì nella descrizione critica - ma perché domanda una relazione intrinseca tra le cose e la loro rappresentazione.

Su questo terreno, mi vorrei spingere oltre, domandandomi perché mai oggi la stragrande maggioranza dei confronti parlati tra due personaggi è rappresentata dal cinema e dalla televisione con una serie di “campi / controcampi”. Per me ritengo, invece, che un dialogo o una discussione o una conversazione o una chiacchierata o un diverbio (e via distinguendo) debbano essere rappresentati in maniera icasticamente diversa tra di loro. Porto ad esempio, e come esempio, Carl Theodor Dreyer, il quale rappresentava i dialoghi con il “piano fluido” – inquadratura del personaggio A > panoramica > inquadratura del personaggio B > panoramica… Ecco un modo intrinseco di mettere in relazione le cose e la loro rappresentazione. Certo, di modi ce ne sono, e ce ne possono essere, altri – infiniti quanto gli autori – ma tutti e sempre, in nome dell’arte, per fare arte, intrinseci.

 

(22 settembre 2006)

 

*

 

Cosa facciamo, cosa dobbiamo fare, quando collaboriamo oggi, in un mondo in cui un ‘direttore della fotografia’ di un film non si contenta di essere ‘direttore’ ma pretende di essere chiamato ‘autore’?

In questo momento penso che nella realizzazione di un’opera collegiale: la composizione di un film o di un giardino, la costruzione di una cattedrale o di una zattera, la messa in scena di un melodramma o di una bugia, l’inseguimento di un sogno o di una lepre, l’esecuzione di una sinfonia o di un delitto... è autentico collaboratore chi si dispone intellettualmente e moralmente come Claude Lévi-Strauss adolescente.

“Da adolescente passavo gran parte del mio tempo libero a disegnare costumi e scene per opere. Il problema che mi ponevo era cercare di esprimere nel linguaggio delle arti grafiche qualcosa che esisteva già nella musica e nel libretto; cioè tentare di cogliere la caratteristica invariante di un insieme assai complesso di linguaggi (il linguaggio musicale, il linguaggio letterario, il linguaggio grafico). Il problema [del collaboratore] è trovare l’elemento comune a questi linguaggi.”(Mito e significato, Net 2002)

La soluzione del problema del collaboratore non è dunque (come troppi credono) esprimersi astrattamente, indipendentemente, bensì costruire concretamente, dipendentemente, è partecipare - prendere parte, è tradurre - “trovare l’elemento comune”.

È questo che cerco di fare io quando collaboro. È questo che spero cerchi di fare – traggo un esempio dalla mia esperienza - un montatore mentre collabora (orizzontalmente) con uno scenografo, un costumista, un attore, un’attrice, un musicista, un rumorista, un fonico, un operatore, un fotografo, eccetera e (verticalmente) con un regista, uno sceneggiatore, un autore.

E qui compare la parola “autore”. Cosa è un autore? Per spiegarlo prima a me stesso, e poi a chi mi leggerà, così come questa volta ho collaborato con Lèvi-Strauss, la prossima collaborerò con Sofocle.

(Dimenticavo: quando comincio il montaggio di una nuova opera audiovisiva con un nuovo montatore, la prima cosa che faccio è appendere alla parete dello studio un foglietto dove sta scritto, per lui e per me, questa frase di Gustave Flaubert: “Non sono le perle. È il filo che fa la collana.”)

 

(18 settembre 2007)

 

*

 

“Non ho la sensazione di scrivere personalmente i miei libri” – scrive Claude Lèvi-Strauss nella Premessa al suo libretto dal titolo Mito e significato e sottotitolo L’antropologia in cinque lezioni (Net 2002). E più avanti: “Non ho mai avuto, e non ho tuttora, la percezione della mia identità personale. Vedo me stesso come il luogo in cui qualcosa accade, ma non c’è nessun ‘Io’, né alcun ‘me’. Ognuno di noi è una sorta di crocicchio ove le cose accadono.”

Il libretto è ammirevole per chiarezza e concisione – lo consiglio a tutti i blogger che la fanno contorta e lunga. Soltanto la Premessa non mi convince e non mi commuove – epperò le Premesse sono importanti, specie se sono devianti. Io per me (oggi, fino ad oggi, domani non so – se qualcuno mi porta argomenti convincenti e commoventi sono pronto a cambiare idea) non credo a questo spettro dello spodestamento e decentramento dell’Io’ che si aggira da mezzo secolo nella cultura occidentale. Noi siamo un crocicchio? Direi piuttosto che siamo un crocicchio e il suo vigile. Certo, non sappiamo da dove vengono e dove vanno i veicoli che ci attraversano, ma sempre responsabili autonomi del governo del crocicchio siamo – anche quando (come talvolta persino Omero) dormiamo.

Nota bene. Sono certo che Claude Lévi-Strauss abbia vissuto l’esperienza del ‘nessun Io’, ma penso che l’abbia teorizzata, in quanto strutturalista, riduttivamente. “Anche la più bella ragazza del mondo ha uno scheletro” – ha scritto Eric Weil. Sono d’accordo, come negarlo? ma non per ciò quando guardo una bella ragazza la riduco al suo scheletro: la vedo completa di ciccia e di Io.

(Freud definisce ‘Io’ la struttura psichica che organizza i rapporti dell’individuo con la realtà interna ed esterna. Lo psicoanalista strutturalista Lacan ha tentato di sviluppare la psicoanalisi come teoria dello spodestamento e decentramento dell’Io a favore dell’Inconscio.)

 

(9 ottobre 2007)

 


 

L’altro giorno (il 19) riflettevo su “come scrivere”. Oggi ci provo su “cosa scrivere”. Leggendo Tredici giornalisti quasi perfetti di David Randall (Laterza 2007) ho fatto la conoscenza di Abbott Joseph Liebling (uno dei tredici), il quale ha raccolto dalla viva voce di un politico corrotto della Luisiana degli anni ‘50 del secolo scorso, e trascritto, questo consiglio: “Non scrivere nulla che tu possa dire per telefono. Non dire nulla per telefono che tu possa dire ad alta voce. Non dire nulla ad alta voce che tu possa sussurrare. Non sussurrare nulla che tu possa dire con un sorriso. Non dire nulla con un sorriso che tu possa dire con un cenno del capo. Non dire nulla con un cenno del capo che tu possa dire con un battito di ciglia.” Ecco “cosa scrivere”: soltanto ciò che non si possa dire per telefono, ad alta voce, sussurrando, con un sorriso, un cenno del capo, un battito di ciglia. Altrimenti si fa letteratura.

 

(26 febbraio 2007)

 


 

È il 1456: il cinquantenne fra Filippo Lippi pittore, nominato Cappellano del Convento di Santa Margherita a Prato, vi scopre la ventunenne suora professa Lucrezia Buti. Folgorato dalla bellezza di lei, desidera averla come modella per il quadro 'Madonna che dà la Cintola a san Tommaso'.
Come diavolo abbia fatto fra Filippo a convincere la badessa del convento a lasciar posare una suora per il suo dipinto resta un mistero. A meno di osservarlo attentamente. La badessa è la minuta committente in ginocchio a sinistra, ed è presentata alla Vergine con un gesto ispirato e uno sguardo rapito da Lucrezia travestita.
Fra Filippo non si accontentò di un quadro, suor Lucrezia posò per lui molte altre volte, finché un giorno lui la rapì e la portò a vivere nella propria casa. Ebbero due figli, Filippino e Alessandra, e Filippo dipinse il suo capolavoro, ‘Madonna col Bambino e angeli’, nel quale i colori puri della tradizione sono abbandonati, e si costituisce un’unità atmosferica mai vista prima - e che sarà perseguita in seguito solo da Leonardo.
Quale morale bisogna trarre da questa vicenda non è chiaro. Forse che “tutto è bene ciò che finisce bene” o che “il male può produrre il bene” o ancora che dalle vicende umane si devono trarre, ‘al di là del bene e del male’, figli e quadri.

 

(8 giugno 2007)

 


 

Cesare era dittatore e girava senza scorta. Perché – diceva - era meglio morire un giorno di morte che ogni giorno di paura. Bruto e Cassio erano repubblicani e pugnalarono Cesare perché - non dicevano - era meglio ucciderlo una volta che suicidarsi ogni volta d’invidia.

L'ironia della sorte e della morte fecero di loro ciò che erano: lui il classico perpetuo della guerra letterata (e massimo interprete della commedia nuova), loro i repubblicani a tempo determinato: condottieri dispotici in lotta per la sua successione (e minimi interpreti del diritto antico).

 

(26 aprile 2008)

 


 

Perché Aristotele è stato il miglior allievo di Platone? Perché ha voluto e saputo superare il maestro. Platone l’aveva intuito, e lo chiamava ‘l’intelligenza’.

Perché gli intellettuali marxisti, invece di partire da Marx, di lavorare con Marx nella prospettiva di un suo superamento, hanno cercato di restare in ogni modo serrati entro il suo orizzonte, fino a ridurre le idee - che questi proponeva come “forme di sviluppo” della conoscenza scientifica - a sue “catene”? Eppure, per dirla con le parole di uno dei suoi migliori allievi, “ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. È questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’.” (Max Weber) Probabilmente, per sottovalutazione dei diritti della scienza. Marx l’aveva intuito, e diceva di non essere marxista.

Tra gli intellettuali di parte comunista che invece hanno preso sul serio non soltanto il Marx politico, ma anche il Marx scienziato, spiccano certamente Lenin e Gramsci. Lenin ha certamente sviluppato e superato Marx, di fronte al quale scompare come teorico e scienziato, sul terreno della azione politica e ideologica. Il risultato è stato, con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e la conseguente egemonia del comunismo sovietico sull’intellighentsia comunista, un primato della politica e dell’ideologia all’interno della cultura marxista, che a me pare determinante della attuale sua crisi.

È toccato a Gramsci assumere e superare la lezione di Lenin, la sua “rivoluzione contro ‘Il Capitale’ ” nella attività giovanile, e la stessa lezione di Marx sul terreno teorico e scientifico nei ‘Quaderni del carcere’. Opera questa che offre le basi per una rifondazione dell’intera cultura marxista, e che ha posto il marxismo italiano in una condizione di progressiva egemonia a livello internazionale. Questa condizione di superiorità intellettuale del marxismo italiano che parte da Gramsci, che lavora con Gramsci, che vuole e sa superare Marx e il marxismo per superare la sua attuale crisi di conoscenza e di direzione delle trasformazioni della ‘struttura del mondo’, questo primato è tuttavia frenato nel suo sviluppo dalla parziale comprensione della rivoluzione intellettuale gramsciana, di cui si rendono ancora oggi responsabili i marxisti italiani medesimi, probabilmente per sottovalutazione dei diritti della scienza.

Vorrei dare qui una triplice prova di questa sottovalutazione. Ho davanti a me gli interventi dei marxisti italiani di parte comunista in occasione dei festeggiamenti per il centenario della morte di Marx. Ne scelgo tre in qualche modo rappresentativi, per varietà di ambiti disciplinari e tendenze culturali – pubblicati in ‘Rinascita’ del 4 marzo 1983.

Il filosofo Cesare Luporini sostiene finalmente necessaria la radicale distinzione tra Marx e il marxismo, e perciò “l’impresa di rifarsi direttamente a Marx fuori dagli schemi del marxismo”. Pensa ad un lavoro filologico e storico-critico capace di rileggerlo “in modo vergine, ma ricostruendo l’epoca, i linguaggi, la realtà contemporanea a Marx”. Il fatto è che ogni filologia contiene una filosofia, e ogni ricostruzione è una nuova costruzione. La ricostruzione filologica e storico-critica della struttura effettuale, della consistenza teorica e dell’efficienza storica del lavoro scientifico di Marx, per non risolversi in una sua riduzione (adattamento accademico o politico), deve essere guidata da un sistema di riferimento teorico superiore, storicamente e teoricamente superiore. Il curioso di Luporini è che, mentre non fa cenno alcuno a Gramsci, propone un programma di lavoro intorno a Marx che è esattamente il programma di lavoro dei ‘Quaderni’: “Quistioni di metodo. Occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. [Quaderno 16]” Perché?

Il politologo Leonardo Paggi sostiene da parte sua che si è storicamente esaurita la “connessione del marxismo con la politica del movimento operaio europeo”, e ancora che il primato stesso della politica risulta anacronistico nel contesto della crisi dello Stato sociale contemporaneo. Il futuro del marxismo starebbe conseguentemente in uno spostamento radicale dell’attenzione verso l’emergenza di una “soggettività individuale che privatizzandosi decide da sola di ciò in cui credere”, che sarebbe stata profetizzata “alla fine degli anni Trenta” da Carl Schmitt. Ora, l’apertura del marxismo contemporaneo ai contributi della sociologia e della politologia è necessaria e positiva, ma a condizione che avvenga in modo critico, non già pragmatico e meramente empirico. Occorre perciò superare la teoria e pratica leniniana e togliattiana della politica come “vertice delle attività umane”(Relazione di Togliatti al primo convegno di studi gramsciani, del gennaio 1958). Un superamento che però non può prescindere dalla critica della sociologia e politologia moderne che Gramsci elabora agli inizi degli anni Trenta, e che lo porta ad una ridefinizione teorica dei rapporti tra politica e soggettività individuale, ad un ridimensionamento della funzione della politica nel “passaggio dalla struttura alle superstrutture”. “Si tratterà di stabilire la posizione dialettica dell’attività politica (e della scienza corrispondente) come determinato grado superstrutturale: si potrà dire, come primo accenno e approssimazione, che l’attività politica è appunto il primo momento o grado, il momento in cui la superstruttura è ancora nella fase immediata di mera affermazione volontaria, indistinta ed elementare.” [Quaderno 13]” Eppure Paggi dimentica Gramsci e consiglia entusiasticamente Schmitt. Perché?

Lo storico Renato Zangheri infine ripropone il concetto marxiano dello Stato come “strumento della classe dominante”. Un concetto, dice, sostenzialmente adeguato per la comprensione della natura e delle funzioni dello Stato contemporaneo, arricchito prima dallo stesso Marx nei suoi lavori storiografici, e poi da Gramsci, il quale lo assume in pieno e lo consolida con acute specificazioni nei ‘Quaderni’, per esempio “in un penetrante appunto sotto la rubrica ‘cesarismo’ ”. Il fatto è che, nella pratica, il Partito Comunista Italiano (del quale Zangheri è diventato da poco responsabile per i problemi dello Stato e degli enti locali), ma anche sul piano della teoria (si veda l’ultimo libro di Pietro Ingrao, ‘Tradizione e progetto’, recensito recentemente su queste pagine – e Ingrao è presidente del Centro studi per la riforma dello Stato istituito da qualche anno per iniziativa del PCI stesso), non si riconosce più nel concetto unilaterale che aveva dello Stato, bensì in questo: “Stato è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati”. Il lettore si chiederà da dove salta fuori questo concetto, storicamente e teoricamente superiore al concetto marxiano tradizionale. Ma dal Quaderno 15, paragrafo ‘Sociologia e scienza politica’! Zangheri di questa contraddizzione non tiene conto. Perché?

(l’Astrolabio, 30 marzo 1983)

 


 

Pier Paolo Pasolini, a un passo dalla fine della sua vita mortale, ha lasciato a futura memoria questa massima anti-populista: “Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà.” E questo libro di Alessandro Cavallaro: Operazione ‘armi ai partigiani’. I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia (Rubbettino 2009) ne offre, facendo un po’ di storia, una straziante illustrazione. Grazie. Ne abbiamo bisogno come il pane di libri come questi, oggi, in una Italia irretita dalla demagogia a tutti i costi, dal ridere-ridere-ridere, dal populismo, appunto.

Vi si racconta la breve vicenda della Repubblica Rossa di Caulonia (paese della costa ionica della Calabria) e la lunga vita del suo protagonista, Pasquale Cavallaro (padre di Alessandro). Vengo al suo punto cruciale, per trarne una magistrale lezione storica (“historia magistra vitae” – ha scritto Cicerone). I primi giorni di marzo del 1945 una manifestazione politica stava per trasformarsi in insurrezione popolare. Pasquale Cavallaro, del comune di Caulonia eletto sindaco “a furor di popolo”, “s’accorse che la maggior parte dei manifestanti erano armati con i fucili mitragliatori che tra il 1942 e il 1943 gli angloamericani avevano sbarcato tra Roccella e Caulonia e consegnato a lui personalmente, perché li facesse pervenire ai partigiani.” Egli dapprima contrastò l’iniziativa domandata a gran voce dalla folla armata, ma poi cedette, mettendosene a capo. Così, quell’uomo ribelle forte e colto che fino a quel momento aveva seguito pazientemente, accortamente, realisticamente la via politica, avviando riforme (ristrutturazione democratica degli uffici e delle attività comunali, redistribuzione delle terre demaniali), intraprese impulsivamente la via militare. Nacquero così il Consiglio della Rivoluzione, il Consiglio del Popolo, il Tribunale del Popolo, il Campo di Concentramento, e si avviò una esperienza comunarda rivelatasi rapidamente “nemica della realtà”. Durò infatti meno di una settimana. Morirono un bracciante e un parroco, i rivoltosi furono isolati, disarmati, accusati davanti al tribunale di Locri di costituzione di bande armate, estorsione, violenza a privati, usurpazione di pubblico impiego e omicidio.

A me pare che in questo caso si sia ripetuta (historia magistra vitae?) la vicenda di Spartaco, lo schiavo ribelle forte e colto, e dei suoi compagni di rivolta. Infatti Spartaco, negli anni intorno al 70 a. C., liberati una moltitudine di schiavi, sconfisse ripetutamente l’esercito romano, e risalì l’Italia fino alle Alpi, con il disegno di superarle, riportando quegli uomini ormai liberi – traci, celti, germani, galli - alle loro terre d’origine. Ma la folla degli schiavi pretese di restare in Italia e saccheggiarla. Spartaco oscillò, e infine cedette, avendo così “torto in tanti”.

“Meglio aver torto in tanti che ragione da soli”, ha scritto Rosa Luxemburg. No, grazie. Preferisco Pasolini. Preferisco sempre la ragione. Preferisco sempre la realtà. Preferisco sempre la verità. “La verità è sempre rivoluzionaria.” La ragione, la realtà, la verità, sono sempre rivoluzionarie, non la rivoluzione.

 

(Alias, 3 maggio 2009)

 


 

Bruno Nottin, un esperto francese crede di aver svelato “il mistero” del sorriso della Gioconda avendo rivelato (ai raggi X) il corpetto di garza indossato dalla modella di Leonardo (indumento a quel tempo usuale per le partorienti). Beata ingenuità dei positivisti! Non importa loro che il sorriso di Leonardo (riflesso nella Gioconda), il sorriso di Machiavelli (rifratto nel Principe), il sorriso di Ariosto (riverberato nell’Orlando Furioso), siano sorrisi di liberazione dal mondo di mezzo, dal mondo dei terrori teologici, di liberazione dal mondo moderno, dal mondo dei terrori tecnologici. Hanno ben altro da fare, i nipotini di Henri de Saint-Simon, che domandarsi cos’è un ritratto e chi è il soggetto del ritratto, cosa è un ritrattista e cosa ritrae ritraendo.

 

(28 settembre 2006)

 

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La condizione di disoccupato, senza mezzi e in cerca di lavoro, non impedisce a nessuno di noi di fare qualcosa di socialmente utile e storicamente necessario – se il fine che ci assilla è piccolo e plebeo e insieme grande e nobile, per esempio “salvare la povera Italia”.

A questo pensavo ieri leggendo l’asciutta e sapida Storia della letteratura italiana di Ugo Dotti (Carucci, 2007), giunto al capitolo dedicato a Niccolò Machiavelli.

Il quale Niccolò, caduta la Repubblica Fiorentina, tornati a Firenze i Medici, perde l’impiego di Segretario della Seconda Cancelleria, è imprigionato, leggermente torturato, confinato, e, dal confino, imperterrito, in sei mesi, dal luglio al dicembre 1513, scrive il Principe. Per cercare di guadagnarsi il pane, certo, per richiamare l’attenzione su di sé, certo, ma nello stesso tempo per “salvare la “povera Italia”.

Per trovare rimedio alla povertà e alla debolezza italiana, alla sua crisi storica, dovuta alla “tristizia dei principi italiani, non alla natura trista degli italiani”, Niccolò fonda la scienza politica e lo Stato moderno, il cui compito storico doveva essere, ed è stato (fino a quando non è entrato in crisi a sua volta) “sottrarre all’uomo l’occasione di fare il male in virtù delle leggi garantite dalla forza” (Dotti, pagina 163)

Oggi, autunno 2007, che la vita politica e statale italiana è piena di baruffe mediatiche, strepiti giudiziari, cipigli politici - insomma, per dirla col Machiavelli critico delle milizie mercenarie, di “battaglie senza morti” - leggere Machiavelli per fare come Machiavelli è ‘fare la cosa giusta’.

Tu, disoccupato, senza mezzi e in cerca di lavoro, cosa stai facendo?

 

(6 novembre 2007)

 

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Dick Cheney – ex vicepresidente degli Stati Uniti - ha ammesso ieri che sì, sapeva delle torture da infliggere ai detenuti di Al Qaeda dopo l’11 settembre 2001, e le aveva approvate, e pensa di aver fatto la cosa giusta, perché così facendo ha salvato la nazione statunitense da nuovi attacchi terroristici – il fine giustifica i mezzi. Cheney si è vantato insomma d’essere un uomo politico machiavellico: non ha forse detto Machiavelli che “il fine giustifica i mezzi”?

No. Machiavelli non ha detto questo. Non lo ha pensato. Non lo ha scritto. La frase gli è stata attribuita dai suoi avversari – i gesuiti primi fra tutti. Machiavelli ha scritto, ne ‘Il Principe’: “E’ necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità.” Ebbene, l’inciso “volendosi mantenere” non è giustificativo: il fine non giustifica i mezzi, perché l’essere non buoni non ricava mai, nemmeno dal successo politico, una giustificazione morale (leggi per esteso R. Buscagli, ‘Niccolò Machiavelli’, La Nuova Italia 1975).

Machiavelli dunque dice (pensa e scrive) che la politica propria del mondo moderno non nasce dalla morale e non è giustificata dalla morale, è una politica a-morale. Per concepire e praticare una politica morale bisogna concepire e praticare la ‘scienza della storia e della politica’ e ‘l’economia di solidarietà’ – vedi le rubriche ‘Gramsci’ e ‘economia di solidarietà’ del sito-rivista.

 

(24 aprile 2009)

 


 

 

In una recente intervista Capitano Ultimo [il tenente colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio che ha arrestato nel 1993 Salvatore Riina] ha raccontato che nell’auto che li portava al Comando, il capo della mafia tremava come una foglia.

Mi è tornato in mente il capo della ‘ndrangheta della costa ionica quando ero ragazzo. Era il 1957, avevo nove anni e tornavo a piedi con mia madre a casa, nella campagna di Siderno. Ci rendiamo conto ad un certo punto che un uomo maturo ci segue a distanza. Cappello a larghe tese, un vestito di velluto a coste. A pochi metri da casa, l’uomo si avvicina, si leva il cappello e dice a mia madre: “Dite a don Lucrezio {Lucrezio Misuraca, mio padre} che ‘Ntoni Macrì vi ha accompagnato per proteggervi dai suoi uomini.” E se ne va.

 

Mio padre era in conflitto con la ‘ndrangheta. Lo avevo visto coi miei occhi sparare – a distanza di sicurezza, per non ammazzarlo – a un picciotto che lo aveva stupidamente provocato.

Si ripete - sbagliando - che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole. Ecco come e quanto sono cambiati, in meno di cinquant’anni, i capi delle organizzazioni criminali di massa.

 

2007

 


 

 

Possono esistere società senza ideologie, utopie, cerimonie? Secondo me no. Perciò possiamo-dobbiamo sempre costruire nuove ideologie, utopie, cerimonie. E quando scrivo “nuove” intendo “storicamente progressive” – capaci di farci vivere più simpatici e felici. Propongo quindi senz’altro di passare dalle cerimonie dell’io – che caratterizzano il vecchio mondo grande e terribile, dell’”io so’ io e voi non siete un cazzo” (Marchese Onofrio del Grillo) – alle cerimonie del tu – che svilupperanno il nuovo mondo globale e possibile, del “noi siamo un colloquio” (psichiatra Eugenio Borgna).

Le cerimonie del tu potrebbero assumere come patrona la figura certa e dubbiosa di Madre Teresa di Calcutta. La quale sfortunatamente apparteneva ad una organizzazione ademocratica di una religione asimmetrica che non sa più dove andare, ma fortunatamente, prima di andarsene chissà dove, ad un giornalista che le domandava chi fosse per lei la persona più importante, ha risposto guardandolo negli occhi e toccandogli le mani: “La persona che il quel momento sto guardando, toccando, ascoltando.” Ecco.

 

(20 settembre 2007)

 


 

 

Apro questo numero 5/2007 di MicroMega, la floreale rivista bimestrale, scorro l’indice e corro a leggere l’intervento di Maurizio Maggiani al I° Congresso del Partito Democratico.

Maggiani saluta cordialmente la platea e si rivolge ai capintesta del nuovo vecchio partito ricordando che undici anni fa, all’Eliseo, aveva chiesto loro un sola cosa: disegnare e cominciare a colorare ciò che Rosevelt aveva disegnato e colorato per i nordamericani, Mandela per i sudafricani, Thatcher per gli inglesi: “un paesaggio”. “Un paesaggio dove sentirmi abbastanza al sicuro per poter affrontare le incertezze della vita con spirito ottimista, abbastanza ampio per poterci camminare senza annoiarmi troppo e senza perdere la buona abitudine a guardare più avanti del primo angolo. Un paesaggio non finito e rifinito, così da avere la possibilità di coltivarlo anch’io.”

Undici anni. E il paesaggio? Non lo vede Maggiani, ha quasi perso la speranza. Qualcosa c’è, invece, tessere di un nuovo paesaggio che si delinea - a macchia di leopardo, certo, ma chi è senza macchia?

 

(11 ottobre 2007)

 


 

 

Se c’è qualcosa di essenziale nella realtà, negli uomini, nelle cose, questo qualcosa è sempre singolare e si riduce all’Uno o talvolta è molteplice e tende all’Infinito? Claudio Magris sostiene che l’essenziale in Kafka è “la figura dell’ebreo sradicato che ha nostalgia delle sue radici” (vedi l'ultimo ‘Diario’ de “la Repubblica”). Altri prima di lui hanno ridotto Kafka in univoche e reciprocamente esclusive interpretazioni: eroe di un’etica laica, precursore spirituale della controrivoluzione, testimone della morte di Dio, poeta dell’angoscia, dell’enigma, del disincanto, dello sfruttamento in un’epoca capitalistica, di un mondo finito – l’impero austro-ungarico, di un mondo burocratico – le società di massa, dell’uomo-massa “condannato non solo senza colpa, ma anche senza cognizione”, dell’intellettuale creativo “che ha poco suolo sotto i piedi” e chi più ne ha più ne metta.

Secondo me invece l’essenziale in Kafka è nel suo essere molteplice e inclusivo e tendenzialmente infinito, e per ciò benedettamente e maledettamente “anomalo e fuori dalla norma”, espressione che nella sua lingua originaria - il boemo - si traduce “Odradek”. Nel racconto Il pensiero del padre di famiglia (che precede - nella raccolta Il medico di campagna da lui stesso pubblicata - il racconto ‘Undici figli’, nel quale racconta i suoi racconti) egli si racconta così: “Dicono alcuni che la parola Odradek deriva dallo slavo, e su tale fondamento cercano di spiegare la sua formazione. Altri sono d’avviso che deriva dal tedesco, pur riconoscendo un influsso slavo. L’incertezza delle due interpretazioni lascia a buon diritto inferire che nessuna delle due risponde al vero…”

 

(22 novembre 2006)

 


 

 

Sto leggendo L’anima e il suo destino di Vito Mancuso, un simpatico teologo cattolico che ritiene “legittimo condurre una critica alla dottrina della Chiesa anche in quelle sue formulazioni che sono state dichiarate dogmi di fede” (pagina 30). Il peccato originale, per esempio: "un'offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all'innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina" (pagina 167), {Raffaello Cortina Editore, 2007}.

Leggo, rifletto, apprezzo l’onestà intellettuale e il coraggio morale di Mancuso, mi torna in mente un brano dei Quaderni del carcere di Gramsci, mi alzo dalla scrivania, vado alla libreria, vedo, prendo, apro, rileggo, trascrivo: “È da notare che tutte le innovazioni nel seno della Chiesa quando non sono dovute a iniziative del centro, hanno in sé qualcosa di ereticale e finiscono con assumere esplicitamente questo carattere finché il centro reagisce energicamente, scompigliando le forze innovatrici, riassorbendo i tentennanti ed escludendo i refrattari. È notevole che la Chiesa non ha mai avuto molto sviluppato il senso dell’autocritica come funzione centrale; ciò nonostante la tanto vantata sua adesione alle grandi masse dei fedeli.” Quaderno 6, 1930-32

 

(Sito-rivista fulminiesaette.it, 5 aprile 2008)

 

 

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Questo libro: L’anima e il suo destino di Vito Mancuso (Raffaello Cortina Editore, 2007) è, tra i tanti ditini alzati nel panorama teologico-e-filosofico italiano e mondiale, una mano santa. Primo - perché è un gran libro di storia critica del cristianesimo, delle sue soluzioni inventive e dei suoi problemi irrisolti. Questo teologo-filosofo cattolico ritiene, tanto per cominciare e finalmente, “legittimo condurre una critica alla dottrina della Chiesa anche in quelle sue formulazioni che sono state dichiarate dogmi di fede”. Il peccato originale, per esempio: "un'offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all'innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina". Secondo poi - perché prova a risolverli seriamente e serenamente, quei problemi, riformando il cristianesimo. Qui, oggi, ne consideriamo due. (Ma torneremo su altri, Dio solo sa quando.)

Primo problema: è riformabile il cristianesimo? Certo. Ma non dalla sua periferia. Chi lo dice? Antonio Gramsci, nei suoi Quaderni del carcere, argomentando così: “È da notare che tutte le innovazioni nel seno della Chiesa quando non sono dovute a iniziative del centro, hanno in sé qualcosa di ereticale e finiscono con assumere esplicitamente questo carattere finché il centro reagisce energicamente, scompigliando le forze innovatrici, riassorbendo i tentennanti ed escludendo i refrattari. È notevole che la Chiesa non ha mai avuto molto sviluppato il senso dell’autocritica come funzione centrale; ciò nonostante la tanto vantata sua adesione alle grandi masse dei fedeli.” (Quaderno 6) Stando così storicamente e teoricamente le cose, Mancuso, che non è tipo da farsi riassorbire (“Bisogna servire sempre la verità.”) sarà escluso dalla Chiesa cattolica. Quando e come concretamente non so e non posso sapere: “si può prevedere ‘scientificamente’ solo la lotta, ma non i momenti concreti di essa, che non possono non essere risultati di forze contrastanti in continuo movimento” (Quaderno 11).

Secondo problema: può sbagliare Gesù? Certo. Ma non nel punto in cui Mancuso ritiene, cioè nel suo prevedere imminente la fine del mondo. Ricordate? “...non passerà questa generazione...” Mt 24, 34. "Quella generazione è passata e la realtà è stata diversa... – egli scrive, e ancora - La realtà è stata ed è diversa, e di questo un cristiano maturo deve prendere atto.” Il fatto è che il concetto di previsione di Mancuso non è maturo, è ancora positivistico. Se si comprende e si usa il concetto gramsciano di ‘previsione’ la mente s’allarga e la musica cambia, e si capisce fino in fondo la ‘previsione’ di Gesù (e quella di Marx sulla fine imminente del capitalismo, ed altre ancora): “Realmente si ‘prevede’ nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il risultato ‘preveduto’. La previsione si rivela quindi non come un atto scientifico di conoscenza, ma come l’espressione astratta dello sforzo che si fa, il modo pratico di creare una volontà collettiva.” (Quaderno 11)

Comunque sia Mancuso teologo-filosofo cattolico osa sostenere che la Bibbia “non abbia goduto di un’ispirazione tale da parte dello Spirito santo da essere concepibile come garanzia di ogni parola in essa contenuta”. Lo sentite? Non è una mano santa per un cristianesimo in crisi intellettuale e morale in un mondo in crisi organica?

 

(Alias, 20 dicembre 2008)

 

 

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C’è voluta la fine del comunismo perché Marx fosse liberato dalla camicia di forza ideologica nella quale i marxisti l’hanno costretto per più di cento anni – Marx è morto nel 1883, il comunismo nel 1989.

Quanto ci vorrà per Gesù? Quanto tempo ancora sarà costretto nella camicia di forza ideologica dei cristiani? Tutti i cristiani in quanto cristiani, compresi quelli più simpatici, come Vito Mancuso: La vita autentica, Mondadori, 2008.


Questo libro è da leggere, ma fa torto a Gesù (come torto gli faceva il precedente: L’anima e il suo destino - vedi il ‘fulmine’ del 20 dicembre 2008). Leggiamo: “La versione della CEI traduce le parole di Gesù in Marco 8, 34 in questo modo: ‘Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso’, mentre sarebbe meglio rendere il verbo greco aparnéomai con ‘negare’ nel senso di ‘vincere’, ‘superare’: se qualcuno vuol venire dietro di me, si deve negare, si deve superare. Non si tratta di rinnegare se stessi quasi in odio a se stessi, ma si tratta di superare i propri interessi particolari per realizzarsi veramente nell’adesione a qualcosa di più grande.” Ben detto: “rinnegare se stessi quasi in odio a se stessi” non è farina del sacco di Gesù. È farina del sacco della CEI, e di Agostino di Ippona, e di Paolo di Tarso.

Ma allora perché Vito afferma che “il sospetto verso se stessi fa parte dell’insegnamento di Gesù”? Secondo me perché sente, comprende, capisce e spiega Gesù attraverso Agostino e Paolo.
Infatti, dopo aver criticato l’esclusiva fedeltà a se stessi (come teorizzata da Martin Heidegger), scrive “Rispetto al proprio sé, la diffidenza è altrettanto indispensabile della fedeltà.” E considera in sequenza (1) la “spietata autoanalisi” di Agostino (Confessioni), (2) il “severo giudizio sulla propria interiorità” di Paolo (Lettera ai Romani), e (3) Gesù: “Il sospetto verso se stessi fa parte dell’insegnamento dello stesso Gesù nella sua polemica contro una religiosità solo esteriore: ‘Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male.” (Mc 7, 20-21). ‘Dal di dentro’, nell’originale ésothen, è un avverbio che ricorre altre volte nei Vangeli con il medesimo cupo significato.”

Sospetto. Verso di sé. Verso gli altri. Parola appropriata se riferita alla visione dell’uomo propria dei cristiani, di Agostino, di Paolo (e, in varia misura, degli evangelisti). Ma Gesù non era cristiano (come Marx non era marxista). Gesù alla critica e all’autocritica spingeva, non al sospetto. Vito invece sospetta. Di sé, e dei fratelli che pensano la vita e il mondo diversamente da lui: “Io sospetto che il problema di Callicle e Nietzsche sia quello di non stare bene con se stessi e che sia questo malessere interiore a condurli a esprimere la loro instabilità e la loro rabbia in un pensiero destabilizzante e rabbioso.” Calma e gesso, Vito. Diamo a Friedrich ciò che è di Friedrich: “Ciò che manca nel cristianesimo è l’astenersi da tutto quello che Gesù ha ordinato di fare.” (Frammenti postumi) E diamo a Gesù ciò che è di Gesù: “Perché mi chiamate: Signore, Signore – dice il Figlio dell'uomo -, e poi non fate ciò che dico?” (Lc 6, 46)

 

(Alias, 9 gennaio 2009)

 

Per approfondire: leggi il Vangelo laico secondo Feliciano

 

 

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Roberta Monticelli, Vito Mancuso, il suicidio ed io (dicembre 2010)

 

 

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Ogni filologia presuppone una filosofia: la filologia di Gesù (agosto 2012)

 

 

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La domanda decisiva che i teologi cristiani non possono porsi: Gesù voleva sacrificarsi? (dicembre 2012)

 

 

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Vito Mancuso critica vittoriosamente Bruno Forte (novembre 2013)

 

 


 

In un mondo diviso e dominato da due schieramenti esclusivi: quelli dediti a negarsi e quelli intenti ad esaltarsi, quelli tutti ‘negazione di sè’ - ‘annullamento della personalità’ – ‘sacrificio del proprio io’ – ‘fai di me quello che vuoi’, ‘meglio avere torto insieme che aver ragione da soli’ e quelli tutti ‘dopo di me il diluvio’ – 'chi fa da sé fa per tre' – ‘io io io... e gli altri’, ‘veleno se mi baci ti dò il mio veleno’, ‘bisogna coltivare il proprio orto’ vorrei fare l’apologia degli esseri umani che leggono e scrivono: blogs, siti, siti-rivista... e Facebook: che vogliono affermarsi non contro o senza gli altri bensì con.

“E’ proprio grazie alle prime esposizioni auto-organizzate che l’arte si affrancò dall’accademia, dal controllo statale e dalle committenze dei nobili e della chiesa per diventare un fenomeno pubblico. E di mercato. ‘Esporre è trovare amici e alleati per la lotta’ diceva Eduard Manet nel 1863...” (Paola Zanuttini, 'Venerdì di Repubblica' del 9 gennaio 2009 – presentando la ‘bibbia delle avanguardie’ artistiche del XIX e XX secolo: Aa. Vv., Salon to Biennal, Phaidon 2009).

 

(20 gennaio 2009)

 


 

Zygmunt Bauman è un vecchietto tremendo e gran sociologo il quale nel suo ultimo libro (Modus Vivendi - Laterza 2007) fa un sacco di osservazioni interessanti sul mondo presente (che lui definisce “liquido”) e una fuorviante su Karl Marx. Sostiene Bauman che Marx aveva ragione quando scriveva che il Potere non sta nella Politica ma nell’Economia, non ha il suo centro di comando nello Stato ma nel Mercato. E aggiunge che Marx ha oggi più ragione di ieri.

Secondo me Bauman fa un po’ di confusione. E’ vero che si sta verificando uno spostamento del Potere dalla Politica all’Economia, dallo Stato al Mercato, ma non per le ragioni immaginate da Marx, il quale era un gran scienziato storico-sociale (che stimo molto) ma non aveva capito due o tre cose fondamentali della struttura e del funzionamento del mondo moderno – capita a tutti, per carità.

Marx infatti non aveva capito bene cosa diavolo fosse lo Stato, lo riduceva alla ‘forza’ e non vi comprendeva il ‘consenso’. “Stato [invece] è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati.” Gramsci, Quaderno 15.

Secondo poi non aveva capito bene quanto il Mercato fosse regolato dallo Stato. “Mercato determinato è un determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione, rapporto garantito (cioè reso permanente) da una determinata superstruttura politica, morale, giuridica.” (Gramsci, Quaderno 11) Questi due errori teorici, sposandosi, hanno generato all’interno del suo pensiero la devastante contraddizione consistente nel fatto che “il campo della politica era analiticamente secondario per lui” mentre “nella prassi di Marx la politica era assolutamente primaria” Hobsbawm, Convegno gramsciano di Firenze, aprile 1977.

 

(1 maggio 2007)


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Non si può non essere idealisti, se si pensa che la produzione di idee è la madre di tutte le produzioni dell’essere umano.
Non si può non essere materialisti, se si pensa che l’essere umano è comparso in un mondo che c’era prima e senza di lui.

Si può essere soltanto idealisti o materialisti? Sì – guardatevi intorno e dentro.
Si può essere insieme idealisti e materialisti? Sì – leggere, prego, le ‘Tesi su Feuerbach’ (1848) di Karl Marx (1818 – 1883): due pagine in tutto.

La prima inizia così: "Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l'oggetto (gegenstand, ciò che sta di fronte), il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma dell' obietto (object, ciò che è proiettato fuori dal soggetto) o dell' intuizione; ma non come attività umana sensibile, come prassi, non soggettivamente. È accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato, in modo astratto e in contrasto col materialismo, dall'idealismo, che naturalmente ignora l'attività reale, sensibile come tale.”

 

(14 ottobre 2008)

 

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Questo libro: La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht (l’Unità – Fondazione Istituto Gramsci, 2008), scritto dal figlio del figlio di Antonio Gramsci – che del nonno conserva il nome -, è colmo di particolari inediti sulla vicenda privata dell’autore dei Quaderni (che ha sposato Giulia Schucht), e sulla “storia di quella parte dell’intelligencija russa di estrazione nobiliare che in nome della Rivoluzione ha rifiutato il proprio ceto di appartenenza”. Oggi è di moda sparlare di quel tentativo di cambiare il mondo, mentre bisogna capire meglio perché fallì, e meglio pensare cosa fare oggi.

Da questo punto di vista è illuminante la prefazione, scritta da Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, ricca com’è di precisazioni e verità. Mezze verità, però. E in questo Vacca si conferma più togliattiano che gramsciano: Gramsci diceva che “La verità è sempre rivoluzionaria.” Quando è intera, s’intende.

La questione aperta è quella dell’edizione dei Quaderni, questi libri tanto noti quanto sconosciuti. Scrive Vacca che “i criteri dell’edizione dei Quaderni curata da Togliatti sono noti: per rendere compatibile la loro pubblicazione con l’ideologia dominante del movimento comunista Togliatti cercò di stemperare il più possibile le implicazioni politiche del pensiero di Gramsci”. “Implicazioni politiche”. Questa è la mezza verità intorno all’edizione tematica dei Quaderni. Per comprendere tutta la verità bisogna aggiungere “implicazioni teoriche”. Lo dimostro con un particolare – è noto che il Diavolo si nasconde nei dettagli.

Gramsci ha criticato teoricamente la coppia concettuale ‘struttura – sovrastruttura’ coniata da Marx. Perché? Perché non spiega “come nasce il movimento storico”. Marx dice che la sovrastruttura ideale riflette la struttura materiale, ma così non si capisce da dove vengano fuori le innovazioni storiche, tanto meno come nasca il movimento storico.

E Gramsci? Gramsci dice che le innovazioni e il movimento si capiscono se si sostituisce alla marxiana struttura materiale un altro concetto: le “condizioni reali: materiali e ideali”, ed alla marxiana sovrastruttura ideale un altro concetto: le “iniziative razionali”. Il rapporto concreto tra le condizioni e le iniziative è costruito concretamente, attivamente, dagli intellettuali, intesi come organizzatori - tutti gli intellettuali: dal generale al soldato capace di dirigersi, dal compositore all’assonante suonatore di triangolo. Ecco.

E Togliatti che c’entra con tutto questo? Togliatti, nella edizione tematica, per rendere difficile e limitata la comprensione della nota dei Quaderni chiave di tutta questa vicenda teorica, la accorpa in coda ad una nota intitolata Le origini ‘nazionali’ dello storicismo crociano e buonanotte.

Questo Togliatti. Poi ci sono i togliattiani. Come Vacca. Ma se vi guardate intorno, e dentro, vedrete che la pratica della doppia verità è molecolarmente diffusa: “L’uomo attivo di massa ha due coscienze teoriche (o una coscienza contraddittoria), una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica della realtà e una superficialmente esplicita o verbale che ha ereditato dal passato e ha accolto senza critica.” La crisi del marxismo ha a che fare con cosucce come questa.

 

(Alias, 17 febbraio 2009)

 


 

 

Sazio di dipingere la realtà, volle respirarla, toccarla, mangiarla. Morì giovane, avvelenato. Si chiamava Tommaso, ma grande e trascurato delle cure del mondo com’era lo chiamavano Masaccio.

 

(10 febbraio 2007)

 


 

 

Umberto Galimberti ha pubblicato un libro (Il segreto della domanda, Apogeo S.r.l. 2008) fatto da sessanta domande di lettrici/lettori del magazine ‘D la Repubblica delle Donne’ e sessanta sue risposte.

Siccome il sito-rivista http://www.fulminiesaette.it offre spazio e dedica attenzione ai lettori ed alle lettrici (ed ai loro commenti, silenziosi, gridati, sussurrati) vorrei mettere qui in evidenza e in discussione la domanda di un lettore di nome Ezio Pelino il quale, scrivendo a Galimberti (e quindi a tutti noi – dal momento che la sua lettera è pubblica) afferma che “Gesù in vita non ha avuto una visione universalistica della sua missione. Si preoccupa[va] soltanto della salveza del popolo ebraico. [Infatti] In Matteo si legge... [E] Sempre in Matteo...” (pagina 26).

Ora io mi domando a mia volta – e domando a te lettore, a te lettrice - quale sia la ragione profonda della ignoranza diffusa in ogni luogo e fra persone di cultura alta e media e bassa, religiose o laiche poco importa, delle conoscenze oramai acquisite intorno a Gesù di Nazareth ed ai Vangeli in quanto testi storicamente, geograficamente, ideologicamente determinati. Comunque sia, Pelino mostra di ignorare che “Matteo, scrivendo tra e per i giudei, si impegna in particolare a mostrare nella persona e nell’opera di Gesù il compimento delle Scritture” ( La Bibbia di Gerusalemme. Il Nuovo Testamento, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1989) e che "questo vangelo fu scritto anzitutto tenendo presente la situazione delle comunità cristiane che vivevano tra gli Ebrei, specie in Palestina e in Siria [e per questa ragione] in tutto il corso del vangelo è dato il massimo valore all'Antico Testamento" (Nuovo Testamento - Nuovissima versione, Edizioni San Paolo s.r.l. 2005). Ignora insomma che il localismo è di Matteo e non di Gesù, e che è attribuito da Matteo a Gesù per ragioni pratiche-ideologiche. Gesù in vita aveva constatato più volte questa riduzione-deformazione dei suoi pensieri e dei suoi atti ad opera dei discepoli, ed una volta era sbottato: "Perché mi chiamate Maestro e poi non fate quello che dico?" Luca 6,46

Cosa vuol dire questo che ho appena scritto? Vuol dire che Matteo era storicamente, geograficamente, ideologicamente determinato e Gesù no? Niente affatto: vuol dire piuttosto che tutti gli esseri umani sono storicamente, geograficamente, ideologicamente determinati. Ma c'è modo e modo. Prendiamo due compositori, Mogol e Mozart, ascoltiamo una canzone del musicista 'leggero' e un'aria d'opera del musicista 'preciso' (per adoperare una bella formula di Venises): Mogol risulterà localista, Mozart universalista. A ciascuno il suo.

 

(17 aprile 2008)

 

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Giuseppe Vacca (‘Beppe’ lo chiamo io – siamo amici) ha fatto a Gramsci di Ales con questo suo libro – e di Angelo Rossi - ‘Gramsci tra Mussolini e Togliatti’ (Fazi editore, 2007 d.C.) ció che Matteo ha fatto a Gesú di Nazareth col suo Vangelo (80 d.C.)

Matteo, per farsi comprendere e accettare dagli ebrei, ha insistito ideologicamente sugli elementi di continuitá tra Gesú giovane - Gesú ebreo - e Gesú maturo - Gesú fondatore di una nuova religione (storicamente superiore alle ‘Religioni del Sacrificio’ - compresa per ció la religione ebraica), la ‘Religione della Fraternitá’. Ma si é contraddetto, Matteo, e in maniera decisiva, quando ha testimoniato che il leit-motiv di Gesú era “E’ scritto... ma io vi dico…” (Mt, 5, 20-48). E’ scritto nei Libri Sacri, ma io vi dico che bisogna andare oltre i Libri Sacri, oltre la visione intellettuale e morale ebraica. L’esito del Vangelo di Matteo (e prima di Marco, e poi di Luca e di Giovanni) é stato la riduzione tradizionale del disegno riformatore di Gesú: il Gesú dei Vangeli é infatti ancora (per quanto?) Gesú Cristo, il Gesú del Sacrificio.

E Beppe che ha fatto con questo libro? Volendo farsi comprendere e accettare dai marxisti, ha insistito ideologicamente sugli elementi di continuitá tra Gramsci giovane - il Gramsci fondatore del PCd’I - e il Gramsci maturo - il Gramsci scrittore dei ‘Quaderni del carcere’, il fondatore della ‘Scienza della Storia e della Politica’ e della ‘Società Regolata’. Ora, é vero che tra il Gramsci giovane e il Gramsci maturo ci siano elementi di continuità, ma questi elementi sono secondari rispetto agli elementi di rottura del pensiero marxista e della pratica comunista.

La prova di quanto vado dicendo la porta proprio Beppe, onesto intellettualmente e moralmente com’é: nei ‘Quaderni del carcere’ Gramsci realizza “un vero e proprio mutamento di paradigma (...) una rottura epistemologica rispetto alla prima metá degli anni Venti”. Lo dice, Beppe, ma non ne trae tutte le conseguenze teoriche e politiche. E cosí, come Matteo riconduce (riduce) Gesú allo Jahwista, Beppe riconduce (riduce) Gramsci a Togliatti, il massimo interprete della continuitá Gramsci giovane – Gramsci maturo.

Il libro inizia per ció, conseguentemente, con una cruciale citazione da Togliatti: “Gramsci fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico...” Ora, é vero che “In ogni personalità c’é una attivitá dominante e predominante: é in questa che occorre ricercare il suo pensiero, implicito il piú delle volte e talvolta in contraddizione con quello espresso ex professo.” (Quaderno 11) Ma quando Togliatti parla di Gramsci come politico pratico opera una proiezione psicologica e una riduzione culturale. Cosí fa Beppe. Cosí fa Matteo. E Gesú maturo? E Gramsci maturo? Aspettano, pazientemente e impazientemente, che la loro riforma intellettuate e morale sia riconosciuta e sviluppata. Ma questo comporta il superamento teorico e pratico del cristianesimo e del marxismo. Che, ancora oggi, é vissuto esistenzialmente ed empiricamente dai cristiani e dai marxisti – questo vuol dire ‘crisi del cristianesimo”, ‘crisi del marxismo”- ma non risolta intellettualmente e moralmente.

 

(Alias, 27 aprile 2008)

 

 

 


 

 

 

Ezio Mauro fa l'amore con le nuvole

 

 


 

 

Un giorno scriverò un post che mostrerà come i vincitori della battaglia di Maratona siano stati due, Milziade con le sue strategie e Clistene con le sue riforme; e poi ancora un altro che racconterà come l’Impero Romano sia caduto per il peso interno e l’assalto esterno, dei Romani che aspettavano i barbari e dei Goti spinti dagli Unni.

 

(23 gennaio 2009)

 

 


 

 

Ho visitato con Alexandra la presente mostra delle opere di Juan Miró nel Palazzo dei Diamanti di Ferrara, rimanendo incerto dall’inizio alla fine se mi trovavo e mi perdevo nel giardino dell’Eden o in un teatro di Guerra - tanto meraviglioso e terribile era ciò che vedevano i miei-nostri occhi stupefatti.

Miró ha dipinto per tutta la vita “il sogno e l’incubo di una cosa”, senza sostare due momenti lungo il sentiero appena scoperto, senza dormire due notti dentro la casa appena costruita, inesausto e creativo fino ai suoi adolescenti novantanni.

Il modo di Juan di combinare il nostro mondo terrestre e celeste e il suo inconscio inquietante e gioioso può essere liberamente associato (come punto di partenza: ogni artista è unico per definizione) al modo di Eftimios.

 

(26 marzo 2008)

 

 


 

 

In pochi casi come nel caso di Antonio Monda - “l’intellettuale più influente di New York di cui non avete mai sentito parlare” secondo la Book Review del New York Times - corrisponde a verità la migliore definizione corrente del regista: “colui che spiega agli altri come fare ciò che lui non sa fare”. Infatti il regista, per professione e vocazione, spiega a tutti i collaboratori del film, attori compresi, ciò che lui appunto non sa fare (con poche eccezioni: Chaplin e De Sica sopra tutti).

Monda. Chi è costui? È un giornalista - collabora alla pagina culturale de ‘la Repubblica’, un critico cinematografico - La Rivista dei Libri/The New York Review of Books, uno scrittore di triller – ‘Assoluzione’, Mondadori 2008, e per sovrammercato docente di regia alla New York University. Ma di quale film è stato mai regista Monda? Di ‘Dicembre’, Italia 1990 – un filmetto trasparente come quelle frittatine che fanno rimpiangere le uova intese come materia prima.

Spendo due parole su questo 'intellettuale all’italiana' non tanto perchè mi ricorda irresistibilmente il Margite omerico, che sapeva fare molte cose ma tutte male, quanto perchè sempre m’è parso - e ancor più sabato 5 aprile, ascoltandolo intervistato televisivamente da Fabio Fazio – che egli costituisca l’esempio assoluto della mediocrità soddisfatta.

 

(7 aprile 2008)

 

 

 

 


 

 

La morale sessuale di Joseph Ratzinger (e della maggioranza della gerarchia cattolica e della minoranza dei fedeli cattolici) è irrealistica: non tiene conto del fatto che l’attività sessuale umana non serve soltanto a procreare, bensì anche ad allentare le tensioni sociali, a giocare attorcigliandosi, a conoscere sensualmente, e ad altro ancora - ed è regressiva: ‘moltiplicatevi’ detto in un mondo sottoabitato (quello dell’Antico Testamento) era una indicazione storicamente progressiva, nel mondo sovrappopolato del Terzo Millennio non lo è più.

Ha ragione Giovanni Battista Montini, quando scrive nel suo testamento: “Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo.” Ma questo ‘studio’, questo ‘amore’, non possono non essere studio della realtà, amore della realtà. La realtà dell’uomo e del mondo come sono e come possono diventare.

Gesù di Nazareth è autore di un progetto realistico e progressivo di riforma intellettuale e morale del mondo e dell’uomo: come erano e sono nel Regno della Realtà e come potevano e possono diventare nel Regno della Possibilità – nel Regno della Terra e del Cielo insomma.

 

(6 febbraio 208)

 

 


 

 

Mi è dispiaciuto il comportamento di Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse. Non tanto perché è stato vile (non pretendo da tutti l’eroismo) ma per la sua idea incivile – testimoniata non soltanto dai suoi ‘atti’ ma anche dalle ‘parole’ - che la vita di un individuo sia sempre e comunque più importante della vita civile della comunità a cui appartiene.

Io sono nato alla cultura ed alla civiltà leggendo e ammirando Socrate. Mi è piaciuto il suo doppio addio. Prima all’assemblea democratica giudicante i suoi crimini: “Ma è tempo di andare, io a morire, voi a vivere ancora. Chi di noi vada verso una sorte migliore è oscuro a tutti, fuori che al dio”. Poi ai suoi allievi, che lo invitavano a fuggire dal carcere per evitare la morte per cicuta: “Importante non è vivere, ma vivere rettamente.”

Tuttavia, leggendo il libro che Agnese figlia di Moro ha scritto sul padre (Un uomo così, Rizzoli 2008) ho appreso che quest’uomo, al matrimonio della figlia Fida, ha ricordato al sacerdote l’obbligo di leggere gli articoli del codice civile. Per ciò leggetevi, se ne avete cuore, questo libro, e buona notte.

 

(24 febbraio 2008)

 

 


 

 

Sorvegliare e punire non fa per me. Preferisco riformare e cuocere. Cuocere? Sì, ma coi giusti tempi di cottura. Prendiamo l’uovo à la coque. Qual è il giusto tempo di cottura di un uovo à la coque? Un amico della mia figlia grande dice che è il tempo della Ouverture delle “Nozze di Figaro” – canticchia davanti al fornello e spegne quando è finita. Dissento. L’ouverture mozartiana in questione, per quanto si voglia vertiginosamente vivace, dura almeno quattro minuti e qualcosa. Troppo. È vero che maestro Artusi (‘La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene’, Rusconi 2005, pagina 284) scrive: “Le uova a bere fatele bollire due minuti, le uova sode dieci” – ma la virtù non sta genericamente in mezzo, e soprattutto sta in alto – ne convenite? E allora? Tre sonetti del ‘Canzoniere’ del Petrarca, ecco la mia proposta. Meglio se a memoria, vi garantisco che l’uovo avrà tutto un altro sapore.

 

(11 maggio 2007)

 

 


 

 

Ieri, il presidente della repubblica italiana ha tuonato che "siamo in un periodo della nostra vita pubblica in cui la smania dei politici di comparire in televisione finisce per prevalere sui contenuti", mettendosi così contro il pontefice della letteratura tedesca.

Di fatti Giorgio Napolitano, condannando il desiderio di visibilità mondana e la mania di protagonismo mediatico dei politici italiani, ha contraddetto Iohann Wolfgang von Goethe, il quale ha affermato che “bisogna distinguersi per apparire”.

Nella misura in cui i nostri politici desiderano apparire a tutti i costi sono condannati a distinguersi a tutti i costi, e per distinguersi devono apparire. Il circolo è vizioso? Questo è il destino della politica spettacolare.

 

(23 settembre 2007)

 

 

 


 

 

La quarta di copertina di questo suo libro lo incensa come “uno dei maggiori pensatori contemporanei della dottrina dello Stato”, Toni Negri, ma costui è in ritardo sulla storia del mondo di almeno tre generazioni. Infatti, un Antonio senza diminuitivo, Antonio Gramsci, all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso mostrò e dimostrò nei suoi Quaderni del carcere che la rivoluzione non era più da tempo (e precisamente dal tempo della Comune di Parigi) il modo efficiente per trasformare realmente lo Stato delle società occidentali [basti leggere nel Quaderno 13, la nota ‘Analisi delle situazioni: rapporti di forza’]. E questo sedicente pensatore, questa mosca cocchiera, questo sughero senza bottiglia e senza mappa del tesoro, questo pifferaio tragico che ha trascinato centinaia di giovani infelici verso il terrorismo della rivoluzione, si permette ancora oggi di pubblicare un libro (Goodbye Mr Socialism, Feltrinelli) che inizia goliardicamente (“- Ciao, Toni, come stai?” “- Raf, ancora in pista?” “- “Eh sì, sai, i cattivi non muoiono mai…”) e finisce baloccandosi con “uno spazio nel quale la proposizione di un progetto realmente rivoluzionario abbia senso.”

 

(12 ottobre 2006)

 

 


 

 

Nerone cantante. "Il debutto avvenne nel teatro di Napoli, e nonostante un terremoto che stava facendo tremare la cittá durante lo spettacolo, non smise di cantare se non alla fine della sua esibizione." (Svetonio, Vite dei dodici Cesari)

 

(7 gennaio 2008)

 

 

 


 

 

Era un uomo deplorevole e uno scienziato incantevole, meschino presidente della Royal Society e divertito bambino dinanzi all'Oceano della Verità. Come è stato possibile? Giovanissimo aveva compreso che la luna in cielo sottostà alla medesima forza e il suo moto è regolato dalle stesse leggi che trascinano a terra una mela (se non s’interpone una testa, s’intende), aveva cioè scoperto l’uguaglianza di Cielo e Terra. Se Terra e Cielo sono uguali, tutto è possibile.

 

(6 gennaio 2007)

 

 


 

 

Gianfranco Ravasi è un teologo di vasta cultura che mi commuove. Oggi ho rimesso sotto gli occhi un suo libro (Le Porte del Peccato. I sette vizi capitali., Mondadori 2007) che mi lievitava in mente.

Avevo latolineato (fra altre) questa frase: “Il mondo celeste della mitologia greca è un ricalco della vicenda umana.”(p. 201), e lo avevo associato al brano d’un libro di uno storico di lunga durata che mi convince e mi commuove: Fernand Braudel, Memorie del Mediterraneo, Bompiani 2004: “La filosofia di Anassimandro è la visione di un cosmo che non è più gerarchizzato, in cui niente è completamente sottomesso a niente, un mondo in cui i contrasti si compensano, e richiama vividamente l’universo sociale e politico della polis: non la governano più né gli dei, né i re, ma uomini che vivono nell’uguaglianza dei diritti.” (p. 314) E mi ero domandato perché Ravasi non estende democraticamente il suo ragionamento alla mitologia cristiana – come ricalco della vicenda umana.

Ora collego (grazie alle risonanze del concetto di ‘uguaglianza’) quell’appunto al ragionamento di Ravasi, contenuto nel capitolo dedicato all’invidia, nel quale critica Nietzsche. Secondo l’autore di Umano, troppo umano - riassume Ravasi - “è stato il cristianesimo a generare e fomentare l’invidia attraverso l’affermazione del principio di uguaglianza.” (p. 201) Obiezione di Ravasi: “No. Il cristianesimo sollecita la virtù dell’imitazione-emulazione, il gareggiare nella virtù, l’impegno della conversione e il divenire ” Mt 5, 48 (p. 202). Ma questo, continuo a pensare, non ha a che fare con l’invidia, bensì con la superbia. L’affermazione di Gesù è ‘superba’. Gesù stesso era superbo? Vado a rileggermi il capitolo dedicato da Ravasi alla superbia, alla ricerca di una critica di Gesù alla superbia, e annoto i brani dei Vangeli nei quali secondo Ravasi questa è manifestata:

Lc 6, 26: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi...” – ma qui è criticata la falsità (che accomuna, mentre la verità divide.)

Lc 10, 17-18: “I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome...” – ma qui è criticata la facile gioia.

Mt 6, 1: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati...”- ma qui è criticata l’ostentazione.

Mt 11, 23: “E tu, Cafàrnao [...] fino agli inferi precipiterai!” – ma qui è criticata la resistenza alla conversione.

Mt 20, 15: “Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” – ma qui è criticata l’invidia.

Mt 23, 11-12: “Il più grande tra voi sia vostro servo...” – ma qui è criticata ancora la vanità.

No. Ravasi non mi convince e non mi commuove in questo punto. Gesù era superbo? Se per ‘superbia’ si intende ‘una ipervalutazione della propria persona e delle proprie capacità, correlata ad un atteggiamento di superiorità verso gli individui considerati inferiori’ (da wikipedia) no. Gesù non si ipervalutava e non considerava nessuno inferiore a sè. Ma se per ‘superbia’ si intende una alta considerazione di sè al punto di aspirare ad essere “perfetto come perfetto è il Padre celeste”, sì.

 

(Alias, 1 novembre 2008)

 

*

 

Nel 1882, a trentotto anni, Nietzsche pubblica Die Fröliche Wissenschaft - ('La gaia scienza' - in italiano), libro dal quale rivolge a tutti coloro che leggono e scrivono questa domanda: "Se un giorno o una notte un demone strisciasse dentro la tua più solitaria solitudine e ti dicesse: 'Questa vita, questa che adesso tu vivi ed hai vissuto, dovrai viverla ancora una volta e un numero infinito di volte; e non vi sarà niente di nuovo, ma tutto ritornerà, ogni dolore e ogni piacere, ogni pensiero e ogni sospiro, ogni cosa piccola o grande, e tutto nello stesso ordine... anche questo ragno, e questo chiaro di luna tra gli alberi, ed anche questo momento, ed io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza sarà sempre di nuovo rovesciata, e tu con essa, piccolo granello di polvere'. Non ti getteresti per terra digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai vissuto una volta un momento meraviglioso, in cui potresti rispondergli: 'Tu sei un dio, e non ho mai udito voce più divina.'?" La mia risposta è: "La seconda che hai detto, Friedrich, perché molte volte ho vissuto momenti meravigliosi, e desidero riviverli un numero infinito di volte." La tua risposta qual è? (1 agosto 2009)

 

(Questo post ha avuto il seguente commento - 3 agosto 2009 15:37:)

Importante e interessante domanda questa di Nietzsche. Cosí come presentata, è una domanda assurda perché impossibile. Ma cosa veramente domanda Nietzsche? Se per ognuno di noi, la vita ha un senso tale che meriti di essere vissuta. Infatti, se rispondiamo affermativamente, sceglieremo di viverla. La sceglieremmo, cioè, sará la nostra decisione, il che non succede nella vita realmente vissuta. Ora, Nietzsche vuole indurre una risposta negativa, e perció domanda per una vita eternamente ripetuta, sapendo che in generale la ripetizione diventa noiosa, specialmente se questa ripetizione sia infinita. Ma questa è una trappola teorica. La questione è, sceglieremmo di vivere questa vita realmente vissuta, se fosse in noi la possibilità o no di viverla? A questa domanda, anche io rispondo gioiosamente in modo affermativo. Luis Razeto

 


 

 

Bruno Nottin, un esperto francese crede di aver svelato “il mistero” del sorriso della Gioconda avendo rivelato (ai raggi X) il corpetto di garza indossato dalla modella di Leonardo (indumento a quel tempo usuale per le partorienti). Beata ingenuità dei positivisti! Non importa loro che il sorriso di Leonardo (riflesso nella Gioconda), il sorriso di Machiavelli (rifratto nel Principe), il sorriso di Ariosto (riverberato nell’Orlando Furioso), siano sorrisi di liberazione dal mondo di mezzo, dal mondo dei terrori teologici, di liberazione dal mondo moderno, dal mondo dei terrori tecnologici. Hanno ben altro da fare, i nipotini di Henri de Saint-Simon, che domandarsi cos’è un ritratto e chi è il soggetto del ritratto, cosa è un ritrattista e cosa ritrae ritraendo.

 

(28 settembre 2006)

 

 


 

 

Mi ha intristito questo libro di Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani, Longanesi 2007. Non sono i contenuti che argomenta ad affliggermi, è il tono – sbrigativo e triviale.

Dico ‘il tono’ perché ‘i contenuti’ del libro non sono nuovi, sono farina di sacchi altrui - e se è vero che anche Mozart rubava è anche vero che si giustificava mostrando di saper trattare meglio degli altri i motivi in questione. L’originalità, d’altronde, è come la viltà: se uno non ce l’ha non può darsela.

Leggo pazientemente, resistendo alla tentazione di abbandonarlo questo libro sprezzante fino a richiamare il fatto che ‘cristiano’ e ‘cretino’ condividono la radice linguistica, insisto ostinatamente, per capire qualcosa di più intorno questo ‘Figlio dell’uomo’ che è Gesù di Nazareth, e ad ogni capitolo, ogni paragrafo, ogni pagina mi tornano in mente due figure che fanno capoccetta nei Vangeli, apparentemente antitetiche, in realtà fatte della stessa materia di cui sono fatti gli incubi.

Il fariseo cinico che salta su mentre le discepole e i discepoli raccolgono spighe di grano tenero per ingannare la fame, e rimprovera Gesù perché lascia fare loro un ‘lavoro’ – attività proibita dalla Legge nel giorno del sabato. E Gesù, alzando vertiginosamente il tono del discorso, gli spiega chi e perché dei due, l’uomo o il sabato, sia fatto per l’altro: “Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significa: ‘Misericordia voglio non sacrificio’ non avreste condannato individui senza colpa.”
E il seguace ottuso, che di fronte al commovente “Seguimi” di Gesù oppone un cauteloso “Concedimi di andare a seppellire prima mio padre” - e Gesù, operando un crescendo beethoveniano sul tono del discorso, lo sferza con un: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti.”

Ecco, questi seguaci di Gesù, così prudenti, così vogliosi di sacrificio e non appassionati d’amore – che ti ritrovi sempre intorno, e questi avversari di Gesù, così irridenti, così ‘due più due fa quattro punto e basta’ – che ti ritrovi sempre intorno, mi intristiscono. E il coraggio della verità degli altri? E l’allegria del nostro dubbio? Dove sono finite? Immagino di stare accanto a Gesù, questo fratello senza amici, in uno dei suoi viaggi, in uno dei suoi villaggi. È circondato dai farisei presuntuosi e dagli adepti confusi, e non riesce a parlare con il groppo alla gola che ha. Allora disegna - forse la griglia del gioco della trinca, sognando un ragazzo che si metta a giocare con lui – come lui faceva con suo padre, forse da un lato un’incudine e dall’altro un martello, disegna Gesù, sperando di giocare e disperando di elevare il tono del mondo, con un dito tremante disegna nella polvere.

 

(9 marzo 2007)

 

 


 

 

Il fatto che i fedeli cattolici e cristiani considerino tutte le parole e tutti gli atti di Gesù riportati nei Vangeli canonici come tutti effettivamente pronunciati e compiuti da Gesù è commovente, e comprensibile, dal momento che per loro sono – i Vangeli canonici – Libri Sacri. Ma il fatto che egualmente facciano anche gli agnostici che sanno leggere e scrivere, i quali dovrebbero considerare quei libri al pari di tutti i libri, cioè testi da sottoporre a critica filologica e storica, è sconcertante, e contraddittorio. Poco fa ascoltavo e vedevo Moni Ovadia e Corrado Augias comportarsi in questo modo acritico e ingenuo (nel corso della trasmissione televisiva 'storie' di Rai Tre), e mi domandavo se ci sono o se ci fanno.

 

(21 aprile 2008)

 

 


 

 

“Gli occhi sono lo specchio dell’anima” diceva sempre mia nonna. Ebbi occasione di capire a fondo il significato di queste parole in una fase molto movimentata della mia vita, allorché, in uno stesso ambiente di lavoro e in un lasso di tempo abbastanza breve, ricoprii diversi ruoli professionali.

Iniziai la mia carriera lavorativa con una qualifica di impiegato semplice in un ambiente con molto personale; all’inizio mi trovai in uno stadio semi-militaresco nel quale venivo praticamente visto e trattato come ciò che, in effetti, ero: una matricola alle prime armi. Gli occhi dei colleghi erano talvolta bonari, comprensivi, di superiorità o anche, abbastanza spesso, indifferenti o arroganti, a seconda del carattere e della cultura dell’osservante.

Quando fui promosso dirigente furono proprio gli occhi degli arroganti di prima a guardarmi con espressioni di stima o di invidia, quando non di complicità, mentre gli occhi dei bonari e dei comprensivi divennero rispettosi e disciplinati, pronti ad adeguarsi alla nuova gerarchia.

Dopo qualche tempo mi licenziai dall’impiego e fui eletto assessore. Gli occhi di tutti si adeguarono prontamente; ormai ero guardato con ammirazione e addirittura con profonda, eccessiva riverenza, con una adulazione che sfiorava un servilismo non richiesto; notai che eccedevano nel nuovo atteggiamento soprattutto gli occhi che precedentemente mi guardavano con più sufficienza. Soltanto Michele, l’archivista, un uomo umile ma fiero, continuò a guardarmi come sempre. I vari passaggi che avevo compiuto erano per lui di scarso significato, giacché - argomentava - non contava l‘uomo che faceva, ma l’uomo che era. Tu – mi diceva - non sei un Assessore, fai soltanto l’Assessore, in questa fase della tua vita, provvisoriamente. Tu sei Pietro e mi stai bene così; io ti guardo per ciò che sei, non per ciò che fai.

Due anni dopo alcuni consiglieri di maggioranza furono acquistati da chi stava all’opposizione e io fui ridotto a semplice consigliere di minoranza, senza più ruoli di primo piano. Gli occhi degli arroganti ripresero lo sguardo ironico e sprezzante di un tempo, la massa degli adulatori riacquisì lo sguardo “normalmente rispettoso”; soltanto Michele rimase fermo nelle sue opinioni consolidate e continuò a guardarmi come sempre.

Quell’esperienza mi ha insegnato molto; più che un corso di laurea. Da allora ho compreso che nella vita bisogna fare sempre ciò che si ritiene giusto o necessario, senza preoccuparsi più di tanto degli occhi o delle opinioni della “pazza folla” che segue sempre il vento, con scarsa dignità, alla ricerca continua di convenienza e opportunismo.

 

{Autoritratto di Pietro Pacelli del 3 maggio 2008 – pubblicato sul sito-rivista Fulmini e Saette, del quale è coautore.}

 

 

 


 

Perché Aristotele è stato il miglior allievo di Platone? Perché ha voluto e saputo superare il maestro. Platone l’aveva intuito, e lo chiamava ‘l’intelligenza’.

Perché gli intellettuali marxisti, invece di partire da Marx, di lavorare con Marx nella prospettiva di un suo superamento, hanno cercato di restare in ogni modo serrati entro il suo orizzonte, fino a ridurre le idee - che questi proponeva come “forme di sviluppo” della conoscenza scientifica - a sue “catene”? Eppure, per dirla con le parole di uno dei suoi migliori allievi, “ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. È questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’.” (Max Weber) Probabilmente, per sottovalutazione dei diritti della scienza. Marx l’aveva intuito, e diceva di non essere marxista.

Tra gli intellettuali di parte comunista che invece hanno preso sul serio non soltanto il Marx politico, ma anche il Marx scienziato, spiccano certamente Lenin e Gramsci. Lenin ha certamente sviluppato e superato Marx, di fronte al quale scompare come teorico e scienziato, sul terreno della azione politica e ideologica. Il risultato è stato, con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e la conseguente egemonia del comunismo sovietico sull’intellighentsia comunista, un primato della politica e dell’ideologia all’interno della cultura marxista, che a me pare determinante della attuale sua crisi.

È toccato a Gramsci assumere e superare la lezione di Lenin, la sua “rivoluzione contro ‘Il Capitale’ ” nella attività giovanile, e la stessa lezione di Marx sul terreno teorico e scientifico nei ‘Quaderni del carcere’. Opera questa che offre le basi per una rifondazione dell’intera cultura marxista, e che ha posto il marxismo italiano in una condizione di progressiva egemonia a livello internazionale. Questa condizione di superiorità intellettuale del marxismo italiano che parte da Gramsci, che lavora con Gramsci, che vuole e sa superare Marx e il marxismo per superare la sua attuale crisi di conoscenza e di direzione delle trasformazioni della ‘struttura del mondo’, questo primato è tuttavia frenato nel suo sviluppo dalla parziale comprensione della rivoluzione intellettuale gramsciana, di cui si rendono ancora oggi responsabili i marxisti italiani medesimi, probabilmente per sottovalutazione dei diritti della scienza.

Vorrei dare qui una triplice prova di questa sottovalutazione. Ho davanti a me gli interventi dei marxisti italiani di parte comunista in occasione dei festeggiamenti per il centenario della morte di Marx. Ne scelgo tre in qualche modo rappresentativi, per varietà di ambiti disciplinari e tendenze culturali – pubblicati in ‘Rinascita’ del 4 marzo 1983.

Il filosofo Cesare Luporini sostiene finalmente necessaria la radicale distinzione tra Marx e il marxismo, e perciò “l’impresa di rifarsi direttamente a Marx fuori dagli schemi del marxismo”. Pensa ad un lavoro filologico e storico-critico capace di rileggerlo “in modo vergine, ma ricostruendo l’epoca, i linguaggi, la realtà contemporanea a Marx”. Il fatto è che ogni filologia contiene una filosofia, e ogni ricostruzione è una nuova costruzione. La ricostruzione filologica e storico-critica della struttura effettuale, della consistenza teorica e dell’efficienza storica del lavoro scientifico di Marx, per non risolversi in una sua riduzione (adattamento accademico o politico), deve essere guidata da un sistema di riferimento teorico superiore, storicamente e teoricamente superiore. Il curioso di Luporini è che, mentre non fa cenno alcuno a Gramsci, propone un programma di lavoro intorno a Marx che è esattamente il programma di lavoro dei ‘Quaderni’: “Quistioni di metodo. Occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. [Quaderno 16]” Perché?

Il politologo Leonardo Paggi sostiene da parte sua che si è storicamente esaurita la “connessione del marxismo con la politica del movimento operaio europeo”, e ancora che il primato stesso della politica risulta anacronistico nel contesto della crisi dello Stato sociale contemporaneo. Il futuro del marxismo starebbe conseguentemente in uno spostamento radicale dell’attenzione verso l’emergenza di una “soggettività individuale che privatizzandosi decide da sola di ciò in cui credere”, che sarebbe stata profetizzata “alla fine degli anni Trenta” da Carl Schmitt. Ora, l’apertura del marxismo contemporaneo ai contributi della sociologia e della politologia è necessaria e positiva, ma a condizione che avvenga in modo critico, non già pragmatico e meramente empirico. Occorre perciò superare la teoria e pratica leniniana e togliattiana della politica come “vertice delle attività umane”(Relazione di Togliatti al primo convegno di studi gramsciani, del gennaio 1958). Un superamento che però non può prescindere dalla critica della sociologia e politologia moderne che Gramsci elabora agli inizi degli anni Trenta, e che lo porta ad una ridefinizione teorica dei rapporti tra politica e soggettività individuale, ad un ridimensionamento della funzione della politica nel “passaggio dalla struttura alle superstrutture”. “Si tratterà di stabilire la posizione dialettica dell’attività politica (e della scienza corrispondente) come determinato grado superstrutturale: si potrà dire, come primo accenno e approssimazione, che l’attività politica è appunto il primo momento o grado, il momento in cui la superstruttura è ancora nella fase immediata di mera affermazione volontaria, indistinta ed elementare.” [Quaderno 13]” Eppure Paggi dimentica Gramsci e consiglia entusiasticamente Schmitt. Perché?

Lo storico Renato Zangheri infine ripropone il concetto marxiano dello Stato come “strumento della classe dominante”. Un concetto, dice, sostenzialmente adeguato per la comprensione della natura e delle funzioni dello Stato contemporaneo, arricchito prima dallo stesso Marx nei suoi lavori storiografici, e poi da Gramsci, il quale lo assume in pieno e lo consolida con acute specificazioni nei ‘Quaderni’, per esempio “in un penetrante appunto sotto la rubrica ‘cesarismo’ ”. Il fatto è che, nella pratica, il Partito Comunista Italiano (del quale Zangheri è diventato da poco responsabile per i problemi dello Stato e degli enti locali), ma anche sul piano della teoria (si veda l’ultimo libro di Pietro Ingrao, ‘Tradizione e progetto’, recensito recentemente su queste pagine – e Ingrao è presidente del Centro studi per la riforma dello Stato istituito da qualche anno per iniziativa del PCI stesso), non si riconosce più nel concetto unilaterale che aveva dello Stato, bensì in questo: “Stato è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati”. Il lettore si chiederà da dove salta fuori questo concetto, storicamente e teoricamente superiore al concetto marxiano tradizionale. Ma dal Quaderno 15, paragrafo ‘Sociologia e scienza politica’! Zangheri di questa contraddizzione non tiene conto. Perché?

(l’Astrolabio, 30 marzo 1983)

 

 

 


 

 

Dopo gli indimenticabili anni post-fascisti di Giorgio Bocca Della Verità abbiamo i patetici anni post-moderni di Giampaolo Pansa Della Bugia. Come il primo Bocca sapeva tutto della Verità, l’ultimo Pansa sa tutto della Bugia (a seguito de “I figli dell’Aquila”, “Il sangue dei vinti”, “Sconosciuto 1945”, ecco a voi “La Grande Bugia”, Sperling & Kupfer editori, 2006).

 

Tanto il Signore di Cuneo ha scritto e sottoscritto sulla Doppia Verità dei comunisti presuntuosetti sulla luce del tutto (come se la verità fosse una e qualcuno potesse assumerla una volta per tutte), tanto il Signore di Casale Monferrato ha scritto e riscritto sulla Grande Bugia dei comunisti nascondarelli dell’ombra della Resistenza (come se la bugia fosse una e qualcuno potesse licenziarla una volta per tutte).

 

Il fatto è che Bocca avvicinandosi alla vecchiaia è diventato sempre più leggero e spiritoso, mentre Pansa allontanandosi dalla giovinezza è diventato sempre più velenoso e pesante. Pansa invecchia male insomma, come invecchiarono male la Fallaci e il Fellini e male invecchiano altri monumenti nazionali semoventi. Eh sì, se invecchiare è importante – ha ragione James Hillman, quando dimostra che “si diventa ciò che si è” avvicinandosi serenamente alla Signora della Falce, più importante ancora è invecchiare bene – ha ragione al quadrato Orson Welles, quando mostra che ci si può allontanare serenamente dalla Signora di Shangai.

 

(13 ottobre 2006)

 

 

 


 

 

Quando un essere umano ha superato la maggiore età, vissuto le esperienze fondamentali, pensato e fatto tutto ciò che sapeva e poteva per sé e gli altri, tiene il diritto (ed in un certo senso il dovere) di suicidarsi.

Ma c’è modo e modo. Ne segnalo due, ciascuno a suo modo perfetti: un gesto e una canzone.

Il gesto è di Alan Turing matematico – nel 1954, a 42 anni, morsicò volontariamente una mela avvelenata e morì (era stato processato due anni prima per omosessualità e condannato alla castrazione chimica).

La canzone è di Violeta Parra, cantautrice - nel 1967, a 50 anni compone e canta Gracias a la vida e si toglie la vita.

(Testo)

Gracias a la vida que me ha dado tanto
me dio dos luceros que cuando los abro
perfecto distingo lo negro del blanco
y en el alto cielo su fondo estrellado
y en las multitudes el hombre que yo amo.

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado el oido que en todo su ancho
graba noche y dia grillos y canarios
martillos, turbinas, ladridos, chubascos
y la voz tan tierna de mi bien amado.

Gracias a la Vida que me ha dado tanto
me ha dado el sonido y el abedecedario
con él las palabras que pienso y declaro
madre amigo hermano y luz alumbrando,
la ruta del alma del que estoy amando.

Gracias a la Vida que me ha dado tanto
me ha dado la marcha de mis pies cansados
con ellos anduve ciudades y charcos,
playas y desiertos montañas y llanos
y la casa tuya, tu calle y tu patio.

Gracias a la Vida que me ha dado tanto
me dio el corazón que agita su marco
cuando miro el fruto del cerebro humano,
cuando miro el bueno tan lejos del malo,
cuando miro el fondo de tus ojos claros.

Gracias a la Vida que me ha dado tanto
me ha dado la risa y me ha dado el llanto,
asi yo distingo dicha de quebranto
los dos materiales que forman mi canto
y el canto de ustedes que es el mismo canto
y el canto de todos que es mi propio canto.

Gracias a la vida, que me ha dado tanto.

(Traduzione italiana)

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato due astri che quando li apro
perfettamente distinguo il nero dal bianco,
e nell'alto cielo il suo sfondo stellato,
e tra le moltitudini l'uomo che amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato l'udito che in tutta la sua ampiezza
cattura notte e giorno grilli e canarini,
martelli turbine latrati burrasche
e la voce tanto tenera di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il suono e l'abbecedario
con lui le parole che penso e dico,
madre, amico, fratello luce illuminante,
la strada dell'anima di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi,
con loro andai per città e pozzanghere,
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano,
quando guardo il bene così lontano dal male,
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto.

 

 

 


 

 

(Appunti per la partecipazione ad una tavola rotonda nell’Università di Bari – primavera 2005)

Pasolini è un eroe, non un santo.

 

Dal 1975 ad oggi 2005, abbiamo assistito a tanti e diversi tentativi di santificazione di Pasolini.

La chiesa cattolica, la “fabbrica dei santi” dal 1980 al 2005 ha fabbricato 488 santi. Ma ci sono tante e diverse chiese.

 

Contro i tentativi di santificazione la mia serie di opere; due fra queste: “Angelus Novus” (1987) e “Le ceneri di Pasolini” (1994).

Ma perché mi sono opposto? Che c’è di male nella santificazione di un uomo, di un intellettuale, di un artista?

Il male sta nel fatto che ogni santificazione è una riduzione, una riduzione all’ordine del mondo che gli sopravvive, agli interessi della chiesa che lo promuove, agli orizzonti dei consanguinei, degli ammiratori.

 

I migliori riduttori dei grandi uomini in quanto creatori non sono i loro oppositori, avversari, nemici ma i loro compagni, ammiratori, amici.

Il miglior continuatore di Marx è Max Weber, i peggiori continuatori di Marx sono i marxisti. Il miglior continuatore di Gesù è Nietzsche (responsabilità e autonomia dell’individuo e critica della tradizione = Ma io vi dico), i peggiori sono i cristiani.

 

I maggiori riduttori di Pasolini sono i suoi amici, sostenitori della Teoria del Complotto come spiegazione della sua morte violenta. L’ultima intervista di Pasolini, poche ore prima della sua morte violenta: “Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E’facile, è semplice…” Intervista a Furio Colombo, Tuttolibri, ottobre 1975.

 

La teoria del complotto (politico intenzionale = Volponi, sociale inconscio = Moravia) contro il suo pensiero degli ultimi anni. Senofonte secondo Russell.

 

Pasolini eroe.

 

“Santo è un uomo che è immutabilmente religioso, mentre le persone normali lo sono saltuariamente.”

 

“Eroe è un uomo immutabilmente concentrato.” Baudelaire

 

Pasolini era immutabilmente concentrato. Pasolini non santo, Pasolini eroe.

 

Concentrato quando scriveva, concentrato quando camminava, quando era solo, quando stava con gli altri.

 

Presentazione di “Empirismo eretico”. 1972 – vedi la mia testimonianza sul sito-officina.

 

Pasolini era concentrato quando leggeva i classici e quando camminava per le strade, di giorno e di notte. E vedeva.

 

Come vedeva Pasolini?

 

Vedeva come un martire: martire vuol dire testimone.

 

Pasolini testimone.

 

La luce formante (l’irrompere del sacro)

 

Nei quadri di Caravaggio nasce e agisce “la luce formante”: Caravaggio secondo Nefeli – vedi sua tesi di dottorato “Rara si è scissa chiarità da naturale tenebra”.

La vita umana è avvolta da una “naturale tenebra”, la storia umana è informe. Nella “naturale tenebra” della vita, nella informità della storia, si “scinde chiarità”, irrompe il sacro. “Rara si è scissa chiarità da naturale tenebra.”

Chi opera questa scissione? Gesù, Caravaggio, Pasolini.

 

1…La luce che Gesù porta al suo entrare, scopre e sorprende il circolo della vita comune introducendone un impulso di ordine diverso.

2…La luce è formante in Caravaggio perché è il mezzo attraverso cui l’artista, vero inventore, dà forma all’informità della storia.

3…L’impressione infatti che si ha solitamente di fronte a un quadro di Caravaggio è quella di assistere al momento in cui, nella “naturale tenebra” della vita, qualcosa di straordinario, intervenendo, “rara scinde chiarità”.

4…In Caravaggio il punto di vista è l’espressione dello sguardo del pittore che coi suoi occhi fissa e scevera dal caos del molteplice l’essenziale.

 

La circolarità infranta (la presenza del testimone)

 

Pasolini chiudeva il cerchio, vedeva, si voltava e non trovava nessuno.

 

Cosa vedeva Pasolini, in solitudine?

 

Pasolini testimone della crisi organica.

 

Gramsci dei Quaderni e Pasolini.

 

Sono arrivato a Pasolini attraverso Gramsci. Il Gramsci dei Quaderni, la scoperta del Gramsci costruttore della “nuova scienza della storia e della politica”.

“Crisi organica” e “crisi della cultura del nostro tempo”.

 

La scoperta del Gramsci critico radicale di tutto il marxismo compreso il marxismo di Marx.

“Perché gli Epigoni dovrebbero essere inferiori ai progenitori? Nella tragedia greca, gli “Epigoni” realmente portano a compimento l’impresa che i “Sette a Tebe” non erano riusciti a compiere. Il concetto di degenerazione è invece legato ai Diadochi, i successori di Alessandro.” Quaderno 8 – 1931-32.

 

Mi sono girato e ho guardato intorno a me: chi vedeva, chi scopriva, chi teorizzava la crisi organica? Gli scienziati della politica? No. I filosofi? No. I sociologi? No. Gli economisti? Mi sono girato e ho visto accanto a me Pasolini. Un fratello. Un fratello, non un padre, un eroe, non un santo.

 

(Primavera 2005)

 

*

 

I processi costituenti dei nuovi partiti politici in Italia (‘Partito Democratico’ e 'Cosa Bianca', 'Partito del Popolo della Libertà' e ‘Sinistra-l’Arcobaleno’ e chi più ne ha più ne metta) sono processi acefali. Senza testa. Sono dominati da un gruppetto di capintesta eppure sono senza testa, in quanto senza teoria. Sono processi tutta coda. Tutta pratica.

Ma la pratica senza la teoria è come i soldati senza capitano – parola di Leonardo da Vinci.

Scrivevo (giovedì 6 dicembre, nel post “oltre l’illuminismo, oltre il cristianesimo”) che ci troviamo nel bel mezzo di una crisi organica (Gramsci, Quaderni del carcere) – cioè una fase storica in cui ciò che facciamo è troppo diverso da ciò che pensiamo. Teoria e pratica sono separate in casa. Sono separate dentro ognuno di noi.

Quanto ai partiti, la teoria è addirittura fuori 'come un citofono' – direbbe una figlia di nome Sofia. Infatti i partiti politici italiani non solo non producono al proprio interno la teoria necessaria a guidarli, ma neppure utilizzano nei propri processi ricostituenti la teoria che si produce fuori dei partiti.

Pier Paolo Pasolini diceva trentacinque anni fa che 'il Potere' non era più nei partiti politici, stava “altrove”. Oggi anche 'la Teoria' sta “altrove”.

 

(12 dicembre 2007)

 

*

 

Il cinque marzo di ottantasette anni fa è nato Pier Paolo Pasolini. Lo ricordo con un film-documentario al quale, in omaggio alla sua poesia più profonda, Le ceneri di Gramsci, ho posto come titolo Le ceneri di Pasolini. È un documentario, è un film – è una biografia, è una autobiografia.


Ho realizzato quest'opera per tante ragioni, fra queste la grande impressione che m'ha fatto l'unica volta che l'ho visto. Era l’autunno del ’72. Pasolini presentava in una libreria romana 'Empirismo eretico'. Andai a spiare il dialogo di un poeta con gli intellettuali del suo tempo. Niente intellettuali. Trovai un corsaro assediato da un pugno di giovani infelici che lo interrogavano, ma erano più le domande che lui faceva loro.

 

(5 marzo 2009)

 

*

 

Pier Paolo Pasolini, a un passo dalla fine della sua vita mortale, ha lasciato a futura memoria questa massima anti-populista: “Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà.” E questo libro di Alessandro Cavallaro: Operazione ‘armi ai partigiani’. I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia (Rubbettino 2009) ne offre, facendo un po’ di storia, una straziante illustrazione. Grazie. Ne abbiamo bisogno come il pane di libri come questi, oggi, in una Italia irretita dalla demagogia a tutti i costi, dal ridere-ridere-ridere, dal populismo, appunto.

Vi si racconta la breve vicenda della Repubblica Rossa di Caulonia (paese della costa ionica della Calabria) e la lunga vita del suo protagonista, Pasquale Cavallaro (padre di Alessandro). Vengo al suo punto cruciale, per trarne una magistrale lezione storica (“historia magistra vitae” – ha scritto Cicerone). I primi giorni di marzo del 1945 una manifestazione politica stava per trasformarsi in insurrezione popolare. Pasquale Cavallaro, del comune di Caulonia eletto sindaco “a furor di popolo”, “s’accorse che la maggior parte dei manifestanti erano armati con i fucili mitragliatori che tra il 1942 e il 1943 gli angloamericani avevano sbarcato tra Roccella e Caulonia e consegnato a lui personalmente, perché li facesse pervenire ai partigiani.” Egli dapprima contrastò l’iniziativa domandata a gran voce dalla folla armata, ma poi cedette, mettendosene a capo. Così, quell’uomo ribelle forte e colto che fino a quel momento aveva seguito pazientemente, accortamente, realisticamente la via politica, avviando riforme (ristrutturazione democratica degli uffici e delle attività comunali, redistribuzione delle terre demaniali), intraprese impulsivamente la via militare. Nacquero così il Consiglio della Rivoluzione, il Consiglio del Popolo, il Tribunale del Popolo, il Campo di Concentramento, e si avviò una esperienza comunarda rivelatasi rapidamente “nemica della realtà”. Durò infatti meno di una settimana. Morirono un bracciante e un parroco, i rivoltosi furono isolati, disarmati, accusati davanti al tribunale di Locri di costituzione di bande armate, estorsione, violenza a privati, usurpazione di pubblico impiego e omicidio.

A me pare che in questo caso si sia ripetuta (historia magistra vitae?) la vicenda di Spartaco, lo schiavo ribelle forte e colto, e dei suoi compagni di rivolta. Infatti Spartaco, negli anni intorno al 70 a. C., liberati una moltitudine di schiavi, sconfisse ripetutamente l’esercito romano, e risalì l’Italia fino alle Alpi, con il disegno di superarle, riportando quegli uomini ormai liberi – traci, celti, germani, galli - alle loro terre d’origine. Ma la folla degli schiavi pretese di restare in Italia e saccheggiarla. Spartaco oscillò, e infine cedette, avendo così “torto in tanti”.

“Meglio aver torto in tanti che ragione da soli”, ha scritto Rosa Luxemburg. No, grazie. Preferisco Pasolini. Preferisco sempre la ragione. Preferisco sempre la realtà. Preferisco sempre la verità. “La verità è sempre rivoluzionaria.” La ragione, la realtà, la verità, sono sempre rivoluzionarie, non la rivoluzione.

 

(Alias, 3 maggio 2009)

 

 

 


 

 

Perché sta morendo il cinema sul grande schermo? Secondo Gabriele Pedullà (In piena luce. I nuovi spettatori e il sistema delle arti., Bompiani 2008) sta morendo perché prima è nata la televisione, poi il telecomando, infine il computer e i dvd e i videotelefonini. Io la penso diversamente (per ora – tengo un pensiero plastico, che si trasforma in presenza di buoni argomenti).

Dire quello che scrive Pedullà equivale a pensare che il cinema dei telefoni bianchi è morto a causa dell’invenzione tecnica di cineprese più leggere e della distruzione militare dei teatri cinematografici. Le cose non stanno così. È certo che il neorealismo cinematografico non poteva nascere e svilupparsi, nella forma geograficamentee storicamente deteminata in cui è nato e si è sviluppato, senza la disponibilità di quelle cineprese e l’indisponibilità di quei teatri. Ma il neorealismo è stato in ultima analisi (quella che conta) un movimento di riforma intellettuale e morale. E` nato, si è sviluppato ed è morto come tale. Insomma, “le idee non cadono dal cielo” (Antonio Labriola) e non derivano dalla tecnica.

Controprova: la scienza sperimentale galileiana non è nata dal cannocchiale. È nata dagli occhi di Galileo – ben collegati con la sua mente, s’intende. Il cannocchiale esisteva già, ed era adoperato per avvistare le navi. Intanto i teologi si occupavano deduttivamente delle stelle. Galileo ha preso il cannocchiale e lo ha puntato sulle stelle. La scienza sperimentale è stata un movimento di riforma intellettuale e morale. (Insisto tanto su questo punto perché secondo me quello che manca oggi, in Italia ma non solo, non è tanto il petrolio o un numero sufficiente di parcheggi per automobili nelle grandi città, bensì un movimento di riforma intellettuale e morale.)

Torniamo al cinema sul grande schermo ed alla sua morte. È certo che il cinema nasce nel passaggio dalle sale dei caffè alle sale cinematografiche – come nota Gabriele Pedullà. Ma quella nascita è correlata con la nascita della società di massa, quella dei sindacati e dei partiti: è l’arte di quella società. Entrata in crisi quella società, negli anni settanta del Novecento, entra in crisi quella forma d’arte di massa a lei organica. Ecco perchè le sale cinematografiche entrano in crisi a cominciare da quegli anni, caro Gabriele: la televisione, il telecomando, il computer, il dvd, il videotelefonino... uccidono un uomo morto.

Bisogna porsi piuttosto un’altra domanda (come dice Venises la risposta dipende dalla domanda), e precisamente questa: Perchè sta morendo il cinema del grande schermo? Non “sul” grande schermo, bensì “del” grande schermo. Ma di questo parleremo un’altro giorno, un’altra notte.

POST SCRIPTUM
Dopo aver scritto - e prepubblicato - questo post ho trovato (nel 'Venerdì' di 'Repubblica' del 13 giugno 2008) in un'intervista a Goffredo Fofi suscitata dalla pubblicazione del suo libro
I grandi registi della storia del cinema (Donzelli 2008) questa perla: "Il cinema è un prodotto del '900 come la fabbrica e il calcio, tutti nati dalla società industriale. Caduta quella, non c'è più il sistema cinema nel quale siamo cresciuti. Di Monicelli e John Ford non ce ne saranno più. Ora ci sono i Cronenberg, i Lynch, i Sorrentino che devono diventare produttori e venditori di se stessi, non pezzi di un grande meccanismo collettivo." Una perla. Ma "non sono le perle, è il filo che fa la collana." (Flaubert)

 

(21 giugno 2008)

 

 


 

 

Umberto Galimberti ha pubblicato un libro (Il segreto della domanda, Apogeo S.r.l. 2008) fatto da sessanta domande di lettrici/lettori del magazine ‘D la Repubblica delle Donne’ e sessanta sue risposte.

Siccome questo sito-rivista, nato dalla costola del blog-rivista http://fulmini.ilcannocchiale.it offre molto spazio e dedica grande attenzione ai lettori ed alle lettrici (ed ai loro commenti, silenziosi, gridati, sussurrati) vorrei mettere qui in evidenza e in discussione la domanda di un lettore di nome Ezio Pelino il quale, scrivendo a Galimberti (e quindi a tutti noi – dal momento che la sua lettera è pubblica) afferma che “Gesù in vita non ha avuto una visione universalistica della sua missione. Si preoccupa[va] soltanto della salveza del popolo ebraico. [Infatti] In Matteo si legge... [E] Sempre in Matteo...” (pagina 26).

Ora io mi domando a mia volta – e domando a te lettore, a te lettrice - quale sia la ragione profonda della ignoranza diffusa in ogni luogo e fra persone di cultura alta e media e bassa, religiose o laiche poco importa, delle conoscenze oramai acquisite intorno a Gesù di Nazareth ed ai Vangeli in quanto testi storicamente, geograficamente, ideologicamente determinati. Comunque sia, Pelino mostra di ignorare che “Matteo, scrivendo tra e per i giudei, si impegna in particolare a mostrare nella persona e nell’opera di Gesù il compimento delle Scritture” (La Bibbia di Gerusalemme. Il Nuovo Testamento, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1989) e che "questo vangelo fu scritto anzitutto tenendo presente la situazione delle comunità cristiane che vivevano tra gli Ebrei, specie in Palestina e in Siria [e per questa ragione] in tutto il corso del vangelo è dato il massimo valore all'Antico Testamento" (Nuovo Testamento - Nuovissima versione, Edizioni San Paolo s.r.l. 2005). Ignora insomma che il localismo è di Matteo e non di Gesù, e che è attribuito da Matteo a Gesù per ragioni pratiche-ideologiche. Gesù in vita aveva constatato più volte questa riduzione-deformazione dei suoi pensieri e dei suoi atti ad opera dei discepoli, ed una volta era sbottato: "Perché mi chiamate Maestro e poi non fate quello che dico?" Luca 6,46

Cosa vuol dire questo che ho appena scritto? Vuol dire che Matteo era storicamente, geograficamente, ideologicamente determinato e Gesù no? Niente affatto: vuol dire piuttosto che tutti gli esseri umani sono storicamente, geograficamente, ideologicamente determinati. Ma c'è modo e modo. Prendiamo due compositori, Mogol e Mozart, ascoltiamo una canzone del musicista 'leggero' e un'aria d'opera del musicista 'preciso' (per adoperare una bella formula di Venises): Mogol risulterà localista, Mozart universalista. A ciascuno il suo.

 

 

 


 

 

Ho appreso leggendo (Pia Pera e Antonio Perazzi, Contro il giardino, Ponte alle Grazie 2007) che in Romania si semina il mais insieme ai fagioli, così i fagioli si arrampicano sul mais mentre cresce.

E, metaforico come sono, mi sono domandato quanto è difficile distinguere il parassitismo dalla simbiosi.

In biologia 'simbiosi' indica una "associazione di individui di specie diversa che vivono in stretta relazione con reciproco vantaggio" (Il nuovo Zingarelli), ma in psicologia "è considerata l'esatto contrario della relazione, dove l'uno e l'altro si riconoscono e sono reciprocamente riconosciuti nelle rispettive autonomie" (Dizionario di psicologia, Umberto Galimberti).

 

(14 novembre 2007)

 

 


 

 

Ho appreso leggendo (Pia Pera e Antonio Perazzi, Contro il giardino, Ponte alle Grazie 2007) che in Romania si semina il mais insieme ai fagioli, così i fagioli si arrampicano sul mais mentre cresce.

E, metaforico come sono, mi sono domandato quanto è difficile distinguere il parassitismo dalla simbiosi.

In biologia 'simbiosi' indica una "associazione di individui di specie diversa che vivono in stretta relazione con reciproco vantaggio" (Il nuovo Zingarelli), ma in psicologia "è considerata l'esatto contrario della relazione, dove l'uno e l'altro si riconoscono e sono reciprocamente riconosciuti nelle rispettive autonomie" (Dizionario di psicologia, Umberto Galimberti).

 

(14 novembre 2007)

 

 

 


 

 

Sorvegliare e punire non fa per me. Preferisco riformare e cuocere. Cuocere? Sì, ma coi giusti tempi di cottura. Prendiamo l’uovo à la coque. Qual è il giusto tempo di cottura di un uovo à la coque? Un amico della mia figlia grande dice che è il tempo della Ouverture delle “Nozze di Figaro” – canticchia davanti al fornello e spegne quando è finita. Dissento. L’ouverture mozartiana in questione, per quanto si voglia vertiginosamente vivace, dura almeno quattro minuti e qualcosa. Troppo. È vero che maestro Artusi (‘La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene’, Rusconi 2005, pagina 284) scrive: “Le uova a bere fatele bollire due minuti, le uova sode dieci” – ma la virtù non sta genericamente in mezzo, e soprattutto sta in alto – ne convenite? E allora? Tre sonetti del ‘Canzoniere’ del Petrarca, ecco la mia proposta. Meglio se a memoria, vi garantisco che l’uovo avrà tutto un altro sapore.

 

(11 maggio 2007)

 


 

 

Mauro Pesce è un docente universitario e storico del cristianesimo, Corrado Augias è un giornalista detective e scrittore eclettico. Si sono messi insieme per ricostruire “la vita vera” di Gesù (la sua vita storica) districando la sua vita vera e falsa (la sua vita ideologica) tramandata dai Vangeli, ed ecco Inchiesta su Gesù, Mondadori editore. Leggiamo.

Pesce sostiene che Gesù era un ebreo fedele alla Torah. “Non c’è una sola idea o consuetudine, una sola delle principali iniziative di Gesù che non siano integralmente ebraiche.” Questo è falso. Infatti Gesù ha criticato teoricamente e praticamente la religione ebraica, i suoi rigidi precetti e i suoi rituali ossessivi (vedi per tutti il riposo settimanale - "Il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato") e la sacralità delle scritture (vedi il leitmotiv "E' scritto […] ma io vi dico”). Pesce sostiene che Gesù “non ha mai detto di essere cristiano”. Questo è vero.

 

(29 gennaio 2007)

 

 


 

 

Considero Renzo Piano totalmente infinito come conferenziere ma non come architetto. Ricordate il suo discorso in occasione del premio Pritzker? Affermò che il cannocchiale era stato inventato per avvistare le navi, mentre alle stelle pensavano i teologi: fu Galileo a sollevare il cannocchiale e puntarlo sulle stelle – “alla ricerca - notate la precisione del dettaglio retorico concludente - di ciò che non era scritto sui sacri testi”. Notate invece la scarsa cura del dettaglio dell'architetto genovese quando maltratta parte degli spettatori sedenti all’interno della Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma. Una doppia serie di posti a sedere sono orientati ortogonalmente al palcoscenico, dimodoché i malcapitati devono torcersi il collo per vedere ciò che sentono.

 

Considerate ora a contrasto i “luoghi del sedere” dei bagni dell’Oratorio dei Filippini, opera di un architetto ticinese questo sì “totalmente infinito”, Francesco Borromini. Questi sedili sono dotati di un sistema per sfogare i cattivi odori, ed hanno luce naturale e di candela in modo che, stando e facendo, i sedenti possano anche leggere. “L’affermazione di Flaubert - ha lasciato scritto Italo Calvino nelle Lezioni americane - la spiegherei alla luce della filosofia di Giordano Bruno, che vede l’universo infinito e composto di mondi innumerevoli, ma non può dirlo ‘totalmente infinito’ perché ciascuno di questi mondi è finito; mentre ‘totalmente infinito’ è Dio ‘perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente’.”

 

(21 novembre 2006)

 

 


 

In questo mondo diviso tra chi coltiva il proprio orto e non guarda al di là del proprio naso e chi fa l’amore con le nuvole e insegue il paradiso nel futuro o nel passato, con questo io diviso tra i piccoli piaceri e le grandi fughe, che ogni giorno e ogni notte fatica a tenere insieme particolare e universale, concreto e astratto, in un fine settimana che inizia la primavera, andiamo in pellegrinaggio da Piero della Francesca.

 

 

Il “Sogno di Costantino” sta ad Arezzo. Piero lo ha affrescato coi colori riflessi negli occhi degli aretini del suo tempo, e quel gran giallo che irrompe dall’alto e domina la scena è il colore della pietra a vista colorante l’intera città. Quel giallo particolare (arenaria-paglierino) si sposa con la geometria universale (della tenda conica) e produce concerto di cielo e terra, convergenza di luce e prospettiva, consonanza di uomini e cose, sintesi di forma e colore, identità di esperienza e idea.

La “Madonna del parto” sta nei dintorni d’Arezzo, a Monterchi. Piero ha usato qui il verde dei prati, il blu delle colline, il viola degli appennini, i colori fondamentali che vedevano i suoi familiari quando raccoglievano i fiori di lavanda per venderli, e vediamo noi oggi uscendo dal museo. Quei colori, organati nella “media proporzionale”, tingono gli angeli reggicortina, fratelli gemelli originati dall’inversione dello spolvero, e la Madonna, contadina incinta di una nuova vita e colonna rigonfia di un’antica entasi, quella vestita di doghe incurve e questa di sciolte scanalature.

 

(Alias, 8 maggio 2006)

 

 

 


 

 

L’ultima volta che ho visto Pietro Pintus - il critico di cinema colto come uno scenario di Luchino Visconti e preciso come uno zoom di Stanley Kubrick, l’amico paterno che era fatto della stessa materia di cui sono fatti i libri e i film - era intronato in un letto d’ospedale collegato a mille macchine acquatiche e luminescenti. La prima volta era incorniciato da un televisore in bianco e nero: erano gli anni sessanta, ero un ragazzo, e lui presentava i film dei grandi autori, con la compostezza dei personaggi di Carl Theodor Dreyer e la trepidazione di una panoramica di Pier Paolo Pasolini. Mentre il nostro ultimo colloquio volgeva al termine, pretese e ottenne da una infermiera bionda e giovane e avvenente (come nel finale de “Il paradiso può attendere” di Ernst Lubitsch) prima un caldo massaggio alla schiena e poi un bicchiere di latte freddo, sollevando il quale come un calice delle annate irripetibili, come un Amedeo Nazzari degli anni migliori, mi congedò. “A domani, vecchio mio” – disse, e sparì.

 

(15 gennaio 2007)

 

 


 

 

Luis Razeto, in un suo recente commento, ha scritto che “il peccato maggiore (capitale) è quello di essere inferiori a noi stessi”. Sono d’accordo. Come Palomar in gioventù, anche Fulmini da vecchio cerca “sempre di fare qualcosa un po’ al di là dei propri mezzi”. Lo so, fare al di qua dei propri mezzi, essere inferiori a noi stessi, è la norma.


Ammetto di essere anormale. Come Platone, che scrive nel Teeteto: "bisogna rendersi simili a Dio secondo le proprie possibilità; e rendersi simili a Dio significa diventare giusti e santi, e insieme sapienti". E tu?

 

(18 dicembre 2008)

 

 

 


 

 

Questa Anna Politkovskaja, stroncata a quarantotto anni da Vladimir Putin e i suoi maggiordomi russi perché criticava l’Esercito e la Burocrazia e il Putin in persona, era ed è uno di quei rari esseri umani che fanno della nostra vita difficile una cosa degna d’essere vissuta.

Verso la fine di Proibito parlare (Mondadori, 2007), una selezione degli ultimi articoli da lei pubblicati sul quotidiano “Novaja Gazeta”, libro che ho letto come da ragazzo mangiavo un cestino di ciliege, dentro un articolo intitolato “Da Kiev si può iniziare la fuga”, ho sottolineato la frase: “Se diventi nemico del potere politico… Kiev è il posto ideale per fuggire dalla Russia”. Ed ho latolineato: ‘Come si documenta una situazione per chi ha il desiderio di sapere e si svela una possibilità a chi si ostina a vivere a testa alta – i nemici del potere.’ Naturalmente, per fare questo, Anna Politkovskaja non doveva fuggire lei stessa, è rimasta infatti a scrivere, e l’hanno sparata prima al cuore e poi alla testa.
Più di una volta, leggendo ammirato la capacità di questa giornalista di guardare spietatamente in alto, verso i potenti, e compassionevolmente in basso, verso gli umili - questa donna al tempo stesso superba con i forti e democratica con i deboli – ho pensato al programma di Niccolò Machiavelli: “Così come coloro che disegnino e’ paesi si pongano bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi si pongano alto sopra monti, similmente a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna essere principe, et a conoscere bene quella de’ principi bisogna essere populare.” (Il Principe)

 

(22 febbraio 2007)

 

 


 

 

In questo mondo di adoranti dell’incompiutezza, viva i desideranti la completezza (Sì, io non amo l’esistente senza il possibile.) Consideriamo Maurizio Pollini, per esempio, come esempio. Ha letto tutto Balzac e tutto Proust in francese, tutti i sonetti di Shakespeare in inglese, tutti i tragici greci in greco antico, tutte le duecento cantate di Bach negli originali, e perdippiù, per amore di completezza (l’ho ascoltato ieri notte a RadioTre verso le undici) adopera correntemente il passato remoto.

 

(21 settembre 2006)

 

 


 

I greci suoi contemporanei non erano come lui li scolpiva, gli artisti non riproducono il presente. Prassitele, come tutti gli artisti, era anacronistico: intravedeva e viveva e costruiva nel presente il passato mitico e il futuro storico.

L’unico originale in marmo sopravvissuto alla furia degli immortali e dei mortali sembra essere questo Hermes con Dioniso, scolpito quando aveva sessanta anni, 2350 anni fa.

 

 

(24 ottobre 2007)

 

 


 

In questi stessi giorni, duemilacinquantotto anni fa, Cesare attraversò il Rubicone pronunciando la celebre frase “Il dado è tratto!” (prestatagli da Menandro) e cominciò così la guerra civile che si concluse con la sconfitta del suo eterno avversario, Pompeo.

Nell’occasione di questo anniversario (sempre lodando Cesare, un tipo del quale in Italia s’è perso lo stampo) auspico che Veltroni e D’Alema (i quali soffrono un ‘complesso di parità’: non si sentono secondi a nessuno) concludano la guerra civile intestina del centro-sinistra con l'ammissione della sconfitta di entrambi e il conseguente doppio esilio: Walter in Africa e Massimo in barca - vita natural durante. Dopodichè torni Prodi, vinca le elezioni di turno con il leader del centro-destra chiunque-esso-sia, e (attenzione) passi tosto la mano alla Bindi – la quale escluderà tutti i capipartito della propria coalizione dalla compagine di governo: ciò che Prodi vittorioso avrebbe dovuto fare tre anni fa.

 

(12 gennaio 2009)

 

 

 


 

Aurelia, una splendente liceale che s’interessa di cinema e s’avventura spesso su questa piazza di parole-immagini-suoni che è il blog-rivista, mi ha chiesto l’altro giorno perché io ce l’abbia tanto con il “manierismo”. Parlavamo del cinema contemporaneo, ho detto (storcendo il naso) che è quasi tutto “manierista” e lei – che lo aveva appena visto-e-sentito in DVD – ha replicato (inclinando il capo): “Ladri di bambini di Gianni Amelio no però.” Il dialogo è proseguito più o meno così:

“Aurelia, conosci Quino?” “L’autore di Mafalda? Certo!” Ebbene, Michele Serra qualche tempo fa lo intervistava per 'la Repubblica' notando che ‘oggi, diversamente dagli anni Sessanta, c’è una certa stagnazione, come se anche i linguaggi si fossero fermati’. E Quino gli ha risposto: ‘Beh, sì. Lo vedi anche nella pittura, nell’arte in genere, mancano nuovi movimenti forti e riconoscibili. Io credo che manchino gli ideali, i sogni, l’impulso al cambiamento, la speranza di ottenerlo.’ Nota anche, Aurelia, che l’intervista è stata realizzata in occasione dell’uscita in Italia dell’antologia di disegni del cartonist argentino intitolata ‘Ci è sparito l’orizzonte.’”

(Pausa mia. Lei si è mordicchiata il labbro. Ho continuato.)

“Tutto questo c’entra con il manierismo che tanto mi preoccupa. Infatti: la repulsione che provo nei confronti del sistema dominante delle opere manieristiche non dipende da un mio particolare gusto o da una personale idiosincrasia. No. E’ una questione di moralità intellettuale. Gli ideali, i sogni, gli impulsi al cambiamento, le speranze di ottenerlo ‘non cadono dal cielo’, siamo noi che li facciamo nascere e li coviamo.”

“Insomma – ho concluso, alzando un po’ il tiro - occorre far altro che ripetere, variamente combinandoli, i linguaggi correnti (= fare alla maniera di altri in altri momenti storici = manierismo). Occorre far altro che ripeterli senza cercare di costruire NUOVI linguaggi per rappresentare le NUOVE realtà economiche e religiose e tutto quello che vuoi. Certo, non si può non partire dai linguaggi dati (tradizionali, convenzionali) ma bisogna provare a costruirne di nuovi. Fare questo significa già fare, come si diceva una volta, ‘la rivoluzione’ (Marx, Lenin, e il Che che campeggia nella tua casa). O meglio, come si dovrebbe dire oggi, con un NUOVO linguaggio corrispondente ad una NUOVA realtà, ‘una riforma intellettuale e morale’ (Gramsci).”

“E questo cosa c’entra con Ladri di bambini? – ha insistito (aggrottando la fronte) Aurelia. Ladri di bambini – le ho risposto – è fatto alla maniera del cinema neorealista, no? “ “Certo! – ha replicato Aurelia, e stava per continuare quando s’è bloccata ed ha sorriso.

 

(1 novembre 2007)

 

 


 

 

 

Raffaele Abbattista

 


 

 

L’altro giorno (il 19) riflettevo su “come scrivere”. Oggi ci provo su “cosa scrivere”. Leggendo Tredici giornalisti quasi perfetti di David Randall (Laterza 2007) ho fatto la conoscenza di Abbott Joseph Liebling (uno dei tredici), il quale ha raccolto dalla viva voce di un politico corrotto della Luisiana degli anni ‘50 del secolo scorso, e trascritto, questo consiglio: “Non scrivere nulla che tu possa dire per telefono. Non dire nulla per telefono che tu possa dire ad alta voce. Non dire nulla ad alta voce che tu possa sussurrare. Non sussurrare nulla che tu possa dire con un sorriso. Non dire nulla con un sorriso che tu possa dire con un cenno del capo. Non dire nulla con un cenno del capo che tu possa dire con un battito di ciglia.” Ecco “cosa scrivere”: soltanto ciò che non si possa dire per telefono, ad alta voce, sussurrando, con un sorriso, un cenno del capo, un battito di ciglia. Altrimenti si fa letteratura.

 

(26 febbraio 2007)

 

 


 

 

Joseph Ratzinger di Marktl am Inn vuole la pace - discordando da Gesù di Nazareth, e prima ancora da Eraclito di Samo, il quale ha mostrato che “il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è re”, insomma che il principio assoluto dell’universo intero è la guerra. Il problema diventa allora di dare alla guerra forme costruttive, ludiche, divertenti: una battaglia di idee, una partita a scacchi, una schermaglia amorosa.

 

(13 settembre 2006)

 

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Ho ancora tra le mani avendolo appena letto e riletto il nuovo libro di Joseph Ratzinger, Gesù di Nazareth, Rizzoli, 2007. Libro universalistico e partigiano, dovizioso ed elusivo, riuscito come proposta editoriale e fallito come impresa intellettuale - come vorrei mostrare discutendo la questione apparentemente laterale e realmente centrale dei ‘titoli’ di Gesù.

“In tutto il Nuovo Testamento – trileggo a pagina 370 – l’espressione ‘Figlio dell’uomo’ si trova soltanto sulla bocca di Gesù, con l’unica eccezione della visione di Stefano morente che ‘cita’ Gesù” [mentre, laddove, invece – la parentesi è mia] “la cristologia degli scrittori del Nuovo Testamento, anche degli stessi evangelisti, non si fonda sul titolo ‘Figlio dell’uomo’ bensì sui titoli ‘Cristo’ (Messia), ‘Kyrios’ (Signore), ‘Figlio di Dio’…” E’ vero. Aggiungo – per amore di precisione e verità - che questo vale anche prima, per i discepoli di Gesù, e poi, per i cristiani nella loro generalità fino ad oggi. In somma Gesù si chiamava in un modo, e i cristiani lo chiamavano e lo chiamano in altri modi, non lo definiscono come lui si autodefiniva.

Una ragione ci sarà, penso io (e pensi tu che mi stai leggendo) se Gesù sceglie di chiamarsi con quel ‘titolo’ che “non era consueto nella speranza messianica” (pagina 373) e che “all’epoca di Gesù non esisteva come titolo” (pagina 374), e un’altra ragione ci sarà se i cristiani hanno imposto, a se stessi e agli altri, altri modi di chiamarlo, altri ‘titoli’. Joseph Ratzinger elude la questione, non coglie queste diverse ragioni, non spiega questa differenza, anzi scrive come se questa differenza non ci fosse, come se i diversi titoli di Gesù, l’autodefinizione gesuana e le definizioni cristiane, siano equivalenti – cadendo in errore capitale. E sì come nella ‘Introduzione’ è scritto chiaro e tondo che “Questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale. Perciò ognuno è libero di contraddirmi” vorrei (se mi sbaglio mi corrigerete) svelare la contraddizione e affrontare il problema.

Per farla breve (perché la vita è breve) nell’Antico Testamento l’espressione ‘Figlio dell’uomo’ indica a) un singolo individuo del genere umano, b) l’umanità nel suo complesso (comprendendo indirettamente anche la persona che parla), c) il figlio dell’uomo mortale, d) un uomo comune. In sostanza, ‘Figlio dell’uomo’ vuol dire ‘uomo’. Quando Gesù di Nazareth dice di essere ‘Figlio dell’uomo’ dice di essere ‘uomo’. Gesù non dice di essere “anche” uomo – questo glielo fanno dire i cristiani, che lo chiamano ‘Cristo’ – che vuol dire Messia, ‘Signore’ – che vuol dire ‘signore con la maiuscola’, ‘Figlio di Dio’ – che vuol dire due cose diverse insieme: ‘uomo-e-Dio’ (il titolo fondamentale della religione cristiana, gli altri due – Signore e Messia - essendo residui di religioni precedenti).

Ecco dunque che Ratzinger, il quale con questo libro ha “voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il ‘Gesù storico’ in senso vero e proprio” (pagina 18), non ce l’ha fatta: alla fine del libro, come al principio dei tempi, Gesù di Nazareth (il Gesù storico, il Gesù di tutti) e Gesù Cristo (il Gesù dei cristiani, il Gesù di una parte), restano due figure diverse, non riducibili l’una all’altra. Ma allora, quale era il disegno di Gesù? Ratzinger scrive (pagina 378) che “Gesù parla in una forma che lascia all’ascoltatore l’ultimo passo per la comprensione.” Questa volta ha ragione: l’ultimo passo spetta a te, lettore, lettrice.

 

(19 maggio 2007)

 

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La morale sessuale di Joseph Ratzinger (e della maggioranza della gerarchia cattolica e della minoranza dei fedeli cattolici) è irrealistica: non tiene conto del fatto che l’attività sessuale umana non serve soltanto a procreare, bensì anche ad allentare le tensioni sociali, a giocare attorcigliandosi, a conoscere sensualmente, e ad altro ancora - ed è regressiva: ‘moltiplicatevi’ detto in un mondo sottoabitato (quello dell’Antico Testamento) era una indicazione storicamente progressiva, nel mondo sovrappopolato del Terzo Millennio non lo è più.

Ha ragione Giovanni Battista Montini, quando scrive nel suo testamento: “Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo.” Ma questo ‘studio’, questo ‘amore’, non possono non essere studio della realtà, amore della realtà. La realtà dell’uomo e del mondo come sono e come possono diventare.

Gesù di Nazareth è autore di un progetto realistico e progressivo di riforma intellettuale e morale del mondo e dell’uomo: come erano e sono nel Regno della Realtà e come potevano e possono diventare nel Regno della Possibilità – nel Regno della Terra e del Cielo insomma.

 

(6 febbraio 2008)

 

 


 

 

Gianfranco Ravasi è un teologo di vasta cultura che mi commuove. Oggi ho rimesso sotto gli occhi un suo libro (Le Porte del Peccato. I sette vizi capitali, Mondadori 2007) che mi lievitava in mente.

Avevo latolineato (fra altre) questa frase: “Il mondo celeste della mitologia greca è un ricalco della vicenda umana.” (p. 201), e lo avevo associato al brano d’un libro di uno storico di lunga durata che mi convince e mi commuove: Fernand Braudel, Memorie del Mediterraneo, Bompiani 2004: “La filosofia di Anassimandro è la visione di un cosmo che non è più gerarchizzato, in cui niente è completamente sottomesso a niente, un mondo in cui i contrasti si compensano, e richiama vividamente l’universo sociale e politico della polis: non la governano più né gli dei, né i re, ma uomini che vivono nell’uguaglianza dei diritti.” (p. 314) E mi ero domandato perché Ravasi non estende democraticamente il suo ragionamento alla mitologia cristiana – come ricalco della vicenda umana.

Ora collego (grazie alle risonanze del concetto di ‘uguaglianza’) quell’appunto al ragionamento di Ravasi, contenuto nel capitolo dedicato all’invidia, nel quale critica Nietzsche. Secondo l’autore di Umano, troppo umano - riassume Ravasi - “è stato il cristianesimo a generare e fomentare l’invidia attraverso l’affermazione del principio di uguaglianza.” (p. 201) Obiezione di Ravasi: “No. Il cristianesimo sollecita la virtù dell’imitazione-emulazione, il gareggiare nella virtù, l’impegno della conversione e il divenire 'perfetti come è perfetto il Padre celeste' ” Mt 5, 48 (p. 202). Ma questo, continuo a pensare, non ha a che fare con l’invidia, bensì con la superbia. L’affermazione di Gesù è ‘superba’. Gesù stesso era superbo? Vado a rileggermi il capitolo dedicato da Ravasi alla superbia, alla ricerca di una critica di Gesù alla superbia, e annoto i brani dei Vangeli nei quali secondo Ravasi questa è manifestata:

Lc 6, 26: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi...” – ma qui è criticata la falsità (che accomuna, mentre la verità divide.)

Lc 10, 17-18: “I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome...” – ma qui è criticata la facile gioia.

Mt 6, 1: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati...”- ma qui è criticata l’ostentazione.

Mt 11, 23: “E tu, Cafàrnao [...] fino agli inferi precipiterai!” – ma qui è criticata la resistenza alla conversione.

Mt 20, 15: “ ” – ma qui è criticata l’invidia.

Mt 23, 11-12: “Il più grande tra voi sia vostro servo...” – ma qui è criticata ancora la vanità.

No. Ravasi non mi convince e non mi commuove in questo punto. Gesù era superbo? Se per ‘superbia’ si intende ‘una ipervalutazione della propria persona e delle proprie capacità, correlata ad un atteggiamento di superiorità verso gli individui considerati inferiori’ (da wikipedia) no. Gesù non si ipervalutava e non considerava nessuno inferiore a sè. Ma se per ‘superbia’ si intende una alta considerazione di sè al punto di aspirare ad essere “perfetto come perfetto è il Padre celeste”, sì.

 

(Alias, 1 novembre 2008)

 

 


 

 

I teologi del libero mercato arricciano il naso quando sentono parlare di ‘economia di solidarietà’ essendo, “per la invida natura degli uomini” e l’ottusa struttura degli interessi, “più pronti a biasimare che a laudare le azioni d’altri” (Machiavelli, Discorsi). A ciascuno il suo. Io, nel bel mezzo della più grave crisi  economica e finanziaria dagli anni Venti del Novecento, raccolgo e offro qualche elemento di conoscenza di questa nuova teoria economica, con le parole di uno dei suoi massimi autori: Luis Razeto (Le dieci strade dell’economia di solidarietà, EMI 2003).

Questa ‘altra economia’ nasce negli anni Ottanta del Novecento in America Latina, sulla base di tre scoperte scientifiche-costruzioni teoriche.

UNO. “Una diagnosi certa della realtà sociale contemporanea, caratterizzata da una ‘crisi organica’ che si manifesta su vari piani. Sul piano individuale nell’incapacità che l’ordine sociale costituito mostra nel dare senso alla vita e nel favorire lo sviluppo integrale delle persone. Sul piano sociale nella crescente incapacità dell’ordine sociale costituito nel generare forme di rapporti comunitari che permettano la soddisfazione di bisogni di convivenza e nella sua accentuata inadeguatezza nell’integrare le istanze primarie e intermedie di associazione in un ordinamento sociale che canalizzi la preoccupazione e l’azione dei diversi gruppi verso obiettivi di bene comune. Sul piano politico nella crescente incapacità che lo Stato dimostra nel costituire il centro unificante dei diversi gruppi umani e culturali componenti la società.”

DUE. Una critica, basata sul Gramsci dei Quaderni del carcere, delle teorie economiche precedenti che fanno capo a Smith ed a Marx. La teoria liberista afferma che “l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma il liberismo è una ‘regolamentazione’ di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva.” (Quaderno 13) Quanto alla teoria marxista, “l’economia classica ha dato luogo a una ‘critica dell’economia politica’ ma non pare che finora sia possibile una nuova scienza o una nuova impostazione del problema scientifico.” (Quaderno 11) In effetti, Marx non riesce a “fondare teoricamente il nuovo modo di produrre” da lui prefigurato. Oggi è finalmente possibile una nuova scienza economica.

TRE. La elaborazione di una rete strutturata di nuovi concetti e di nuovi “elementi costitutivi di una civiltà” storicamente superiore a quella precedente e presente. “Una certa unione tra teoria e pratica, cioè l’esistenza di un ordine sociale storicamente duraturo, in cui si manifesti un certo livello fondamentale di coerenza tra i modi di pensare e di agire.” “Una relazione organica tra dirigenti e diretti, che altro non è che l’espressione sociale e istituzionale dell’unità di teoria e pratica.” “Una coerenza strutturale tra economia, politica e cultura, conseguenza dei due elementi precedenti e consistente nell’esistenza a livello d’insieme della società di un sistema organico di azione in base al quale le attività produttive, connettive e creative si articolino in armonia e in equilibrio.”

 

(Alias, 4 ottobre 2008)

 

*

 

Luis Razeto, in un suo recente commento, ha scritto che “il peccato maggiore (capitale) è quello di essere inferiori a noi stessi”. Sono d’accordo. Come Palomar in gioventù, anche Fulmini da vecchio cerca “sempre di fare qualcosa un po’ al di là dei propri mezzi”. Lo so, fare al di qua dei propri mezzi, essere inferiori a noi stessi, è la norma.


Ammetto di essere anormale. Come Platone, che scrive nel Teeteto: "bisogna rendersi simili a Dio secondo le proprie possibilità; e rendersi simili a Dio significa diventare giusti e santi, e insieme sapienti". E tu?

 

(18 dicembre 2008)

 

 

 


 

Il TG1 è fatto della stessa materia di cui sono fatti i films mediocri - invece che della materia di cui sono fatti i grandi documentari. Come potrebbe e dovrebbe: se un TG non è un documentario grande e in diretta a chi e a cosa serve?

La sera del 9 aprile 2008 guardo in televisione la partita Roma – Manchester. Scrivo ‘guardo’ perché assisto televisionariamente alle partite di calcio levando l’audio: i commenti dei telegiornalisti sportivi così così mi distraggono dall’essenziale.

Arriva il momento in cui De Rossi calciatore della Roma tira il rigore, il pallone sorvola la traversa (invece di entrare nella porta della squadra a noi avversaria), De Rossi si vela il viso con la maglietta, il regista televisivo a questo punto stacca su Spalletti allenatore della Roma e lo mostra com’è in quel preciso momento: impietrito, gli occhi nel vuoto, le mani in tasca. Un grande documentario in diretta.

Il giorno dopo vedo e sento il TG1, e mentre il giornalista di turno riferisce del goal mancato, la regia del TG1 manda in onda De Rossi che tira, il pallone che sorvola la traversa, De Rossi che si vela il viso con la maglietta e... Spalletti... che si copre la faccia con le mani.

Invece della inquadratura reale e documentale dello Spalletti impietrito, il TG1 monta insomma una inquadratura diversa di Spalletti, una inquadratura falsa e banale, ripresa in altro momento della ripresa televisiva della partita medesima. Il gran documentario era diventato un mediocre film.

 

 

 

 

 


 

Ho osservato a lungo, l’altro giorno, ad Amsterdam, nelle sale contigue del Rijksmuseum, due serie di quadri di Rembrandt e di Vermeer, e m’è parso, a un certo punto, per questa via, di sentire, comprendere, capire sulla pittura di questi due pittori che ammiro (Rembrandt) e amo (Vermeer) ancora qualcosa e sul tempo e sulla virtù.

I quadri di Rembrandt durano il tempo di un attimo: sono fotografie istantanee, fissano il momento in cui le ciglia battono, penetra un colpo di luce, precipita un secondo. I quadri di Vermeer durano il tempo di un sospiro: non il tempo di un attimo e non il tempo di una scena, non sono fotografia e non sono cinema, durano il tempo di un lungo sguardo, di una sorpresa assaporata, di una completa inspirazione. Rembrandt è un virtuoso della pittura, nel senso “adesso vi faccio vedere io di che cosa sono capace” (come Welles nel cinema). Vermeer è un virtuoso della pittura, nel senso “guardiamo insieme di che cosa è capace la luce ” (come Dreyer nel cinema).

 

(26 gennaio 2007)

 

 


 

La migliore spiegazione del concetto di ‘simbolo’ l’ho trovata ieri leggendo ‘la Repubblica’. Marco Politi intervistava Julien Ries studioso della preistoria della religione il quale alla domanda ‘Cos’è il simbolo?’ ha risposto mirabilmente così: “Symbolon in greco è una tessera spezzata in due parti. Rimettendole insieme, due persone si riconoscevano. Quindi significa un oggetto visibile che al tempo stesso rimanda ad una realtà che non si vede.”

 

(15 febbraio 2008)


 

 


 

In una recente intervista Capitano Ultimo [il tenente colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio che ha arrestato nel 1993 Salvatore Riina] ha raccontato che nell’auto che li portava al Comando, il capo della mafia tremava come una foglia.

Mi è tornato in mente il capo della ‘ndrangheta della costa ionica quando ero ragazzo. Era il 1957, avevo nove anni e tornavo a piedi con mia madre a casa, nella campagna di Siderno. Ci rendiamo conto ad un certo punto che un uomo maturo ci segue a distanza. Cappello a larghe tese, un vestito di velluto a coste. A pochi metri da casa, l’uomo si avvicina, si leva il cappello e dice a mia madre: “Dite a don Lucrezio {Lucrezio Misuraca, mio padre} che ‘Ntoni Macrì vi ha accompagnato per proteggervi dai suoi uomini.” E se ne va.

 

Mio padre era in conflitto con la ‘ndrangheta. Lo avevo visto coi miei occhi sparare – a distanza di sicurezza, per non ammazzarlo – a un picciotto che lo aveva stupidamente provocato.

Si ripete - sbagliando - che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole. Ecco come e quanto sono cambiati, in meno di cinquant’anni, i capi delle organizzazioni criminali di massa.

 

2007

 

 

 

 


 

I giornali e i telegiornali italiani sono dimezzati. La loro prima parte è occupata dalle facce, dalle battute, dalle opinioni, dalle dichiarazioni, dalle esternazioni, dalle lamentazioni della classe partitica italiana (persino Gianni Riotta novello direttore del TG1 si è inchinato a questa occupazione bipartigiana). Resta poco spazio e poco tempo per il resto del mondo. Per l’economia, la sociologia, la geografia, l’arte del mondo.

 

(9 novembre 2006)

 

 


 

Più leggo i capitoli del libro La Casta, scritto da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, (Rizzoli 2007) e più sto male. Cos’è che mi ferisce, mi disgusta, di questa reprimenda contro i politici che fanno bene i loro affari privati e male il loro lavoro pubblico?

Il clamoroso libro descrive le miserabili imprese privilegiate dei politici italiani, favorite dalle leggi e dai regolamenti, dagli usi e dai costumi, da loro stessi prodotti e condivisi. È l’immagine ritratta che mi far sta male? No, non solo, è insieme l’immagine ritratta dei politici e l’immagine riflessa dei giornalisti che la ritraggono.

Come l’hanno ritratta questa scandalizzata immagine i nostri due eroi giornalisti? Hanno condotto un’inchiesta? Hanno svolto un’indagine? Hanno fatto una ricerca? Hanno elaborato uno studio? Macché. Si sono limitati a mettere in fila gli articoli ed i libri scritti da altri giornalisti sull’argomento, li hanno sfogliati, ed hanno saltabeccato, piluccato, incolonnato, integrando infine il pescato con nuove battute, fresche ironie, caldi pettegolezzi.

Ecco il libro contro la casta politica scritto dai giornalisti della casta stampata.

 

(24 agosto 2007)

 

 


 

 

4 febbraio 2005 10:21


Carissimo Giuliano buon giorno.

 

Come vanno i malanni degli anni? E di buono, che mi dici? Ti piace ancora aprire gli occhi la mattina ed essere contento d'essere vivo? (...)


Io? Bene e male. Lo sai che non sono per le mezze misure. E non credo che il meglio, quanto alla verità e alla felicità, stia nel medio. Lavoro (Rai di Napoli, alla Storia sociale della Campania dal Settecento ad oggi - una delle Grandi Opere del Portale delle Attività e dei Beni Culturali della Regione Campania - realizzando quei documentarietti di un minuto e mezzo ciascuno che introducono l'insieme dei testi storici e dei materiali iconografici), e poi leggo molto, medito di più, scrivo poco, soprattutto riscrivo.

 

E quando dico 'leggo molto', in questo molto ci metto in primo piano La ribellione di Joseph Roth che mi hai regalato. Grazie. Mi ha commosso più d'una volta leggendolo questo libro, e in certi momenti quasi travolto. Diverse sue pagine mi torneranno in mente finché campo, volontariamente (aguzzando la memoria) e involontariamente (come un rigurgito), mentre vivo, mentre sogno, mentre scrivo.

 

La descrizione che Roth fa della insensatezza violenta della Terra è impressionante per intelligenza, lucidità, spietatezza. E' tanto intensa e profonda che a volte diventa allucinatoria. Il vertice compositivo dell'opera si tocca verso il centro del libro, poi, andando verso la fine, si perde un po' quella enorme tensione emotiva e intellettuale, un po' dico, e del resto: come si poteva mantenere a lungo quella altezza di volo? Come si può fino alla fine?

 

Per ciò grazie, Giuliano, ancora, di tutto e di questo. Ed ora, per finire questa lettera telematica che non vorrebbe, che non dovrebbe mai finire, qualche parola sulla parola chiave dell'opera: "ribellione". Roth mostra benissimo - ai miei occhi della mente - che la ribellione è un atto di sottomissione capovolta. Io penso infatti che il ribelle è uno che dà troppa confidenza, attribuisce troppo potere, a Dio e agli altri. Come Satana, un ribelle, appunto. Il quale ex-angelo si costruisce di conseguenza, di conseguenza al suo atto di ribellione, un contropotere, un altro potere. No, la ribellione è puerile, non cambia la struttura del mondo e non ci cambia. E' un atto di protezione polemica, a volte necessaria per sopravvivere, a volte addirittura indispensabile. Ma è insufficiente. Per ciò: "ribellarsi è giusto", per dirla con don Lorenzo Milani, ma non basta no, non è ancora tutto quello che serve per un mondo finalmente e semplicemente umano.

 

Prendi invece il caso, l'esempio, la strategia di Gesù di Nazaret. Egli non è un ribelle. E non è un rivoluzionario. Non vuole contrastare e non vuole capovolgere il mondo esistente. Non attua una ribellione - una confrontazione, non cerca una rivoluzione - una sostituzione, ma allora che fa? Gesù di Nazareth fa - direbbe Antonio Gramsci - "una riforma intellettuale e morale": critica i modi dati, esistenti di sentire, comprendere, agire e ne propone - praticandoli - altri: dicendo quello che fa e facendo quello che dice. Di persone così ne conosco poche, Giuliano, e tu sei una di queste, fai parte della minuscola e irriducibile e futura banda di coloro che si divertono a cambiare il mondo cambiando se stessi.

 

Un abbraccio. Pasquale

 

 


 

Visitando il Palazzo delle Esposizioni di Roma e visionando la mostra di questo artista lèttone-nordamericano che invano si è suicidato nel suo corpo di sangue e carne, tanto continua a vivere nel suo corpo di colori e tele, mi tornava in mente una sua breve storia dell’arte che somiglia maledettamente e benedettamente alla storia della mia vita d’artista.

“Nelle società del passato l’autorità politica e religiosa formulava le regole e l’artista vi si atteneva, per guadagnarsi il pane. Oggi, in seguito alla scomparsa del mecenate temporale e spirituale, la storia dell’arte è la storia di uomini che hanno preferito la fame alla remissività, ritenendo che la scelta valesse la pena.” Mark Rothko, L’artista e la sua realtà)

 

(10 ottobre 2007)

 

 

 

 


 

Il fondatore della Ryan Air, la formula di viaggio aereo che ha consentito a europei di ogni nazione di lavorare e divertirsi per un pugno di euro (a volte appena un centesimo più delle tasse) è venuto a morte l'altro ieri (a 71 anni) ed è volato via addirittura gratis.

Tony Ryan ha contribuito a costruire l'Unione Europea più dei trattati istituzionali, della moneta comune, dei vertici diplomatici. E naturalmente degli imprenditori e politici italiani che recitano la loro parte europea come effetto collaterale dei copioni nazionali. Lo propongo loro come modello da imitare.

 

(6 ottobre 2007)


 

 


 

Mia nonna Anna non buttava niente di un galletto, quando lo sacrificava sotto i miei occhi e con le mie mani – a Reggio Calabria negli anni Cinquanta del secolo scorso. Il sangue lo raccoglieva e lo friggeva, la testa e le zampe finivano nel brodo con le mezze ali, le budella le attorcigliava a mazzetti di prezzemolo e li faceva in umido, e poi ogni pezzo a modo suo proprio, in padella, nel sugo, sulla graticola. Le piume al vento - per i nidi degli uccelli, le penne migliori per me – per scriverci col succo di more di gelso, ossa e ritagli di pelle al cane e al gatto – per la saldezza delle loro ossa e la lucentezza del pelo, e il resto del resto ai maiali e alla terra - divertimento e concime. Erodoto di Alicarnasso viaggiava nel suo mondo affacciato sul Mediterraneo, osservava, ascoltava e raccontava le storie maggiori nella maniera più curiosa e circostanziata, incantata e disincantata, distinguendo ciò che aveva visto e sentito dalle credenze e dalle tradizioni. Anche lui non buttava via niente. Franca Romano antropologa scrittrice mi ricorda continuamente tutti e due, il padre della storia e la madre di mia madre, mentre finisco di leggere il suo libro Donne passioni possessioni (Meltemi editore), questa trascrizione di una ricerca che è insieme un libro di scienza e un libro di racconti. La scienza come trascrizione di una ricerca e della sua esperienza, la conoscenza come costruzione di soggetti e dei lori racconti. Non butta via niente Franca della conoscenza accumulata dagli esseri umani sugli esseri umani nel tempo e nello spazio, religione, antropologia, psichiatria, magia, filosofia, parapsicologia, psicoanalisi, niente. E l’antropologia, la casa la strada la piazza la città la campagna dalla quale è partita per la ricerca, è una forma di conoscenza e di cura accanto ad altre, come lei è una donna bisognosa di conoscenza e di cura accanto ad altre, Franca accanto a Giuditta accanto a Carla. Giuditta e Carla e Franca come persone commoventi e progressive, e come personaggi complessi e trascinanti, tenute e assemblati in una itinerante sinfonia da un montaggio vertiginoso delle loro storie e preistorie e dialoghi. Forme di conoscenze e riconoscimenti e affetti e cure una accanto all’altra. I tre cervelli (del serpente, del mammifero, dell’umano) uno accanto all’altro. L’oxymoron al posto della dialettica, Erodoto al posto di Tucidide, anzi Erodoto e Tucidide insieme, nonna Anna morta sotto terra e nonna Anna viva nel mio racconto. Questa democrazia dei saperi, questa isonomia di fronte alla conoscenza e al dolore. Questi padri e questi figli che si cercano e si parlano anche dopo morti, queste madri e queste figlie che volano insieme sulle piume del vento e ci fanno altri nidi: “leggère come gli uccelli e non come le piume”.

 

(8 novembre 2006)

 

 


 

Premessa
Questa è una ‘descrizione di descrizione’ di genere particolare: un regista descrive il film di un altro regista, di un altro descrittore.

Domanda
Cosa vede-e-sente un regista quando vede-e-sente un film di un altro regista?

Risposta
a…La scelta e la direzione degli attori e dei collaboratori in generale (direttore della fotografia, macchinista, musicista, trovarobe, montatore…);
b…la trascrizione della sceneggiatura, quella ‘struttura che vuol essere un’altra struttura’, quella cosa fatta di parole in un’altra cosa fatta di parole-immagini-suoni;
c…il modo in cui coordina la narrazione – la concatenazione trascinante – con la struttura – lo scheletro antisismico;
d…il modo in cui subordina all’essenziale l’inessenziale – vagando senza divagare, e il produttore allo spettatore - e specialmente allo spettatore stante ma non benestante, lontano ma attento: quello che ‘sta in loggione’.

Divagazione essenziale
Quando Delia Scala cominciò a lavorare in teatro come attrice ebbe la fortuna di farlo collaborando con Carlo Dapporto regista il quale, alla sua domanda su quale fosse la cosa più importante da tenere sempre in mente, rispose: “Tieni sempre in mente quelli che stanno in loggione”.

Svolgimento
Il film del quale vi parlo ora è 'Anche libero va bene', il regista è Kim Rossi Stuart - sì, l’attore quasi sempre eccellente de 'Le chiavi di casa' e 'I giardini dell’Eden' e 'Piano, solo'. (Scrivo "quasi sempre" per il fatto che l’attore è un collaboratore aleatorio: guardate Jennifer Jones diretta – male – da Vidor in ‘Ruby, fiore selvaggio’ e – bene – da Lubitsch in ‘Fra le tue braccia’). Dunque, come regista Kim – in questo suo primo film - è eccellente.

Finale
Vedetelo-e -sentitelo: fino alla fine: fino a quando il padre, che comincia finalmente ad ascoltare il figlio, non insiste più sul nuoto sportivo che ha scelto per lui, e gli dice che può giocare a calcio – il gioco che il figlio preferisce. E poi gli domanda in che ruolo desideri farlo. Il figlio: “Ala.” “Ala? – risponde impulsivamente il padre – Libero! Libero è un bel ruolo.” E il figlio, che continua a fare da padre al padre, risponde: “Anche libero va bene.” Il titolo del film. Che bel titolo! Che buon film!

 

(22 ottobre 2007)

 

 


 

Giovanni Sartori, nel suo ultimo libro (La democrazia in trenta lezioni (Mondadori 2008) scrive che nel mondo antico la politica obbediva alla morale, nel mondo medievale obbediva alla religione, nel mondo moderno la politica... è autonoma (obbedisce solo a se stessa) – per merito e responsabilità di Niccolò Machiavelli.

Sartori è uno scienziato della politica di notevole spessore, ma ha ‘il tallone di Achille’ nell’ignoranza (largamente condivisa dalla generalità degli scienziati della politica novecenteschi) della elaborazione del Gramsci dei Quaderni del carcere.

Io torno spesso, prima nelle pagine del blog-rivista e ora del sito-rivista, su questa tremenda lacuna della scienza politica (e sociale e storica) contemporanea. Perché sono marxista? No. Perché ho nostalgia del marxismo? No. Ci torno (e ci tornerò) perchè Gramsci era andato oltre il marxismo, ed oggi, in piena crisi del marxismo (e del liberismo) ci serve come il pane. Faccio qui di seguito un esempio contestuale della originalità e della potenza della analisi del Gramsci dei Quaderni del carcere in quanto scienziato della politica e della società e della storia, per mostrare la superficialità della affermazione di Sartori (e degli scienziati della politica e della società e della storia nostri contemporanei).

Machiavelli – mostra e dimostra Gramsci nei Quaderni – configura la scienza politica e sociale come scienza della politica (politica relativamente autonoma) perché nel suo tempo gli automatismi propri del ‘mercato determinato’ (in formazione) non si erano ancora estesi all’insieme della società, e dovevano essere quindi autoritariamente indotti, conformati dal potere politico in formazione, lo Stato. L’economia politica si costituirà (con Smith e Ricardo) come scienza dello Stato dal momento in cui è il ‘mercato determinato’ che regola la vita collettiva. Questo significa uno spostamento della base dello Stato e un assorbimento della politica da parte dell’economia, coincidente con lo spostamento del potere di direzione (egemonico, nella società civile) dalla nobiltà e dal clero alla borghesia. Marx renderà assoluto, estendendolo a tutta la storia, questo spostamento e questo assorbimento che è tipico di una determinata epoca storico-politica.

 

(23 aprile 2008)

 

 


 

Era il 27 giugno del 2003. Era notte, a Napoli, ed è mancata improvvisamente la luce elettrica. Black out, nero fuori. Mi trovavo al fianco di Agata Fuso, giovane donna napoletana ricca di giovani amici intellettuali, in un buio metropolitano rotto soltanto dai fari delle automobili e dagli accendini, quando ho incontrato Roberto Saviano prima di Roberto Saviano.

Era un giovane spiritato, facondo, febbricitante e luminoso - mi raccontò la sua ricerca in corso sulla Camorra.

Agata mi presentò quella notte altri suoi giovani amici, spiritati e facondi quanto lui - altre storie, altri progetti ho ascoltato. Ma l’unico che vedeva nero fuori e bianco dentro era lui, febbricitante e luminoso. Solo lui tra tutti era posseduto dalla speranza di cambiare la propria vita e dalla determinazione a cambiare la vita del mondo.

Gli altri erano disperati, nero dentro e nero fuori, come i compagni del viaggio di ritorno in Italia di Nino Manfredi alla fine di Pane e cioccolata. Lui non era disperato, no, Roberto Saviano prima di Roberto Saviano: aveva già deciso di scendere dal treno di coloro che cantano “chi ha avuto ha avuto ha avuto / chi ha dato ha dato ha dato / scurdammoce o passato simmo nate per cantà / simmo e Napule paisà”. A costo di emigrare definitivamente.

 

(25 ottobre 2009)

 

 

 


 

In questo libro che inizia col primo ricordo di un bambino che “annaspa tra la morte e la vita” e si chiude con la dimenticanza della “terribilità della morte” di un vecchio che s’avvia serenamente all’ultimo atto - sto parlando de L’uomo che non credeva in Dio, Einaudi 2008, autobiografia di Eugenio Scalfari - latolineo (fra altri) il seguente brano:

“Il bisogno di interloquire con i posteri fornisce un segnale prezioso per misurare la nostra vitalità. L’indebolirsi della sua intensità segnala un inizio di declino. Noi ci troviamo ora in una fase di declino e ne abbiamo la percezione perché avvertiamo sempre meno il bisogno di interloquire con i posteri. Il bisogno di futuro si è affievolito.” (pagina 90 – Capitolo IX. Un mestiere crudele.)

E annoto a pie’ di pagina: ‘Interloquire con i posteri vuol dire pensare concretamente non soltanto a coloro che verranno, a coloro che saranno vivi quando noi saremo morti, ma anche ai posteri che sono già intorno a noi, ai giovani e giovanissimi che ci dicono e ci ascoltano. Vuol dire ascoltare e dire a Gennariello, e ad Agata – la sua vivace compagnuccia. Ecco perché, scrivendo - con le parole, le immagini, le note - su questo nostro sito-rivista dobbiamo sempre tenere a mente, e nel cuore, tutti noi coautori, Gennariello, e Agata: perché sono il nostro futuro.’

Jean-Paul Sartre diceva “L’inferno siamo noi.” In un certo senso è vero, ma è vero anche che siamo il Paradiso. Dove per ‘inferno’ è da intendersi il mondo caotico che ci assedia da fuori e ci assale da dentro ogni notte, e per ‘paradiso’ il mondo cosmetico che ordiniamo e inventiamo ogni giorno.

POST SCRIPTUM
Questo libro di Scalfari non mi ha deluso soltanto perché non mi ero illuso: è così così - Eugenio è passabile come scrittore, ma grande come giornalista.

 

(26 maggio 2008)

 

 


 

Sfogliando un libro-interviste che non valeva la pena di leggere intero, ho letto e ritenuto una frase di Leonardo Sciascia.


La situazione lo dispera? – gli domanda l’intervistatore. E Sciascia: “Se uno è disperato sta fermo, non scrive. (attenti che arriva la frase:) Uno come me scrive un libro, sempre, anche contro se stesso.”

 

(14 febbraio 2008)

 

 


 

Osservò che gli dèi degli Etiopi erano camusi e neri, e quelli dei Traci cerulei di occhi e rossi di capelli, e immaginò che se i buoi e i cavalli potessero disegnare, questi raffigurerebbero dèi simili a cavalli e quelli simili a buoi. Ebbe come discepoli Eraclito, secondo il quale tutto diviene, e Parmenide, secondo il quale tutto è.

 

(22 agosto 2008)

 

 

 


 

Beppe Severgnini mi stucca. Saltuariamente leggo uno dei suoi libri, che solitamente trovo nelle case di amici ospitanti (Severgnini scrive direttamente best sellers), raramente però fino in fondo, da copertina a copertina. Perché questo regolarmente accada – solamente ad un certo punto, sia chiaro, poi che normalmente fino ad un certo punto mi divertono – l’ho capito finalmente oggi leggendo (non completamente, appunto) L’italiano. Lezioni semiserie, Rizzoli, 2007.

Severgnini è brillante a tutti i costi, fino alla spiritosaggine a righe alterne, come continuamente accade in certi telefilm nordamericani - completi di risate fuori campo, e in incerti salotti italiani – completi di coltellate fuori campo. Ridere di tutto, accoltellare tutti, inevitabilmente mi appalla.

[Contrariamente a Severgnini, che fieramente li avversa, adoro perdutamente gli avverbi formati aggiungendo il suffisso "-mente" alla forma femminile di un aggettivo. E le parole che passano di bocca in bocca tra i giovani e le giovani di tutto il mondo.]

 

(11 settembre 2007)

 

 

 


 

Secondo Emanuele Severino filosofo, essere e diventare, essere se stesso e diventare un altro, è l’illusione costitutiva, il peccato originale dell’Occidente. L’ha scritto nell’ultimo mezzo secolo di libri, ora lo dice in Identità della follia, Rizzoli, 2007 (trascrizione della prima parte delle sue ‘lezioni veneziane’ – curata dai suoi devoti allievi). Ammiro l’ambizione del suo progetto (in un mondo di modesti filosofi) e la ‘ben rotonda’ sua filologia (in un mondo di superbi chiacchieroni). Eppure dissento.

Severino sostiene che un essere umano non può che essere se stesso, e mai diventare un altro. Io ritengo invece che un essere umano per essere se stesso deve diventare continuamente un altro. E lo dimostro così: nessuno può ripetersi (replicarsi, raddoppiarsi, restare identico nello spazio e nel tempo), e ognuno è condannato (o graziato - dipende dai punti di vista), nel flusso della vita che lo muove da dentro (nel progetto genetico) e intorno (per le vie del mondo universo) a essere se stesso diventando incessantemente un altro.

Dunque, non “essere-e-essere” (Severino), e nemmeno “essere-o-non essere” (Amleto), bensì “essere-e-non essere”: questo è il problema, e questa è la soluzione. Che ognuno cerca e trova a modo proprio. Voi, tu, e tu, non so. Io ci provo vivendo-e-scrivendo: scrivo opere e le opere riscrivono me.

 

(18 luglio 2007)

 

 


 

Matsuo Basho, il fondatore della tradizione poetica giapponese ‘haiku’, é un vero classico:

“Non fu perché il giapponese del tempo (o di tutti i tempi) amava la Natura, che Basho la cantò; avvenne piuttosto che i giapponesi credettero (e credono) di amare la Natura perché Basho ne scrisse.” (Kato Shuichi, Storia della letteratura giapponese)

 

(13 gennaio 2008)

 

 


 

Di una sola cosa hanno parlato scrivendosi per trent’anni Georges Simenon e Federico Fellini: la figura del creatore, della quale si stimavano reciprocamente manifestazione esemplare. “Per quanto riguarda la mia modesta persona, a chi mi chiedesse che cos’è un creatore risponderei senza esitazione: ‘Guardate Fellini’. Perché sei tu il prototipo dei creatori.”(Simenon) “Sei tu l’esempio più luminoso” del creatore: “un medium abitato da visioni.” (Fellini)

Il romanziere di Liegi e il regista di Rimini disegnano carteggiando (Carissimo Simenon Mon cher Fellini, Adelphi 1998) una ellittica mitografia del creatore. I soli di questo sistema solare, i fuochi di questa ellisse? La coppia reale Fellini-Simenon (“E’ miracoloso scoprire di avere un fratello.” Simenon “Un fratello più grande, più intelligente, più buono, generoso, umile e coraggioso...” Fellini) e il tipo ideale elaborato da Jung (“Uno dei grandi spiriti dell’umanità.” Fellini “Ho letto tutta la sua opera. Credo di sapere perchè mi leggeva. Al di sopra dell’intelligenza Jung poneva l’istinto e l’inconscio, soprattutto l’inconscio creatore.” Simenon)

Diversamente dall’artista e dall’autore, il creatore è libero dai lacci del soggettivismo e indifferente alle tentazioni dell’onore individuale. “Pagherei non so cosa per riuscire a convincere i miei produttori di lasciarmi fare dei films senza firmarli. Sarebbero infinitamente meglio!” (Fellini) “Il mio sogno era di avere una stanzetta in una via piena di negozi, e di scrivere per guadagnarmi il pane, niente di più.” (Simenon) Dominato dall’istinto e dall’inconscio, il creatore non è assimilabile all’artefice consapevole armato di strumenti e ornato di pensieri, bensì alla primitivissima spugna: “Come spugne, assorbiamo la vita senza saperlo e la restituiamo poi trasformata, ignari del processo alchemico che si è svolto dentro di noi.” (Simenon); o all’inerme e ignaro dormiente: “Un sonnambulo che si muove nel buio luccicante e minaccioso di una miniera profondissima.” (Fellini)

Leonardo definisce l’uomo “ transito di cibo”? Simenon e Fellini definiscono il creatore transito d’inconscio. “In due diverse forme d’arte noi perseguiamo lo stesso fine in un modo che si potrebbe definire anti-intellettuale. Sono sempre stato convinto che la creazione sia inconscia.” (Simenon) “Io e il film evitiamo di incontrarci. Ma intanto nei teatri di posa le costruzioni vengono su giorno dopo giorno, i collaboratori si danno da fare con il solito fervore, mentre io ho la costante sensazione di stare ad occuparmi di qualcosa con il distacco e la pace irresponsabile di chi lo fa per conto di un altro.” (Fellini)

Il creatore vive al servizio della creazione. “Creare è la sua vita. Il suo destino: Stavo quasi per dire che è suo dovere.” (Simenon) “Quando lavora, si sente d’improvviso sollevato da tutte le responsabilità della vita collettiva. Tutti lo rispettano. Non è più obbligato a dare amicizia, a dare amore, a dare soldi allo Stato, e nemmeno a farsi tagliare i capelli o comprarsi un paio di scarpe.” (Fellini) Il “vero creatore” poi, propriamente non lavora, capolavora. La vera creazione svela l’inutilità della critica. ‘La città delle donne’? “Mai la sua opera ha avuto tanta profondità e potenza.” ‘Ginger e Fred’? “Spettacolo smagliante.”- certifica Simenon mentre, “sempre più esatto, lucido, essenziale, vero” crea a sua volta “interminabilmente capolavori uno dopo l’altro.” (Fellini)

 

(close up, febbraio/aprile 1999)

 

 


 

Visse in due paesi (Polonia e Francia) e due città (Varsavia e Parigi), amò due uomini (Pierre Curie e Paul Langevin) e due attività (la ricerca sperimentale e la marmellata di ribes), ebbe due figlie (Irène ed Ève) e due Nobel (per la fisica e per la chimica), rispose a due nomi (la sorella la chiamava “Manìa”) e due cognomi (per Albert Einstein era “Madame Curie”). “Leggo sempre più cose insieme (rivelò a diciotto anni alla cugina Henriette questa donna singolare e duale): l’occuparmi sempre di uno stesso tema potrebbe stancare il mio cervello. E quando non mi sento più in grado di leggere con profitto, mi metto a risolvere problemi di algebra e trigonometria; questi non tollerano alcun allentamento dell’attenzione e mi riportano al mio elemento naturale.”

 

(26 luglio 2008)

 

 


 

Ma perché il cinema di poesia (come lo chiamava Pasolini), il cinema che dice (come Coriolano in Shakespeare) “Parlo io” è così importante? Il cinema di prosa sta al cinema soggettivo come Erodoto sta a Sofocle. Lo storico di Alicarnasso, narrando la fine di Creso e dicendo che la vita di un uomo non è giudicabile prima che sia conclusa mostra che l’esistenza umana ha un senso che non può essere vissuto dal soggetto. Il tragico di Atene, drammatizzando la scoperta della verità da parte di Edipo, dimostra che il senso dell’esistenza umana può venire colto dal soggetto nell’autocoscienza.

 

(17 ottobre 2006)

 

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Ho capito bene cosa è, cosa deve essere, un autentico autore leggendo e rileggendo – era il 1984 - l’Edipo re di Sofocle. Ricordo agli smemorati la situazione iniziale del dramma. La città di Tebe è in preda alla peste. I cittadini si raccolgono davanti al Palazzo e chiedono aiuto al loro re, Edipo, che ascolta e risponde: “So quanto soffrite tutti, eppure, per quanto soffriate, non c’è nessuno che soffra al pari di me. Ognuno di voi è colpito soltanto nel proprio, esclusivo dolore; ma il mio cuore geme per la città, per me, per te.” Il mio cuore di re geme per la città intera – dice Edipo. Il mio cuore di autore geme per l’opera intera – dice Sofocle. (Notate bene: io non penso e non dico che soltanto Sofocle in quanto autore del testo possa definirsi autore di Edipo re, bensì questo: ogni volta che Edipo re è messo in scena può definirsi suo autore, diciamo pure coautore con Sofocle, ogni collaboratore che si disponga di fronte all’opera nello stesso stato d’animo di Edipo di fronte alla città, occupandosi del suo compito particolare, esclusivo, specifico, settoriale, professionale e-nello-stesso-tempo facendosi occupare dalla individualità irriducibile dell’opera intera.)

 

 

(18 settembre 2007)

 

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Una giovane docente universitaria mi racconta di aver domandato ai propri studenti se conoscessero Sofocle, e di essersi sentita rispondere in coro: “Sì, certo, è l’inventore del complesso di Edipo.”

Sorridiamo, lei di testa - deliziosamente scandalizzata - io di cuore. Ieri. Oggi, a mente fredda, sono arrabbiato. Non con quegli studenti, e neppure con i loro professori di liceo. Sono arrabbiato con Freud.

E’ lui che ha definito questo famoso complesso, questa “struttura primaria, fondamentale, universale della organizzazione psichica e delle relazioni interpersonali” (Umberto Galimberti, Dizionario di psicologia), che spinge l’essere umano a desiderare la morte del genitore dello stesso sesso e la carne del genitore di sesso opposto. E siccome questo ‘complesso’ Freud ha creduto di riconoscerlo come tema centrale dell’Edipo Tiranno di Sofocle, l’ha denominato appunto ‘complesso di Edipo’.

Ma cosí facendo (ecco la ragione fredda dell’arrabbiatura) Freud ha confuso gli esseri umani in generale, e gli intellettuali di professione in particolare. Perché cosí facendo ha velato l’autentico tema centrale dell’opera di Sofocle, il senso iscritto nelle sue strutture e che rende pienamente intelligibile il suo ordinamento drammatico e interamente decifrabile il suo testo. Questo tema non é la tragedia del parricidio e dell’incesto, bensí la tragedia della contraddizione tra amore della conoscenza e amore del potere.

Edipo - vuol dire e dice Sofocle - e in generale gli esseri umani, e in special modo gli intellettuali di professione, vivono la contraddizione tragica tra il voler conquistare (e mantenere) il potere e il voler conquistare (e rinnovare) la conoscenza. Ma questi due voleri, questi due desideri, questi due amori sono radicalmente incompatibili e reciprocamente escludenti: la realizzazione dell’uno comporta la perdita dell’altro.

Il tremendo responso oracolare che impronta tutta la vita di Edipo, minaccia la sua nascita, appende a un filo la sua infanzia, sconvolge la sua giovinezza, distrugge la sua maturitá: “ amerai tua madre e ucciderai tuo padre” significa ‘amerai la conoscenza (la terra, la veritá - “tua madre”) e conquisterai il potere (strappandolo a “tuo padre”)’.

Infatti. Edipo tiranno di Tebe (“tiranno”, dunque intellettuale di professione = che conquista il potere attraverso la conoscenza) per mantenere il potere vuole conoscere la veritá. Vuole potere e vuole conoscere. “A tutti i costi” – proclama. Ma ogni volta che la veritá fa capolino Edipo si vela gli occhi e grida al complotto. Dileggia Tiresia (“io credo che quel delitto lo hai ideato e perpetrato tu”), accusa Creonte (“pensavi che non mi sarei accorto di questo tuo complotto strisciante?”) – che gli svelano spietatamente lo stato delle cose, e d’altro canto inveisce contro Giocasta (“mi hai seccato da un pezzo con i tuoi buoni consigli”) che lo stato delle cose gli vuole amorevolmente velare. La conoscenza distrugge il potere. Il potere teme la conoscenza. Non si puó amare il potere ed esercitarlo e amare la conoscenza e inseguirla.

E’ questa la questione filosofica e politica che Sofocle pone – specialmente agli intellettuali di professione. I loro singolari rapporti con papá e mammá restano, nonostante Freud, una “questione privata”.

 

(Alias, 1 marzo 2008)

 

*

 

Deciso una volta per tutte – con la mia complice – di mettere in scena Edipo Tiranno di Sofocle nel tempo della prossima primavera, dopo aver pubblicato il pensiero principale che mi ha spinto a questo passo “per una via non ancora pesta” (Machiavelli) sono continuamente e piacevolmente assalito da pensieri secondari. Non so tu e tu, lettrice e lettore, ma io non sottovaluto i pensieri secondari, quell’insieme variopinto che può (se organato) trasformare una triste scala gerarchica in un allegro sistema solare.

Perciò oggi vorrei parlare brevemente di quel pianeta del sistema solare della messa in scena progettata che chiamerò ‘il pianeta degli spettatori-cittadini’. Sofocle scriveva per spettatori-cittadini. Il suo teatro era un teatro formativo, non informativo, divertente, non diversivo. Gli spettatori-cittadini del tempo di Sofocle non andavano a teatro per sapere cosa avesse mai combinato Edipo, ma per ri-considerare criticamente la questione, ri-pensare icasticamente la tragedia, ri-costruire il come e ri-flettere il perché – e così facendo si divertivano in quanto spettatori e si concentravano in quanto cittadini.

Le informazioni preliminari, gli spettatori-cittadini di Edipo Tiranno (ed in genere delle tragedie del teatro greco classico) le possedevano da prima, o le ricevevano (le rispolveravano e le ricordavano) nell’Antefatto.

Ma, quale effetto precisamente produce in uno spettatore-cittadino il “ricevere le informazioni in anticipo”? “Li rende come delle divinità in grado di vedere sopra ogni cosa.” Questo pensa e dice Hitchcock grande discepolo di Sofocle, come puoi verificare, lettore, lettrice, leggendo Io confesso. Conversazioni sul cinema allo stato puro (a cura di S. Gottlieb), Minimum Fax 2008.

Infatti. Questo vale per Il delitto perfetto (1954 d.C.) di Hitchcock e, prima di tutto, prima di tutti, per Edipo Tiranno (430 a.C.) di Sofocle. In quest’opera lo spettatore e il cittadino, platonicamente riuniti e tiresiamente attorcigliati, si sollevano e si abbassano, come l’uccello e come il serpente, come proprio della condizione divina del “vedere tutto dall’alto, da lontano, e tutto dal basso, da vicino” (Pasolini) Ecco una (prima) buona ragione secondaria per mettere in scena qui e ora Edipo Tiranno: fare in modo che gli spettatori-cittadini godano sulla faccia della terra “di quella conoscenza trasparente e immediata di cui sono capaci, per solito, gli dèi” (Mario Vegetti).

Assistendo e partecipando ad un dramma, certo, il quale però non è un lamentoso melodramma (come spesso e volentieri viene rappresentato e percepito) ma un tremendo groviglio su cui spira un soffio di superiore serenità, grazie alla condizione strutturale in cui sono messi gli spettatori-cittadini - e grazie all’”eroismo vittorioso” di Edipo.

“Vittorioso”? Sì. Ma di questo un’altra volta.

 

(25 giugno 2008)

 

 


 

Pier Paolo Pasolini, a un passo dalla fine della sua vita mortale, ha lasciato a futura memoria questa massima anti-populista: “Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà.” E questo libro di Alessandro Cavallaro: Operazione ‘armi ai partigiani’. I segreti del Pci e la Repubblica di Caulonia (Rubbettino 2009) ne offre, facendo un po’ di storia, una straziante illustrazione. Grazie. Ne abbiamo bisogno come il pane di libri come questi, oggi, in una Italia irretita dalla demagogia a tutti i costi, dal ridere-ridere-ridere, dal populismo, appunto.

Vi si racconta la breve vicenda della Repubblica Rossa di Caulonia (paese della costa ionica della Calabria) e la lunga vita del suo protagonista, Pasquale Cavallaro (padre di Alessandro). Vengo al suo punto cruciale, per trarne una magistrale lezione storica (“historia magistra vitae” – ha scritto Cicerone). I primi giorni di marzo del 1945 una manifestazione politica stava per trasformarsi in insurrezione popolare. Pasquale Cavallaro, del comune di Caulonia eletto sindaco “a furor di popolo”, “s’accorse che la maggior parte dei manifestanti erano armati con i fucili mitragliatori che tra il 1942 e il 1943 gli angloamericani avevano sbarcato tra Roccella e Caulonia e consegnato a lui personalmente, perché li facesse pervenire ai partigiani.” Egli dapprima contrastò l’iniziativa domandata a gran voce dalla folla armata, ma poi cedette, mettendosene a capo. Così, quell’uomo ribelle forte e colto che fino a quel momento aveva seguito pazientemente, accortamente, realisticamente la via politica, avviando riforme (ristrutturazione democratica degli uffici e delle attività comunali, redistribuzione delle terre demaniali), intraprese impulsivamente la via militare. Nacquero così il Consiglio della Rivoluzione, il Consiglio del Popolo, il Tribunale del Popolo, il Campo di Concentramento, e si avviò una esperienza comunarda rivelatasi rapidamente “nemica della realtà”. Durò infatti meno di una settimana. Morirono un bracciante e un parroco, i rivoltosi furono isolati, disarmati, accusati davanti al tribunale di Locri di costituzione di bande armate, estorsione, violenza a privati, usurpazione di pubblico impiego e omicidio.

A me pare che in questo caso si sia ripetuta (historia magistra vitae?) la vicenda di Spartaco, lo schiavo ribelle forte e colto, e dei suoi compagni di rivolta. Infatti Spartaco, negli anni intorno al 70 a. C., liberati una moltitudine di schiavi, sconfisse ripetutamente l’esercito romano, e risalì l’Italia fino alle Alpi, con il disegno di superarle, riportando quegli uomini ormai liberi – traci, celti, germani, galli - alle loro terre d’origine. Ma la folla degli schiavi pretese di restare in Italia e saccheggiarla. Spartaco oscillò, e infine cedette, avendo così “torto in tanti”.

“Meglio aver torto in tanti che ragione da soli”, ha scritto Rosa Luxemburg. No, grazie. Preferisco Pasolini. Preferisco sempre la ragione. Preferisco sempre la realtà. Preferisco sempre la verità. “La verità è sempre rivoluzionaria.” La ragione, la realtà, la verità, sono sempre rivoluzionarie, non la rivoluzione.

 

(Alias, 3 maggio 2009)

 

 

 

 


 

 

Era un uomo cauto, insicuro, crudele, nottambulo, alto un metro e sessanta, Stalin. La misura geometrica getta una luce sinistra sui fotografi e sui cineasti, che ritraendolo inginocchiati lo facevano apparire come un padre appare ai bambini.

 

(21 settembre 2007)

 

 


 

Più leggo i capitoli del libro La Casta, scritto da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, (Rizzoli 2007) e più sto male. Cos’è che mi ferisce, mi disgusta, di questa reprimenda contro i politici che fanno bene i loro affari privati e male il loro lavoro pubblico?

Il clamoroso libro descrive le miserabili imprese privilegiate dei politici italiani, favorite dalle leggi e dai regolamenti, dagli usi e dai costumi, da loro stessi prodotti e condivisi. È l’immagine ritratta che mi far sta male? No, non solo, è insieme l’immagine ritratta dei politici e l’immagine riflessa dei giornalisti che la ritraggono.

Come l’hanno ritratta questa scandalizzata immagine i nostri due eroi giornalisti? Hanno condotto un’inchiesta? Hanno svolto un’indagine? Hanno fatto una ricerca? Hanno elaborato uno studio? Macché. Si sono limitati a mettere in fila gli articoli ed i libri scritti da altri giornalisti sull’argomento, li hanno sfogliati, ed hanno saltabeccato, piluccato, incolonnato, integrando infine il pescato con nuove battute, fresche ironie, caldi pettegolezzi.

Ecco il libro contro la casta politica scritto dai giornalisti della casta stampata.

 

(24 agosto 2007)

 

 


 

Vale la gioia di leggere - con calma, è un libro classico, cioé un libro paziente - L'impero senza fine (Editoriale Viscontea, Pavia, 1987) di Lidia Storoni Mazzolani.

Mostra, fra l'altro, che l'elaborazione di miti fondanti serve alla costruzione di profezie rassicuranti:

"Romolo, scomparso in un turbine di nebbia nel Campo di Marte, riappare l'indomani per ingiungere ai romani di coltivare l'arte della guerra, poiché gli dèi intendono fare di Roma la capitale del mondo; nel fondare il tempio di Giove sull'arce, Tarquinio trova il teschio di un certo Olio di Vulci, donde il nome del colle, Caput Oli, vati etruschi immediatamente convocati traggono l'auspicio: Roma sarà caput mundi."

 

(24 gennaio 2008)

 

 


 

Difese Omero dalla accusa di sconvenienza dei miti sostenendo che il poeta parlava allegoricamente degli elementi (dando alla luna il nome di Artemide) e delle disposizioni (chiamando il desiderio amoroso Afrodite). Pare sia stato assalito dall’argomento mentre passeggiava al chiaro di luna con la bella Tirsenide.

 

(30 agosto 2007)

 

 


 

Giuseppe Vacca (‘Beppe’ lo chiamo io – siamo amici) ha fatto a Gramsci di Ales con questo suo libro – e di Angelo Rossi - ‘Gramsci tra Mussolini e Togliatti’ (Fazi editore, 2007 d.C.) ció che Matteo ha fatto a Gesú di Nazareth col suo Vangelo (80 d.C.)

Matteo, per farsi comprendere e accettare dagli ebrei, ha insistito ideologicamente sugli elementi di continuitá tra Gesú giovane - Gesú ebreo - e Gesú maturo - Gesú fondatore di una nuova religione (storicamente superiore alle ‘Religioni del Sacrificio’ - compresa per ció la religione ebraica), la ‘Religione della Fraternitá’. Ma si é contraddetto, Matteo, e in maniera decisiva, quando ha testimoniato che il leit-motiv di Gesú era “E’ scritto... ma io vi dico…” (Mt, 5, 20-48). E’ scritto nei Libri Sacri, ma io vi dico che bisogna andare oltre i Libri Sacri, oltre la visione intellettuale e morale ebraica. L’esito del Vangelo di Matteo (e prima di Marco, e poi di Luca e di Giovanni) é stato la riduzione tradizionale del disegno riformatore di Gesú: il Gesú dei Vangeli é infatti ancora (per quanto?) Gesú Cristo, il Gesú del Sacrificio.

E Beppe che ha fatto con questo libro? Volendo farsi comprendere e accettare dai marxisti, ha insistito ideologicamente sugli elementi di continuitá tra Gramsci giovane - il Gramsci fondatore del PCd’I - e il Gramsci maturo - il Gramsci scrittore dei ‘Quaderni del carcere’, il fondatore della ‘Scienza della Storia e della Politica’ e della ‘Società Regolata’. Ora, é vero che tra il Gramsci giovane e il Gramsci maturo ci siano elementi di continuità, ma questi elementi sono secondari rispetto agli elementi di rottura del pensiero marxista e della pratica comunista.

La prova di quanto vado dicendo la porta proprio Beppe, onesto intellettualmente e moralmente com’é: nei ‘Quaderni del carcere’ Gramsci realizza “un vero e proprio mutamento di paradigma (...) una rottura epistemologica rispetto alla prima metá degli anni Venti”. Lo dice, Beppe, ma non ne trae tutte le conseguenze teoriche e politiche. E cosí, come Matteo riconduce (riduce) Gesú allo Jahwista, Beppe riconduce (riduce) Gramsci a Togliatti, il massimo interprete della continuitá Gramsci giovane – Gramsci maturo.

Il libro inizia per ció, conseguentemente, con una cruciale citazione da Togliatti: “Gramsci fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico...” Ora, é vero che “In ogni personalità c’é una attivitá dominante e predominante: é in questa che occorre ricercare il suo pensiero, implicito il piú delle volte e talvolta in contraddizione con quello espresso ex professo.” (Quaderno 11) Ma quando Togliatti parla di Gramsci come politico pratico opera una proiezione psicologica e una riduzione culturale. Cosí fa Beppe. Cosí fa Matteo. E Gesú maturo? E Gramsci maturo? Aspettano, pazientemente e impazientemente, che la loro riforma intellettuate e morale sia riconosciuta e sviluppata. Ma questo comporta il superamento teorico e pratico del cristianesimo e del marxismo. Che, ancora oggi, é vissuto esistenzialmente ed empiricamente dai cristiani e dai marxisti – questo vuol dire ‘crisi del cristianesimo”, ‘crisi del marxismo”- ma non risolta intellettualmente e moralmente.

 

(Alias, 27 aprile 2008)

 

*

 

Questo libro: La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht (l’Unità – Fondazione Istituto Gramsci, 2008), scritto dal figlio del figlio di Antonio Gramsci – che del nonno conserva il nome -, è colmo di particolari inediti sulla vicenda privata dell’autore dei Quaderni (che ha sposato Giulia Schucht), e sulla “storia di quella parte dell’intelligencija russa di estrazione nobiliare che in nome della Rivoluzione ha rifiutato il proprio ceto di appartenenza”. Oggi è di moda sparlare di quel tentativo di cambiare il mondo, mentre bisogna capire meglio perché fallì, e meglio pensare cosa fare oggi.

Da questo punto di vista è illuminante la prefazione, scritta da Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, ricca com’è di precisazioni e verità. Mezze verità, però. E in questo Vacca si conferma più togliattiano che gramsciano: Gramsci diceva che “La verità è sempre rivoluzionaria.” Quando è intera, s’intende.

La questione aperta è quella dell’edizione dei Quaderni, questi libri tanto noti quanto sconosciuti. Scrive Vacca che “i criteri dell’edizione dei Quaderni curata da Togliatti sono noti: per rendere compatibile la loro pubblicazione con l’ideologia dominante del movimento comunista Togliatti cercò di stemperare il più possibile le implicazioni politiche del pensiero di Gramsci”. “Implicazioni politiche”. Questa è la mezza verità intorno all’edizione tematica dei Quaderni. Per comprendere tutta la verità bisogna aggiungere “implicazioni teoriche”. Lo dimostro con un particolare – è noto che il Diavolo si nasconde nei dettagli.

Gramsci ha criticato teoricamente la coppia concettuale ‘struttura – sovrastruttura’ coniata da Marx. Perché? Perché non spiega “come nasce il movimento storico”. Marx dice che la sovrastruttura ideale riflette la struttura materiale, ma così non si capisce da dove vengano fuori le innovazioni storiche, tanto meno come nasca il movimento storico.

E Gramsci? Gramsci dice che le innovazioni e il movimento si capiscono se si sostituisce alla marxiana struttura materiale un altro concetto: le “condizioni reali: materiali e ideali”, ed alla marxiana sovrastruttura ideale un altro concetto: le “iniziative razionali”. Il rapporto concreto tra le condizioni e le iniziative è costruito concretamente, attivamente, dagli intellettuali, intesi come organizzatori - tutti gli intellettuali: dal generale al soldato capace di dirigersi, dal compositore all’assonante suonatore di triangolo. Ecco.

E Togliatti che c’entra con tutto questo? Togliatti, nella edizione tematica, per rendere difficile e limitata la comprensione della nota dei Quaderni chiave di tutta questa vicenda teorica, la accorpa in coda ad una nota intitolata Le origini ‘nazionali’ dello storicismo crociano e buonanotte.

Questo Togliatti. Poi ci sono i togliattiani. Come Vacca. Ma se vi guardate intorno, e dentro, vedrete che la pratica della doppia verità è molecolarmente diffusa: “L’uomo attivo di massa ha due coscienze teoriche (o una coscienza contraddittoria), una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica della realtà e una superficialmente esplicita o verbale che ha ereditato dal passato e ha accolto senza critica.” La crisi del marxismo ha a che fare con cosucce come questa.

 

(Alias, 17 febbraio 2009)

 

 

 


 

Le dimostrazioni matematiche migliori sono quelle più brevi e argute. Così le mostrazioni letterarie.

Non ho scritto corte, bensì brevi (1).

(1) “Breve, d’ordinario, è più pregio che difetto; corto, più difetto che pregio. L’origine della voce latina è forse da una greca che vuol dire recidere. Sii breve e arguto, si fa dire Dante. Il corto non può essere arguto.” Niccolò Tommaseo, Dizionario dei sinonimi della lingua italiana.

 

(27 dicembre 2007)

 

 


 

 

Mao Tse-tung in gioventù guidò le operazioni di guerriglia al modo degli eroi de Sul bordo dell’acqua, il classico romanzo del banditismo sociale cinese. In vecchiaia istigò la guerrigliera e banditesca Grande Rivoluzione Culturale.

 

(19 dicembre 2006)

 

 


 

 

Quando un essere umano ha superato la maggiore età, vissuto le esperienze fondamentali, pensato e fatto tutto ciò che sapeva e poteva per sé e gli altri, tiene il diritto (ed in un certo senso il dovere) di suicidarsi.

Ma c’è modo e modo. Ne segnalo due, ciascuno a suo modo perfetti: un gesto e una canzone.

Il gesto è di Alan Turing matematico – nel 1954, a 42 anni, morsicò volontariamente una mela avvelenata e morì (era stato processato due anni prima per omosessualità e condannato alla castrazione chimica).

La canzone è di Violeta Parra, cantautrice - nel 1967, a 50 anni compone e canta Gracias a la vida e si toglie la vita.

(Testo)

Gracias a la vida que me ha dado tanto
me dio dos luceros que cuando los abro
perfecto distingo lo negro del blanco
y en el alto cielo su fondo estrellado
y en las multitudes el hombre que yo amo.

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado el oido que en todo su ancho
graba noche y dia grillos y canarios
martillos, turbinas, ladridos, chubascos
y la voz tan tierna de mi bien amado.

Gracias a la Vida que me ha dado tanto
me ha dado el sonido y el abedecedario
con él las palabras que pienso y declaro
madre amigo hermano y luz alumbrando,
la ruta del alma del que estoy amando.

Gracias a la Vida que me ha dado tanto
me ha dado la marcha de mis pies cansados
con ellos anduve ciudades y charcos,
playas y desiertos montañas y llanos
y la casa tuya, tu calle y tu patio.

Gracias a la Vida que me ha dado tanto
me dio el corazón que agita su marco
cuando miro el fruto del cerebro humano,
cuando miro el bueno tan lejos del malo,
cuando miro el fondo de tus ojos claros.

Gracias a la Vida que me ha dado tanto
me ha dado la risa y me ha dado el llanto,
asi yo distingo dicha de quebranto
los dos materiales que forman mi canto
y el canto de ustedes que es el mismo canto
y el canto de todos que es mi propio canto.

Gracias a la vida, que me ha dado tanto.

(Traduzione italiana)

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato due astri che quando li apro
perfettamente distinguo il nero dal bianco,
e nell'alto cielo il suo sfondo stellato,
e tra le moltitudini l'uomo che amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato l'udito che in tutta la sua ampiezza
cattura notte e giorno grilli e canarini,
martelli turbine latrati burrasche
e la voce tanto tenera di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il suono e l'abbecedario
con lui le parole che penso e dico,
madre, amico, fratello luce illuminante,
la strada dell'anima di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi,
con loro andai per città e pozzanghere,
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano,
quando guardo il bene così lontano dal male,
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto.

 

 


 

 

Giuseppe Vacca (‘Beppe’ lo chiamo io – siamo amici) ha fatto a Gramsci di Ales con questo suo libro – e di Angelo Rossi - ‘Gramsci tra Mussolini e Togliatti’ (Fazi editore, 2007 d.C.) ció che Matteo ha fatto a Gesú di Nazareth col suo Vangelo (80 d.C.)

Matteo, per farsi comprendere e accettare dagli ebrei, ha insistito ideologicamente sugli elementi di continuitá tra Gesú giovane - Gesú ebreo - e Gesú maturo - Gesú fondatore di una nuova religione (storicamente superiore alle ‘Religioni del Sacrificio’ - compresa per ció la religione ebraica), la ‘Religione della Fraternitá’. Ma si é contraddetto, Matteo, e in maniera decisiva, quando ha testimoniato che il leit-motiv di Gesú era “E’ scritto... ma io vi dico…” (Mt, 5, 20-48). E’ scritto nei Libri Sacri, ma io vi dico che bisogna andare oltre i Libri Sacri, oltre la visione intellettuale e morale ebraica. L’esito del Vangelo di Matteo (e prima di Marco, e poi di Luca e di Giovanni) é stato la riduzione tradizionale del disegno riformatore di Gesú: il Gesú dei Vangeli é infatti ancora (per quanto?) Gesú Cristo, il Gesú del Sacrificio.

E Beppe che ha fatto con questo libro? Volendo farsi comprendere e accettare dai marxisti, ha insistito ideologicamente sugli elementi di continuitá tra Gramsci giovane - il Gramsci fondatore del PCd’I - e il Gramsci maturo - il Gramsci scrittore dei ‘Quaderni del carcere’, il fondatore della ‘Scienza della Storia e della Politica’ e della ‘Società Regolata’. Ora, é vero che tra il Gramsci giovane e il Gramsci maturo ci siano elementi di continuità, ma questi elementi sono secondari rispetto agli elementi di rottura del pensiero marxista e della pratica comunista.

La prova di quanto vado dicendo la porta proprio Beppe, onesto intellettualmente e moralmente com’é: nei ‘Quaderni del carcere’ Gramsci realizza “un vero e proprio mutamento di paradigma (...) una rottura epistemologica rispetto alla prima metá degli anni Venti”. Lo dice, Beppe, ma non ne trae tutte le conseguenze teoriche e politiche. E cosí, come Matteo riconduce (riduce) Gesú allo Jahwista, Beppe riconduce (riduce) Gramsci a Togliatti, il massimo interprete della continuitá Gramsci giovane – Gramsci maturo.

Il libro inizia per ció, conseguentemente, con una cruciale citazione da Togliatti: “Gramsci fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico...” Ora, é vero che “In ogni personalità c’é una attivitá dominante e predominante: é in questa che occorre ricercare il suo pensiero, implicito il piú delle volte e talvolta in contraddizione con quello espresso ex professo.” (Quaderno 11) Ma quando Togliatti parla di Gramsci come politico pratico opera una proiezione psicologica e una riduzione culturale. Cosí fa Beppe. Cosí fa Matteo. E Gesú maturo? E Gramsci maturo? Aspettano, pazientemente e impazientemente, che la loro riforma intellettuate e morale sia riconosciuta e sviluppata. Ma questo comporta il superamento teorico e pratico del cristianesimo e del marxismo. Che, ancora oggi, é vissuto esistenzialmente ed empiricamente dai cristiani e dai marxisti – questo vuol dire ‘crisi del cristianesimo”, ‘crisi del marxismo”- ma non risolta intellettualmente e moralmente.

 

(Alias, 27 aprile 2008)

 

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Questo libro: La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht (l’Unità – Fondazione Istituto Gramsci, 2008), scritto dal figlio del figlio di Antonio Gramsci – che del nonno conserva il nome -, è colmo di particolari inediti sulla vicenda privata dell’autore dei Quaderni (che ha sposato Giulia Schucht), e sulla “storia di quella parte dell’intelligencija russa di estrazione nobiliare che in nome della Rivoluzione ha rifiutato il proprio ceto di appartenenza”. Oggi è di moda sparlare di quel tentativo di cambiare il mondo, mentre bisogna capire meglio perché fallì, e meglio pensare cosa fare oggi.

Da questo punto di vista è illuminante la prefazione, scritta da Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, ricca com’è di precisazioni e verità. Mezze verità, però. E in questo Vacca si conferma più togliattiano che gramsciano: Gramsci diceva che “La verità è sempre rivoluzionaria.” Quando è intera, s’intende.

La questione aperta è quella dell’edizione dei Quaderni, questi libri tanto noti quanto sconosciuti. Scrive Vacca che “i criteri dell’edizione dei Quaderni curata da Togliatti sono noti: per rendere compatibile la loro pubblicazione con l’ideologia dominante del movimento comunista Togliatti cercò di stemperare il più possibile le implicazioni politiche del pensiero di Gramsci”. “Implicazioni politiche”. Questa è la mezza verità intorno all’edizione tematica dei Quaderni. Per comprendere tutta la verità bisogna aggiungere “implicazioni teoriche”. Lo dimostro con un particolare – è noto che il Diavolo si nasconde nei dettagli.

Gramsci ha criticato teoricamente la coppia concettuale ‘struttura – sovrastruttura’ coniata da Marx. Perché? Perché non spiega “come nasce il movimento storico”. Marx dice che la sovrastruttura ideale riflette la struttura materiale, ma così non si capisce da dove vengano fuori le innovazioni storiche, tanto meno come nasca il movimento storico.

E Gramsci? Gramsci dice che le innovazioni e il movimento si capiscono se si sostituisce alla marxiana struttura materiale un altro concetto: le “condizioni reali: materiali e ideali”, ed alla marxiana sovrastruttura ideale un altro concetto: le “iniziative razionali”. Il rapporto concreto tra le condizioni e le iniziative è costruito concretamente, attivamente, dagli intellettuali, intesi come organizzatori - tutti gli intellettuali: dal generale al soldato capace di dirigersi, dal compositore all’assonante suonatore di triangolo. Ecco.

E Togliatti che c’entra con tutto questo? Togliatti, nella edizione tematica, per rendere difficile e limitata la comprensione della nota dei Quaderni chiave di tutta questa vicenda teorica, la accorpa in coda ad una nota intitolata Le origini ‘nazionali’ dello storicismo crociano e buonanotte.

Questo Togliatti. Poi ci sono i togliattiani. Come Vacca. Ma se vi guardate intorno, e dentro, vedrete che la pratica della doppia verità è molecolarmente diffusa: “L’uomo attivo di massa ha due coscienze teoriche (o una coscienza contraddittoria), una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica della realtà e una superficialmente esplicita o verbale che ha ereditato dal passato e ha accolto senza critica.” La crisi del marxismo ha a che fare con cosucce come questa.

 

(Alias, 17 febbraio 2009)

 

 


 

 

Vincent van Gogh non dipinge le cose del mondo come appaiono, con tutta la pelle che le protegge, ma dopo averle scorticate con gli occhi incantati e incise coi pennelli puntuti, dico gli alberi, le nuvole, i campi, gli uomini: ecco i nervi, i sentieri, le radici, i fasci muscolari, le linfe segrete, i filamenti di lumache e temporali, i rivoli di capelli, di tralci, di vene, di lacrime stupefatte.

Amsterdam, Museo Vincent van Gogh, 2 gennaio 2008

 

 


 

Il mio sguardo incrocia un gran cartello all’edicola che grida e promette di insegnare “come conquistare e mantenere la fiducia in se stessi”, e il mio pensiero corre al libretto che inaugura la civiltà moderna, il Principe di Niccolò Machiavelli, che insegnava “come conquistare e mantenere lo Stato”. Dunque all’inizio di questa nostra civiltà il problema era il noi, alla fine è diventato l'io - deduco. Non faccio in tempo ad associare cartello-libro-pensiero che mi risuona in mente una frase di Silvia Vegetti Finzi: “Sul vuoto lasciato [oggi] dalle grandi narrazioni storiche e dai romanzi familiari l’individuo afferma se stesso dandosi parola.”

 

 


 

 

Ho osservato a lungo, l’altro giorno, ad Amsterdam, nelle sale contigue del Rijksmuseum, due serie di quadri di Rembrandt e di Vermeer, e m’è parso, a un certo punto, per questa via, di sentire, comprendere, capire sulla pittura di questi due pittori che ammiro (Rembrandt) e amo (Vermeer) ancora qualcosa e sul tempo e sulla virtù.

I quadri di Rembrandt durano il tempo di un attimo: sono fotografie istantanee, fissano il momento in cui le ciglia battono, penetra un colpo di luce, precipita un secondo. I quadri di Vermeer durano il tempo di un sospiro: non il tempo di un attimo e non il tempo di una scena, non sono fotografia e non sono cinema, durano il tempo di un lungo sguardo, di una sorpresa assaporata, di una completa inspirazione. Rembrandt è un virtuoso della pittura, nel senso “adesso vi faccio vedere io di che cosa sono capace” (come Welles nel cinema). Vermeer è un virtuoso della pittura, nel senso “guardiamo insieme di che cosa è capace la luce ” (come Dreyer nel cinema).

 

(26 gennaio 2007)

 


 

 

 

In questi stessi giorni, duemilacinquantotto anni fa, Cesare attraversò il Rubicone pronunciando la celebre frase “Il dado sia tratto!” (ripresa da una commedia di Menandro) e cominciò così la guerra civile che si concluse con la sconfitta del suo eterno avversario, Pompeo.

Nell’occasione di questo anniversario (sempre lodando Cesare, un tipo del quale in Italia s’è perso lo stampo) auspico che Veltroni e D’Alema (i quali soffrono un ‘complesso di parità’: non si sentono secondi a nessuno) concludano la guerra civile intestina del centro-sinistra con l'ammissione della sconfitta di entrambi e il conseguente doppio esilio: Walter in Africa e Massimo in barca - vita natural durante. Dopodichè torni Prodi, vinca le elezioni di turno con il leader del centro-destra chiunque-esso-sia, e (attenzione) passi tosto la mano alla Bindi – la quale escluderà tutti i capipartito della propria coalizione dalla compagine di governo: ciò che Prodi vittorioso avrebbe dovuto fare tre anni fa.

 

(12 gennaio 2009)

 

 


 

Il finale di un libro, la sua formula estrema, è un addio dentro un addio, un doppio gioco con la morte. In questo senso, l’explicit più bello fra tutti i libri di poesia è quello dell’Eneide di Virgilio.

“Cosí gridando, gli immerge nel petto la spada
senza pietà. Con un fremito s’abbandonò allora il corpo,
e la vita gemendo fuggì angosciata fra le ombre.”

Hoc dicens ferrum adverso sub pectore condit
Fervidus. Ast illi solvontur frigore membra,
Vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras.

 

 


 

 

È stata una cattiveria impedire a Corrado Vivanti ed a me di lavorare insieme in televisione. Ci divertivamo, è vero, ma non c’era niente di male. L’avevo conosciuto quand’ero giovane leggendolo sui libri, come uno degli uomini di cultura che fanno dell’Italia un paese degno di essere abitato, e studiato (anche attraverso i suoi lavori - per dirne uno, di condirettore della Storia d’Italia Einaudi).

Poi nel 2001 l’ho conosciuto ‘di persona’, lui consulente storico – fra altri - de “La storia siamo noi”, nave ammiraglia di Rai Educational (diretta allora da Renato Parascandolo), io autore – fra altri. Facevamo storia con la televisione, una panoramica e penetrante narrazione audiovisiva, fatta con la precisione della scienza storica e l’immaginazione dell’arte televisiva, fatta di parole e di cose, di date ragionate e immagini rivelatrici, scene di film e arie di melodramma, soggetti virtuali (dal Web) e oggetti materiali (in studio), canzoni cantate-figurate e dialoghi di storici e sociologi e antropologi di tutte le scuole e tutti i colori, di facce comuni e documenti d’archivio, di tradizioni televisive consolidate e invenzioni linguistiche a rotta di collo, insomma una narrazione della “verità effettuale della cosa” e non della “immaginazione di essa”, storia e non ideologia dico (e richiamo la formula machiavelliana per ricordare il Corrado Vivanti curatore dell’edizione critica delle ‘Opere’ dell’immenso scienziato politico fiorentino), una storia integrata - e divertente, rigorosa - e spettacolare.

Finché il Centro-Destra ha vinto le elezioni politiche e ci hanno cacciato quasi tutti, dicendo che facevamo una storia “comunista”. Sciocchezze. Basta rivedersi le sessanta puntate di un’ora realizzate nell’anno televisivo 2001-2002 – una caleidoscopica ricostruzione della storia d’Italia - per riconoscere la meschinità di una scusa buona solo a scompaginare un miracoloso pool di costruttori di storia e televisione. Corrado Vivanti era fra tutti noi il più anziano eppure il più vivace, il più saggio eppure il più plastico, il più preciso eppure il più leggero. Adesso me lo ritrovo di nuovo sulla carta: è uscita infatti una nuova edizione di un gran libro di Alexis de Tocqueville (uno scienziato politico che nel tempo suo non era secondo a nessuno, ed è buono pure oggi per capire cosa è stata e cosa può diventare la democrazia dei moderni), La democrazia in America è il suo titolo (Einaudi, 2006) a cura proprio di Corrado Vivanti. Finita di leggere la sua prefazione, tanto è bella e promettente che ho provato – proverai anche tu - un momento d’incertezza, come di fronte a certe donne, che a un certo punto non sai decidere se andare avanti fino al testo o contentarti del meglio che possono darti – la prefazione, appunto.

 

(7 marzo 2007)

 

 


 

 

 

Oltre i marxismi e le sociologie.

È uscito un libro di storia dei saperi e delle ricerche sociali che getta una nuova luce sul Novecento, e particolarmente sulla crisi dei marxismi e delle sociologie che ne ha segnato il trentennio finale. Lo ha scritto Orlando Lentini e si intitola La sinistra americana pensa il mondo (Franco Angeli 2008).
A cinque anni dalla pubblicazione di Saperi sociali, ricerca sociale 1500-2000 (Franco Angeli 2003), nel quale ha ricostruito l’intero arco dei saperi e delle ricerche sociali moderne (dall’arte del vivere civile di Machiavelli all’analisi dei sistemi-mondo di Wallerstein), Lentini ricostruisce in una grande narrazione storico-teorica ‘le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese’ della sinistra americana nel secolo scorso. I maggiori scienziati storico-sociali del novecento americano, tra i quali giganteggiano Immanuel Wallerstein e Gabriel Kolko, e le loro imprese intellettuali e morali, vengono qui per la prima volta spiegati e illustrati come autori e opere costituenti la nuova realtà virtuale del mondo globalizzato.

Le notevoli acquisizioni della nuova ricerca storiografica di Lentini sono tre. Prima acquisizione: il capitalismo si è rivoluzionato. Agli inizi del Novecento si è realizzata una metamorfosi del ‘capitalismo imprenditoriale’ – il capitalismo conosciuto da Karl Marx e Max Weber (coautori del paradigma liberal-marxista) - nel ‘capitalismo corporato’ (come risulta dalle indagini storico-sociali di Adolf A. Berle Jr. e Gardiner C. Means [1932] e di Alfred D. Chandler, Jr. [1977]). Seconda acquisizione: il marxismo non è riuscito a tenere il passo di questa rivoluzione. Il fatto che “la metamorfosi corporata sia stata pensata a lungo con categorie analitiche liberal-marxiste ha rappresentato probabilmente il principale problema di una scienza sociale critica per gran parte del XX secolo.” Terza acquisizione: non abbiamo ancora capito perché il marxismo si è rivoluzionato meno del capitalismo. “Rimane da spiegare perchè questo processo di trasformazione della struttura economica del mondo sia stato a lungo interpretato e rappresentato con categorie analitiche e visioni, proprie di quella che chiamiamo la geocultura liberal-marxista, espressione della visione imprenditoriale del mondo.”

Avanzo di seguito una proposta storico-teorica, nel tentativo di spiegare quel perché, partendo dal punto debole della storia di Lentini: la sottovalutazione del contributo del Gramsci dei Quaderni per comprendere e superare il ritardo scientifico e culturale dei marxismi e delle sociologie, la loro “crisi”. Un solo esempio: Lentini documenta che Wallerstein “pone in discussione l'unità di analisi ‘stato-nazione’ ” e la figura dello storico e dello scienziato sociale a favore dello “scienziato sociale storico” già a metà degli anni settanta. Ma non comprende in tutte le sue conseguenze Lentini, e prima di lui Wallerstein, che queste acquisizioni metodiche sono una piccola parte delle scoperte del Gramsci dei Quaderni, critico dei marxismi e delle sociologie e fondatore della 'scienza della storia e della politica', una scienza che – quando riconosciuta e sviluppata - servirà come il pane a tutte le sinistre del mondo.

 

 

(Alias, 6 settembre 2008)

 


 

 

Perché Aristotele è stato il miglior allievo di Platone? Perché ha voluto e saputo superare il maestro. Platone l’aveva intuito, e lo chiamava ‘l’intelligenza’.

Perché gli intellettuali marxisti, invece di partire da Marx, di lavorare con Marx nella prospettiva di un suo superamento, hanno cercato di restare in ogni modo serrati entro il suo orizzonte, fino a ridurre le idee - che questi proponeva come “forme di sviluppo” della conoscenza scientifica - a sue “catene”? Eppure, per dirla con le parole di uno dei suoi migliori allievi, “ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. È questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’.” (Max Weber) Probabilmente, per sottovalutazione dei diritti della scienza. Marx l’aveva intuito, e diceva di non essere marxista.

Tra gli intellettuali di parte comunista che invece hanno preso sul serio non soltanto il Marx politico, ma anche il Marx scienziato, spiccano certamente Lenin e Gramsci. Lenin ha certamente sviluppato e superato Marx, di fronte al quale scompare come teorico e scienziato, sul terreno della azione politica e ideologica. Il risultato è stato, con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e la conseguente egemonia del comunismo sovietico sull’intellighentsia comunista, un primato della politica e dell’ideologia all’interno della cultura marxista, che a me pare determinante della attuale sua crisi.

È toccato a Gramsci assumere e superare la lezione di Lenin, la sua “rivoluzione contro ‘Il Capitale’ ” nella attività giovanile, e la stessa lezione di Marx sul terreno teorico e scientifico nei ‘Quaderni del carcere’. Opera questa che offre le basi per una rifondazione dell’intera cultura marxista, e che ha posto il marxismo italiano in una condizione di progressiva egemonia a livello internazionale. Questa condizione di superiorità intellettuale del marxismo italiano che parte da Gramsci, che lavora con Gramsci, che vuole e sa superare Marx e il marxismo per superare la sua attuale crisi di conoscenza e di direzione delle trasformazioni della ‘struttura del mondo’, questo primato è tuttavia frenato nel suo sviluppo dalla parziale comprensione della rivoluzione intellettuale gramsciana, di cui si rendono ancora oggi responsabili i marxisti italiani medesimi, probabilmente per sottovalutazione dei diritti della scienza.

Vorrei dare qui una triplice prova di questa sottovalutazione. Ho davanti a me gli interventi dei marxisti italiani di parte comunista in occasione dei festeggiamenti per il centenario della morte di Marx. Ne scelgo tre in qualche modo rappresentativi, per varietà di ambiti disciplinari e tendenze culturali – pubblicati in ‘Rinascita’ del 4 marzo 1983.

Il filosofo Cesare Luporini sostiene finalmente necessaria la radicale distinzione tra Marx e il marxismo, e perciò “l’impresa di rifarsi direttamente a Marx fuori dagli schemi del marxismo”. Pensa ad un lavoro filologico e storico-critico capace di rileggerlo “in modo vergine, ma ricostruendo l’epoca, i linguaggi, la realtà contemporanea a Marx”. Il fatto è che ogni filologia contiene una filosofia, e ogni ricostruzione è una nuova costruzione. La ricostruzione filologica e storico-critica della struttura effettuale, della consistenza teorica e dell’efficienza storica del lavoro scientifico di Marx, per non risolversi in una sua riduzione (adattamento accademico o politico), deve essere guidata da un sistema di riferimento teorico superiore, storicamente e teoricamente superiore. Il curioso di Luporini è che, mentre non fa cenno alcuno a Gramsci, propone un programma di lavoro intorno a Marx che è esattamente il programma di lavoro dei ‘Quaderni’: “Quistioni di metodo. Occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. [Quaderno 16]” Perché?

Il politologo Leonardo Paggi sostiene da parte sua che si è storicamente esaurita la “connessione del marxismo con la politica del movimento operaio europeo”, e ancora che il primato stesso della politica risulta anacronistico nel contesto della crisi dello Stato sociale contemporaneo. Il futuro del marxismo starebbe conseguentemente in uno spostamento radicale dell’attenzione verso l’emergenza di una “soggettività individuale che privatizzandosi decide da sola di ciò in cui credere”, che sarebbe stata profetizzata “alla fine degli anni Trenta” da Carl Schmitt. Ora, l’apertura del marxismo contemporaneo ai contributi della sociologia e della politologia è necessaria e positiva, ma a condizione che avvenga in modo critico, non già pragmatico e meramente empirico. Occorre perciò superare la teoria e pratica leniniana e togliattiana della politica come “vertice delle attività umane”(Relazione di Togliatti al primo convegno di studi gramsciani, del gennaio 1958). Un superamento che però non può prescindere dalla critica della sociologia e politologia moderne che Gramsci elabora agli inizi degli anni Trenta, e che lo porta ad una ridefinizione teorica dei rapporti tra politica e soggettività individuale, ad un ridimensionamento della funzione della politica nel “passaggio dalla struttura alle superstrutture”. “Si tratterà di stabilire la posizione dialettica dell’attività politica (e della scienza corrispondente) come determinato grado superstrutturale: si potrà dire, come primo accenno e approssimazione, che l’attività politica è appunto il primo momento o grado, il momento in cui la superstruttura è ancora nella fase immediata di mera affermazione volontaria, indistinta ed elementare.” [Quaderno 13]” Eppure Paggi dimentica Gramsci e consiglia entusiasticamente Schmitt. Perché?

Lo storico Renato Zangheri infine ripropone il concetto marxiano dello Stato come “strumento della classe dominante”. Un concetto, dice, sostenzialmente adeguato per la comprensione della natura e delle funzioni dello Stato contemporaneo, arricchito prima dallo stesso Marx nei suoi lavori storiografici, e poi da Gramsci, il quale lo assume in pieno e lo consolida con acute specificazioni nei ‘Quaderni’, per esempio “in un penetrante appunto sotto la rubrica ‘cesarismo’ ”. Il fatto è che, nella pratica, il Partito Comunista Italiano (del quale Zangheri è diventato da poco responsabile per i problemi dello Stato e degli enti locali), ma anche sul piano della teoria (si veda l’ultimo libro di Pietro Ingrao, ‘Tradizione e progetto’, recensito recentemente su queste pagine – e Ingrao è presidente del Centro studi per la riforma dello Stato istituito da qualche anno per iniziativa del PCI stesso), non si riconosce più nel concetto unilaterale che aveva dello Stato, bensì in questo: “Stato è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati”. Il lettore si chiederà da dove salta fuori questo concetto, storicamente e teoricamente superiore al concetto marxiano tradizionale. Ma dal Quaderno 15, paragrafo ‘Sociologia e scienza politica’! Zangheri di questa contraddizione non tiene conto. Perché?

(l’Astrolabio, 30 marzo 1983)

 

 


 

 

Simone Weill, la giovane donna che si ricoverò nel 1943 in un sanatorio londinese dicendo di sé “sono una filosofa e mi interesso all’umanità”, fece in tempo a scrivere, prima di morire a trentaquattro anni, questo Manifesto per la soppressione dei partiti politici edito ora in Italia da Castelvecchi.

Cosa c’entra questa accorata Note sur la suppression général des partis politiques con le grida rauche di Grillo e l’ondata antipolitica italiana? Nulla. Simone aveva altro per la testa: il bene e la verità e la giustizia.

Occorre sopprimere i partiti politici perché “producono il male”. Ma come distinguere il male dal bene? “Il criterio del bene non può essere rappresentato che dalla verità, dalla giustizia. Solo ciò che è giusto è legittimo. Il crimine e la menzogna non lo sono in nessun caso.” E i partiti politici, non soltanto i partiti politici totalitari – comunista, fascista, nazista - ma tutti i partiti politici in quanto tali, cosa fanno? Fabbricano “passioni collettive accecanti”, orientano le menti alla “strumentalità strategica”, e le piegano alla menzogna. “L’operazione di prendere partito, posizione a favore o contro, si è sostituita all’operazione del pensare.” In questa situazione è “inevitabile” che il partito politico non sia mezzo ad un fine – il bene – ma “sia esso stesso il suo proprio fine”.

D’accordo, Max Weber aveva già individuato il carattere burocratico dei partiti politici, e Antonio Gramsci il loro carattere militare - Simone Weil non era originale in questo caso. Ma ricordare, ogni giorno, e ogni notte, che la politica serve a farsi gli affari degli altri (tutti gli altri) e non i propri (e non solamente i propri), che i partiti politici sono solo una parte della politica, e precisamente la parte in crisi – dal momento che non riescono a riformarsi alla radice, lungo il tronco ed i rami, fino alle foglie, ai fiori, ed ai frutti - è cosa buona e vera e giusta.

 

(21 maggio 2008)

 

 

 


 

 

Robert Wilson, Doctor Faustus lights the lights di Geltrude Stein, Teatro Argentina - 27 giugno 1992.

Le trasformazioni del tempo in relazione alle trasformazioni dello spazio... tempo accelerato e rallentato nell’azione dei personaggi e delle macchine di scena, tempo recuperato dell’avanguardia e del cabaret e delle danze tradizionali... spazio pittorico e architettonico, spazio del colore e della luce...

Questo contributo all’arte teatrale come arte spazio-temporale sembra avere origine dall’essere Wilson un architetto, e nel giovanile tirocinio di tutela degli handicappati che gli fruttò una certa esperienza in materia di alterazioni sensoriali... perchè l’architettura è arte spazio-temporale, e perchè l’arte spazio-temporale suppone la conoscenza delle alterazioni sensoriali comuni...

 

(28 giugno 1992)

 

 


 

 

Perché Aristotele è stato il miglior allievo di Platone? Perché ha voluto e saputo superare il maestro. Platone l’aveva intuito, e lo chiamava ‘l’intelligenza’.

Perché gli intellettuali marxisti, invece di partire da Marx, di lavorare con Marx nella prospettiva di un suo superamento, hanno cercato di restare in ogni modo serrati entro il suo orizzonte, fino a ridurre le idee - che questi proponeva come “forme di sviluppo” della conoscenza scientifica - a sue “catene”? Eppure, per dirla con le parole di uno dei suoi migliori allievi, “ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. È questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’.” (Max Weber) Probabilmente, per sottovalutazione dei diritti della scienza. Marx l’aveva intuito, e diceva di non essere marxista.

Tra gli intellettuali di parte comunista che invece hanno preso sul serio non soltanto il Marx politico, ma anche il Marx scienziato, spiccano certamente Lenin e Gramsci. Lenin ha certamente sviluppato e superato Marx, di fronte al quale scompare come teorico e scienziato, sul terreno della azione politica e ideologica. Il risultato è stato, con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e la conseguente egemonia del comunismo sovietico sull’intellighentsia comunista, un primato della politica e dell’ideologia all’interno della cultura marxista, che a me pare determinante della attuale sua crisi.

È toccato a Gramsci assumere e superare la lezione di Lenin, la sua “rivoluzione contro ‘Il Capitale’ ” nella attività giovanile, e la stessa lezione di Marx sul terreno teorico e scientifico nei ‘Quaderni del carcere’. Opera questa che offre le basi per una rifondazione dell’intera cultura marxista, e che ha posto il marxismo italiano in una condizione di progressiva egemonia a livello internazionale. Questa condizione di superiorità intellettuale del marxismo italiano che parte da Gramsci, che lavora con Gramsci, che vuole e sa superare Marx e il marxismo per superare la sua attuale crisi di conoscenza e di direzione delle trasformazioni della ‘struttura del mondo’, questo primato è tuttavia frenato nel suo sviluppo dalla parziale comprensione della rivoluzione intellettuale gramsciana, di cui si rendono ancora oggi responsabili i marxisti italiani medesimi, probabilmente per sottovalutazione dei diritti della scienza.

Vorrei dare qui una triplice prova di questa sottovalutazione. Ho davanti a me gli interventi dei marxisti italiani di parte comunista in occasione dei festeggiamenti per il centenario della morte di Marx. Ne scelgo tre in qualche modo rappresentativi, per varietà di ambiti disciplinari e tendenze culturali – pubblicati in ‘Rinascita’ del 4 marzo 1983.

Il filosofo Cesare Luporini sostiene finalmente necessaria la radicale distinzione tra Marx e il marxismo, e perciò “l’impresa di rifarsi direttamente a Marx fuori dagli schemi del marxismo”. Pensa ad un lavoro filologico e storico-critico capace di rileggerlo “in modo vergine, ma ricostruendo l’epoca, i linguaggi, la realtà contemporanea a Marx”. Il fatto è che ogni filologia contiene una filosofia, e ogni ricostruzione è una nuova costruzione. La ricostruzione filologica e storico-critica della struttura effettuale, della consistenza teorica e dell’efficienza storica del lavoro scientifico di Marx, per non risolversi in una sua riduzione (adattamento accademico o politico), deve essere guidata da un sistema di riferimento teorico superiore, storicamente e teoricamente superiore. Il curioso di Luporini è che, mentre non fa cenno alcuno a Gramsci, propone un programma di lavoro intorno a Marx che è esattamente il programma di lavoro dei ‘Quaderni’: “Quistioni di metodo. Occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. [Quaderno 16]” Perché?

Il politologo Leonardo Paggi sostiene da parte sua che si è storicamente esaurita la “connessione del marxismo con la politica del movimento operaio europeo”, e ancora che il primato stesso della politica risulta anacronistico nel contesto della crisi dello Stato sociale contemporaneo. Il futuro del marxismo starebbe conseguentemente in uno spostamento radicale dell’attenzione verso l’emergenza di una “soggettività individuale che privatizzandosi decide da sola di ciò in cui credere”, che sarebbe stata profetizzata “alla fine degli anni Trenta” da Carl Schmitt. Ora, l’apertura del marxismo contemporaneo ai contributi della sociologia e della politologia è necessaria e positiva, ma a condizione che avvenga in modo critico, non già pragmatico e meramente empirico. Occorre perciò superare la teoria e pratica leniniana e togliattiana della politica come “vertice delle attività umane”(Relazione di Togliatti al primo convegno di studi gramsciani, del gennaio 1958). Un superamento che però non può prescindere dalla critica della sociologia e politologia moderne che Gramsci elabora agli inizi degli anni Trenta, e che lo porta ad una ridefinizione teorica dei rapporti tra politica e soggettività individuale, ad un ridimensionamento della funzione della politica nel “passaggio dalla struttura alle superstrutture”. “Si tratterà di stabilire la posizione dialettica dell’attività politica (e della scienza corrispondente) come determinato grado superstrutturale: si potrà dire, come primo accenno e approssimazione, che l’attività politica è appunto il primo momento o grado, il momento in cui la superstruttura è ancora nella fase immediata di mera affermazione volontaria, indistinta ed elementare.” [Quaderno 13]” Eppure Paggi dimentica Gramsci e consiglia entusiasticamente Schmitt. Perché?

Lo storico Renato Zangheri infine ripropone il concetto marxiano dello Stato come “strumento della classe dominante”. Un concetto, dice, sostenzialmente adeguato per la comprensione della natura e delle funzioni dello Stato contemporaneo, arricchito prima dallo stesso Marx nei suoi lavori storiografici, e poi da Gramsci, il quale lo assume in pieno e lo consolida con acute specificazioni nei ‘Quaderni’, per esempio “in un penetrante appunto sotto la rubrica ‘cesarismo’ ”. Il fatto è che, nella pratica, il Partito Comunista Italiano (del quale Zangheri è diventato da poco responsabile per i problemi dello Stato e degli enti locali), ma anche sul piano della teoria (si veda l’ultimo libro di Pietro Ingrao, ‘Tradizione e progetto’, recensito recentemente su queste pagine – e Ingrao è presidente del Centro studi per la riforma dello Stato istituito da qualche anno per iniziativa del PCI stesso), non si riconosce più nel concetto unilaterale che aveva dello Stato, bensì in questo: “Stato è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati”. Il lettore si chiederà da dove salta fuori questo concetto, storicamente e teoricamente superiore al concetto marxiano tradizionale. Ma dal Quaderno 15, paragrafo ‘Sociologia e scienza politica’! Zangheri di questa contraddizzione non tiene conto. Perché?

(l’Astrolabio, 30 marzo 1983)

 

 


 

In un mondo diviso e dominato da due schieramenti esclusivi: quelli dediti a negarsi e quelli intenti ad esaltarsi, quelli tutti ‘negazione di sè’ - ‘annullamento della personalità’ – ‘sacrificio del proprio io’ – ‘fai di me quello che vuoi’, ‘meglio avere torto insieme che aver ragione da soli’ e quelli tutti ‘dopo di me il diluvio’ – 'chi fa da sé fa per tre' – ‘io io io... e gli altri’, ‘veleno se mi baci ti dò il mio veleno’, ‘bisogna coltivare il proprio orto’ vorrei fare l’apologia degli esseri umani che leggono e scrivono: blogs, siti, siti-rivista... e Facebook: che vogliono affermarsi non contro o senza gli altri bensì con.

“E’ proprio grazie alle prime esposizioni auto-organizzate che l’arte si affrancò dall’accademia, dal controllo statale e dalle committenze dei nobili e della chiesa per diventare un fenomeno pubblico. E di mercato. ‘Esporre è trovare amici e alleati per la lotta’ diceva Eduard Manet nel 1863...” (Paola Zanuttini, 'Venerdì di Repubblica' del 9 gennaio 2009 – presentando la ‘bibbia delle avanguardie’ artistiche del XIX e XX secolo: Aa. Vv., Salon to Biennal, Phaidon 2009).

 

(20 gennaio 2009)